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in archivio dal 10 set 2001

Cesare Pavese

1908, Santo Stefano Belbo, Cuneo
1950, Torino
Segni particolari: La mia traduzione del "Moby Dick" di Melville è tutt'oggi insuperabile.
Mi descrivo così: I miei libri parlano: solitudine, disillusioni amorose, disagio esistenziale, impegno politico e civile.
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  • 15 aprile 2011 alle ore 17:13
    Incontro

    Queste dure colline che han fatto il mio corpo
    e lo scuotono a tanti ricordi, mi han schiuso il prodigio
    di costei, che non sa che la vivo e non riesco a comprenderla.

    L'ho incontrata, una sera: una macchia più chiara
    sotto le stelle ambigue, nella foschia d'estate.
    Era intorno il sentore di queste colline
    più profondo dell'ombra, e d'un tratto suonò
    come uscisse da queste colline, una voce più netta
    e aspra insieme, una voce di tempi perduti.

    Qualche volta la vedo, e mi vive dinanzi
    definita, immutabile, come un ricordo.
    Io non ho mai potuto afferrarla: la sua realtà
    ogni volta mi sfugge e mi porta lontano.
    Se sia bella, non so. Tra le donne è ben giovane:
    mi sorprende, e pensarla, un ricordo remoto
    dell'infanzia vissuta tra queste colline,
    tanto è giovane. È come il mattino, mi accenna negli occhi
    tutti i cieli lontani di quei mattini remoti.
    E ha negli occhi un proposito fermo: la luce più netta
    che abbia avuto mai l'alba su queste colline.

    L'ho creata dal fondo di tutte le cose
    che mi sono più care, e non riesco a comprenderla.

     
  • Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
    questa morte che ci accompagna
    dal mattino alla sera, insonne,
    sorda, come un vecchio rimorso
    o un vizio assurdo. I tuoi occhi
    saranno una vana parola,
    un grido taciuto, un silenzio.
    Così li vedi ogni mattina
    quando su te sola ti pieghi
    nello specchio. O cara speranza,
    quel giorno sapremo anche noi
    che sei la vita e sei il nulla
    Per tutti la morte ha uno sguardo.
    Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
    Sarà come smettere un vizio,
    come vedere nello specchio
    riemergere un viso morto,
    come ascoltare un labbro chiuso.
    Scenderemo nel gorgo muti.

     
  • 31 marzo 2006
    Tradimento

    Stamattina non sono più solo una donna recente
    sta distesa sul fondo e mi grava la prua
    della barca, che avanza e fatica nell'acqua tranquilla
    ancor gelida e torba del sonno notturno.
    Sono uscito dal Po tumultuante e echeggiante nel sole
    di onde rapide e di sabbiatori, e vincendo la svolta
    dopo molti sussulti mi sono cacciato
    nel Sangone. «Che sogno», ha osservato colei
    senza muovere il corpo supino guardando nel cielo.
    Non c'è un'anima in giro e le rive son alte
    e a monte più anguste, serrate di pioppi.

    Quant'è goffa la barca in quest'acqua tranquilla.
    Dritto a poppa a levare e abbassare la punta,
    vedo il legno che avanza impacciato: è la prua che sprofonda
    per quel peso di un corpo di donna, ravvolto di bianco.
    La compagna mi ha detto che è pigra e non s'è ancora mossa.
    Sta distesa a fissare da sola le vette degli alberi
    ed è come in un letto e m'ingombra la barca.
    Ora ha messo una mano nell'acqua e la lascia schiumare
    e m'ingombra anche il fiume. Non posso guardarla
    - sulla prua dove stende il suo corpo - che piega la testa
    e mi fissa curiosa dal basso, muovendo la schiena.
    Quando ho detto che venga più in centro, lasciando la prua,
    mi ha risposto un sorriso vigliacco: «Mi vuole vicina?»

