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Racconti di Catia Capobianchi

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  • 12 gennaio alle ore 19:07
    Caffè doppio

    Come comincia: «Buongiorno!»
    «Buongiorno!», rispose il barista.
    «Vorrei un caffè doppio!»
    «Sì certo subito, un bel caffè corretto!», attestò il barista.
    «No, scusi!»
    «Prego?», domandò indifferenze il barista, celando un'inquietante impazienza.
    «Non ho chiesto un caffè corretto!», risposi insofferente.
    «Ah! Allora un cappuccino?»
    «No, forse non mi sono spiegato. Vorrei semplicemente un caffè doppio!»
    Il barista mi osservò dubbioso. Saranno stati i bagordi della sera precedente, dove l'unica bevanda che gli tornò in mente fu un Martini più lungo che doppio, mentre gli occhi erano puntati sul davanzale della morona conosciuta in discoteca. Preso da estasianti pensieri, versò un Martini doppio in un bicchiere e, senza tanti preamboli lo posò sul banco.
    Un altro cliente accanto dall'aspetto abitudinario, visto la naturalezza con cui si muoveva nel locale, sembrò molto coinvolto dalla scena che stava assistendo con molto interesse.
     
    «Ehm scusi, credo che lei si stia confondendo, mi ha dato un Martini doppio!», sostenni innervosito.
     Mi stavo agitando. Non capivo se si stava prendendo gioco di me o, veramente la sua mente era rimasta incollata a chissà quali pensieri.
    Nel frattempo al cliente accanto, gli fuggì una sonora risata. Il barista lo guardò sinistro, poi rivolgendosi a me, ribatté con aria trasognata. «Che differenza c’è tra un Martini doppio e, un caffè doppio al mondo d'oggi? »
    «Mah... », cercai di replicare.
    «Suvvia è sempre doppio!», insistette il barista. Poi sporgendosi dal bancone con aria spropositamene famigliare continuò. «In confidenza le dirò, da quando faccio questo mestiere, ho visto più gente bere alcolici di mattina che caffè, anzi il caffè se lo bevono dopo, forse per riprendersi.»
    «Senta, è ridicolo! », replicai confuso ma, trattenendo il controllo che era una mia caratteristica in situazioni imbarazzanti o, particolarmente combattuti. «Sono entrato in questo bar per ordinare un caffè doppio!»
    «Sì, doppio!», replico l'habitué accanto, con aria ironica.
    «È così difficile averlo?»
    Le mie tempie pulsavano, sentivo il sangue correre su e giù in un ingorgo che da lì a poco, sarebbe eruttato come un vulcano.
    «Bastava dirlo», replicò il barista.
    A questo punto l'intruso intervenire, asserendo che quello che aveva appena detto il barista era vero, e di far parte anche lui della stessa cerchia.
     
    «Quale cerchia?», chiesi attenuando i nervi tesi.
    «Della prima cerchia, è ovvio!», rispose convinto l'intruso.
    «Sì sì! », confermò il barista.
    «E lei, lei di che cerchia è?», chiese l'intruso.
    Mi guardai attorno smarrito. Poco più in la c'erano degli operai che stavano ingurgitano ogni ben di Dio, accompagnato il tutto da caraffe di birra. Esaminai l'ora sull'orologio appeso a muro, rilevando che erano le 11.30. Al mio fianco, una coppietta bisbigliava parole con gesti affettuosi. Li osservai più attentamente, notando le sue mani cercare quelle di lei che si divertiva a fuggirgli, per poi tornare docile in cerca delle stesse; un gioco di mani che attirò la mia indiscrezione per vari secondi. Presupposi che era una coppia affiatata; dalle occhiate in sintonia, le attenzioni e, soprattutto da come si cercavano rubando ogni istante il filo dei loro sguardi, come se volessero immortalare ogni frazione di vita.
     
    «Ehi! Allora di che cerchia sei?», insistette impaziente l'intruso, mentre sorseggiava il vino.
    Non diede peso alle parole. La mia attenzione si posò su una coppia di anziani seduti accanto, atteggiandosi come due adolescenti. I loro occhi brillavano di una luce intensa e, un fiume di parole li circondava in un mondo, dove nessuno sarebbe potuto entrare. Chissà – pensai, da quanto tempo erano li. Parlavano senza sosta, come se avessero il tempo contato; forse rammentavano il loro primo incontro o, forse parlavano dei figli, dei nipoti, delle disavventure, dei momenti di gioia. Comunque di qualsiasi cosa parlassero, tra di loro c'era complicità e, nonostante gli anni piovuti addosso, tanta tenerezza che mi colpì il cuore. Mi venne il dubbio: chissà magari non erano vecchi sposi che navigavano tra i ricordi di un passato ma, amanti. Sì amanti, che si leccavano le ferite sperando di avere il tempo di riprovare quelle emozioni, trascinate nella nebbia dal fiume della vita.
     
