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Autore

Bianca Fasano

in archivio dal 04 dic 2011

01 agosto 1949, Napoli - Italia

segni particolari:
Profondamente innamorata dell'arte in ogni sua espressione, fortunatamente abile in alcune delle sue possibilità: pittura, poesia, scrittura sotto forma giornalistica, romanzata ed altro. Un passato remoto di danzatrice classica. Ceramista. Ho creato tre splendidi esemplari di esseri umani.

mi descrivo così:
Concretamente piantata a terra come un ulivo secolare del Cilento, ma capace di lanciare i rami verso il cielo, con le foglie da un lato di un bel verde tenebroso e dall'altro argentee.

26 agosto 2013 alle ore 15:29

Lo chiamavano "Tom"

Intro: Da un'idea di mia figlia Isabella D'Aiuto, che si è chiesta cosa potrebbe accadere se esistesse un sistema per programmare la propria vita con lo stesso metodo con sui si viaggia con l'ausilio di un "Tom Tom", o similare...

Il racconto

 Lo chiamavano TOM
 
Non aveva amici, quindi proprio e soltanto Tom. Nella sua genealogia si trovava un “Tom Tom”, ma era ben poca e misera cosa, rispetto a lui. Lo usavano in passato gli umani, sulla terra, per profilare un percorso autostradale. Segnalava, a volte con errori, anche i punti dove stare attenti a non incorrere in multe per eccessi di velocità. Problema oggi risolto dalle strade in movimento. Tom Tom.
Ma il “nostro Tom” faceva ben altro: dava indicazioni agli esseri umani viventi ancora sul pianeta terra, su quali fossero i percorsi da seguire per ottenere dalla vita, ciò che si desiderava. Un giorno, in un romanzo giallo d’autore sconosciuto, trovai un detto intelligente:-“Fate attenzione a ciò che desiderate con tutte le vostre forze; si potrebbe realizzare davvero”.
Ausonia (la chiameremo così), desiderava con tutte le sue forze ( o almeno era quello che ricordava di avere sempre desiderato), di lasciare il pianeta Terra ed andare a vivere su NuovaMarte. In uno di quei felici “isolotti” per ricchi, protetti da ogni cosa e dove ogni cosa si poteva realizzare. Fin da bambina sapeva cosa volesse davvero. Lo sapeva sempre di più rendendosi conto, ogni giorno, col divenire adulta, che NON avrebbe voluto fare in sostanza mai, la vita dei suoi “genitori”. Metto la parola tra virgolette, ma non è proprio giusto. Ausonia, difatti, era stata regolarmente messa al mondo da una donna, quindi aveva una “madre naturale”, che però era subito sparita dalla sua vita, al prezzo di un biglietto di sola andata per “NuovaMarte”. Prezzo pagato dai suoi genitori acquisiti, Rob e Bob, per farla propria. Rob e Bob avevano vent’anni di differenza tra di loro, avrebbero potuto ottenere un figlio per clonazione, però l’idea non era gradita:volevano “la sorpresa”, un essere nuovo nuovo, insomma. Avrebbero potuto ottenerlo con le nuove metodologie, in provetta, sì, ma neanche questo piaceva loro: volevano un figlio “nature”, alla vecchia maniera. Rob era un conosciuto medico della memoria, ossia specialista nel recupero, attraverso complesse operazioni chirurgiche e specifiche cure, della memoria perduta dagli esseri umani. Dal 2020, difatti nel mondo, erano aumentati in modo terrificante (anche a causa “dell’invecchiamento” della vita media dovuto al prolungamento della stessa), i casi di malattie che provocavano la perdita totale, parziale o crescente, della memoria. Gli studiosi della materia avevano esaminato anche alcune proteine, scoprendo che alla base delle nostre amnesie c'è una proteina programmata per decidere quel che bisogna rimuovere e quel che è necessario salvare nella memoria a breve ed a lungo termine, la quale è addetta all’eliminazione dei rifiuti mnemonici nella zona cerebrale del nostro corpo. Partendo da quei dati e dal fatto che il cervello umano, contrariamente a ciò che si pensa, non può raccogliere e conservare ricordi