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Racconti di Anna Banti

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  • 14 gennaio 2010
    Piombo leggero

    Come comincia: Come la brezza che si leva dal mare, in alcune sere speciali di giugno e che corre verso la terra, portando richiami e notizie da quel luogo lontano oltre l’orizzonte, dove per ognuno di noi esiste un posto speciale alla festa della vita, (quella vera), corre Viola…, corre veloce con la sua bicicletta, intenta ad accennare educatamente un sorriso alla natura che la circonda, al suono del vento e del suo I-Pod, dove scorre una canzone dei Verdena. Lei pedala forte, e l’unica sensazione che riesce a provare, è quella di una forte rigidità al petto, e al collo, uno stato di insoddisfazione che è destinato a non colmarsi. Respira profondamente e pedala.
    Nonostante questa viscerale pesantezza, il suo volto prima di esplodere in urlo, si apre ad un leggero sorriso di conforto…per se stessa.
    …e urla. Viola urla con tutta la sua forza, perché appena oltrepassata la cunetta, un brivido di vita le sfiora la pelle della schiena, mentre il tramonto cala giù a picco, e il mare intona i suoi colori più caldi…e come correva la brezza di quella sera, vi dico, Viola sfiora appena il terreno di quello stradello immerso nel verde, non solo perché si è fatta regalare la mitica “graziellina” anni ‘60 con le piccole ruote, ma perché come la brezza o lo zafiro, ella porta progetti di felicità… Viola vive, si emoziona, recita alcune parti nel suo paese dove fino a quel momento ha trovato il suo equilibrio, perché lei sa quello che vuole e se lo è preso anche in un codardo e minuscolo paesino di campagna...lei se l’è preso non ha permesso all’effettualità di fottersi le sue passioni, le sue emozioni più grandi, le sue immediate sensazioni di fronte a certi corpi, a certi tramonti, in certi aeroporti. Ma come la brezza spesso si posa, senza che nessuno la ascolti, anche Vì, non corre affatto verso un interlocutore, perché profondamente non sa neppure di avere qualcosa da dire.