    «Ehi? Sei connesso? Allora, mi vuoi dire di che cerchia sei? », perseverò l'intruso.
    Di che cerchia sono? Pensai. Forse della prima.. ma non di quelli abituali, una via di mezzo. Ci fu un periodo, dopo che Sandra mi lasciò portandosi via ogni cosa, tranne una fotografia che ci ritraeva assieme – e che fu motivo di dolore più forte di tutto il resto; guardare ogni giorno quella foto dove credevo che lei fosse felice e che un giorno avremo costruito un futuro assieme più disegnato, magari mettendo al mondo un pargolo da coccolare, aumentava il dolore delle ferite che non si rimarginavano, e iniziò la mia odissea. Iniziai a farmi un drink prima di pranzo, a volte anche più di uno. Nei momenti di pausa scendevo al bar e ordinavo un prosecco, notando con il tempo, che la gente mi osservava bisbigliando tra loro. Capì che mi stavo tagliando le gambe e di quel passo la mia serietà sarebbe andata a farsi fottere nonostante i motivi personali ma, che non dovevano intaccare con la mia professionalità. Così decisi che finché non avessi superato quel periodo di dolore e sconforto, mi sarei allontanando in un locale fuori dalla struttura per lenire la sofferenza che mi attanagliava all'improvviso, facendomi rotolare nel ricordo del tempo che fu. Ma il destino è un arlecchino e non sai mai quale maschera indosserà, come agirà: sempre pronto a colpirti quando meno te lo aspetti. Fu cosi, che una mattina decisi di allontanarmi in un bar più distante.
     
    «Dottò!» esclamò un tizio che ricordo di avere operato, a cosa o dove non mi sovvenne. Colpito e affondato - pensai.
    «Glielo offro io un drink! Sa, le devo farei miei più sinceri complimenti!»
    «Ah grazie ma le pare!», risposi esternando un sorriso a trentadue denti.
    «Lei è il miglior mago dei bisturi! Pensi che la cicatrice si vede appena, e il mio ginocchio è più agile di quello di Roberto Bolle!»
    Allora pensai - gli avrò ricostruito la lunula, si forse gli usciva la rotula. Però, non mi aspettavo tal elogio.
    «La mia rotula è diventata una pallina da ping pong, reagisce perfettamente a ogni mio movimento.»
    «Sono molto contento per lei, così finalmente avrà ripreso le sue attività!», risposi a tanta gratitudine.
    «Beh dottò, sono ancora disoccupato.», sostenne calando il tono di voce.
    «Oh mi dispiace, ma vedrà che la ruota della fortuna girerà dalla sua parte!», dissi poco convinto.
    «Sì sì, come diceva mia nonna, la speranza è l'ultima a morire. E poi ora mi sento sicuro, forte, potrei tirare su un tir!»
    «Beh magari non esageri, ah ah!»
    Bevemmo il drink e il mio ex paziente si offrì per pagare, nonostante mi opponessi lui, insistette. «Dottò, una promessa è una promessa, questo glielo offro io!»
    «La ringrazio, speriamo di incontrarci in tempi migliori.», risposi avvicinandomi per stringergli la mano.
    «Sì dottò, mi ha fatto molto piacere rivederla. Allora al prossimo giro!»
    «Quale giro? », chiesi.
    «Una bevuta!», rispose guardandomi sottecchi. Forse lui sapeva più di me cosa cercavo in quel momento e in tanti altri: evasione, dispersione.
    «Guardi che è un caso isolato.», dichiarai.
    «Certo certo, la capisco benissimo. Sempre a lavoro, concentrazione, responsabilità, e mica è uno scherzo! Ogni tanto ci vuole un po' di tregua! »
    «Le ripeto che lei si sbaglia. », insistetti.
    «Dottò non si preoccupi, sarò muto come un pesce, ero spacciato con questo ginocchio. Lei è un maestro, una persona cordiale, no come alcuni che se la tirano solo perché sono dottori e ti guardano dall'alto in basso. E poi se gli domandi spiegazioni, ti rispondono con parolone, e se gli chiedi di spiegarti più semplicemente il problema o, ti guardano con aria d’insufficienza o ti fanno capire che sei troppo stupido per comprendere e, girano i tacchi voltandoti le spalle. A volte mi chiedo perché lo fanno e, se lo fanno solo per i soldi e per la carriera. Insomma non so come spiegarmi, alcuni sono acidi, anche se vai a pagamento, sa? Lei è diverso e le fa onore. Quindi, se capiterà da queste parti, sarà sempre mio ospite!»
    Volevo tagliare corto, la conversazione mi stava irritando, anche sebbene la persona che avevo davanti, nonostante fosse di origini modeste, o almeno presumevo, aveva intuito e sapeva cogliere i miei pensieri celati dietro un camice che mi conferiva una certa importanza. Per quanto il paziente fosse gentile, mi aveva classificato nella cerchia. Appunto la cerchia.
    Per non imbattermi nel tizio alquanto prolisso nonostante la buona fede, mi allontanai in un bar più distante per non inciampare in qualche altra conoscenza. Inventai subdolamente assenze improvvisate, che con il tempo divennero abitudini di cui non potei più rinunciare. Le mie bevute aumentarono, trovando conforto nell'ebrezza dell'alcool. Poi di seguito due caffè, per riprendere un aspetto conforme, sveglio. Le occasioni si susseguivano e sapevo che sarebbe arrivato il giorno, che avrei dovuto interrompere quella strada viziosa che mi avrebbe portato al degrado. Ma il pensiero di Sandra mi assillava, mi pugnalava, mi stordiva, facendomi cadere in una forte angoscia che solo grazie all'alcool si attenuava. Il tempo passò, e le mie uscite al di fuori della struttura ospedaliera divennero più frequenti, finché un giorno mi chiamarono dall'ospedale, e una voce severa mi rammentò i miei obblighi; un paziente era in attesa in sala operatoria. Di corsa uscì dal bar proiettandomi al reparto, ma quando arrivò il momento di operare le mie mani tremarono, cominciai a sudare e capì che non sarei riuscito a intervenire sul paziente. L'anestesista mi guardò con aria interrogativa, e così le infermiere e l'assistente. La testa cominciò a girare, persi il controllo e caddi a terra.
    Fu un giorno che rimase stampato nella mente come una vite conficcata, che scavò il mio cervello frenando quella corsa verso l’autodistruzione, in un’insana meschina e falsa quotidianità.
    Di mia iniziativa chiesi le ferie, inventando un’apparente morte di un caro cugino. Scelsi una meta a caso e volai sul Mar Rosso, per cercare di ritrovare me stesso, l'uomo sicuro di se: il dottore. Invece per giorni mi lasciai andare dai bagordi, quando una mattina ritrovandomi ai piedi del letto, capì che era giunta l'ora di riprendere le redini in mano. Mi curai e tenni duro, riscoprendo la fermezza delle mie mani. Specchiandomi sul piccolo specchio ritrovai un volto più sereno e, notai che il mio stomaco si era sgonfiato come un palloncino. Riacquistata una certa sicurezza, feci le valige e tornai a casa.
    Ripresi a operare, i miei interventi ebbero successo, la mia dignità era riconquistata. Tutto procedeva per il meglio, quando una mattina uscendo dall'ospedale incrociai Sandra: un tuffo al cuore. Lei non mi vide, non si accorse di me che la seguì fino al reparto ortopedia. La vidi entrare in una stanza, sedersi accanto a un letto e baciare teneramente un uomo ingessato dalle gambe in giù. Era finita, le mie ultime speranze caddero in un pozzo senza più speranze. Mi sentì un cane, un perdente, pensando dove avessi sbagliato. Ma ormai qualsiasi cosa pensassi, non avrebbe avuto risposta se non logorare, straziare, ulteriormente il mio dolore ancorato al cuore.
    Uscì a passo veloce dalla struttura dirigendosi automaticamente in un bar, più che convinto di farmi un drink, ma per quale strano motivo a me sconosciuto, ordinai un caffè doppio..
     
