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in archivio dal 05 mar 2012

Bruno Panebarco

16 marzo 1959, Roma - Italia
Segni particolari: Non può vivere senza arte, musica e letteratura. 
Mi descrivo così: Scrivo, dipingo e faccio musica da trent'anni. Cinque romanzi e un libro di fotografie pubblicati, un documentario (L'ultimo balcone) invitato ufficialmente in concorso al 33° TFF (2015). Scriverò e suonerò anche in punto di morte. Lunga vita al lupo
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  • 29 marzo 2012 alle ore 18:16
    Nell'attesa

    Nell’attesa
    porto a termine le mie elucubrazioni
    Guardo
    Osservo la gente
    Ne spio quasi le movenze
    Gli atteggiamenti
    Cerco una sorta di dialogo con gli occhi
    In vece di quel rapporto
    Disperatamente anelato
    Linfa vitale dell’esistenza
    E quasi mai realizzato
    Qui è tutto uno sfilare
    Di gente indaffarata nel proprio lavoro
    Vanno tutti di corsa
    Vanno tutti di corsa...
    Che voglio dire?
    Non so!
    Qui ci son tavoli
    E gente che mangia
    E va beh! Mangiate...
    Mangiate...
    Io lo so che non vi potete fermare
    Solamente per parlare con me
    E che non potete parlare
    Mentre tutto un cibo vi ingolfa la bocca
    Solo trilli di cellulari
    Arrestano perentoriamente
    Il triturare delle vostre mandibole
    Avete uno sguardo adirato
    Si vede
    Mentre la mamma la moglie
    l’amante la zia l’amico vi chiama
    Che cazzo ti chiami?
    Non vedi che mangio?
    Eppure ridete
    Fingendo piacere...
    Osservo
    Continuo a osservare
    Io solo
    Distante dal tavolo
    Son come quell’occhio malato
    Che spinto da insana passione
    Registra ogni schiocco di lingua
    Del vostro agitato mangiare
    È un’insulsa serata
    Poco speciale
    Guardare gli altri
    Sostare ad una tavolo
    A rifornire le viscere?
    No!... Non lo credo...
    Può sembrare ossessivo
    E così è, se vi aggrada...
    A me
    Di persona
    Non me ne può fregare di meno
    Di ciò che vi aggrada
    Io so ch’è un’arte
    Osservare
    Cibare gl’occhi di sguardi
    Di membra, di fette di culo e sorrisi,
    di smorfie e pensieri
    Di quelli che fingono assenza beata
    Mentre impudico
    Scruto l’essenza
    Di quel loro ispirato mangiare.

     
  • 25 marzo 2012 alle ore 20:01
    Allacciate le scarpe

    Forse il sole non era più il sole di una volta, e non riusciva più a scaldarci.
    Forse la gente non era più la stessa, e aveva dimenticato di essere gente.
    Avevano dimenticato di essere uomini e donne.
    Forse Dio si era dimenticato di noi o non aveva più voglia di occuparsi dei propri figli.
    Come nelle peggiori epoche dell’umanità, giorno dopo giorno, la luce era andata scomparendo e noi passavamo attoniti da un sopruso all’altro, da una privazione all’altra, da uno spregio a una irrisione, a un abuso, a un castigo.
    Come i peggiori dei delinquenti, più di loro, venimmo privati delle nostre case, delle nostre attività, dei nostri lavori e, infine, anche della dignità.
    Per un po’, ancora per un po’, continuammo a sperare che ci fosse stato un errore, sulle nostre persone, sulle nostre famiglie.
    Quando ci dissero che noi tutti dovevamo indossare la stella di David e portarla ben in vista sui nostri vestiti, capimmo che non c’era stato nessun errore, ma la portammo comunque con orgoglio. Quella dignità ancora non ce l’avevano strappata.
    Poi salimmo sui treni. Chi in primavera, chi d’estate, chi ancora d’inverno o d’autunno, come bestie. Animali dalle sembianze umane, vedemmo scorrere i paesaggi innevati o le campagne inondate di sole dei nostri paesi e poi territori e luoghi sconosciuti, e ancora, tra coloro che non morirono di stenti, pensammo che forse non era tutto perduto, e prima o poi tutto sarebbe finito e un giorno avremmo potuto fare ritorno alle nostre case.
    Quell’intima speranza durò meno di niente e quando il cancello attraverso il quale transitò il treno, fu chiuso alle nostre spalle, scomparve mischiandosi al fumo acre che si vedeva al fondo del campo e si percepiva disgustoso e nauseabondo.
    “Allacciate le scarpe” dicevano, “le ritroverete più facilmente dopo la doccia”.
    Ma allora, perché strapparci i denti d’oro, prima?
    Allacciate le scarpe. Non era più possibile credere. Credere e sperare.
    Io avevo visto le montagne.
    Montagne di scarpe Montagne di valigie Montagne di capelli Montagne di vestiti Montagne di spazzole Montagne di occhiali.
    E poi, montagne di dolore e di disperazione.
    Allacciate le scarpe, prima di entrare.  Come se fosse un’ulteriore punizione, io li avevo visti morire.  Morivano in piedi, uno affianco all’altro, quasi abbracciati, per farsi coraggio l’un l’altro. Rimanevano in piedi, non cadevano neanche, come strani, inanimati, terribili manichini ed in terra, sparsi ovunque sul pavimento, escrementi.
    Non c’è azione che io possa fare, luogo che possa visitare, pensiero che possa avere, senza ricordare quel monito:
    Allacciate le scarpe
    Allacciate le scarpe
    Allacciate le scarpe

