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Racconti di Anna Lucci

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  • 12 gennaio 2012 alle ore 16:13
    58 barrato

    Come comincia: E aspetto. Per aspettare aspetto, chi si muove? In effetti mi muoverei anche, andrei laggiù a vedere quel negozio che sembra interessante, bella vetrina dove scorgo tra la miopia un paio di stivali niente male, ma sono sicura senza dubbio alcuno che se solo provo ad allontanarmi dalla fermata il bus si affaccia, spia la mia distrazione si fionda velocissimo apre chiude e sfreccia via. Ma no, non credo veramente che esistano cugini del MaggiolinoTuttoMatto o fratelli incogniti dei Transformers…è solo una legge metropolitana: quando ti sei limato a puntino gli zebedei e hai il solcato il marciapiede su e giù meditando impropreri apocalittici da riversare sul conducente sempre innocente, al primo segno di distrazione…zac! La nuvola fantozziana sempre in agguato sta, bisogna vigilare. Quindi niente stivali, tanto per quanto ne vedo potrebbero anche essere fatti di pongo. Gli occhiali li lascio a casa ovviamente, seguendo la teoria che “meno li metto, meno peggioro”. Tutto bene, ancora il colore del bus lo riconosco, il numero un po’ meno ma è un dettaglio…poi se mi ritrovo a BorgataFidene invece che al Colosseo che fa? Una piccola gita imprevista.
    Penserete che sono filosofa o sciroccata, un po’ tutte e due, altrimenti come credete si sopravviva a Roma in tanti milioni in pochi chilometri quadrati, tutti di corsa senza posa coi servizi pubblici azzoppati e il traffico che ormai è diventato cittadino onorario? ‘Ma prendi l’auto, cosa aspetti ancora il bus? Puoi svicolare, aggirare…il traffico si evita!’….sento aleggiare sulla mia testa questo saggio consiglio. Beh, sappiate che quando ti ritrovi a giocare a Risiko on-line col vicino di finestrino sul Lungotevere perché più avanti c’e’ una manifestazione di protesta dei dervisci volanti o arrivi a metà Salaria ferma immobile bloccata tra il guard-rail e un cubo-suv di otto metri per otto e non ti rimane altro che inviare tuitti disperati che nemmeno un fringuello ingabbiato in calore, allora giuri e spergiuri che prenderai per sempre il treno il tram il bus la metro il risciò! Anche tutti insieme basta che non ti facciano più passare altre ore solitarie incolonnata senza speranza.
    E poi i bus passano, cosa credete. In alcuni giorni e determinati orari puoi anche portarti l’asse da stiro e dare un appretto a qualche camicia, ma per il resto passano. Per carità, ce ne sono…sennò chi si caricherebbe le mandrie informi che fuoriescono dagli istituti scolastici medio-superiori verso l’ora di pranzo? Tu stai lì in piedi vicino all’obliteratrice bella larga e serena, tanto da chiederti come mai tutto questo agio, che vorresti occupare più spazio ma mannaggia sei magra, ti giri e scorgi in avvicinamento una fermata dove drappeggiano e vagano gruppi umani scuri e imprecisati. ‘Che ci fa il Quinto Fanteria al Flaminio?’ è il tuo primo miope pensiero. Poi realizzi che ora è, hai un mancamento: non sono fanti, è l’intero liceo psicopedagogico dietro l’angolo che vuole salire! Istintivamente ti guardi intorno per trovare un rifugio una nicchia uno sportellino un buco! Poi la natura coraggiosa e l’inevitabilità dell’assalto prendono il sopravvento: ‘e sia! offrirò il petto al periglio e se gli dei vorranno troverò fine gloriosa su codesto suolo!’, pensi scrivendo intimamente ‘l’Epopea del 58barrato’, cercando di rimanenere stoicamente abbarbicata al palo mentre la fiumana adolescente avvinghia a tenaglia il mezzo. Dopo spintoni e assestamenti l’invasione si placa, lo spazio libero si dissolve, il brusio sale, ma con un po’ di buona sorte la battaglia è vinta! Magari ti ritrovi spiaggiata sui gradini di uscita e non più nei pressi dell’obliteratrice, ma fa niente. Aver scampato lo scontro con qualche zaino volante carico di storia-sociologia-inglese val bene uno spostamento imprevisto. Scendi alla tua fermata come un generale romano dopo aver sconfitto gli Unni e ti avvii gloriosa a raccogliere il meritato alloro: un caffè al bar.