all’infinito, ma deve eliminarne una parte dalla memoria per fare spazio ad altri ricordi e collegare intelligentemente, le informazioni, si tentava di risolvere il problema mnemonico. Rob era un ingegnere in neurologia mnemonica, branca medica nata dopo il 2030 e si occupava, appunto, della memoria; essendo anche ingegnere/neurologo specializzato in memoriologia, conosceva il cervello umano come nessuno. Bob era stato un paziente di Rob: voleva a tutti i costi dimenticare una fase della sua vita e Rob gliel’aveva cancellata, restituendogli la quiete. Così, tranquillizzato e grato, avendo dimenticato che proprio un uomo più grande di lui era stato la causa della sua infelicità, si era innamorato del suo medico. Si erano sposati ed avevano adottato Ausonia. Visto che ancora, purtroppo, gli uomini/maschi non erano in grado di fecondarsi a vicenda. Proprio Rob, per aiutare gli esseri umani a scegliere i ricordi utili e scartare quelli dannosi, aveva elaborato una serie di macchinari destinati a questo scopo, giungendo anche ad elaborare “TOM”. Il computerino da applicare al cervello per mezzo di elettrodi, in grado di guidare, per moduli, praticamente chiunque, verso la meta desiderata. Volevi divenire un grande astronauta? Tom t’indicava, in progressione, per moduli, appunto, come procedere. Compresa la necessità di tagliare fuori dalla tua vita quanti, anche persone che avresti potuto amare, ti avrebbero impedita la realizzazione del tuo “scopo di vita”. Naturalmente, per semplificare e sveltire la cosa, sembrò subito più utile che fossero i genitori, sul bambino do pochi anni, ad intervenire “di base”. Già: poniamo che il piccolo non avesse prestato la giusta attenzione alla propria bellezza, come avrebbe potuto “in seguito”, provvedere alla cosa per divenire, poniamo, un “modello planetario?”. I genitori, quindi, spesso “intuivano” cosa avrebbe voluto essere il proprio figlio, per cui, poniamo che avessero “intuito” che il loro figliolo volesse divenire quello che loro (purtroppo), non erano riusciti ad essere, lo avviavano decisamente e con molto amore verso “quello specifico” desiderio. Ho conosciuto genitori che avrebbero voluto essere dei pugili, i quali, con molto amore, indirizzavano a tre anni il loro pargoletto verso quest’aspirazione, con l’aiuto di Tom. Oppure, erano certi che il loro figliolo avrebbe potuto essere molto ricco, in futuro, se si fosse interessato alle gare di motocross in giro per i pianeti più “vicini”, per cui, con l’aiuto di Tom, lo indirizzavano sin da subito verso questo giusto desiderio. Qualche volta il giovane di turno diveniva davvero un famoso e ricco motocrossista globale e poco importa se tanti altri lasciavano la pelle sulle strade dell’universo: ci si ricordava di loro come eroi caduti ed i genitori ne perpetuavano la memoria con interviste e pubblicazioni digitali ed elettroniche ricche di fotografie dell’incidente e dell’infanzia perduta del loro figlio. Se ai genitori piaceva scalare le montagne della luna, sin dall’infanzia “programmavano” il loro pargolo con il “TOM”, per cui al piccolo sembrava logico e naturale arrampicarsi dietro i genitori e seguirli per ogni dove facendo trekking. Il piccolo diveniva famoso, le foto di lui appeso ai gangli tonici ed agli spinmoon facevano rabbrividire e sorridere, per cui faceva parte del gioco se uno di quei ganci cedeva ed il piccolo eroe veniva giù forse più lentamente di quello che sarebbe accaduto sulla terra, con una minore forza di gravità, ma non protetto dall’atmosfera terrestre, finché la velocità aumentava ed il piccolo casco contenente la testa sbatteva su qualche spuntone di roccia, frantumandosi e togliendogli l’aria. Ma quanto eroismo in questa morte! Quante fotografie rese misteriose dai baratri bui! Un sepolcro sulla luna non è cosa da tutti!