  • 09 novembre 2009
    gli amanti

    Come comincia: Caro, caro dolce amore...
    non so nemmeno quanto abbia senso scrivere, ma forse lo trovo nel momento in cui che tu legga mai o no questa lettera, io sono qui che la scrivo e lascio che quello che sento, prenda una sua forma.
    Questo scritto non ha il senso di un rimprovero, né tanto meno quello di un giudizio..., rappresenta piuttosto una di quelle sfere di vetro in cui di solito scende la neve su una piccola Chiesina e sui monti, solo che invece di esserci dentro un paesaggio c'è immerso ogni mio più piccolo sentimento, emozione, disappunto, rabbia, vergogna, insicurezza, forza... amore, quello che non ti ho ancora dato e che forse non ti potrò dare mai. Il tutto si mescola in quel liquido ed ogni volta che lo agiti, l'intero si interseca con un latro intero e poi un altro e poi un altro ancora. Non esiste più niente di nitido, solo sfumature, ma ben delineate sempre, e in qualsiasi momento.
    E' il bisogno di dirlo a qualcuno, è il bisogno di tirare fuori questa esplosione di colori e non colori. Esistono anche qui dentro toni vivaci, ma anche più scuri. Niente impedisce di amare entrambi. Le palpebre si chiudono e tutto ha inizio un venerdì sera qualunque, in un posto monotono e qualunque. Il posto dove meno ti saresti aspettato, perché fino a quel momento ogni sacro santo venerdì non aveva dato nessun colpo di scena. Ci sono poche persone o forse no. Ma dal momento che quegli occhi si sono infilati prepotentemente nei miei, di cosa sia successo intorno non ricordo più nulla. Una linea nera li contorna perfettamente, ma così perfettamente che è inevitabile chiedersi se siano finti, oppure rappresentino qualcosa di raro, magnetico e prezioso. Non mi ero accorta di altro, fin quando il tuo sorriso mi ha lasciata per un attimo senza fiato. Era piacevole parlare con te, anche se malizioso, dubbio, fastidioso, malefico... tremendamente affascinante.
    Ogni tua parola è diventata un'inebriante corda leggermente pizzicata, che, con grande destrezza, lasciava uscire dalla tua bocca ben fatta, suoni solleticanti e suadenti per tutte le particelle che ricoprono l'epidermide. Ed io pensavo:" Suona...suona ancora". Mi sono sentita così... uno strumento maneggiato da un musicista attento e accorto. Ho fatto l'amore con te nella mia mente, in quel momento, in quegli sguardi, in quelle provocazioni verbali a cui mi sottoponevi, in quell'atmosfera, in quelle posizioni, uno di fronte all'altra... semplicemente... uno di fronte all'altra... Quando ti sei alzato, quando sono entrata per andare verso il bagno, e appena uscita ti ho trovato, perché sei venuto a cercarmi, gli occhi hanno continuato a godere della nostra immagine insieme. Ogni vibrazione... un'emozione nuova. Ogni abbassamento di palpebre...uno stato di nuova rassegnazione... ogni battito di palpebre, un secondo in più rubato alla tua visione.
    Non abbiamo niente in mano. No abbiamo niente. Vogliamo stringerci dentro qualcosa che non possiamo avere a metà. Dobbiamo rimanere a mani vuote, solo per proteggere tutto quello che ho vaneggiato fino a d ora. Non voglio condividerlo con nessuno questo. Voglio che sia solo mio. Solo tuo.
    Se devo rinunciare a riempirmi le mani e a girare la clessidra, allora preferisco rimanere a mani vuote. Voglio solo immaginare quello che "avrei" potuto stringere. Almeno così nessuno potrà strapparmelo. Nemmeno tu, amore mio. Vedere che il tempo passa non fa bene a nessuno dei due, ma la clessidra al contrario di quel che si pensa non ha solo due mosse... posso sempre bloccarla a metà... ruotandola di mezzo giro soltanto, lasciando quel tempo in bilico, per sistemare quello che più mi preme. Spremo ogni fatica che fai, e quelle che faccio, ed ogni volta riesco a pensare che ne è valsa la pena. Mi sono spinta oltre limiti al di là dei quali non credevo avrei mai potuto... Provo cose che fino a ieri non sapevo che esistessero. Sono in balìa di una situazione che non so prendere in mano, che mi annebbia la mente e i terminali nervosi, mi lascia in uno stato confusionale e di leggerezza d'animo che mi impedisce di trovare dentro di me delle risposte certe alle mie domande. Questo mi fa credere di amare in un modo nuovo, a me sconosciuto... qualcosa che finora non avevo mai toccato, e nemmeno sfiorato.
    Ho sempre amato. Ho amato qualcuno per la sua bontà, qualcun altro perché avevo sedici anni e dovevo dimostrare a mio padre che le persone possono cambiare. Ma questa volta non è così. Amo perché amo.  Amo tutte queste cose e non le so spiegare. Amo il sacrificio per averti. Amo i tuoi difetti, le tue insicurezze, la tua presunzione, la tua stupida gelosia, la tua leggerezza nel non dare importanza a certe cose, perché so che in fondo quell'importanza la dai a d altre. Il tuo modo di non affrontare le cose per paura di far male, anche se rasenta la vigliaccheria. Trovo risposte e giustificazioni ad ogni tuo comportamento, perché io ti capisco, anche se non ti condivido, perché "ti conosco" anche se non ti conosco... Non c'è storia più romantica di quella degli amanti... fatta di amore e di addii... perché sai che ogni volta non è mai l'ultimo...
    Addio amore...