     
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  • 20 marzo 2012 alle ore 19:16
    Fedeli alla roba - La Valle della Luna

    Come comincia: Erano un po’ di anni che ne sentivo parlare. Quelli che c’erano stati, nella Valle della luna, la descrivevano come un posto selvaggio, montagnoso, pieno di rocce e di grotte dove potersi rintanare di notte o durante le ore più calde del giorno, frequentato da giovani di tutte le nazionalità, che amavano vivere in libertà e usavano solo droghe leggere. O al massimo il vino e qualche trip. La Valle rimaneva incontaminata perché si poteva raggiungere a piedi, percorrendo un paio di sentieri che s’inerpicavano sulle alture vicino a Capo Testa, in mezzo a sterpi e cespugli. Oppure via mare. E su quale tipo di miracolo potesse aver risparmiato quel piccolo paradiso naturale dalla edificazione selvaggia, che già allora proliferava sulla maggior parte delle coste sarde, fioccavano voci che nel corso del tempo si erano trasformate in leggende. Una di queste narrava di una nobildonna amante di quella terra e della sua natura selvaggia, che possedendo interamente il territorio della valle – in realtà le valli sono tre, attigue – aveva posto il veto di costruzione, riuscendo ad evitare qualsiasi tipo di speculazione edilizia.

    Io e Angelica arrivammo a Santa Teresa di Gallura in autostop da Olbia, dopo la traversata notturna da Civitavecchia, con un economico passaggio ponte sui traghetti delle FS. Sotto il sole cocente di fine luglio, un paio di sconvolti romani ci risparmiò gli ultimi faticosi chilometri, dandoci un passaggio fino a Capo Testa, dove la strada corre su uno stretto istmo di terra, col mare ai due lati, e finisce su un promontorio selvaggio, alla punta estrema Nord dell’isola. “Ecco, il varco è là” ci dissero i due ragazzi, indicando un piccolo punto tra i cespugli dove iniziava la strada sterrata che portava a valle e noi c’incamminammo di buona lena, pervasi dalla curiosità per quel posto che, come novelli San Tommaso, volevamo vedere coi nostri occhi e calpestare coi piedi. Incontrammo ancora un paio di case, poi la strada sterrata di colpo sparì, trasformandosi in un viottolo angusto, quasi soffocato da cespugli e sterpi e molto più erto dello sterrato. Incrociammo degli sconvolti che scendevano e rimanemmo sbalorditi dal loro aspetto. Se le nostre sembianze erano piuttosto particolari, le loro avevano dell’incredibile. Le facce erano vere e proprie maschere in tutto simili a quelle degl’indiani d’America ma con colori più vivaci. L’abbigliamento era ridotto al minimo, un foulard o un pezzo di stoffa a coprire le parti intime. Ebbi il sospetto che li avessero indossati a bella posta, solo per recarsi in paese, altrimenti ne avrebbero fatto a meno. Il trucco scendeva dal viso a buona parte del corpo e sulle gambe. Trovandoci faccia a faccia, ci aggredirono quasi, tanto erano eccitati e fusi. “Ciaoo, che avete sigarette, qualche spicciolo? Ci servono, dobbiamo comprare il vino per la serata in valle”. Gli demmo quello che avevamo, domandandogli indicazioni sulla strada. “Ci siete quasi” ci dissero. Io e Angie, stupefatti e eccitati da quell’incontro, ricominciammo a salire. Dopo qualche minuto sentimmo un vociare sommesso, delle risatine provenire dalla cima dell’altura, sovrastata da un colossale masso a forma di parallelepipedo, letteralmente troncato in due, come se un gigante, un enorme Polifemo l’avesse spezzato di netto con un colpo di spada. Davanti al masso si apriva un piccolo slargo, uno spiazzo erboso. Sulla sinistra, dove il macigno si appoggiava alla montagna, una vasca artificiale di cemento grezzo raccoglieva un minuscolo filo d’acqua che scaturiva da un tubicino in ferro infilato nella roccia. Intorno a quella specie di vasca da bagno erano seduti tranquillamente quattro o cinque tra ragazzi e ragazze, in maggioranza nudi, intenti a parlare e ridere. Una di loro, con molta calma, con quell’esilissimo filo d’acqua si lavava mentre un altro si faceva la barba.