    «Oh ci sei?», perseverò l'intruso e, petulante cliente con un’intimità che non ritenni giustificata.
     
    I miei pensieri confusi annegarono in un mare rispecchiando un’amara realtà. Strattonato dall’insistenza del tizio, tornai sulla terra. Guardai il barista e il Martini doppio e, la mia mano lo afferrò bevendo tutto in un sorso. Poi rivolgendomi all’intruso risposi leggermente inebriato. «Della prima cerchia!»
    «Ah ah! Lo sapevo, ti ho notato da quando sei entrato, ho l'occhio clinico io!», disse pavoneggiandosi nella sua materiale intuitività.
    «Già», risposi. «e ora mi faccia un caffè doppio!»
    Pagai e salutai quelli che sapevo, sarebbero divenuti compagni di distrazione e me ne andai sapendo che sarei presto ritornato. Prima di uscire mi voltai e, sorridendo amaramente ancora in conflitto con me stesso dissi. «Alla prossima! »
    Il barista fece l'occhiolino all’habitué, che ricambiò maliziosamente.

  • 02 dicembre 2017 alle ore 12:09
    Il mesaggio

    Come comincia:  
     
    Il messaggio.
     
     
    Quel giorno vidi che le lancette dell’orologio, presero a girare in senso antiorario; sapevo che mi avrebbe chiamato, e che non avrei potuto fuggire, ma non volevo accettare un compromesso che tempo addietro timbrò la mia vita.
    Era un tardo pomeriggio di Gennaio e nonostante non avessi fame, preparai della pasta in bianco per colmare il vuoto che si arrampicava nel mio stomaco, nella speranza di attenuare quel pensiero che mi teneva sott’occhio come un avvoltoio.
    Scolai la pasta rovistando tra i miei pensieri, e posai il piatto sul piccolo tavolino di fronte la tv, poi attizzai il fuoco nel camino e mi cominciai a navigare tra vari canali scartando film d’amore, alla fine optai in un documentario. Mi sistemai sprofondando sul mio divano e mi accinsi a mangiare. Non feci in tempo ad arrotolare gli spaghetti sulla forchetta quando il telefono squillò, guardai sul display del portatile e vidi che era lui.
    Il primo impulso fu di rispondere ma, fui distratta dalla televisione che senza il mio comando girò canale approdando su una scena che mi colpì; c’era una donna di cui non si vedeva il volto giacché era di spalle, la testa inclinata da una parte copriva il viso di un uomo e dietro, uno sfondo di un mare galoppava triste sulla riva, mentre dei gabbiani sembrava formare un arco di parole. Fermai l’immagine mentre il telefono continuava a squillare, ma non diedi peso all’insistente suono che vociava stridulo nella stanza, fui troppo presa nel decifrare il significato del disegno nel cielo, che i gabbiani magicamente immobili, aveva tracciato. Focalizzai l’immagine sul quel punto, e mi avvicinai allo schermo cercando di analizzare quella sorta di testo scritto nell’aria. Mi spaventai, era come se qualcuno avesse versato gli uccelli in un gioco di parole, ma di cui non riuscivo ad afferrarne il significato. Le parole sembravano gettate in modo confuso senza alcun senso, ma qualcosa mi suggeriva che c’era un messaggio, allora decisi di invertirne l’ordine di queste e, dopo essermi armata di carta e penna, scrissi al contrario le lettere. Quando fini di appuntare lessi tutto di un fiato, e quello che venne fuori mi agitò ulteriormente, pensando indiscutibilmente che il messaggio fosse rivolto a me, quindi con gesto fobico buttai il foglio sul fuoco che ardeva impetuoso. Notevolmente agitata feci ripartire la scena ma, i titoli di coda indicavano il termine del film, premetti sul titolo ma vi lessi: nessun evento.
    Intestardita, cercai nel menù i film trasmessi finora sul canale prescelto e, costatai che era stato trasmesso un documentario, in sostanza quello che avevo scelto inizialmente: la questione non quadrava.
    Rimasi immobile a pensare, con mano il telecomando remore del passato. Se prima non avevo appetito ora solo l’idea di mangiare mi dava la nausea, andai in cucina e presi un bicchiere di vino, lo bevvi tutto in un sorso e sentì suonare alla porta, mi pulì con un tovagliolo le labbra e, mi diressi ad aprire trattenendo l’ansia che mi attanagliava la mente.