  • Come comincia: Kikko si sveglia, apre gli occhi di soprassalto, guarda la luce fuori… e “cazzo la sveglia!”, si alza vorticosamente, fa il doccino rituale del ripiglio, saltella mentre si mette i pantaloni e poi corre a fare colazione. Questa fase della mattinata è per lui un rito al quale per niente al mondo vorrebbe rinunciare, e, infatti, quando rientra di notte a casa fradicio e pieno di niente, se non di birra e di chupiti, la prima cosa che pensa buttandosi sul letto vestito è: “Boia dhé, domattina non ce la faccio nemmeno a fa’ colazione…”.
    Così di fronte ad una tazza di tè, scopre il gusto di svegliarsi la mattina e andare a lavoro un pochino più contento, perché alla fine lui ha trovato il suo equilibrio, la sua casa di amici, il suo lavoro “perbenino” dietro ad una scrivania, una ragazza a cui vuole bene, perché gliene ha sempre voluto. Per le passioni non c’è spazio, d’altronde prima di tutto bisogna pensare a trovare… a trovare… a trovare… aspetta un attimo?! ma che cazzo sta cercando Kikko?! E da cosa era scappato?!
    Vabbè, lui non se ne preoccupa adesso è troppo intento a guardare dentro la sua tazza di tè mentre chiude a panino le macine, le inzuppa, dà un primo morso, poi un altro e infine lascia l’ultimo cadere dentro la tazza e lo guarda attentamente galleggiare, poi, appena quel gustoso boccone comincia a dare segni di cedimento comunicando attraverso le bollicine che cominciano a formarglisi intorno, prontamente con il cucchiaino, lo avvolge e lo carica come un estremo salvataggio. Adesso sì che è contento.
    Corre in camera, e fruga in ogni dove. Una lettera trovata in una tasca di un giacchetto mentre cerca frettolosamente degli spicci e qualche euro per comprarsi il panino per il pranzo in tutte le tasche dell’armadio, è la sorpresa di quella mattina… non può credere ai suoi occhi… Celeste?! La infila in tasca, si precipita giù per le scale e corre in direzione della metro. Riesce a salire al volo e finalmente si siede impassibile al finestrino, perché per la prima volta in vita sua, forse, ha trovato “un posto”. Un attimo di respiro per riprendersi da questa incredulità… una lettera di Celeste; guarda giusto la data per rendersi conto che non è stata scritta ora, ma mesi fa e impulsivamente la infila di nuovo in tasca. Iniziano a riaffiorare i ricordi, le emozioni di quei tre giorni, quanto si sentiva combattuto, ma quanto, in realtà, la desiderava con tutto se stesso quella donna?
    È inerme, completamente incredulo al ricordo del davanzale di quella mattinata, è lì che l’ha vista svegliarsi, far filtrare la luce dalla finestra e iniziare una nenia massacrante e indefinita, che lui sapeva solo che avrebbe fatto del male… l’ha vista dirgli “è tardi”, “farai tardi a lavoro se non smetti di guardarla e morire dentro”, perché sapeva che nonostante tutto non avrebbe potuto funzionare, perché sapeva che tutto quello che stava provando in quell’addio e in quei tre giorni trascorsi insieme, avrebbero lasciato solo un alone meraviglioso che si chiama souvenir… a pronunciarlo in francese sembra ancora più dolce, come qualsiasi dolore… purché abbia derivazione “amorisiaca”…
    Kikko è seduto e non sa che fare: non leggere, gettarla via o aprire quella busta? Credere in tutto quello che ha fatto finora, oppure riassaporare il sogno di lei e leggere, leggere subito?
    Si fece coraggio, decise di seguire il suo impulso e con la mano destra, tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un fagotto di carta ben ripiegata di almeno tre pagine…
    Intanto, la metro scorreva veloce e ad ogni stazione qualche viso fuori ad aspettare la prossima carrozza, creava immagini di donne e uomini senza futuro, solo in balia degli eventi, completamente catapultati nel grande caldo del sottopassaggio, alcuni accaldati che si toglievano nervosamente il sudore dai baffi e dalla fronte, mentre altri erano intenti a sventolarsi con giornali, ventagli, tutto ciò che potesse essere oggetto di vento! Dinamiche usuali.
    Kikko distolse lo sguardo dal vetro lercio e cominciò a scartare quel manipolo di carta, fin quando la stese tutta e cominciò a divorarla con gli occhi e tutti i sensi.
    Ogni parola di Celeste, lo riconduceva a odori, profumi, pelle, sapori, niente era scontato… tutto era magicamente triste e meraviglioso… in quella lettera suonavano forti le parole “addio mi amor”.
    Lui vide lei in quella lettera, la vide per quello che era veramente, con il suo carattere deciso, dolce, a volte anche insolente, presuntuosa, amante vogliosa e dea tantrica, sensibilmente profonda e leggera allo stesso tempo… e fu lì, in quell’usurata poltroncina della metro, su cui milioni di culi e di vite insieme si erano seduti e riseduti, senza mai saper di averlo fatto, che lui se ne innamorò.
    Fece una pausa… chiuse gli occhi e cominciò a piangere come un bimbo. Erano anni che non piangeva così, non riusciva a trattenersi neanche lì davanti a tutta quella gente che lo guardava e che intenerita, cercava di dargli un conforto con un sorriso. Ma in quel momento c’era soltanto lui, le parole di Celeste e quelle lacrime che gli rigavano il viso e che lui disperatamene immaginava avrebbe voluto versare sopra di lei, sulla sua pelle, dentro le sue braccia, sopra le sue labbra.
    Assorto nelle sue sensazioni, sentì per la prima volta da che era salito lo scossone della carrozza fermarsi. Alzò gli occhi e vide che era proprio la sua fermata.
    Ma come tutte le più belle fiabe…
    Ogni cosa a suo tempo…
    Quel tempo che li aveva consumati e allontanati, adesso è lì che non guarda in faccia nemmeno questa volta Kikko, perché se non si sbriga rischia di perdere l’aereo che lo riporterà in Italia.
    E adesso è lui a correre, corre per la strada veloce come non lo è mai stato, con una forza e un’energia atipica per lui. Finora non si è mai scomposto di fronte ai grandi sentimenti, li ha sempre vissuti, guardati passare e scivolare via senza mai tentare di fermare quelle sensazioni... ed ora è lui che corre, ora che Celeste ha smesso, perché è esausta e stanca di combattere, adesso è lui che non può più vivere senza Amore.