Sì, torniamo a Tom. Chiaramente a casa di Ausonia Tom era di casa. I genitori di lei non avevano voluto in alcun modo prevedere le sue scelte, per cui, soltanto, le avevano fatto comprendere (giustamente), quanto fosse importante il lato estetico nel momento in cui si voleva competere con altre donne, in qualsiasi professione. Quanto fosse “inutile” proporsi il quesito se amare un uomo o una donna, visto che, infine, sempre amore era. Quanto fosse necessario sapere in concreto il più presto possibile “cosa” si volesse divenire “da grandi”, per cui, opportunamente informata del valore del “denioro” globale e sull’indispensabile necessità di possederlo (tutto si compra: Rob e Bob avevano comprato anche lei), Ausonia aveva deciso presto (sei anni terrestri, contati come i Coreani, ossia con due anni di più…) alla volontà di lasciarsi guidare da Tom, in quanto le sembrava proprio un’idea splendida quella di raggiungere uno dei paradisi artificiali di NuovaMarte e vivere alla giornata, ricca, protetta, lontana dalla terra e dalle radiazioni oramai poco amate, del sole. Tom le aveva subito “prescritto” di escludere dal suo tempo quello ludico. I bambini NON devono perdere tempo a giocare. Tom le aveva assegnato un insegnante per la musica, un altro per la danza (terrestre, ma anche il più possibile globale), per l’aerobica (faceva bene all’organismo), il nuoto in vasca, la conoscenza di tutte le lingue possibili (poneva in grado di comprendere anche chi credeva di non essere compreso) e non aveva tempo per altro. L’ora del pasto non coincideva con quello dei genitori e li vedeva ben poco. Strano a dirsi doveva apprendere l’ippica, perché nei paesi artificiali le fattorie con animali veri erano alla moda. Ma Rob e Bob non badavano a spese per lei, ed ebbe anche l’istruttore adatto. E un cavallo. Fu a quel punto che la linea programmata da Tom sembrò piombare in una “défaillance d'entreprise”, cioè un fallimento d’indirizzo, giacché Ausonia sembrò “innamorarsi” del suo cavallo e voler trascorrere con lui più tempo possibile. “Tom” propose il caso agli adulti, ascrivendo la crisi ad una motivazione profonda della bambina. Insomma. Alla piccola piaceva l'ippica. Avrebbe voluto divenire un’esperta cavallerizza. I genitori di Ausonia decisero che Non si trattava di un “giusto” desiderio. Il cavallo era soltanto una tessera del mosaico che avrebbe condotto la loro figliola alla ricchezza su NuovaMarte, per cui le fecero “riabilitare” l’area del desiderio da Tom, ponendo il cavallo in secondo piano, dove doveva stare. Ausonia, opportunamente guidata e programmata da Tom, sembrò reagire bene: trascorse con il puledro (che si chiamava Lucido), molto meno tempo e reindirizzò le sue attenzioni ad altro. Crebbe. Era proprio una bella ragazzina. Vero è che non aveva amici al di fuori di coloro che incontrava per studio, ma cosa poteva importare? Aveva i colleghi per il ballo. Ma in quell’occasione esplose il caso “Moira”, giacché Ausonia spostò sull’insegnante di danza la sua necessità di amare e iniziò a desiderare di divenire una ballerina di Flamenco. Tom sembrò esplodere, si chiuse in un non meglio precisato “Guru meditation error” che per due giorni tenne impegnato Rob, sotto gli occhi stupiti di Bob che non aveva mai visto accadere a “Tom” nulla del genere. Per due notti non furono installati su Ausonia gli elettrodi e in quelle notti la ragazzina sognò in sostanza di tutto e durante il giorno saltò le lezioni, passando in pratica le ore danzando freneticamente il flamenco. Era davvero bravissima. In più “buttò giù” uno strano racconto dedicato ad un cavallo bianco, che non fece leggere a nessuno. Ripristinati i contatti di “Tom”, in terza serata le furono riconfermati gli elettrodi (ci fu le necessità di aggiungerne due ulteriori), dormì di uno strano sonno profondo per dodici ore ed al risveglio sembrò essere tornato tutto