    A volte invece lo spazio rimane largo ed agevole, tutti già lavorano, studiano o sono a destinazione, tu hai preso il bus più tardi o più presto…insomma, senza tanta compagnia. Allora sì, ti siedi e ti aggiusti tanto non hai fretta, oggi puoi fare la turista. Osservi il ponte, i gabbiani, gli alberi alti che corrono fuori dal vetro, le frotte di turisti che in fila disciplinata attendono fuori dal museo, i gruppetti di pedoni che tentano la sorte sulle strisce…meraviglia! Certo, può anche capitare che l’autista avendo fretta, con scarso carico e nullo intralcio si getti senza freno giù per discese e curve tentando di sfondare il muro del suono, tanto che tu non riesci a distinguere Castel S.Angelo dal Vittoriano, ma che corsa magnifica! PiazzaGiorgi-Vaticano in sette minuti netti! Quasi quasi ti viene da mandare un sms di registrazione al Guinnes dei Primati.
    E’ inutile, per me il bus ha un fascino tutto suo…quelli di una volta poi! Belli verdi prato, di gelido metallo forte, solidi e rigidi come blocchi di titanio: che suono lasciavano nell’aria lanciati a velocità sostenuta sui sampietrini! Vivevo l’ebbrezza di una disintegrazione imminente ogni volta, in uno scontro titanico tra ruote ruggenti e lava basaltica! Gli ammortizzatori da un pezzo persi per strada non impedivano il mio  disallineamento vertebrale e la schiena invocava un busto ortopedico di supporto, ma che gioia! Alla discesa con caro saluto della mano congedavo il mezzo pubblico disossato che si allontanava…qualche cinico scambiava il dolce gesto per insulto oltraggioso, ma il solo affetto me lo ispirava. Bei tempi. Lo so sono nostalgica, ognuno ha i suoi difetti.
    Si possono fare anche incontri interessanti sul bus. Certo, il più delle volte ci si limita a squadrare i compagni di trasporto, raramente sfidandosi ad occupare il raro e ambito posto a sedere. C’e’ chi mostrando un impeto condottiero ti ciancica e calpesta per conquistarsi il meritato scranno, ma il più delle volte i contendenti inscenano il diplomatico teatrino dei “prego sieda lei - ma no si figuri – grazie scendo presto – io sono già sceso – ma la vedo è ancora qui – è solo un’impressione le assicuro, non ci sono più” finchè uno dei due cede per mancanza di obiezioni. La gentilezza innanzitutto.
    Capita di scambiare commenti, intavolare discussioni, assistere a conferenze, ascoltare comizi, fondare partiti. Un mondo. Davanti ad un ingorgo generato da un arrogante parcheggio in doppia fila: “capo, passaje sopra! – scendiamo a spostarlo nel cassonetto? – chiamate i Nocs!”; transitando sotto palazzi di governo: “al confino! – col monopattino, altro che auto blu – non c’ho più ‘na lira!”; senza motivo apparente: “ oggi mi fanno male i calli – ci sono sempre più uragani – mi si è allagato il bagno”. I silenzi però non sono assolutamente da temere, ve lo assicuro. Ormai già da qualche anno non rimango più in balia dei miei angusti pensieri e mentre rifletto su cosa cucinare per cena, broccolo o ceci, alle mie spalle risuona improvviso un temibile motivo western: Clint Eastwood è qui e mi sfida a duello!?!?! In effetti no, è una delle tanto originali suonerie telefoniche che allietano muffi viaggi monotoni, mica vorremo privarci di tale indispensabile compagnia?!?! Ancor più utili sono le private conversazioni altrui: “Mamma? Si, sto andando all’università…no, non ho ancora mangiato…sì che ce la faccio …non sono deperito mamma, sto in formissima…va buono, mi prendo subito qualche cappuccino. La soppressata no, non ce l’ho dietro…sì mamma, lo so che nutre. Non preoccuparti, non svengo…non mi preparare lo sformato di maiale, ne avanzo due teglie in freezer…sì va bene ne mangio una stasera…sì poi ti chiamo…ciao mamma, ciao”: a occhio un fuori corso da un paio d’anni.
