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Autore

Angelo Frungillo

in archivio dal 09 apr 2008

13 dicembre 1960, Napoli

mi descrivo così:
Sereno

06 ottobre 2008

Piccolo mondo operaio

Intro: Una brevissima riflessione di un operaio “mancato”. Nato e cresciuto per poco in un quartiere delle famosissime zone industriali italiane negli anni '60. Strade piene di sogni infranti, olio, catrame e tanto smog. Il protagonista non è diventato un operaio, ma è rimasto in lui il vero sentimento delle “tute blu”.

Il racconto

Gianturco, è una strada polverosa e disselciata, i bàsoli ballano ad ogni passaggio di autocarro e di autobus, basta un po’ d'acqua a terra ed il selciato diventa una pista; E' una strada,  ripeto, anche se viene intesa come un quartiere: la zona industriale.
Sono nato lì, ed allora come adesso, anche se c'è la luna, nessuno se ne accorge, troppo intenti a guardare a terra, per non inciampare e per raccogliere un ultimo sogno svanito. Nessuno sogna neanche più, tanti anni fa bastava desiderare un posto in fabbrica, una piccola casa vicino, ora non c'è più neanche una fabbrica, e le case cadono a pezzi.
Era dicembre del '60, dicono piovoso, molto piovoso, e freddo, com'era fredda la mia casa, all'ultimo piano di un palazzo, che ai miei occhi di bambino mi sarebbe apparso enorme, ed ora mi appare nella sua misera dimensione, sono nato lì, al n. 90, di via Galileo Ferraris.
Olio nelle strade, nelle scale, sugli sgabelli, questo mi ricordo di Gianturco; Olio che veniva coperto da segatura, per la strada si faceva un impasto che a guardare dal balconcino di casa mia, sembrava una crostata di more. Ce ne andammo da lì che avevo otto anni, ora ci passo per andare alla stazione centrale, butto l'occhio a quel balconcino, dove da bambino guardavo la prima auto spuntare dall'incrocio a destra, e la seguivo rapito fino a quando spariva sotto il ponte dell'autostrada a sinistra, e poi guardavo la successiva. E poi un'altra ancora, a volte per tutto il pomeriggio. Le botteghe dei fabbri chiudevano tardi, a me piaceva guardare quegli uomini laceri e neri, con scarpe e berretto più unto della tuta, mi piaceva guardarli quando si sedevano su tutto il possibile per mangiare a mezzodì, poggiavano una bottiglia mezza piena di vino rosso a terra, vicino ai loro piedi e si pulivano le mani con i fogli di giornale. Quante volte ho desiderato di mangiare il pane seduto in mezzo a loro e non le minestrine di mia madre, che non aveva per niente al mondo programmato per il figlio un futuro da operaio, infatti non lo sono diventato, ma in fondo alla mia anima, è rimasto quel desiderio di mettermi una tuta blu, di bestemmiare contro tutti, e di mangiare il pane parlando delle cosce della panettiera.

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