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Autore

Bruno Magnolfi

in archivio dal 08 mar 2010

18 giugno 1955, Follonica

17 ottobre 2011 alle ore 22:24

Il male minore (ripresa cinematografica n. 6)

Il racconto

          Non so neppure per quale motivo fossi entrato in quel capannone industriale dismesso, forse soltanto per curiosità, tanto che quando ero caduto malamente da una scaletta metallica arrugginita, avevo subito pensato che era quasi giusto che mi fossi fatto del male, e che era quella la perfetta punizione per essermi andato ad impicciare di cose che non mi riguardavano affatto. Avevo provato quasi immediatamente a rimettermi in piedi, nonostante i forti dolori dappertutto, ma mi ero velocemente reso conto che non ne ero capace. Così ero rimasto immobile il più a lungo possibile, e quando avevo notato che oramai iniziava a far buio, una paura sottile aveva iniziato a farsi strada velocemente dentro di me.
          Sentivo un piede come incastrato in qualcosa sul pavimento, ed una gamba così dolorante da non permettermi alcun movimento. Sotto alle mani sentivo la polvere e la sporcizia di anni, e tutta quella situazione mi appariva così assurda che continuavo a immaginare una soluzione immediata, casuale, qualcosa come aprire gli occhi all’improvviso e ritrovarmi fuori da lì, tranquillo, sul marciapiede della strada di casa. Invece, al contrario della mia assurda fiducia, la realtà pareva delinearsi molto più seria e concreta di ogni mia supposizione, mentre inesorabilmente continuava a scorrere il tempo, e i rumori delle rare auto in transito lungo la strada, sembravano giungere da un luogo talmente lontano da farmi apparire assurdo cercare di richiamare l’attenzione di qualcuno con qualche stupido grido di aiuto. Continuavo tenacemente a pensare che tutto in qualche maniera si sarebbe risolto, anche se la mia fiducia sentivo che poco per volta iniziava a incrinarsi.
          Poi avevo cominciato a cercare di muovermi, pensando ad ogni minuta azione da compiere come al raggiungimento di un grande traguardo. Mi ero reso conto velocemente che c’era del sangue sulla mia gamba, ma questo non mi aveva creato nessun particolare problema aggiuntivo, e anche se con certezza sentivo il mio corpo fortemente indebolito da quella caduta, cercavo ugualmente di portare a compimento tutti quei gesti che ritenevo assolutamente fondamentali alla risoluzione dei miei problemi. Con grande fatica ed impegno ero riuscito alla fine ad appoggiare un ginocchio per terra, e a sollevare leggermente il busto sugli avambracci, ma fu proprio allora che mi ero reso conto che quella gamba ferita non mi avrebbe sorretto in nessuna maniera, e che non ce l’avrei probabilmente mai fatta a rimettermi in piedi.
          Così, con la poca energia che mi era rimasta, mi ero trascinato, fermandomi a riprendere fiato ogni due o tre movimenti, sopra la polvere di quel pavimento, riuscendo ad arrivare vicino ad una parete, cosa questa che mi parve già un grande successo, mentre sentivo tutto il mio corpo, per quello sforzo estenuante, ormai quasi esausto. Ero tornato allora a puntare il ginocchio per terra cercando con le mani un appiglio sulla superficie del muro, riuscendo con grande sforzo a tirarmi su in piedi, giusto per rendermi conto che non ricordavo neppure verso dove avrei dovuto dirigermi per ritrovare l’uscita da quel capannone. Ero perduto, pensavo, era evidente; mi avrebbero ritrovato ormai cadavere chissà quanto tempo più tardi, forse tra un mese, forse anche di più.
          Fu allora che mi lasciai andare, ricadendo di fianco sul pavimento, ma fu quasi nello stesso momento che qualcuno vicino, con una torcia accesa di cui già iniziavo a vedere le lame di luce, chiese a voce alta dove mi fossi nascosto. Il resto, avvocato, lei lo conosce meglio di me: la denuncia che è stata spiccata nei miei confronti, probabilmente era il minimo che potesse essere fatto; del resto io mi reputo già fortunato nel poter raccontare ciò che è accaduto, il resto, in fondo, se devo essere del tutto sincero, non mi interessa neppure.

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