    <Vietato parlare al conducente> recita pedante la targhetta avvisatoria. E io gli parlo lo stesso guarda un po’, sfido la legge. Magari sto sbagliando strada, mi serve un supporto logistico, voglio un consiglio esistenziale…non sono importuna, ho necessità. Il conducente poi è novanta volte su cento molto cordiale, il restante dieci molto esaurito. Allora sì, meglio rispettare l’ordine del silenzio, lasciandolo alla guida con la sola compagnia di un paio di cellulari muniti di auricolare. Dopotutto deve destreggiarsi tra percorsi spesso inesistenti e cunicoli generati da soste selvagge, serve un minimo di concentrazione. Come ogni volta che sta per arrivare in quella via stretta con curva a gomito sempre asfissiata da grappoli di motorini e microvetture, lo spazio laggiù si fa piccolissimo, ma tutti sul bus siamo convinti che lui, il conducente espertissimo, ce la farà. Ce la fa sempre, abbiamo una fede inossidabile nelle sue capacità, chiunque egli sia. E’ quel misto di esperienza e fatalismo proprio della categoria che ce lo mostra sicuro eroe…si potesse aprire una scommessa seduta stante sul predellino le quote sarebbero stracciate. Infatti spedito e netto si infila nel pertugio lasciando pochi centimetri per lato, sterza scarta supera e vittorioso arriva alla fermata dove morbidamente si adagia. Standing ovation!!!!
    Eh sì…amo il bus. E aspetto. Stasera un po’ troppo però…un attimo! mi sembra di scorgere qualcosa in lontananza ma non vorrei illudermi…eccolo sì, finalmente sta arrivando! E’ il 715 o il 775? Dov’e’ il numero? ah sì, scritto a penna su un foglio protocollo appiccicato al vetro. Ma insomma è lo stesso, intanto salgo altrimenti qui sul marciapiede ci prendo la residenza, poi come diceva mia nonna…Dio provvede!

  • 08 gennaio 2012 alle ore 17:47
    Pronto, c'e' Pina?

    Come comincia: “Pronto? No, non sono Pina. No questa è casa mia, ha sbagliato numero….prego”. Zia Mafalda dalla cucina mi chiede chi è – “sbagliarono” – ma non capisce e ripeto – “sbagliarono numero” – e mentre mi siedo per cercare quel caspita  di bottone marrone, che devo averlo messo per forza lì senza scampo ma non lo trovo da due mesi, lei si sporge dallo stipite enigmatica: “tagliarono l’omero?”. Alzo la testa  tenendo in pugno un uncinetto e la fisso (falsamente, viste le diottrie che ho smarrito senza un perchè): una fascia in testa fucsia la bocca aperta un coltellaccio nella destra una cipolla nella sinistra; rifletto sulla tattica di un assalto all’arma bianca ma il mio misero ferretto poca possibilità mi darebbe in un corpo a corpo, quindi annuisco energicamente ma silenziosamente. Lei si ritira tornando al ragù ed io mi ripropongo di scrivere da qualche parte la necessità d’acquisto di nuove batterie per l’apparecchio acustico. Probabilmente però se anche riuscissi a prendere l’appunto poi  andrebbe a raggiungere misteriosamente il bottone marrone. Non so se vi è mai capitato di non trovare qualche oggetto che siete sicurissimi di aver riposto senza ombra di dubbio dove non sta. E’ una cattiveria bella e buona  da parte dell’oggetto non essere più lì, crea un’infinità di problemi, un’eternità di dilemmi. Mette a rischio la  stima verso la nostra memoria, crea crisi di panico alla nostra attenzione,  genera sospetti verso gli ignari di turno. L’oggetto poi trova rapida alleanza con altri insubordinati, come se tutti insieme stiano sfuggendo con metodi  professionali a qualsiasi indagine, per incontrarsi in qualche losco buco a brindare allegrotti alla nostra dabbenaggine di scarsi investigatori. E’ una tecnica ormai ben consolidata ma sempre altamente irritante, convenitene con me: si dovrebbe far fronte comune verso questa ribella dei nascosti. Purtroppo ciascuno di noi si affanna ogni giorno in vane ricerche solitarie e quasi sollevato rinuncia, un po’ per sdegnosa indifferenza un po’ per cefalea a grappolo. Ci si reca quindi all’acquisto di un altro oggetto eguale all’occulto, perché la necessità del suo possesso ed utilizzo sembra ormai non rinviabile. Ed ecco che si manifesta una delle più solide leggi che l’essere umano sospetti, marchiata a fuoco nelle pagine della storia  e sulle fibre del sistema nervoso centrale di ognuno di noi. L’oggetto, che intimamente ci odia, resosi conto di essere stato rimpiazzato si palesa e limpidamente si mostra nel luogo più visibile. Ovviamente tutto per rivalsa ed invidia, null’altro giustifica una tale apparizione, anche se lo sguardo instupidito con cui la accogliamo potrebbe essere un’altra valida motivazione. Alla fine siamo anche contenti e lo accogliamo come figliol prodigo con largo sorriso,  quindi fregati due volte. Ma tant’è. Forse si dovrebbe fingere la sostituzione per ingannare il doppiogiochista, ma non sono così sicura che avrebbe gli effetti voluti…dovrò elaborare un piano.