  • 03 ottobre 2009
    Il volo

    Come comincia:

    Aeroporto di Fiumicino, 3 febbraio 2006


    Gli aerei passavano di continuo sopra la sua testa mentre la coda delle macchine si faceva sempre meno impegnativa. Viola stava andando da lui e lo faceva per la prima volta da sola.
    Viaggiava verso Fiumicino, e senza rendersene conto, oltrepassava quello che fino ad allora era stato il suo limite più grande. Lei conosceva per filo e per segno il suo Paese, lo comandava a bacchetta, ne era la Regina. Niente la spaventava nel suo regno. Lì si era laureata, aveva trovato il lavoro per cui aveva studiato, sempre lì aveva intrapreso le passioni che coltivava, la danza fin da piccola, la fotografia da molto meno tempo. Insomma tutto ruotava intorno a lei, tutto quel piccolo mondo era ai suoi piedi perché lei lo aveva conquistato. Adesso stava per fare una cosa che non aveva nemmeno una volta contemplato di fare... partiva da sola con la macchina, doveva arrivare all’aeroporto, trovare un parcheggio sicuro per 4 giorni, raccapezzarsi fra il check-in e i gates per non sbagliare volo…  insomma tutto era nuovo per lei. Non che sia una cosa difficilissima, ma per lei era davvero un grande salto.
    Questo pseudo-coraggio, appreso in quel mitico viaggio in macchina senza passeggeri, le parve come un gran respirone a bocca aperta di adrenalina pura. Mancava ancora un’ora all’arrivo a Fiumicino, si era accesa una sigaretta che le facesse compagnia ed ascoltava meticolosamente ogni parola di “pelle” degli Afterhours. Sembrava la scena di un film, lei si sentiva molto bella in quel momento, tutta con gli occhialoni alla rock-star un po’ dannata, il cicchino fra le dita, la musica a palla. Si girò leggermente sulla sua sinistra mentre una macchina le stava per passare accanto. Il tipo al volante si era sporto visibilmente dal finestrino e in un secondo aveva arricciato le labbra verso di lei proprio per… sputare la cingomma ormai disidratata di zucchero! no ma come ci deve essere un errore,!...no no proprio così, per sputare un chewing gum! in un nano secondo Viola si era fatta un viaggio assurdo che quel tipo si stava sporgendo con le labbra arricciate, mentre intanto il suo ego si era fatto sazio di auto-stima, perché stava chiaramente, dopo averla vista e scrutata così bella, (non solo accattivante fuori, ma sicuramente l’aveva colpito il suo alone di mistero del tutto rock and roll), per spedirle in maniera fichissima e elegante, un bacio dalla sua auto! Viola che si aspettava veramente un bacio, rimase a bocca aperta per un piccolo periodo e subito dopo, girandosi nuovamente verso la strada davanti a sé, si colse nello specchietto… e dopo un attimo scoppiò a ridere…
    Rise da sola come una scema, e provò gusto nel farlo, forse era la prima volta che rideva con se stessa, tutto sommato non era un’amica da buttar via. Ridevano insieme lei ed il suo ego, e procedevano verso quell’aereo che l’avrebbe portata dal suo unico amore. Vi’ si rese conto che era bello viaggiare da sola e confrontarsi con gli altri senza che nessuno possa intercedere per te, ci sei solo tu e la strada, tu e tutta la realtà delle cose accanto, non c’è filtro solo “direzioni”, verso cui ti senti sospinto e non sai nemmeno tu dove trovi il coraggio per scegliere quale prendere. Lei aveva le idee chiare, se non fosse stato per Mì lei quel viaggio verso l’aeroporto e poi l’aereo da sola,…forse sì l’avrebbe fatto prima o poi, ma francamente più ci pensava e più non trovava altri motivi per cui si sarebbe potuta spostare in solitudine.