sotto controllo. Rob fu sollevato, Bob tornò ai suoi esperimenti di chimica organica destinati ad ottenere alimenti di buon sapore dai topi e dagli scarafaggi (gli unici animali di cui, purtroppo, c’era abbondanza) e tutto riprese a scorrere “normalmente”. Ausonia compì sedici anni. Parlava in sostanza tutte le lingue utilizzabili a fini di comunicazione, si muoveva con grazia, aveva sviluppato un seno fin troppo evidente e fianchi buoni per mettere al mondo figli ed i suoi ormoni viaggiavano alla grande. Fu proprio al sedicesimo compleanno di Ausonia che Tom cominciò a lanciare strani sibili e richiese l’attenzione di Rob. Nei tracciati notturni gli ormoni della giovane erano apparsi pericolosamente presenti: occorreva intervenire. Tom, inoltre, suggeriva di sottrarre volume al seno (in NuovaMarte il seno era quasi scomparso tra le donne), porre rimedio ai glutei ed ai fianchi e ridimensionare gli interessi sessuali, anche se non ancora chiaramente indirizzati, della giovane. Rob conosceva i migliori internisti ed i migliori chirurghi plastici, per cui nel breve giro di qualche mese Ausonia rientrò nei termini. Vero è che non la riconoscevano quando camminava per le around sui roller skater, ma che problema poneva loro? Oramai era abbastanza grande da avere ricevuto nei pressi dell’osso ioide il cip di identificazione, per cui, ovunque fosse, sapevano come trovarla. Erano finiti i tempi dei genitori preoccupati! Bastava un “cip” per rintracciarla. Così non fu un vero problema quando, in che modo non fu dato saperlo, la diciassettenne Ausonia “fece un salto” in Giappone. Sì: amava il giapponese ed il Giappone di un amore testardo. In più amava anche l’insegnante di aikidō e la sua disciplina psicofisica giapponese, che si pratica ancora oggi sia a mani nude sia con le armi bianche tradizionali del Budo giapponese, per cui voleva divenire un’aikidoka. Si era fatta anche tatuare (dove? Da chi?), il simbolo sulla pelle:合気道家. In verità, sulla spalla destra, le donava. Non entrava in collisione con il suo futuro su NuovaMarte. Causò però un altro “Guru meditation error” in Tom, che si espresse per qualche ora in uno strano linguaggio giapponese, a causa del qualei Rob si vide costretto a chiamare un esperto del linguaggio stesso. La traduzione fu pressoché questa: “l’allieva ha una personalità umana molto rilevante che contrasta con Tom, ponendolo in error. Consiglio: disattivare l’allieva”. Già. Tom non era umano, per cui non si poneva questioni etiche. Insomma: non obbediva alla “prima legge della robotica di Isac Asimov”: “A robot may not injure a human being or, through inaction, allow a human being to come to harm.”[1] Ma non sembrava il caso di preoccuparsene, visto che gli elettrodi non potevano fare danno.
Si giunse al diciottesimo anno di Ausonia, ossia il momento in cui la giovane donna si sarebbe resa indipendente dagli adulti e avrebbe potuto scegliere da sé ciò che voleva fare della sua vita. La sua stanza era tappezzata di “diodonie” colorate, mostranti al tatto, all’odorato ed alla vista, le bellezze dei paradisi di “NuovaMarte” e l’allieva aveva appreso tutto ciò che la poteva rendere adatta a vincere ogni difficoltà per essere reclutata tra coloro che potevano vantare il diritto portare avanti, al di fuori della terra, la riproduzione in vitro dei NuovaMartesi terrestri. Così Papà Rob, un bel mattino (si fa per dire: il cielo era plumbeo), prese con sé Ausonia, perfettamente programmata, per condurla dagli esaminatori del “Programming Center Off NuovaMarte”, detto anche “P.C.N”. La giovane donna era splendida nella tuta blu cielo, macchiata di bianco. Linea perfetta, seni a misura, fianchi slanciati, passo da puledra. Grazie alle amicizie di Rob entrarono prima di altri, superando le attese dei “programmati alla nascita”. Erano davvero tanti. Si riconoscevano dallo