    Col passare dei giorni avrei imparato che “andarsi a lavare alla fontana” era un rito. Il rito del riposo, del rilassamento e dello stacco dai ritmi da sballo della valle, che a volte diventavano frenetici e insostenibili. Era il momento del vero dialogo, del rapporto di conoscenza con gli altri abitanti. I cinque ci salutarono calorosamente e anche loro a chiedere “avete sigarette? Avete portato qualcosa da mangiare?”. “Quanto manca per la valle?” domandammo. “Siete praticamente arrivati” ci dissero. Sarebbe stato sufficiente superare il masso di Polifemo. Il viottolo vi passava quasi sotto, sulla destra, incuneato tra la parete formata dal macigno, inclinata a formare una specie di tetto, e quella della montagna. Appena oltre, il colpo d’occhio era davvero stupefacente. Una grande distesa, a tratti erbosa, digradava dolcemente per centinaia di metri verso una minuscola spiaggia, circondata da scogli enormi, dalle forme più svariate e particolari, schiaffeggiati da un mare agitato e scontroso. Il cielo era di un blu totale e nel silenzio più assoluto ci arrivò flebile lo sciabordio delle onde e qualche stridulo, isolato verso di cornacchia. Io e Angelica ci guardammo, gli occhi lucidi per lo stupore.

    Cominciammo a scendere lentamente, curiosi per le forme delle rocce, per le grotte dalle quali qualcuno ci chiamava, ci salutava rinnovandoci in continuazione la solita richiesta: “non è che avete una sigaretta? Qualcosa da mangiare?”, offrendoci in cambio un tiro di canna o una golata di vino. Continuando quel tour delle tane, salutammo ancora qualcuno che avevamo incontrato in giro per il continente, poi cercammo una grotta anche noi, per posare i nostri stracci e metterci in libertà: ci sentimmo finalmente a casa.

    Di sera la valle, che di giorno sembrava popolata da pochissime persone, si animava. La grande distesa digradante verso il mare cominciava a riempirsi di gente. Il viavai, che nel pomeriggio ravvivava le grotte disseminate sulle alture e nelle valli laterali, si concentrava al fondo della grande discesa, dove lo spiazzo si faceva più ampio. In quel punto quasi adiacente la spiaggia era stato eretto un totem. Era un vero totem, scolpito, addobbato di foulard, corde colorate e piume d’uccello, simbolo di un popolo randagio che si sentiva di assomigliare ai selvaggi indiani d’America e ai più raffinati, meditativi indiani di Goa o Calcutta. Come loro si riuniva a fumare il calumet della pace e allo stesso tempo, senza rinnegare le proprie radici occidentali, seguiva alla lettera i dogmi, le strade indicate dai guru americani della beat generation, e giù trip e mescalina e il tanto più economico, casereccio vino italico. La sera, intorno al fuoco, cominciava la festa. Scoppiava questo prepotente desiderio di liberare violentemente l’interiorità. Di rivoltare all’esterno la propria essenza. L’LSD, il vino, il fumo erano il tramite, il mezzo per abbattere le paure, la timidezza, la difficoltà di comunicare. In tanti anni passati a fumare hascisc e marijuana non ricordo di essermi mai fatto una canna da solo. Non avrebbe avuto senso. L’ero, in modo anche più potente del fumo, ti aiuta a superare le paure ma non per condividere la tua essenza, il tuo mondo con gli altri, bensì per prevaricarli, per essere il più forte, il migliore. Il fumo, volente o nolente, fa cadere tutti i freni inibitori. Ti fa fare un sacco di cazzate puerili. Ti fa ridere e giocare. L’ero ti dà il controllo assoluto sulle tue emozioni. Ti fa diventare un pezzo di ghiaccio. È la droga dell’individualismo, dell’egocentrismo. L’ero e io. Io, io, io. Per me erano due mondi paralleli, che s’incrociavano, facevano ugualmente parte di me. Si alternavano. Considerai la Valle il luogo simbolo di questo dualismo. In valle l’eroina era rigorosamente bandita. Chiunque avesse tentato di portarne sarebbe stato scacciato in malo modo. Il popolo dei randagi dedito alle droghe leggere detestava il popolo dei tossici dedito all’eroina. Io facevo parte di entrambi.

    La sera si stava tutti attorno al fuoco a fumare, bere, fare musica e parlare, in un’atmosfera ideale per fare nuovi incontri e conoscenze. Angelica l’avevo quasi persa di vista. Facevamo ormai vita separata. Questo rientrava nella normalità e faceva parte di quel modo di vivere per cui nessuno si sentiva legato a chicchessia e non si ponevano limiti alla libertà dei singoli. In realtà, per come la vedevo io, la ragazza tedesca aveva travalicato i limiti del buon gusto, trasformandosi nell’ombra di se stessa. Era quasi sempre ubriaca fino al punto di non reggersi in piedi e così sporca che i suoi capelli lisci erano diventati un cespuglio batuffoloso. Aveva macchie di sudiciume in faccia e su ogni parte visibile del corpo. Incontrandola dopo alcuni giorni, quasi non la riconobbi, ma non le dissi niente. In nome di quella libertà assoluta.