    Qundi il bottone era qui, ma….drin!!!!”Pronto? No, non sono ancora diventata Pina. Ho capito che lei cerca Pina, ma la suddetta non è qui purtroppo. Non è uscita, non ci vive proprio qui, a meno che non risieda acquattata nel mio armadio. Non la prendo in giro, giuro. Lo so che lei ha fatto il numero giusto, forse sono io che ho quello sbagliato, potremmo indagare….il circolo? ecco vede? qui non è il circolo, se vuole potremmo fondarlo: ‘Pina and friends’. Non urli per carità, capiamoci: forse lei ha digitato male? Capisco, lei non è mai agitato e basta. Bene, ascolti: qui Pina non c’e’ però se passa la faccio chiamare, arrivederci”. Torno a sedere e mi chiedo se la signora Pina se la stia spassando con il mio bottone, sarebbe plausibile.
    Zia Mafalda si affaccia di nuovo, ma stavolta si accorge che ho in mano un ferro da calza, valuta la situazione e si ritira senza domande.
    Il profumo del ragù comincia a diffondersi ed i meccanismi combinati del mio naso e del mio stomaco mi  donano fiducia nell’avvenire, almeno quello immediato. Ma l’imponderabile è sempre dietro l’angolo, come direbbe chi ha appena trovato la ‘fortuna’ sotto una scarpa: suonano alla porta. La sfida con il mio bottone è solo rinviata, vado ad aprire ed è una  agitatissima cugina Jessica: “E’ sparito, dissolto, scomparso!!!!” e giù a piangere gettata sul divano. Cerco di consolarla e di capirci qualcosa, ma non si calma, non si spiega, la sua crisi rimane misteriosa. Zia Mafalda preoccupata mi interroga: “Qu è?”, ma non so darle risposta, se mai ne sia esistita una. Jessica esausta si distende e noi si  cercano lumi.
    “Che hai? Chi è sparito?”, ma lei aizzata da quella domanda incauta ricomincia:” dissolto sparito sicuramente qualcosa digrave è orrendo!”.
    Guardo la zia pensando sappia capirci qualcosa, ma lei si tiene entrambe le mani sulla faccia, già terrorizzata da ciò che non osa pensare, qualsiasi cosa sia. La mando in cucina a prendere dell’acqua e mi liscio la cugina: “dimmi chi è sparito e perché lo credi”. “Gianfranco ovviamente!!! E’ da ieri sera che non mi chiama non mi messaggia non mi tuitta non mi posta non mi linka sicuramente è successo un gravissimo qualcosa, aiutami!!!”. ‘E mica sono Devoto-Oli’ penso, ma dico: “avrà il telefono scarico oppure rotto, non ti preoccupare”. “Ma se ha l’ifon, lo smartfon e l’ipad, non si rompono mica quelli tutti insieme! E’ morto!” e giù singhiozzi.
    In effetti credo sinceramente che tutta questa improvvisa mancanza di comunicazione tecnologica ucciderebbe più di un qualcuno oggigiorno, ma so anche che non può essere il caso di Gianfranco, amico del cuore di Jessica da qualche mese. Vado in cucina dalla zia e mentre assaggio il ragù lei mi indaga: “che ha fatto quella ragazza, che successe di brutto?”- “nulla zia, non sente il suo moroso da ieri ma vedrai che non è successo niente”. Lei, che si teneva la mano sul cuore chiude la bocca aperta, guarda a terra poi solleva l’avambraccio verso l’alto con uno scatto esclamando:”miiiiiiiiiiiiiiiiiii” che tradotto dovrebbe essere: ‘guarda tu questa sgallettata che spavento m’ha fatto pigliare’.