sguardo un po’ fisso, dagli occhi vacui, dal parlare lento e preciso, senza intonazioni. Non si distrassero al loro passaggio, non discussero la precedenza. Neanche si girarono a parlare tra di loro: restarono fermi, immobili, ben programmati, degni del loro incarico. Ma Ausonia piacque proprio per la sua metrica alternativa, l’aria sprezzante, il tono forte, l’accento deciso. Zoe Rupert, il capo collaudatore, la vide subito adatta all’area di comando e predisse per lei un futuro radioso. Avrebbero letteralmente “comprato” in mille quell’essere per le loro aziende ricche e famose. Non importa come e dove sarebbe stata “inserita”, di certo sarebbe stata favolosa. Previsto l’imbarco su “Navedieci” per il periodo più propizio alla partenza, non c’era tempo da perdere: l’indomani, fornita dell’equipaggiamento gratuito offerto dall’azienda promotrice delle crescite programmate, Ausonia sarebbe stata inserita nell’equipaggio in partenza. Una notte di sonno, per dirla all’antica, e poi via! Verso il futuro. Ausonia pareva inquieta, osservava gli adulti discutere seguendo con gli occhi il parlante di turno, come se seguisse una vecchia partita di tennis. Ma non disse verbo. Risposte a tutti i quesiti, si fece controllare dagli umani e dalle macchine e non disse una parola di troppo, così come ci si attendeva da lei. I genitori erano fieri di averla cresciuta così bene. Fieri del futuro che le avevano preparato. Fieri di Tom. Rientrarono nell’habitat sorridendo, le fecero compagnia mentre si cibava (cosa che capitava assai di rado), le regalarono una tuta di NuovaMarte per il viaggio e la baciarono sulle guance, infrangendo per quella volta le istruzioni perentorie di Tom: niente contatti fisici. D’altra parte, anche tra di loro, erano finiti da tempo, ossia da quanto nella memoria di Bob si erano riaccesi dei ricordi sotterranei, che Freud avrebbe spiegato. Ma si vive bene anche senza sesso, no?
La famiglia raggiunse le basi del sonno. Ad Ausonia non fu applicato nulla e si addormentò, apparentemente serena. Ma, verso l’alba, quando ancora le porte della casa dovevano essere aperte a comando, aprì all’improvviso gli occhi. Una marea di sensazioni cui non era assolutamente preparata l’assalirono: rabbia, paura, odio, desiderio di libertà. Lei non sapeva discernere le une dalle altre, non era in grado di confrontarle, domarle, rimetterle nel luogo di provenienza. Più forte di tutte era la paura, che fu però sostituita dall’odio. Ricordò il nitrito del cavallo, il suono della musica spagnola, il senso dei piedi nudi, la violenza nascosta dell’aikidō. Si alzò e trovò, ben nascoste dove lei stessa le aveva deposte, "ken", la spada, "jo", il bastone e "tanto", ossia il pugnale). Usò jo, per colpire Tom. lo distrusse in un momento e lui non ebbe nessuna reazione: era una macchina. Entrando nella base del sonno di Rob, sapeva che l’avrebbe trovato in fase Rem, già programmata. I suoi occhi, sotto le palpebre, si muovevano. Lo colpì più volte con il ken, finché fu certa che non si sarebbe più svegliato. Poi passò da Bob. Bastò “tanto”. sapeva dove colpire per uccidere con un colpo solo e non lo odiava poi molto.
Lasciò dietro di sé il silenzio e la morte. Attese l’ora della partenza, raccolse tutto ciò che doveva portare con sé, ossia quasi nulla. La prelevarono all’alba e sedette in silenzio assieme agli altri esseri silenziosi che sarebbero partiti con lei. Poche ore e la navicella non sarebbe più stata nell’atmosfera terrestre. Poche ore e la legge terrestre non l’avrebbe più richiamata. Poche ore e lei sarebbe andata a godersi quei suoni, quelle dolcezze, quegli spazi, che non aveva mai desiderato raggiungere, ma che oramai erano la sua unica possibilità.
Bianca Fasano.
 
 
 

[1] Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
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