    Aprì la porta ma, costatai che non c’era nessuno, avanzai fuori di qualche passo ma non colsi anima viva. Pensai a uno scherzo o qualcuno che avesse sbagliato a suonare, stavo per richiudere la porta quando mi accorsi che vicino ai miei piedi c’era un foglio, lo raccolsi e per un attimo mi sentì mancare. Quel foglio che prima avevo stropicciato e gettato nel fuoco ora, era fra le mie mani, illeso.
    Preoccupata chiusi in fretta la porta mentre tenevo da un lembo il foglio come se fosse contaminato e, determinata, lo rigettai sul fuoco attendendo che si riducesse in cenere. Poi versai tanta acqua sul fuoco fino a farlo spegnere e con una paletta raccolsi il tutto mettendo in una busta, poi in un altra e infine gettai le buste ben annodate nella pattumiera in terrazzo. Feci un respiro di sollievo poi, mi accertai che tutti gli infissi fossero ben serrati e chiusi a doppia mandata anche la porta di casa. Tornai in salotto e vidi che la tv era spenta, un brivido mi sali fino allo stomaco e il cuore comincio a battere forte. Mi sedetti sul divano, pensando che nelle ultime settimane ero stata messa a dura prova dagli eventi che si erano accalcati uno sopra l’altro. Squillò il telefono e vidi che era ancora lui, quindi in un gesto folle presi il telefono scaraventandolo a terra, ma questo continuò a strillare come un bambino in fasce che acclama il suo pasto, allora lo calpestai con tutta la forza fino a ridurlo in poltiglia e, finalmente cessò di suonare. Mi sentivo stranamente euforica, libera; l’angoscia mi aveva indotto in uno stato risucchiandomi la razionalità e iniettandomi un’apparente febbre delirante ma, che ovattai nella razionalità perché non volevo assolutamente approfondire l’evento accaduto, sempre se non fossi stata in preda di qualche altra mistica allucinazione. Riaccesi la tv e mi apprestai a mangiare gli spaghetti ormai freddi e, per nulla stimolanti. Notai che i miei gesti erano guidati inconsciamente, e lasciai che il mio corpo si muovesse al difuori della mente. Rimasi sul canale che per primo era apparso e non so, se fu la mia immaginazione, perché di nuovo la scena precedente si affacciò davanti ai miei occhi; La donna di spalle con la testa inclinata sembrava ascoltare le parole dell’uomo senza volto, mentre stavolta il mare taceva come spettatore, ascoltando quieto il sussurro dei due amanti.
    I gabbiani s’innalzarono in cielo in una danza senza note, mentre dipingevano ancora parole. Stavolta non ci fu bisogno di decifrare nessun messaggio, una sequenza descrisse in modo chiaro e fluido, ciò che il cielo, lasciò ai gabbiani il compito di inviare il messaggio. Sì, perché di questo si trattava: di un messaggio. Non volevo leggere e abbassai lo sguardo spegnendo quel marchingegno ma, senza volere rivolsi nuovamente lo sguardo sullo schermo che acceso da una mano invisibile, mostrò un’immagine scolpita come se fosse dipinta in una sfera.  Non potevo fuggire, anche perché sentivo le forze perdersi e, dileguarsi nel panico che mi agganciava alla poltrona. Ormai senza speranza di disertare ciò che stava accadendo, lessi le parole e scivolai in un pianto liberatorio. Il telefono che prima avevo distrutto, ora era lì, al solito posto e squillò; risposi tra il panico, l’incertezza che l’oblio mi aveva posto in un’assurda sensazione che scavava le mie emozioni.
    «Pronto, sei tu?» chiesi rassegnata.
    «Sì.»
    «Perché?»
    «Perché ti amo!»
    «Io non voglio più amare!»
    «Io invece voglio amarti.»
    «Ma ho promesso…»
    «Ma non che non ti si possa amare.»
    «Tu mi ameresti, anche se non ti amo?» domandai ermeticamente.
    «Sì.»
    «Chi sei tu?»
    «Sono chi tu vuoi.»
    «Io.. io non so più cosa voglio!» Lo disse a bassa voce mentre le mani tremavano e, la mente in subbuglio cercava un volto.
    «Tu vuoi lasciarti amare?»
    «E tu mi amerai per sempre?»
    «Per l’eternità.»
     