     
  • 15 marzo 2012 alle ore 21:25
    Fedeli alla roba - I giorni del carcere

    Come comincia: …La mattina del quattro novembre 1987, alle quattro in punto, la mia vita prese una piega inaspettata e dolente. I mandanti di quel genere di cambiamenti, hanno toghe e divise nere. Gli uomini che arrivarono materialmente in casa dei miei avevano scialbi e anonimi completi borghesi e non si curarono di annunciare la propria visita. Cercando di de

     
  • 09 marzo 2012 alle ore 18:40
    La spaccata

    Come comincia: Chiede un’altra birra nonostante abbia la nausea. Il bancone del pub non sta fermo un attimo, gli ondeggia sotto il naso come se avesse le ruote. Sente gli occhi bruciare per il fumo che riempie il locale e mentre se li stropiccia reprime un conato di vomito. Rutta rumorosamente, senza curarsi di chi gli sta vicino.
    Salute maiali!
    Solleva in alto il calice, mentre ruota sullo sgabello girevole.
    Ehi fratello! Datti una calmata o vai fuori a rinfrescarti le idee.
    Il barista è uno alto e magro come un chiodo, con i dreadlocks che gli scendono sulle spalle e un goffo cappello di lana in testa che sembra una cipolla.
    Gli alza la mano in un gesto di scusa e scende dallo sgabello. Al fondo del locale c’è un tavolino libero. Fa un casino infernale per centrare la sedia. La sposta a destra e sinistra senza sollevarla da terra e la gente intorno lo guarda con la faccia contrariata per i rumori molesti che produce.
    Prosit!
    Scruta uno a uno i tavoli che lo circondano. Sono affollati di gente vociante, ragazzi e ragazze intenti a bere, a ridere e parlare. Punta gli occhi su di una giovane che gli sta giusto di fronte, le gambe bianche accavallate sotto una gonna corta. Si alza di scatto e le si avvicina.
    Posso offrirti da bere?
    La voce è impastata e lenta come in una scena al rallentatore. Gli occupanti del tavolo lo guardano stupiti, convinti che quello a cui stanno assistendo non può avere nessun senso. Lo avvertono che la ragazza non è da sola e ha già un bicchiere in mano, ma lui insiste, facendo come se quelli non ci fossero neanche.
    Sei proprio carina, sai?
    Un giovane seduto al fianco della donna si alza e gli si avvicina. Con una mano spinge sul suo avambraccio, per allontanarlo da lei.
    Adesso stai esagerando. Meglio che vai a farti un giro.
    Lui si scrolla la mano di dosso e nella concitazione del gesto rovescia il resto della birra in terra.
    ‘Cazzo vuoi tu? Non stavo parlando con te!
    Il ragazzo gli si fa sotto minaccioso. È l’intervento degli amici della tavolata a bloccarlo.
    Lascia stare, non ne vale la pena. Non vedi che è ubriaco?
    Lui indietreggiando appena, li sfotte, imitando una scimmia che si gratta le ascelle e riproducendone il verso gutturale ma quelli fanno finta di non vederlo, curandosi unicamente di riaccompagnare l’amico al proprio posto. Ora è il barista a tirarlo per un braccio.
    Ok. Adesso tu, buono buono te ne vai fuori. Hai fatto abbastanza casino per stasera.
    Il giovane lo scorta fino all’uscita stringendogli il braccio con forza.
    Dai retta a me. Vattene a casa, prima che ti succeda qualcosa di spiacevole.
    Lui gli alza il medio in segno di spregio, poi si gira e si avvia sul marciapiedi.