    Altre volte, gocciante di un tuffo fra i tronchi e le pietre,
    continuavo a puntare nel sole, finch'ero ubriaco,
    e approdando a quest'angolo, mi gettavo riverso,
    accecato dall'acqua e dai raggi, buttato via il palo,
    a calmare il sudore e l'affanno al respiro
    delle piante e alla stretta dell'erba. Ora l'ombra è estuosa
    al sudore che pesa nel sangue e alle membra infiacchite,
    e la volta degli alberi filtra la luce
    di un'alcova. Seduto sull'erba, non so cosa dire
    e m'abbraccio i ginocchi. La compagna è sparita
    dentro il bosco dei pioppi, ridendo, e io debbo inseguirla.
    La mia pelle è annerita di sole e scoperta.
    La compagna che è bionda, poggiando le mani
    alle mie per saltare sul greto, mi ha fatto sentire,
    con la fragilità delle dita,
    il profumo del suo corpo nascosto. Altre volte il profumo
    era l'acqua seccata sul legno e il sudore nel sole.
    La compagna mi chiama impaziente. Nell'abito bianco
    sta girando fra i tronchi e io debbo inseguirla.

     
  • 31 marzo 2006
    Lavorare stanca

    I due, stesi sull'erba, vestiti, si guardano in faccia
    tra gli steli sottili: la donna gli morde i capelli
    e poi morde nell'erba. Sorride scomposta, tra l'erba.
    L'uomo afferra la mano sottile e la morde
    e s'addossa col corpo. La donna gli rotola via.
    Mezza l'erba del prato è così scompigliata.
    La ragazza, seduta, s'aggiusta i capelli
    e non guarda il compagno, occhi aperti, disteso.

    Tutti e due, a un tavolino, si guardano in faccia
    nella sera, e i passanti non cessano mai.
    Ogni tanto un colore più gaio li distrae.
    Ogni tanto lui pensa all'inutile giorno
    di riposo, trascorso a inseguire costei,
    che è felice di stargli vicina e guardarlo negli occhi.
    Se le tocca col piede la gamba, sa bene
    che si danno a vicenda uno sguardo sorpreso
    e un sorriso, e la donna è felice. Altre donne che passano
    non lo guardano in faccia, ma almeno si spogliano
    con un uomo stanotte. O che forse ogni donna
    ama solo chi perde il suo tempo per nulla.

    Tutto il giorno si sono inseguiti e la donna è ancor rossa
    alle guance, dal sole. Nel cuore ha per lui gratitudine.
    Lei ricorda un baciozzo rabbioso scambiato in un bosco,
    interrotto a un rumore di passi, e che ancora la brucia.
    Stringe a sè il mazzo verde - raccolto sul sasso
    di una grotta - di bel capevenere e volge al compagno
    un'occhiata struggente. Lui fissa il groviglio
    degli steli nericci tra il verde tremante
    e ripensa alla voglia di un altro groviglio,
    presentito nel grembo dell'abito chiaro,
    che la donna gli ignora. Nemmeno la furia
    non gli vale, perché la ragazza, che lo ama, riduce
    ogni assalto in un bacio c gli prende le mani.

    Ma stanotte, lasciatala, sa dove andrà:
    tornerà a casa rotto di schiena e intontito,
    ma assaporerà almeno nel corpo saziato
    la dolcezza del sonno sul letto deserto.
    Solamente, e quest'è la vendetta, s'immaginerà
    che quel corpo di donna, che avrà come suo, sia,
    senza pudori, in libidine, quello di lei.

     
  • 31 marzo 2006
    La terra e la morte

    Tu sei come una terra
    che nessuno ha mai detto.
    Tu non attendi nulla
    se non la parola
    che sgorgherà dal fondo
    come un frutto tra i rami.
    C'è un vento che ti giunge.
    Cose secche e rimorte
    t'ingombrano e vanno nel vento
    Membra e parole antiche.
    Tu tremi nell'estate

     
  • 31 marzo 2006
    Antenati

    Stupefatto del mondo mi giunse un'età
    che tiravo dei pugni nell'aria e piangevo da solo.
    Ascoltare i discorsi di uomini e donne
    non sapendo rispondere, è poca allegria.
    Ma anche questa è passata: non sono più solo
    e, se non so rispondere, so farne a meno.
    Ho trovato compagni trovando me stesso.

