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in archivio dal 22 mag 2007

Annalisa Esposito Vivino

30 marzo 1985, Catanzaro

elementi per pagina
  • 06 agosto 2007
    Ho

    Ho nei cerchi
    delle lune,

     

    misteri
    da svelare

     

    segreti
    d’amare

     

    luci soffuse
    da accarezzare

     

    sussurri
    gialli

     

    da dipingere,

     

    sulle tele
    del tuo cuore

     

    come ragnatele
    impazzite

     

    girotondi
    di parole

     

    in danze gitane

     

    e profusioni

     

    che cantano
    di noi.

     
  • 06 agosto 2007
    Ero lì

    Ero lì
    nel segreto
    delle viole bagnate
    e quadrifogli
    colorati

     

    a sussurrare alla brina
    l’odore
    acre della rugiada

     

    penetrare nella terra arida
    come un  cuore
    demolito

     

    rinato

     

    come le albe
    sulle campagne in fiore

     

    quando un gallo
    starnazza
    al mattino

     

    un dì
    lavoratore

     

    ero lì,

     

    con gl’affanni
    dei braccianti

     

    a coltivare
    l’amore.

     
  • 22 maggio 2007
    Colori

    la gente s’affanna
    a ricercare la felicità
    nei colori

     

    nel giallo o nell’ arancio
    di una tinta,

     

    ma un muro di cinta
    grigio e nero pece

     

    invade il mondo
    e oscura gl’animi

     

    nei viali si schiantano
    stramazzati lampioni
    e asfalti avvallati

     

    nei sentieri presso i boschi
    ai piedi di foglie caduche

     

    e, animali scheletriti

     

    solo

     

    un cupo arcobaleno

     
  • 22 maggio 2007
    Sa di vento

    Ormai
    l’erba è roba da asilo

     

    mentre aleggia verde
    rigogliosa
    nei prati di gerbere e betulle

     

    scolari
    annuiscono alla purezza
    della cocaina

     

    non è male,

     

    sui banchi insieme a righelli
    le strisce

     

    polvere da sparo
    per uno sballo
    sovraumano!

     

    - coro da somaro-

     

    intanto i gessi
    stridono sulle lavagne
    numerate da espressioni
    che sanno di vita

     

    e lì
    sulla sedia
    tu muori.

     
elementi per pagina
  • 06 agosto 2007
    ...

    Come comincia: L’alba dipinge i lineamenti del tuo volto, quando sei immerso nei raggi rosa di un cielo terso.

     

    E’ presto ancora, sussurrano gl’uccelli nelle orecchie, come se dessero il buongiorno.

    E’ così un nuovo giorno, s’affaccia nelle nostre mani, in quelle grandi ed immense dei coltivatori, dei pescatori, dei muratori.

    Silenzio, silenzio…

    Osserva le viole e le primule, betulle e gerbere ondulare in una danza romantica al soffio del lieve e fresco vento; che si affretta a nuotare sulle rive dell’oceano.

    Mattine così, vogliose di rispetto e amorevoli; non ne capitano spesso.

    Di solito si è già nervosi, troppo impegnati ad amare e ad ascoltare quello che la natura ci supplica.

    Siamo vegetali ciechi d’accidia e superbia; abbiamo un corpo sbilenco, pronto a dondolare dove va la massa. Non vediamo e né sentiamo ciò che di bello e sereno è accanto a noi.

    Spesso lamentosi dei soldi, della tristezza e depressione che ormai ci invade, senza scorgere le labbra e le ciglia fuori dalle persiane. Potremmo percepire l’infinito mescolarsi col tempo e le nostre anime.

    Scandiscono frenetici gl’attimi senza che ce ne accorgiamo,spendiamo il tempo nell’avvenire costruendo sentimenti di cristallo e emozioni di lividi, che tumefatti tatuano il viso.

    Il cuore è l’amore in materia corporea, pulsa d’emozioni che si dispera nel pianto. Amara malinconia dipinta nell’anima riflessa dai colori tersi degl’occhi. La magia è spenta ed è momento di agire.