    Viola arrivò all’aeroporto, trovò il parcheggio che un parente le aveva indicato, e grazie ad una ragazza molto carina che le fece vedere la strada, trovò anche il capolinea della navetta che l’avrebbe portata all’aeroporto.
    Prese la sua valigia a pois marrone con le palle celesti, e scese davanti all’aeroporto.
    Dio quanto era grande e futuristico!… Per prevaricare quel senso di grandezza un po’ opprimente per lei, si dette un tono da vera donna, tirò indietro le spalle, alzò il petto, testa alta, pancia in dentro e così via… e finalmente entrò.
    Trovò per prima cosa uno di quei carrellini fantastici che Viola pensò subito, salvano dalla scoliosi quelle che come lei hanno bisogno di avere tutto sotto controllo, e che perciò in vacanza si portano dietro il mondo intero.
    Ci appoggiò le sue borse e infilò l’i-pod a farle compagnia. Girovagava per i lunghi corridoi cantando a voce alta, le canzoni solite dei Verdena, degli After, dei Massive Attack, Vinicio, De Andrè, Battiato, Guccini… e molti altri ancora. Fatto il check-in si fermò ad un piccolo bar.
    Viola è lì e si sente in un film… il suo film, quello che ha sempre sognato… un amore da pazzie, e ora è lì a farla per davvero. Dopo aver mangiato una brioche, bevuto un succo, e fumato una sigaretta, decise di chiamarlo per sentire la sua voce. “Amore! Oddio non vedo l’ora di vederti…”.
    Vì adesso era felice perché aveva riconosciuto un tono raggiante, aveva voglia di abbracciarlo, di dargli un abbraccio cosmico, un abbraccio che avrebbe dovuto riempire il vuoto di questi mesi. Questo vuoto era stato pieno di magia, di equivoci per colpa di quel maledetto Messenger, di fraintendimenti e di risate. Le sembrava tutto ad un tratto la pellicola di un film vista al contrario che torna indietro velocemente ma su cui le immagini sono ben definite!
    Quanta voglia aveva di vederlo, quasi smaniava, e al contempo sapeva che le ore da quel momento all’abbraccio sarebbero sembrate ancora più interminabili.
    Mentre la gente la osservava da vari angoli, Viola si sfregava le mani, e fotografava in qua e là i personaggi dell’aeroporto.
    Ad un tratto il suo gate si aprì e tutti i passeggeri si accodarono per incamminarsi verso l’aereo. Si alzò anche lei e proseguì nella stessa direzione.