    Ho scoperto che, prima di nascere, sono vissuto
    sempre in uomini saldi, signori di sè,
    e nessuno sapeva rispondere e tutti eran calmi.
    Due cognati hanno aperto un negozio - la prima fortuna
    della nostra famiglia - e l'estraneo era serio,
    calcolante, spietato, meschino: una donna.
    L'altro, il nostro, in negozio leggeva romanzi
    - in paese era molto - e i clienti che entravano
    si sentivan rispondere a brevi parole
    che lo zucchero no, che il solfato neppure,
    che era tutto esaurito. E' accaduto phi tardi
    che quest'ultimo ha dato una mano al cognato fallito.
    A pensar questa gente mi sento più forte
    che a guardare lo specchio gonfiando le spalle
    e atteggiando le labbra a un sorriso solenne.
    E' vissuto un mio nonno, remoto nei tempi,
    che si fece truffare da un suo contadino
    e allora zappò lui le vigne - d'estate -
    per vedere un lavoro ben fatto. Così
    sono sempre vissuto e ho sempre tenuto
    una faccia sicura e pagato di mano

    E le donne non contano nella famiglia.
    Voglio dire, le donne da noi stanno in casa
    e ci mettono al mondo e non dicono nulla
    e non contano nulla e non le ricordiamo.
    Ogni donna c'infonde nel sangue qualcosa di nuovo,
    ma s'annullano tutte nell'opera e noi,
    rinnovati così, siamo i soli a durare.
    Siamo pieni di vizi, di ticchi e di orrori
    - noi, gli uomini, i padri - qualcuno si è ucciso,
    ma una sola vergogna non ci ha mai toccato,
    non saremo mai donne, mai ombre a nessuno.

    Ho trovato una terra trovando i compagni,
    una terra cattiva, dov'è un privilegio
    non far nulla, pensando al futuro.
    Perchè il solo lavoro non basta a me e ai miei;
    noi sappiamo schiantarci, ma il sogno più grande
    dei miei padri fu sempre un far nulla da bravi.
    Siamo nati per girovagare su quelle colline,
    senza donne, e le mani tenercele dietro la schiena.

     
  • 31 marzo 2006
    Due sigarette

    Ogni notte è la liberazione. Si guarda i riflessi
    dell'asfalto sui corsi che si aprono lucidi al vento.
    Ogni rado passante ha una faccia e una storia.
    Ma a quest'ora non c'è più stanchezza: i lampioni a migliaia
    sono tutti per chi si sofferma a sfregare un cerino.

    La fiammella si spegne sul volto alla donna
    che mi ha chiesto un cerino. Si spegne nel vento
    e la donna delusa ne chiede un secondo
    che si spegne: la donna ora ride sommessa.
    Qui possiamo parlare a voce alta e gridare,
    che nessuno ci sente. Leviamo gli sguardi
    alle tante finestre - occhi spenti che dormono -
    e attendiamo. La donna si stringe le spalle
    e si lagna che ha perso la sciarpa a colori
    che la notte faceva da stufa. Ma basta appoggiarci
    contro l'angolo e il vento non è più che un soffio.
    Sull'asfalto consunto c'è già un mozzicone.
    Questa sciarpa veniva da Rio, ma dice la donna
    che è contenta d'averla perduta, perchè mi ha incontrato.
    Se la sciarpa veniva da Rio, è passata di notte
    sull'oceano inondato di luce dal gran transatlantico.
    Certo, notti di vento. E' il regalo di un suo marinaio.
    Non c'è più il marinaio. La donna bisbiglia
    che, se salgo con lei, me ne mostra il ritratto
    ricciolino e abbronzato. Viaggiava su sporchi vapori
    e puliva le macchine: io sono più bello.

    Sull'asfalto c'è due mozziconi. Guardiamo nel cielo:
    la finestra là in alto - mi addita la donna - la nostra.
    Ma lassù non c'è stufa. La notte, i vapori sperduti
    hanno pochi fanali o soltanto le stelle.
    Traversiamo l'asfalto a braccetto, giocando a scaldarci.

     
  • 31 marzo 2006
    Tu non sai le colline

    Tu non sai le colline
    dove si è sparso il sangue.
    Tutti quanti fuggimmo
    tutti quanti gettammo
    l'arma e il nome. Una donna
    ci guardava fuggire.
    Uno solo di noi
    si fermò a pugno chiuso,
    Vide il cielo vuoto,
    chinò il capo e morì
    sotto il muro, tacendo.
    Ora è un cencio di sangue
    e il suo nome. Una donna
    ci aspetta alle colline

     
  • 31 marzo 2006
    The cats will know

    Ancora cadrà la pioggia
    sui tuoi dolci selciati,
    una pioggia leggera
    come un alito o un passo.
    Ancora la brezza e l'alba
    fioriranno leggere
    come sotto il tuo passo,
    quando tu rientrerai.
    Tra fiori e davanzali
    i gatti lo sapranno.