    Sollevarsi dopo una caduta, quando tutto correva felice nei giorni, meravigliose le lune apparivano e i ricordi dolci collezioni annuali. Ora non puoi correre più, a stento ti rialzi dalle macerie sconfitto nel nome e nell’orgoglio e zoppichi nella terra troppo fangosa, che sporca,ora scarpe e anima.

    In fondo è una pozzanghera che si lava quando inizia a piovere. Cosa puoi scorgerci in essa?

    Un viso deforme, dal colore grigio Londra tutto addosso ad un corpo sbilenco, che lacrima brina dagl’occhi ferendo l’anima. Del resto non passerà molto prima che si asciughi, ma sempre debole al sole di ottobre.

     *****
    Ricordo l’ultimo raggio di sole di ieri. Te l’ho regalato; potevano essere le ventuno. Dinnanzi v’era una grande e scura montagna che brillava a stento di luci appena accese. Gl’alberi stavano per denudarsi alla morte che s’avvicinava. Scorgemmo i nasi per sentire il profumo della pioggia sulla terra bagnata. Il mio profumo preferito. Ed era lì incastonato, come i ricordi che ci portiamo dentro, tra le nubi buie e spezzate di una tetra notte labile di pensieri. Le costellazioni sono morte. Esclamai nel silenzio di quel viale, perché le lacrime celesti si fanno da parte per meravigliarci; noi che siamo inermi sognatori.

    La casa sembrava umida, sembrava fredda e gelida. Tutto quello che gl’occhi hanno scorto un attimo prima sembrava fosse impossibile, illuminare quel corridoio, vuoto.

    Tutto quello che c’era stato tra noi, poco prima sembrava il gran regalo della natura.

    Lì al campo, tra i vetri velati e sussurri vogliosi; che accecava tiepidamente innalzatosi nella sera battente tra fronde morte cieche di sussurri

    Di fronte le mie mura, altre si cingono di luce.

    Quando al tramonto dei sentieri, scivola leggera la foglia appassita per la stagione gialla, croccante per  linfe cadenti. Nella penombra silenziosa i fruscii si moltiplicano al chiarore della nuova e diversa luna dai crateri ghiacciati sorridenti. Ed è aura tra  rami e steli dove biechi dormono gli scoiattoli mansueti.

    Toni violacei dal sapor agrodolce nel dipinto della sera accintasi.

    Sentimenti d’emozioni cruenti sgorgano negl’ animi nel tempo prolungandosi negli uomini.

    Eccoli festeggiar e destreggiarsi tra calici e ottime pietanze di chissà quale eremita, hanno ucciso profeti e messia  per qualche spicciolo di speranza. Ascolta la voce rauca e debole della saggezza d’oltre tempo intraprendere il cammino nefasto di gioventù spezzate; ascoltala avanzare lenta penetrare nelle vescicole tortuose, è sofferente, è  in cerca di una perpetua fine.

    Il sapore di ginestra speziata sorvola le narici dei convitati ignari delle promesse e dei sotterfugi ancorati nel pozzo.

    Lontano le miglia del profondo ventre di una contea, attraverso le brughiere in fiore, alla settima latitudine sud ovest se conti i sette passi dal sole in alba e dividi il raggio lucente per il nome dei tuoi passi… lì ti trovi a echeggiare il tuo nome.

    Non importa quale sia.

    E’ tempo di viaggiare, di mettersi in moto verso le lune zingare e gitane.

    Misericordia e beatitudine t’accompagneranno.

    Ecco, che svegliai gl’occhi dalla mente fervida.

    Quando ormai, il ventre è una poltiglia di sensazioni di accidiose verità, quando i gemiti divengono sacrifici di dolori e piaceri. Eccola la mano.

    Pesante di passi e putrefatta in viso incessante di similitudini che rammaricano.

    Perché picchiavi… forte. come fossi un maiale da macello. I tuoi occhi li ricordo ancora… rossi, di fuori… che poi lacrimavano il perdono.

    Scema lo sono stata… fin troppo. Ma il futuro è alle porte.

    Ricordo il respiro diverso, nuovo. Occhi di miele che danzano e sussurrano amore.

    I tuoi. Solo i tuoi ad incastonarsi nel mio animo peccaminoso.

    Ivan. Ivan.