     
     
     
     

  • 30 novembre 2017 alle ore 17:20
    Cecando la felicità

    Come comincia: Cercando la felicità.
     
    «Eccomi qua, seduta sulla riva del mare a guardare le onde che galoppano a ritmo sfrenato; come guerrieri impavidi si lanciano verso la costa, trascinando con sé i resti dell’odio, del rancore, di un amore sofferto, odiato, amato, rincorso e perso. Cuori spezzati si riversano sulla sabbia in cerca della loro metà. Lacrime piovono sui sassi, che alla luce del sole s’illuminano di splendidi colori, che evaporano troppo in fretta per ammirare la lucentezza, come flirt estivi che lascia i tuoi occhi opachi, dove prima il sole brillava di una luce intensa.
    Lontano, un'altra onda più possente delle altre corre velocissimo verso di me,
    incrementando con l’avvicinarsi, un brivido che sboccia nell’angoscia al pensiero che
    possa travolgermi. Penso di alzarmi per allontanarmi ma, rimango calamitata in un
    bagno freddo che trasuda dalle mie vesti. L’unica cosa che riesco a fare è, di
    continuare a osservare l’esercito di gelo avvicinarsi velocemente, ringhiando con il
    vento che ha issato le nuvole sopra il mio cuore. Quanto ci vorrà prima che possa
    afferrarmi rubandomi alla luce, per portarmi nell’oscurità più profonda dell’inconscio
    dove non hai il potere di scegliere. Forse, mi solleverò da questa spiaggia umida che
    mi attanaglia nel passato all’ultimo istante, e fuggirò lontano. Oppure mi lascerò
    portare via gridando inutilmente invocando aiuto agli Dei, o, mi volterò indietro
    nella speranza che qualcuno si accorga di me, strappandomi a un’atroce sorte. O forse
    il terrore fulminerà la mia mente, concependo l’inarrestabile morte che
    avanza spietata, e rassegnata mi concederò al destino. Che ne sarà di me, del mio
    corpo, della mia mente, della mia anima. I pensieri, ricordi, gesti, gli sforzi contro le
    ostilità e quegli effimeri momenti di felicità, in cui l’amore mi fece assaggiare il suo
    dolce sapore. Finirà tutto questo con la mia vita o, un’altra porta si aprirà nell’Eden
    della felicità. Quanto tempo ci vorrà? Minuti, secondi? Rivedrò la mia vita in una
    proiezione accelerata, o, rammenterò solo momenti clamorosi? Magari non penserò
    niente o forse, mi maledirò per non aver tentato di salvare la mia anima, per non
    essermi messa in discussione sfidando l’onnipotente natura, per cercare di espiare i
    miei errori dovuti all’ingenuità, davanti a un mondo che corre in un mare di falsità.
    Sentirò l’acqua gelida perforare la mia carne, penetrarmi fino a otturare i pori, e
    quando non avrò più un’oncia di respiro, mi attaccherò all’ultima bolla d’aria
    annaspando, ansimando e soffocando. Le onde giocheranno con il mio corpo,
    ribaltandomi e rigirandomi, fino a che il mio cuore si staccherà dal guscio e
    sgretolandosi si perderà tra le correnti. L’ultimo battito segnerà e troncherà questa
    inutile vita, che si nutre solo di ricordi. Ricordi che ora, ne concepisco l’importanza
    perché uno dietro l’altro mi ha sollevata per quella che sono. Quante volte mi sono
    detta: vorrei tornare indietro, vorrei cambiare tutto, non avrei voluto incontrare quella
    persona né l’atra. Non avrei dovuto dire sì, non avrei dovuto decidere in modo
    affrettato senza riflettere alle conseguenze, e non avrei dovuto coltivare amicizie
    sterili, perché quel giorno mi sentivo sola. Non mi sarei dovuta innamorare, senza
    prima di conoscere la persona che mi stava corteggiando. Avrei dovuto prima sodare
    chi era, registrarmi nella razionalità per capire cosa volesse e, se desiderasse lasciarsi
    amare e soprattutto, se sapesse amare. Se avrebbe recitato una squallida finzione per
    un’ennesima conquista solo per annoverare il suo harem, e aumentare la sua vanità.
    Avrei dovuto mandare a quel paese chi, fingendo un affetto mi ha usato, e avrei
    dovuto oppormi alle cattiverie, ai dispetti, alle accuse, facendomi sentire in colpa: di
    cosa? Una cosa però l’ho capito, molti imperversano i sentimenti, la tua personalità,
    vomitando cattiverie, facendoti sentire una nullità solo per deviare le loro colpe, i loro
    sbagli, la loro inferiorità davanti all’impotenza che gli opprime, e tu, sei il capro
    espiatorio delle loro mancanze, delle loro sconfitte, la martire. Una persona da
    mettere in croce, per poi nella più ambigua meschinità, inginocchiandoti dinanzi, ti
