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Autore

Beniamino Gatto

in archivio dal 19 gen 2018

01 agosto 1943, Aversa - Italia

segni particolari:
​Sono un cultore di S. Di Giacomo, F. Russo, Eduardo e Totò.

mi descrivo così:
Sono campano pensionato ex bancario/consulente finanziario, appassionato di musica classica e dell'arte in genere napoletana.
Ho iniziato a scrivere poesie in vernacolo negli anni ottanta e solo recentemente mi sto cimentando in volgare.
 

06 maggio alle ore 18:37

SOGNO D'AMORE

Il racconto

 Sogno D’Amore
 
Distesi, nella più profonda tranquillità, guardavamo innanzi a noi la maestosità della massa marina, in cui si rispecchiava l’ultimo quarto di un globo rovente che arrossava lunghe strisce di nubi grigie, parallelamente riflesse nelle calde acque. Dal mare si levava un tepore soave: energia raccolta durante le calde ore del giorno. Sentivamo emanare lo stesso calore dai nostri corpi, che si cercavano sull’ormai tiepida sabbia, per assaporare il piacere della freschezza dei nostri vent’anni. Quell’ultimo bagliore solare scomparve improvvisamente e una timida luna apparve, portando con sé un’insperata frescura che ci rese complici di quel momento di voluttà. Il mondo era tutto nostro. Non vedevamo nessuno se non i nostri occhi brillare e sentivamo le mani che si carezzavano e carezzavano…. Eravamo avvolti da una totale, piacevole incoscienza, mentre la notte rabbuiava ogni cosa e la luna appoggiava i suoi tenui raggi sulle fluide acque che tranquille e lucenti ondeggiavano innanzi a noi.
Nel più completo silenzio, sentivamo i nostri respiri e le pulsazioni dei nostri cuori confondersi. Completamente avvolti da una travolgente sensualità, ci facemmo trasportare dalla passione più intensa. La felicità ci possedeva e c’inebriava. Questa nostra esaltazione si diffondeva nell’aria, coinvolgendo ogni cosa intorno a noi.
Di colpo, come una gazzella agile e scattante, quel tesoro immenso si staccò da me e cominciò a piroettare e a correre inneggiando all’amore. La seguii con lo sguardo per un breve tratto, finché il buio della notte mi concesse di ammirare le sue fattezze e la sinuosità del suo splendido corpo. Poi, sempre più estasiato, la raggiunsi, la sollevai innalzandola al cielo e insieme cominciammo a cantare, a ridere e danzare. Le nostre voci inondavano l’aria e ci sembrava che la nostra felicità fosse colta da tutti in tutto il modo. Eravamo i padroni d’ogni cosa; niente che potesse contaminare quell’estemporaneo, paradisiaco momento.
 
 
 
 
Eravamo capaci d’ogni bene, perché sentivamo il mondo nel nostro stesso benessere. Mano nella mano ci conducemmo lungo la riva e improvvisamente Lei mi fermò, mi buttò le braccia al collo e dopo un’ennesima dolce effusione, incominciò ad allontanarsi, guadagnando il mare.
Tentai di raggiungerla, ma qualcosa mi teneva bloccato all’arenile. Capii immediatamente che la stavo perdendo e le gridai con tutte le mie forze di fermarsi, ma sembrava non ascoltarmi. In quello steso istante rammentai di non conoscere il suo nome e mentre, disperatamente, mi accingevo a domandarglielo, sentii venire dal mare la sua voce che mi diceva: - Mi chiamo “AMOREEEE”-. Mi accasciai con il capo tra le mani e fui colto dalla più profonda angoscia. Di lì a poco, quasi come svegliato da un incubo, e con gli occhi semiaperti notai che lo scenario circostante era completamente cambiato. Là dove avrei dovuto scorgere il mare, c’era un gelido tubo d’alluminio preceduto da un candido lenzuolo che copriva un corpo inerme. A metà del lenzuolo scorsi una mano senile. Un’improvvisa, impercettibile contrazione, causata dalla mia stessa inaspettata scoperta, mi fece intuire che era la mia mano. Nello stesso istante fui attratto da un lieve vocio proveniente da sinistra. A fatica feci roteare le pupille nei miei occhi semichiusi per intravvedere due sagome biancastre che, a stretto gomito, parlottavano fra loro. Tra le cose che si dicevano, percepii distintamente l’una che sussurrava all’altra: - Povero vecchio! Dopo tanta sofferenza e solitudine non gli resta che attendere la morte -.  Quelle parole mi fecero capire che ero alla fine dei miei giorni e il morire mi terrorizzava. Dentro di me acuiva la ribellione e cercavo di frapporre frali difese al naturale processo della morte. Fui attirato, di colpo, da un lieve fruscio. Guardai verso destra e scorsi sorridente, in tutto il suo splendore, il mio “AMORE” che, allungandomi le braccia, mi diceva: “Vieni, questa volta non ti lascio da solo “.
Due gazzelle agili e felici uscirono da quella stanza, mano nella mano, librate a mezz’aria.
 
 
 

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