  • 03 ottobre 2009
    just like a dream

    Come comincia: In Veranda-momento di estrema realizzazione della propria paura.
    Il cielo quella sera si era fatto terso ma al contempo lasciava finire il tramonto di stupirci con tutti quei colori di pace. Lasciava loro tremendamente intorpiditi gli occhi ad ogni sfumatura del rosa tenue, mentre erano lì, Mia e quell’essere alato, le cui ali non si vedevano ma solo perché aveva sembianze umane…. Seduti in veranda intenti a sbirciare con rispetto dove mai finisse il mare, si erano adagiati in modo molto dolce, l’una seduta semi-composta su una poltrona in paglia corredata di cuscino morbidissimo, e l’altro sdraiato sul divano immediatamente accanto alla poltrona, con la testa lontana da lei, mentre i piedi decisamente vicini alle sue mani. Entrambi girati verso il sole che calava, non proferivano parola, solo la brezza, come è solita venirci in aiuto in questo racconto, spezzava quel silenzio che altrimenti sarebbe durato troppo a lungo.
    Lei guardava e non capiva, e soprattutto non trovava quello che stava cercando. Lui sembrava immancabilmente dialogare con quell’infinità di panorama, ogni risposta poteva leggerla in quello spettacolo naturale…. Mia guardava dritta fino in fondo al mare mentre nello stereo passava una canzone dei Cure. Due persone intente a credere nelle loro piccole, intense convinzioni, per lui fatte di sfacciata purezza e ingenuità, per lei intrise di una stanca ma pur sempre voglia di credere che tutto è possibile, anche se accompagnate da una lieve tristezza di disillusione.
    Le persone deluse da quella che erroneamente chiamiamo “vita” e che invece dovremmo dire “realtà personale”, perché ognuno si costruisce la propria, perdono il senso più piacevole dell’essere uomo o donna, e vale a dire l’impercettibile meraviglia nello stupirsi ancora ed emozionarsi per tutto ciò che si chiama sentimento….Ma…ci sono persone che non sono deluse e che tuttavia sono prive di quel potenziale dono che è la capacità di amare.
    Sono dunque queste persone, quelle che hanno “paura” di vivere le proprie emozioni, di cullarle fino a che diventino sentimento, in preda al panico del legame forse per una madre sbagliata, un padre libertino, o qualsiasi alibi psicologico che si possa trovare. Ma ci sono anche persone che credono di non far parte di questa categoria e si ritengono profondamente vere, di una purezza adolescenziale nell’affrontare le situazioni eventuali che si presentano nella vita di tutti i giorni, e difendono a spada tratta il loro coraggio, mostrando un’estrema determinatezza nei sentimenti e nella volontà di portarli avanti…ma saranno sempre così coraggiosi?!
    Gli unici in grado di farlo sono quegli esseri alati, appunto, che hanno un’unica grande caratteristica di fondo: l’ingenuità e la purezza incontaminata dello spirito che li innalza a eroi di un grande sentimento come l’amore. La loro convinzione è incorruttibile, difesa incontestabilmente da uno scudo di sogni e desideri in cui concentrano tutta la loro energia, le gioie dei successi e la drammaticità degli sbagli. La parola “vivere” è la chiave di tutto e “amare” ogni persona ed ogni cosa è il seguito.
    Prese la chitarra fra le mani con fare rassegnato e al contempo sereno per quell’ intensa situazione di pace…solleticò le corde con fare leggero, ma poi si mise a pizzicarle con decisa convinzione. Non sapeva suonare ma quel gesto ripetuto più volte la rilassava, mentre stancamente si ributtava all’indietro e scivolava stridendo le cosce sul cuscino della poltroncina impagliata. Lui si alzò di scatto e si accoccolò fra le proprie braccia lasciando scoperti solo gli occhi. Si allontanò da lei rimanendo seduto sul divanetto, la guardò dritta negli occhi e le disse: “Vuoi che sparisca…?”, lei si girò verso il mare, e pensando in un secondo che lui l’avrebbe fatto davvero, lui avrebbe rispettato qualsiasi sua scelta, rispose pesantemente con un “Si”.
    Si rigirò nuovamente verso quell’angelo che a pochi attimi da lei stava per spiccare il volo e trasformarsi in una bellissima immagine da conservare gelosamente nel cuore e nella mente. Lo vide più bello del solito, immaginò in un flash-back cosa rappresentava per lei quel ragazzino e capì che in quel momento tutto quello che aveva odiato del suo uomo ora lo stava odiando in sé: la paura… maledetta paura.