    La notte è fredda ma non se ne accorge neanche. Un vento tagliente e fortissimo lo fa rallentare o lo spinge, a seconda della direzione in cui procede. Sotto i portici di via Roma il vento lo colpisce di meno ma lo sente ululare e agitare gli alberi, i cartelli stradali e le tapparelle sui balconi. Sacchetti di plastica e pagine di giornale svolazzano impazziti nell’aria. La strada è completamente deserta. Le vetrine dei negozi gli sfilano di fianco, illuminate a malapena dai lampioni posti lungo il percorso dei portici. Si sofferma a guardare quella di una profumeria. Armani, Krizia, Valentino. Profumeria di lusso. Si da uno sguardo in giro e vede la prospettiva del porticato completamente sgombra. Il vento continua a produrre la sua sarabanda di rumori, ad alcuni dei quali non riesce neanche a dare un significato. Rumore più, rumore meno. Svolta nella prima traversa e comincia a cercare qualcosa vicino ad un bidone dell’immondizia. Raccoglie una sbarra di ferro e torna sui suoi passi. Davanti alla profumeria da un ultimo sguardo in giro e poi assesta una botta alla vetrina con tutte le sue forze. Dopo il colpo, il vetro non ha neanche una scalfittura, in compenso una sirena comincia a ululare forsennatamente proprio sulla sua testa. Scaraventa la sbarra lontano e comincia a correre, svoltando nel vicolo dove c’è il bidone dell’immondizia. Vi si acquatta dietro e rimane in attesa. Dopo un paio di minuti è di nuovo il vento a farla da padrone, mentre la sirena ha smesso di gridare. Esce dal nascondiglio e torna davanti al negozio. Getta uno sguardo indifferente alla vetrina, poi si allontana alla ricerca della sbarra. La raccoglie, se la infila al fianco, all’interno dei pantaloni e riprende a camminare sotto i portici. I fari di qualche macchina solitaria sfilano sulla strada deserta. La sagoma di una gazzella dei carabinieri lo fa’irrigidire ma per fortuna non lo vedono neanche e tirano dritto per la loro strada. Gli abitanti della grande metropoli sembrano scomparsi, rintanati nelle proprie abitazioni, al caldo sotto le coperte e lui è l’unica persona ancora in giro, padrone incontrastato della città. Vicino alla stazione ferroviaria passa davanti ad un negozio di fotografia. È ancora da solo. Tira fuori la sbarra e picchia sulla vetrina. L’allarme non suona ma il risultato è identico a quello della profumeria. Il cristallo rimane integro, con una piccola ed insignificante scalfittura dove ha colpito con la punta della sbarra.
    Bastardo! Non ti vuoi rompere? Te la faccio vedere io!
    Comincia a menare colpi alla rinfusa, preso da una furia incontrollata, fino a quando non sente il palmo della mano dolergli per lo sforzo.
    ‘Affanculo!
    Butta la sbarra in terra e si allontana verso la stazione. Il vento continua a soffiare imperterrito, indifferente alla sua persona e a qualsiasi altra cosa incontri sulla propria strada.
    Sul bus che lo porta verso casa sono solo lui e l’autista. Sonnecchia in attesa della sua fermata e riapre gli occhi proprio mentre la stanno superando. L’autista si ferma e lo fa scendere e lui si avvia sul marciapiede deserto. Pochi metri ed è di nuovo davanti alla vetrina di un fotografo. Dentro non c’è granché di valore, un paio di flash elettronici, qualche obbiettivo e neanche una macchinetta di una certa importanza, ma ormai è un tarlo che gli rode il cervello. Come se dalla riuscita di quella azione spericolata dipendesse la sua sopravvivenza. A pochi metri dal negozio c’è l’ingresso di un cortile. In un angolo, una montagnola di sabbia e alcuni mattoni accatastati. Ne raccoglie uno spezzato a metà, torna sui suoi passi e senza neanche guardarsi in giro lo scaglia verso la vetrina. Il rumore del cristallo che va in pezzi si confonde con tutti gli altri rumori causati dal vento. Non scatta nessun allarme. Si avvicina e infilando una mano tra i rombi della saracinesca tira fuori tutto quello che gli capita a portata di mano. Un flash, un obbiettivo, due macchinette da quattro soldi, qualche scatola di rullini. Infila tutto nel giubbotto e si allontana furtivo. 
    E allora? Allora? Ti ho fottuto o no?
    Gesticola e parla ad alta voce, mentre barcollando si avvia verso il portone di casa a poche centinaia di metri da lì. Si sente orgoglioso di quell’impresa e pensa al giorno dopo: chissà se metteranno la notizia sul giornale?