    supplica ambiguamente di fare da tramite attraverso il signore, di non abbandonare la
    loro anima nel vuoto. Che stupida che sono, aver capito solo ora il macabro
    meccanismo che gira come una ruota, che sentenza il destino nel bene e male! E non
    posso nemmeno dire: «Meglio tardi che mai!» Giacché i secondi scandiscono acidi,
    il tempo rimanente che non risparmia, correndo velocemente lungo il binario della
    vita.
     Se non avessi provato, toccato, sentito, ingoiato, le esperienze che edificano una vita,
     se non avessi pianto, riso, urlato, imprecato, rimpianto, io non sarei quella che sono.
     Già, chi sono? Una donna che ha fatto delle scelte! Giuste o sbagliate, solo
     l’onnipotente potrà giudicare. I miei pensieri lungimiranti mi avvertivano che quella
     non era la strada giusta ma ahimè, l’incosciente pubertà non  conosce esperienza: il
     dilemma è, avrei dovuto ascoltare il mio cuore che a volte è più razionale della
    mente? Mentre quest’ultima confusa voleva spiegarsi sulle vele dei pensieri, in
    parole! Le mie gambe volevano correre, e invece camminarono a brevi passi felpati
    dietro il fiume grigio, che l’uomo nel tempo ha addensato in una melma viscida,
    facendomi perdere l'equilibrio, cadendo lungo il precipizio dove ora mi trovo. Però
    forse posso ancora deviare il mio destino! Forse, posso tacciare l’asfalto disastrato,
    in cui le mie impronte trascinano penosi ricordi, in uno scivolo verso un orizzonte
    annebbiato. Non voglio né posso cancellare i miei passi, perché non sarei più me
    stessa, ma vorrei poter scoprire chi sono. Dopo aver camminato una vita nella nebbia
    travolta e sottomessa da un destino arlecchino, che mi ha attanagliato tra vane
    illusioni nella speranza che qualcosa cambiasse, un miraggio ha abbagliato la mia
    mente e il cuore lo segue.
    Il mare sembrava essersi addormentato, come se i miei pensieri lo avessero cullato, solo il vento spira lieve, suggerendo sinfonie alle sirene. Ammagliata davanti al quadro, ammiro la natura che ogni giorno dipinge attraverso il mistero che la circonda, nuove sfumature in un fantastico mondo, dove una distesa di fiori stilla essenze sublimi, e canto canzoni al cielo, i miei sospiri. Il sole e la luna, amanti e complici si attendono fedeli nello stesso punto, alla stessa ora, in una danza, dove si corteggiano, promettendo eterno amore. Sogno di scrivere poesie sulla sabbia e, come una brava oratrice, poetare le mie strofe al vento e al mare. Stranamente mi sento felice al pensiero che correrò, urlerò, canterò, godendo dell’intimità, che solo il mare al tramonto, nel suo deserto ricco di vita può darmi. Respirerò l’odore della salsedine che solo da ragazza riusciva a saziare i sogni, immedesimandomi nella spensieratezza che fu fonte di vita, di esistenza verso il futuro, gioendo e coltivando nuove speranze. Nel frattempo il cielo si è aperto riflettendo stelle sull’acqua. Mi alzo per sentire la freschezza dell’acqua che m’ipnotizza oltre il confine, dove il mio cuore vede il cielo costruire una linea. Mi accingo lentamente per assaporare la sensazione che l’acqua mi donerà, sto per chinarmi quando una mano calda afferra la mia. Mi volto per guardare chi ha preso la mia mano, e con grande stupore, vidi la spensieratezza verso il futuro. Non ci fu bisogno di parlare, perché i nostri occhi lessero in entrambi, la sofferenza ma, anche il desiderio di ricominciare.
    Il mare ondeggiò leggiadro, il vento spirò caldo.  Tenendoci per mano sentimmo le
    vibrazioni attraversare i nostri corpi, gli amari ricordi furono assorbiti dalla sabbia.
    Nuove sensazioni esplosero in una miriade di speranze, pensieri impazziti trovarono
    una ragione a quella folle emozione che ci rapì nell’estasi di un sogno, che entrambi
    sapevamo che sarebbe divenuto realtà. Camminammo lungo la riva guardandoci per
    non perdere i nostri occhi: più che camminare volavamo. Fu un volo che non approdò
    in amori sofferti, in amori dove l’orgoglio distrugge la fantasia, dove l’amore non si
    perde a un crocevia, dove il compromesso è un obbligo. Tutto avvenne da sé, con la
    spontaneità che solo la purezza di un vero amore, recide liti verso un dialogo che
    unisce, rafforza i sentimenti. Quel giorno tanto odiato, dove versai il dolore al mare,
    divenne il giorno più fantastico della mia vita.»
     