    Vado a vedere se Jessica s’e’ ripresa ma la trovo in piedi vicino al telefono: “Pronto 113? Buongiorno. Come? Non è un buongiorno perchè ha fatto la notte e il collega non le ha dato il cambio perchè ha mangiato troppo panettone imbottito di barbera? Embè?!?!?! Non mi distragga, la situazione è grave! Abbiamo disperso un prezioso Gianfranco!! Segni particolari? Ha un ifon, uno smartfon e un ipad. Ah, voleva quelli fisici? Magliette nere, felpe, scarponi. Non basta? Ma lei che vuole? lo trovi, incompetente!!!Mi viene ad arrestare?!?!Ma che dice, disgraziato! Sono vedova e lei non mi aiuta, le dico che non lo sento da ieri sera Gianfranco mio e lei mi aggredisce! Dove è stato visto l’ultima volta? Ma che ne so…ah sì mi ha tuittato che aveva un freddo abbestia in motorino al semaforo del gasometro. Quando? Ma lei chi è? Ma cos’è quest’interrogatorio? Trovatelo pietà!!!”
    E’ una conversazione interessante che a suo modo fa luce sul mistero degli universi paralleli  e ne  ascolterei a iosa, ma ho io pietà del poliziotto nottambulo, tolgo l’apparecchio a Jessica ed abbozzo: “ salve, senta, mia cugina è un po’ stanca, ha presenziato tutta la mattinata ad un convegno su Allochitti ed ora ha ricordi vaghi, abbia pazienza, faccia finta di niente”, raccolgo la solidarietà dell’assonnato e chiudo la porta temporale con BaseLuna.
    Jessica mi guarda sconvolta, come se le avessi liquefatto l’account su feisbuc, e mi sibila: “incosciente, Gianfranco mio è morto e nessuno lo trova”. La prendo e la siedo sul divano, provando a rassicurarla: “vogliamo chiamare casa sua?”, ma lei con disprezzo mi fa presente che nessuno ha più quei telefoni fissi del diluvio che nemmeno li vendono più dagli antiquariati, quindi si rifugia stizzita sul divano mugugnando lacrimatorie  luttuose.
    Zia Mafalda lancia un suggerimento dalla cucina con un tono di voce che raggiunge suo malgrado il condomino dell’attico: “dalle un anziolitico a quella ragazza, che le fa bene”. Rifletto sulla possibilità che tutto il Prozac ed il Valium del pianeta siano prodotti in una ridente città balneare del medio lazio e lo trovo un perfetto esempio del tanto pregiato madeinitaly. Batterie, batterie , batterie!!! Ma dove me lo scrivo…in fronte? Dov’è una penna? nel cassetto, nella tasca, nella borsa…nel portapenne! no ci sono solo lime per unghie ed occhiali. Guarda tu se tutte le penne di questa casa non stanno a spasso con il bottone ribelle, me ne basta una vecchia, non pretendo una biro una stilografica, anche una a manovella apprezzerei…e qui, nella dispensa? Un pennarello evviva! Che soddisfazioni si hanno nella vita gente! Adesso me lo scrivo sul dorso della mano, almeno ci metto un po’ prima di perderla…batt…pennarello asciutto. Sarà quello che usavo alle medie per fare i cuori sul diario. Va bè vorrà dire che dovrò comprare bottone, batterie e penna, non vorremo per caso macerarci i nervi alla vigilia di Natale!? Eh già, oggi è proprio il Magico Giorno prima del Più Magicissimo Giorno dell’anno, il PMG per eccellenza. Quindi pace e bene e ‘sti cavoli. Tra poche ore arrivano i parenti natalizi tutti in blocco come un sol dono, c’e’ da preparare il campo di battaglia dove avverrà la sfida canonica a colpi di lasagna pandoro frittura torrone tombola e fichi secchi. Più che un momento di dolce bontà collettiva sembra un vietnam di ‘triceriti e coloratolo’, come li chiama la zia, ma la tradizione è devozione.
    “Giovanna, Che ora è?”, rispondo che sono le cinque e mezzo: “uuuuuuuuu!! spicciati Mafà che devi fare lo fritto!”. In effetti un paio d’ore sono proprio il minimo dei minimi per realizzare una frittura pre-PMG come si deve, una volta la zia iniziava appena finito di pranzare, ma non era certo la sola: ancora oggi nel suo palazzo ha luogo la sinfonia dell’olio, la Sora Maria di sopra inizia verso le quattro del pomeriggio, i fratelli DiGerolamo del quarto piano subito dopo, Mario ‘O Cuoco al piano rialzato addirittura alle due. Se un ignaro sventurato capita verso le sei nell’androne viene inseguito da un  odore ristagnante che spazia dal broccolo al baccalà e se riesce ad entrare dubbioso nell’ascensore all’uscita viene accolto da nubi oleose pregne di zucchina-patata, una volta entrato in casa è pronto per darsi una spremuta di limone in testa et-voilà! Il visitatore fritto è servito!