     
  • 06 marzo 2012 alle ore 18:57
    Non toccare la donna bianca!

    Come comincia: Prende un’altra pastiglia di Valium. Niente è andato come sperava in quella giornata di merda, a partire dalla Polfer che l’ha beccato in mattinata sui treni, a fare colletta, l’ha multato e letteralmente sbattuto fuori dalla stazione ferroviaria. Le poche lire che aveva in tasca le ha spese in birra e vino, uniche, blande alternative allo strapotere dell’astinenza. Adesso ancora una pastiglia di Valium. Barcolla nella biglietteria della stazione, domandando svogliatamente qualche moneta alle persone che incontra. Se lo becca di nuovo la Polfer gli fa un culo da piangere ma lui se ne fotte. Fa ancora alcuni metri trascinando i piedi, poi si siede tra le file di viaggiatori in attesa di acquistare un biglietto di viaggio. La gente in coda si scosta disgustata al suo passaggio, facendogli posto mentre si accascia sulla seduta di marmo sopraffatto dalla nausea. Chiede ancora qualche moneta alla persona a lui più vicina, una ragazza alta, stretta in un tailleur beige e quella, pur di toglierselo di torno gli sgancia mille lire. Bene. Altra birra in arrivo. Si alza a fatica e si avvia verso l’uscita che dà su via Nizza. I portici della strada sono affollati di gente. Studenti, turisti, puttane e tossici. Prende una birra da tre quarti al solito bar e comincia a berne a lunghe sorsate. Appoggiato con la schiena ad una colonna del porticato guarda la gente senza quasi distinguerne lineamenti e sembianze. Le figure delle persone gli sembrano sfocare nella nebbiolina che li avvolge. Si stropiccia gli occhi e perde l’equilibrio, rovinando a terra, alla base della colonna. Istintivamente tiene in alto la bottiglia, salvandola dall’impatto, poi la posa e mette giù le mani. Rimane un attimo a quattro zampe. Il mondo sembra ondeggiare meno in quella posizione. Lo sguardo schifato di una donna anziana lo spinge a riappoggiare le chiappe in terra. Vuole un sorso, Signora? La donna gli sibila un Và a cà, drugà! e riprende la propria strada. Ma vaffanculo! Si aggrappa al cestino dei rifiuti e si rimette in posizione eretta. Si scruta in saccoccia con la mano. Settecento lire, giuste giuste per un caffè.
    Il bancone del bar gli sembra ondeggiare come una tavola in balia delle onde. Dopo un paio di tentativi andati a vuoto riesce a mettere un po’ di zucchero nella tazzina e beve il suo caffè sotto gli occhi pieni di rimprovero del barista. Come la posa sul piattino, quello si affretta ad infilare tutto nella lavastoviglie. Non c’ho mica la lebbra, coglione! L’uomo lo guarda male ma non dice nulla. Si limita a controllare che lui prenda la via per l’uscita. Fuori, la luce del sole lo colpisce come uno schiaffo. Adesso si sente un po’ meglio. La vista gli funziona di nuovo e gli dice che a pochi metri da lui c’è una ragazza in minigonna, con le cosce bianche e turgide bene in vista. La gonna è così corta che ad abbassarsi un po’ le si potrebbe spiare sotto. Si china maldestramente e sbilanciato, senza appigli a cui reggersi, rovina addosso alla giovane, sporcandola con la poca birra rimasta nella bottiglia. Ancora in terra, guarda la donna dal basso verso l’alto, mentre quella scuote la maglia con le mani per cercare di levarvi le poche gocce di birra da sopra. Vorrebbe chiederle scusa ma non ne ha il tempo. Un colpo come una mazzata lo prende sulla nuca scaraventandolo con la faccia per terra. Adesso la nebbia è tornata insieme ad un dolore fortissimo alla testa. Mentre cerca di rialzarsi in piedi, una gragnola di colpi lo raggiunge al corpo e sul viso. Calci e pugni arrivano in sequenza, senza che lui quasi se ne renda conto. Sente solo in sottofondo qualcuno urlare improperi e bestemmie, ma neanche quelli gli risultano tanto chiari. Vede appena le forme dell’uomo che continua ad accanirsi sul suo corpo steso in terra, forse un nero o un marocchino, poi le urla e i colpi finalmente cessano. Con l’unico occhio che gli è rimasto aperto vede l’uomo e la donna allontanarsi sotto i portici. Anche se frastornato e dolente, si concentra sul fondo schiena della ragazza, come a prendersi un piccolo risarcimento per quella furia di violenza che gli è piombata addosso. Mutande bianche. Vede la donna voltarsi per un attimo e lanciargli uno sguardo pietoso, mentre l’energumeno che probabilmente le fa da pappone la strattona per un braccio. Si mette a sedere e sente il sangue colargli dal naso e dalla bocca. I passanti lo guardano rimanendo immobili, a distanza di “sicurezza”. Non muovono un dito per aiutarlo e lui li ringrazia ad alta voce, cercando a fatica di rimettersi in piedi.
    Lo spettacolo è finito, andate fuori dai coglioni!
    La piccola folla radunata sotto i portici si allontana commentando l’avvenimento o scuotendo la testa incredula. Con passo malfermo lui si avvicina alla vetrina del bar e vede riflesso lo sfacelo della sua faccia. L’occhio sinistro è gonfio e nero. Nonostante i tentativi non riesce ad aprirlo e gli fa un male  cane. Il labbro inferiore è spaccato in più punti e sanguina copiosamente. Sollevando la maglietta, in corrispondenza delle fitte lancinanti che sente arrivargli dal costato vede un paio di abrasioni rosso sangue. E meno male che era a mani nude!
    Si avvia verso la fontanella posta all’esterno della stazione, cercando un po’ di sollievo dal refrigerio dell’acqua. Il liquido fresco gli causa fitte dolorose agli spacchi sulle labbra. Si siede appoggiando la schiena ad una colonna, pensando all’imbarazzo e alla vergogna di tornare a casa in quelle condizioni, mentre il sole comincia a tramontare e le ombre si allungano.
    No, niente casa, cazzo! A sua madre gli prenderebbe un colpo a vederlo così. Si rialza e si avvia verso la stazione, cercando di sopportare le fitte che gli arrivano dal costato e gli attacchi di nausea che vanno e vengono. Un conato più forte lo costringe a piegarsi e scaricare in terra il contenuto del suo stomaco. Sembra un idrante dei pompieri. Fiotti di liquido scuro gli schizzano fuori in getti violentissimi. Dal mattino non ha messo in corpo una briciola di cibo. Con lo stomaco che ancora sussurra per gli spasmi torna alla fontana e si sciacqua la faccia, poi si riavvia verso la stazione. Non ha grosse alternative. Si butta su una delle sedie della sala d’attesa e piega il capo da un lato, esausto. Sa che se passasse la Polfer e lo vedesse in quello stato sarebbero di nuovo casini, ma non gliene frega niente. Non gliene frega un cazzo del mondo intero. Adesso vuole solo dormire.