    Pollon lesse con gli occhi lucidi la lettera, commuovendosi e, le diede modo di comprendere che una madre è una donna, che trovò il suo amore quando meno se lo aspettava. Rimise la lettera dentro il cofanetto e lo portò dinanzi la tomba di suo padre, accanto alla madre. Poi rivolse il suo sguardo verso il cielo, e vide una cometa. Espresse un desiderio, che fu quello di riabbracciare un giorno i genitori. Chiamò Forex il suo cane, e andò a passeggiare in riva al mare. Si sentiva sola, triste, perché anche lei come sua madre, aveva perso le speranze di incontrare un uomo che la amasse e volesse farsi amare. Il peso della sofferenza la ingobbiva disilludendola da ogni speranza. Il sole lentamente calava, il suo sguardo apatico camminava attraverso pensieri astratti. Era giunta l’ora di tornare a casa, quindi chiamò Forex notando che stava correndo assieme a un altro cane. In lontananza vide un uomo che cercava di riprendere il suo cane, ma questi fuggivano a ogni richiamo. Per tanto Pollon cercò di richiamare Alex, che non gli diede ascolto. Pollon e l’uomo si ritrovarono vicini e, scusandosi a vicenda si chiesero che cosa gli fosse preso ai loro cani. L’uomo vedendo il volto di Pollon sorrise e, leggermente imbarazzato si presentò dicendo di chiamarsi Eros. Entrambi risero, e i cani birbantelli si accucciarono ai loro piedi. Così Pollon ed Eros si accinsero a mettere il guinzaglio ai loro cani ma, appena ci provarono, questi si alzarono e si proiettarono correndo verso una direzione. Eros e Pollon li rincorsero ridendo della situazione, sembrava che i due cani non volessero distaccarsi. Arrivarono inseguendo i cani, a un piccolo ristorante eretto su delle palafitte. La notte era scesa illuminando il cielo di una miriade di stelle, i due stanchi dalla corsa, unanimi proposero di fermarsi a stuzzicare qualcosa. Il posto era molto accogliente, un gran camino illuminava l’ambiente in un’atmosfera molto intima. Chiesero al padrone del locale se potessero far entrare i loro cani; uno strano tipo dai lunghi baffi minuziosamente curati, che rammentavano l’espressione un po’ folle di Salvador Dalì. Questi non si oppose anzi, portò delle ciotole con alcuni avanzi per i cani, dopo aver fatto accomodare i signori al tavolo. Eros e Pollon mangiarono gustando ogni pietanza e, parlarono senza accorgersi del tempo che trascorreva piacevolmente. Parlarono e parlarono, finché una vocina bisbigliò che era giunto il momento di aprire i loro cuori. Le loro mani s’incontrarono  e, come un fulmine a ciel sereno nacque l’amore. Uscirono dal ristorante dopo aver ringraziato il padrone per l’ospitalità e il buon cibo.  I cani l’uno accanto all’altro seguirono i padroni, lungo la strada del destino che li aveva fatti incontrare.
     