    “Zia, ne potresti fare un po’ meno quest’anno….giusto un assaggio”. Mi pento subito di averlo detto, è come se avessi profanato il santuario di Sant’Unto da Arachide, mi guarda con occhi vicini e spioventi: “E’ devozione!”, accetto in silenzio e vado ad apparecchiare la tavola, mentre lei si tira su le maniche ed estrae il padellone  sacro.
    Allora, Jessica dorme e io mi cerco la tovaglia rossa del 1978 nel cassettone della biancheria…drin! “Pronto?! Si, sono Pina. Ciao Michele, quanto tempo!!! Ho una strana voce sì per via l’influenza sai, ma una cosa leggera nulla di che, 38 e mezzo. Noi tutti bene e voi? Il cugino Gaspare è morto? Mi spiace tanto era così giovane…96 anni? Un pupo! Sì la nonna sta splendidamente, fa anche acquagim…i nipoti poi…tutti alpinisti rocciatori. AnnaLaura s’e’ sposata? benissimo! Ha già divorziato..eh sai Michele, meglio così…bene!!! Tanti tanti Auguri di un Buon…certo certo, grazie, lo dirò a tutti senza meno!”. In fondo chi  sono io per far venire l’esaurimento al signor Michele? In questi giorni si fanno gli auguri pure ai mezzi sconosciuti sui social network figurati se si rifiutano ad una personcina ammodo come lui.
    Ecco la tovaglia d’ordinanza, tovaglioli…bicchieri buoni, piatti…cominciamo: siamo quattordici… apparecchio per bene, mettendo anche un centrotavola pregiatissimo donato da una cara amica di famiglia: un angelo portacandeline con decorazioni rosse e oro, ali brillanti e corona sfavillante made in china. Speriamo non prenda fuoco.
    Sbircio in cucina, vagamente intuisco un trionfo di calamari e una piramide di verdure: mi ritiro per non compromettere la cerimonia. Ecco, un momento di pausa prima della baraonda…quasi quasi mi leggo una bella rivista, che c’e’ qui? ‘Mani&piedi’, ‘TuttaLaVerità’, ‘DonnaDomani’, ‘Cucina&Cucito’, ‘Gossiplandia’….un famoso calciatore è in crisi con l’inquilina della casa…vedi che oggi diventano interessanti anche le liti condominiali, non credevo.
    Brin- brin bran- brin bran bron- si accende e balla la rumba sul buffet un cellulare, quello della cugina…sbircio e riconosco la faccia di Gianfranco che sorride. Meno male va, non è diventato uno stoccafisso motorizzato nei pressi del gasometro,  vive e lotta insieme a noi! Jessica, richiamata alla realtà dal dolce suono della suoneria, esclama: ”Gianfranco!” e si fionda sul cellulare per sapere come mai lui la messaggi dall’aldilà.
    Butta le dita sull’apparecchio vorticandole senza posa, sembra Silvan che prestidigita…una volta ci si parlava con i cellulari, oggi gli si fa il solletico. Poi finalmente legge, rimane ferma immobile rigida e muta, ma tranquilla. La guardo interrogativa, con la curiosità che mi sta divorando le unghie dei piedi, ma lei…silenzio. Si alza e si avvia verso l’ingresso e non resisto: “è vivo?”. Lei si ferma, si gira e fa spallucce: “per essere vivo è vivo, tanto per quello che m’importa! Dice che ha bisogno di connettersi con nuove realtà e collegarsi col mondo e m’ha segato, lo stroxxx!”. Fortunatamente Jessica capisce dalla mia espressione che necessito di qualche altra parola e conclude: “M’ha mollato il bastardo! Capirai, tiene solo trecento amici su feisbuc, quando tuitta c’ha due poveracci in croce che lo rimbalzano! uno sfigato cosmico! ‘a Gianfrà….ma vaffxxxxxx!!!!!”. Quindi si fionda alla porta e si eclissa.
    La zia ha seguito la spiegazione sulla soglia della cucina e mi guarda, ma  sono convinta che ha afferrato il significato dell’ultima frase anche senza nuove batterie. Cerco di buttarla in allegria: “Visto zia? E’ vivo, stroxxx ma vivo!!! Tutto è bene quel che finisce bene!”. Un po’ l’ho detto per ottimismo, un po’ ci credo veramente….dopotutto domani non è il Più Magicissimo Giorno dell’anno?