     
  • 05 marzo 2012 alle ore 19:05
    Una giornata di B.P. del '78

    Come comincia: Si alza dolente. Anzi, ci prova e quasi non ci riesce. È stato lì a rigirarsi nel sudore freddo per un tempo che gli sembra infinito ma non sa neanche quantificare. Fottuta ansia e merda di astinenza, che adesso non gli da neanche il tempo di dormire qualche ora. Insomma, si alza e si trascina al cesso. La radio suonicchia qualcosa e sente sua madre armeggiare con piatti e pentole. ‘Cazzo di ore sono? Pure pisciare è una fatica, il fiotto sembra arrivare dalle viscere dell’inferno, caldo e quasi tagliente.
    Ma! Prepari il latte?
    Dalla cucina arriva un borbottio incomprensibile, poi sente sua madre ciabattare per il corridoio.
    Vuoi il latte? Ma è ora di pranzo!
    Non c’ho tempo per il pranzo, ma. C’ho un colloquio di lavoro tra un’ora e devo arrivare fino in centro…
    È un anno che fai colloqui e continui ad alzarti all’una. Se cercassi veramente un lavoro l’avresti già trovato.
    Ma no, questa volta è una cosa seria. Dai ma, poi ti dico.
    Sua madre lo guarda mortificata. Inutile insistere.
    Hanno rapito Aldo Moro…
    Wow! Veramente?
    Hanno ammazzato tutta la scorta…
    Porca puttana! Fanno sul serio…
    E tu che li difendi quegli assassini!
    Ah Ma! La gente ce n’ha i coglioni pieni di questi burocrati ladroni… e voi che continuate a votarli…
    Sei un disgraziato!
    Chiude la porta, incurante dello sguardo severo della donna e si ficca sotto la doccia. Chissà che non gli sia di beneficio. Mentre si lava, pensa a quello che gli ha detto la madre, al rapimento di Moro. Che sta succedendo? Hanno ammazzato tutta la scorta? È arrivato finalmente il momento che qualcuno gliela fa pagare a quei fetenti di democristiani? Ma lui c’ha problemi più impellenti. Cazzi loro! Passa mentalmente in rassegna la struttura della sua camera, alla ricerca di qualcosa di valore da vendere, per procurarsi i soldi per una dose.
    I dischi li ha praticamente venduti tutti. L’ultima infornata l’ha fatta quindici giorni prima e adesso gli manca da morire Station to station di Bowie. Come cazzo ha fatto a vendersi anche quello?
    Di libri, si può dire che gli è rimasto solo quello che sta leggendo, “La vita interiore” di Moravia, perché era sul comodino il giorno che li ha portati tutti alle bancarelle di libri usati di via Po.
    Di oro, non se ne parla, ha già rubato l’impossibile in casa.
    Lo stereo della macchina? Si ma non ci escono neanche i soldi per una pera…
    Il basso elettrico? E poi, come fa a suonare?
    Ha già capito. È di nuovo il momento della macchina foto. Neanche sei mesi che l’ha ricomprata…
    Vacca!  Giornata di merda. Ci pensa un attimo. 16 Marzo 1978. Quel giorno compie diciannove anni. Diciannove anni e niente da festeggiare. Ma tra una mezz’oretta la penserà diversamente e farà una festicciola personale privatissima: lui e madame Heroin da soli.
    Il ricettatore abita a Porta Palazzo. Se si dà da fare, in venti minuti può arrivarci. Brucia i semafori e gli incroci com’è abituato a fare. Sul rettilineo di Corso Unione Sovietica raggiunge i 130, ma all’ultimo semaforo prima della stazione Porta Nuova ha una brutta sorpresa: c’è un posto di blocco che sembra Chek point Charlie a Berlino. Sa di non avere speranze di passare inosservato e infatti, uno dei caramba alza la paletta e gli fa cenno di accostare. Porca troia!
    Non è una semplice pattuglia con due, tre carabinieri. Sembra piuttosto un’azione di guerra: tre o quattro gazzelle a formare un imbuto, decine di agenti con i mitra spianati. Giubbotti anti proiettile addosso. Del resto il clima è rovente e comincia ad assomigliare veramente ad una guerra: giusto una settimana prima è cominciato in città il processo al nucleo storico delle Brigate Rosse, Curcio, Franceschini, Gallinari, Moretti e gli altri; poi, quella mattina, il rapimento di Moro e il massacro della scorta. I militari hanno la faccia dura, sono visibilmente nervosi. Gli fanno segno e gli urlano di scendere dalla macchina e di appoggiare le mani al tetto, poi cominciano a perquisire lui e la macchina. Carte e oggetti volano sul sedile posteriore, prelevati con furia dai cassetti laterali e dal vano portaoggetti. Il ciarpame che tiene nel portabagagli in pochi secondi è sparso sulla strada. Un siringa usata fa capolino sotto uno straccio impregnato di grasso. Il militare la lancia verso un bidone della spazzatura. È solo un fottuto tossico. Gli fanno alcune domande piuttosto formali, poi gli urlano di raccogliere tutto e sparire velocemente.
    Non se lo fa ripetere due volte.
    Bastardi! Per loro rivoltarti la macchina e svuotare tutto in terra è normale! Cosa pensavano che avessi, una P38 nel bagagliaio? Affanculo!
    Tira dritto sparato per la strada che ritiene più veloce, compresi un paio di divieti di transito e sbuca nel marasma di Porta Palazzo. Parcheggia davanti al Bar dei catanesi, dove un paio di ceffi gli si avvicina immediatamente, chiedendogli se ha qualcosa da vendere. Il suo ricettatore non si vede, così comincia a trattare con i due.