  • 29 novembre 2017 alle ore 11:46
    Uomini in vetrina

    Come comincia: «Buongiorno, posso?» chiesi timidamente.
    «Dica, dica.» rispose il negoziante.
    «Vorrei un’informazione.»
    «Dica, dica.»
    «Ehm.. dove posso trovare un uomo?»
    «Come lo vuole?»
    «Ah! Posso scegliere?» domandai imbarazzata.
    «Sì, certo!» rispose con naturalezza.
    «Ehm.. dunque.. vediamo.»
    «Vuole dare un’occhiata il catalogo, o, entrare direttamente ai reparti?» domandò gentilmente.
    «Preferirei andare ai reparti!»
    «Allora prego, vada avanti e vedrà sulla destra un reparto, dove potrà scegliere uomini di razza bianca e, alla sinistra, uomini di razza nera. Si accomodi.» m’invitò indicandomi la direzione.
    «Scusi.» Notai un atro reparto, e fui curiosa di informarmi di cosa si trattasse.
    «Dica, dica.»
    «Mi sembra di scorgere un reparto centrale..  dove c’è molta gente, e lì cosa c’è?»
    «Ehm.. c’è una via di mezzo.»
    «Ossia?» insistetti.
    «Mah.. non saprei definire, diciamo tra un uomo e una donna!»
    «Ah! Grazie per la gentilezza, allora vado?»
    «Prego, vada vada!»
    «Bene signorina, ha scelto?»
    «Direi di sì!»
    «Dica dica!»
    «Ehm..»
    «Non sia timida, sono qui apposta, dica!» m’incoraggiò il negoziante.
    «Sì, dico!»
    «Allora?»
    «Avrei scelto Luca.»
    «Codice d’identificazione?»
    «Q.l.2.» risposi frettolosamente.
    «Vediamo.. dunque, razza bianca, dolce, Q.I.2. Eccolo! Oh! Mi dispiace, è esaurito.»
    «Noo!»
    «Sì.» rispose dispiaciuto.
    «Se vuole, può andare a dare un’altra occhiata.» suggerì il negoziante sorridendo.
    «Ehm no, guardi se c’è L.R.5.»
    «Subito! Allora, razza nera, super  dotato, arrabbiato, L.R.5! Mi dispiace è fuori serie.»
    «E perché?»
    «Perché era troppo arrabbiato.»
    «Ah!»
    «Se vuole, può dare un'altra occhiata più avanti, potrà disporre di varie etnie.»
    «Faccio subito.»
    «Vada vada.»
    «Bene signorina, stavolta spero di accontentarla.» attestò speranzoso.
    «Speriamo! Dunque avrei deciso per P.E.4.»
    «Allora vediamo razza indiana, schiavo prestante e voglioso P.E.4. Mi dispiace! Ma sa che lei è proprio sfortunata?»
    «E si!» risposi avvilita.
    «Allora cosa vuole fare?»
    «E che ci sono talmente tanti uomini, ma quelli che voglio non ci sono.»
    Il negoziante si sporse un poco dal bancone, e in confidenza disse: «Perché non prova sulla terza strada più avanti?»
    «Cosa c’è lì?» chiesi stuzzicata.
    «È un nuovo negozio, si chiama Robotmen.»
    «Interessante.» asserì.
    «Già, purtroppo!» confermò, lievemente abbattuto il negoziante.
    «E allora perché me lo consiglia?»
    «Tanto l’avrebbe visto.»
    «Scusi.. » Non capivo.
    «Dica dica.»
    «Di cosa si tratta?» domandai incuriosita.
    «Di uomini meccanici.»
    «Ma.. sono robot?» sostenni incredula.
    «Venga più vicino..»
    «Sì.. » mi accostai.
    «Sono più autentici degli uomini veri!»
    «Ah.. davvero? Ma lei come fa a saperlo?»
    «Prima che quel negozio aprisse, ero un uomo sposato.»
    «E poi?» lo invitai a continuare.
    «Mia moglie mi ha lasciato per Duca Robot 3!»
    «Mi dispiace! Non è possibile, è pur sempre un robot!»
    «Senta.. non ci sono mai entrato, ma da quello che ho sentito dire, se ne incontra uno per strada, non riesce a distinguere la differenza!»
    «Così dicendo perderà la clientela!»
    «Che ci posso fare, anche mia figlia ha preso un Robtmen, e l’ha sposato!»
    «No!» non credevo alle sue parole.
    «Sì, e le dirò di più! Non ho mai visto mia figlia così felice!»
    «E sua moglie?»
    «Mi dispiace ammetterlo, ma anche lei è felice.»
    Pensai, che se sua figlia e la moglie, avevano fatto quella scelta trovando la felicità, forse anch’io avrei avuto qualche possibilità: «Mi ha convinto! Allora vado!»
    «Vada vada.»
    «Beh.. è stato un piacere.» dissi prima di andarmene. Fui un po’ dispiaciuta per il negoziante, all’apparenza sembrava un bravo uomo… ma non volli approfondire l’argomento.
    «Piacere mio.»
    «Spero che lei non debba chiudere!»
    «Beh.. finché c’è richiesta nella corsia centrale, andiamo avanti!»
    «Sì, sicuramente lì, la crisi non c’è!»
    «Sa qual è il problema o meglio la mia paura?» intervenne il negoziante leggermente contrariato.
    «Quale?»
    «Spero che non facciano Robot unisex!»
    «E già, non ci avevo pensato..»
    «Anche perché ho pagato a mie spese, e lei intende ciò che voglio dire.. » affermò.
    «Sì.»
    «Nessuno si è mai lamentato di aver acquistato un Robotmen! Che tempi! La tecnologia si sta impossessando di noi, tra un po’ il mondo sarà di loro e noi saremmo rottamati!» concluse.
    «Sì ha proprio ragione..  scusi sa, vado! Non vorrei trovare chiuso.»
    «Sì, vada vada.»