    Cinquanta sacchi? Cinquantamila lire per una macchina foto che ne costa seicento? Voi siete fuori! Questa non è mica roba rubata, c’ho ancora lo scontrino! Un quarto del valore o niente, ne trovo decine come voi!
    Si accontenta di 120.000 lire. Ha un disperato bisogno di farsi. Li arraffa col magone per la macchinetta che non vedrà più e rimonta in macchina.
    In cinque minuti è in Piazza Castello, poi in Via Po. Fa sotto e sopra un paio di volte costeggiando i portici. Alla fine vede passare uno dei tanti pusher che girano perennemente sotto i portici della via.
    Angela gli chiede di accompagnarlo a casa. Salgono in macchina e si avviano. È contento come una pasqua. Quella mossa della donna significa una cosa ben precisa. La conosce, gli è già capitato altre volte. Significa che lei ha racimolato il dovuto per pagare la roba e adesso se ne possono andare a casa sua a farsi con comodo. E la dose sarà abbondante. Angela è una donna minuta ma energica. Ha un marito perennemente in galera e un figlio che si porta spesso dietro, anche quando vende roba. Lui lo ritiene un rompi coglioni, uno di quei ragazzini che ti tormentano per ore con scherzi e giochi violenti, come darti calci negli stinchi e robe del genere. Per fortuna quel giorno non c’è.
    La casa di Angela è un tugurio. Un sottotetto in una delle zone più degradate del centro storico torinese, in Via Barbaroux, ma per uno che è abituato a farsi in strada è come trovarsi in un albergo di lusso. Con trenta carte si fa una pera da schiattare. Come si ficca l’ago in vena e inietta il liquido, sente il calore portarsi via l’astinenza e avvolgerlo tutto, come una coperta di lana dopo un giro all’aperto a dieci gradi sotto zero. Sente le palpebre calare lentamente, una calma sensazione di rilassamento dei nervi, dei muscoli, del cervello e del corpo intero. Vede Angela alzare la gonna e annodare il laccio emostatico nella parte alta di una delle gambe. Vede la miriade di puntini rossi che le decora l’interno della coscia. Che peccato! Ha belle gambe. Come fa a martoriarsi così? Se lo domanda anche se conosce benissimo la risposta. È uno stratagemma per non mostrare i segni delle iniezioni e passare il più possibile inosservata. Infatti porta sempre gonne lunghissime, anche d’estate. Si rilassa anche lei. Prima di stendersi sul letto, accende il televisore. Lo fa sempre. Dev’essere un specie di riflesso condizionato o una sorta di rito legato alla roba. Il piccolo schermo si accende di scene concitate, di gente che si sposta e a volte corre intorno a tre macchine crivellate di proiettili, corpi in terra coperti da lenzuola bianche, macchie di sangue sull’asfalto. Decine di uomini in divisa fanno la spola tra una vettura e l’altra, si fermano a parlare formando capannelli, si inchinano a scrutare i corpi distesi al suolo. La voce dello speaker è incerta e quasi sgomenta. L’azione dei brigatisti è stata fulminea. Gli agenti della scorta non hanno avuto neanche il tempo di difendersi, tanto che uno solo di loro  è riuscito a scendere dalla macchina…
    Vieni sul letto, starai più comodo. La donna si sposta da una parte, facendogli spazio. Lui si stende al suo fianco, percependo immediatamente l’odore che ha addosso. È intenso e un po’ dolciastro. Probabilmente quello di un profumo da quattro soldi, comprato su qualche bancarella del centro. Angela si gira su di un fianco, voltandosi verso la TV e lui si ritrova a scrutarne il sedere, la cui curva morbida si intuisce sotto la gonna spessa. Si fa più sotto, appoggiandosi al suo corpo e mettendole una mano sulla spalla.
    Lei inclina lievemente la testa all’indietro.
    Quant’è che non fai l’amore?
    Un po’…
    Bèh, sarà sempre meglio che qualche mese come me, con quella bestia di mio marito sempre in carcere. Ma non voglio farlo col primo che capita. Tu mi piaci e poi sei un bravo ragazzo…cerca solo di non raccontarlo troppo in giro. Sai, con tutta la gente che entra e esce di galera, le voci girano, e se venisse a saperlo lui, ci sarebbe poco da stare allegri…
    Non preoccuparti, non sono proprio il tipo.
    Già, a chi dovrebbe raccontarlo poi? Lui è un lupo solitario. È già contento di non essere da solo in quel momento. Angela con la sua roba, con il suo corpo, è un po’ il suo regalo di compleanno. Le alza la gonna senza più pensarci, senza pensare più a niente.
    Fai piano… gli sussurra  la donna. Con dolcezza. Vuoi?

     
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  • Pier Vittorio Tondelli, con “Altri libertini” rompe tutti gli schemi, le pastoie che imbrigliano gran parte della letteratura Italiana degli anni ’80. Amori omosessuali, eroina, prostituzione, bestemmie, fino a meritarsi l’appellativo di “opera luridamente blasfema” da parte del Tribunale de L’Aquila e puntualmente scatta il sequestro. Tondelli dà voce a tutti coloro che fino a quel momento non ne hanno mai avuta. Altri, anche in altre epoche, avevano raccontato senza peli sulla lingua di trasgressioni, amori diversi e vita di strada, Apollinaire, Genet, Bukowski, per citarne alcuni, ma nessuno come Pier Vittorio Tondelli, l’aveva fatto nell’italietta bigotta della Democrazia Cristiana e del Papa. E a dirla tutta, anche ai giorni nostri, Tondelli rimane una mosca bianca nel panorama letterario italiano.

    [... continua]