    Ci saranno altri giorni
    ci saranno altre voci.
    Sorriderai da sola.
    I gatti lo sapranno
    Udirai parole antiche
    parole stanche e vane
    come i costumi smessi
    delle feste di ieri.

    Farai gesti anche tu.
    Risponderai parole -
    viso di primavera,
    farai gesti anche tu.

    I gatti lo sapranno,
    viso di primavera;
    e la pioggia leggera,
    l'alba color giacinto,
    che dilaniano il cuore
    di chi più non ti spera,
    sono il triste sorriso,
    che sorridi da sola,
    Ci saranno altri giorni,
    altre voci e risvegli,
    Soffriremo nell'alba,
    viso di primavera.

     
  • 31 marzo 2006
    Pensieri di Deola

    Deola passa il mattino seduta al caffè
    e nessuno la guarda. A quest'ora in città corron tutti
    sotto il sole ancor fresco dell'alba. Non cerca nessuno
    neanche Deola, ma fuma pacata e respira il mattino.
    Fin che è stata in pensione, ha dovuto dormire a quest'ora
    per rifarsi le forze: la stuoia sul letto
    la sporcavano con le scarpacce soldati e operai,
    i clienti che fiaccan la schiena. Ma, sole, è diverso:
    si può fare un lavoro più fine, con poca fatica.
    Il signore di ieri, svegliandola presto,
    l'ha baciata e condotta (mi fermerei, cara,
    a Torino con te, se potessi) con sè alla stazione
    a augurargli huon viaggio.

    E' intontita ma fresca stavolta,
    e le piace esser libera, Deola, e bere il suo latte
    e mangiare brioches. Stamattina è una mezza signora
    e, se guarda i passanti, fa solo per non annoiarsi.
    A quesr'ora in pensione si dorme e c'è puzzo di chiuso
    - la padrona va a spasso - è da stupide stare lì dentro.
    Per girare la sera i locali, ci vuole presenza
    e in pensione, a trent'anni, quel po' che ne resta, si è perso.

    Deola siede mostrando il profilo a uno specchio
    e si guarda nel fresco del vetro. Un po' pallida in faccia:
    non è il fumo che stagni. Corruga le ciglia.
    Ci vorrebbe la voglia che aveva Marì, per durare
    in pensione (perchè, cara donna, gli uomini
    vengon qui per cavarsi capricci che non glieli toglie
    nè la moglie nè l'innamorata) e Marì lavorava
    instancabile, piena di brio e godeva salute.
    I passanti davanti al caffè non distraggono Deola
    che lavora soltanto la sera, con lente conquiste
    nella musica del suo locale. Gettando le occhiate
    a un cliente o cercandogli il piede, le piaccion le orchestre
    che la fanno parere un'attrice alla scena d'amore
    con un giovane ricco. Le basta un cliente
    ogni sera e ha da vivere. (Forse il signore di ieri
    mi portava davvero con sè). Stare sola, se vuole,
    al mattino, e sedere al caffè. Non cercare nessuno.

     
  • 31 marzo 2006
    Fumatori di carta

    Mi ha condotto a sentir la sua banda. Si siede in un angolo
    e imbocca il clarino. Comincia un baccano d'inferno.
    Fuori, un vento furioso e gli schiaffi, tra i lampi,
    della pioggia fan si che la luce vien tolta,
    ogni cinque minuti. Nel buio, le facce
    danno dentro stravolte, a suonare a memoria
    un ballabile. Energico, il povero amico
    tiene tutti, dal fondo. E il clarino si torce,
    rompe il chiasso sonoro, s'inoltra, si sfoga
    come un'anima sola, in un secco silenzio.

    Questi poveri ottoni son troppo sovente ammaccati:
    contadine le mani che stringono i tasti,
    e le fronti, caparbie, che guardano appena da terra.
    Miserabile sangue fiaccato, estenuato
    dalle troppe fatiche, si sente muggire
    nelle note e l'amico li guida a fatica,
    lui che ha mani indurite a picchiare una mazza,
    a menare una pialla, a strapparsi la vita.

    Li ebbe un tempo i compagni e non ha che trent'anni.
    Fu di quelli di dopo la guerra, cresciuti alla fame.
    Venne anch'egli a Torino, cercando una vita,
    e trovò le ingiustizie. Imparò a lavorare
    nelle fabbriche senza un sorriso. Imparò a misurare
    sulla propria fatica la fame degli altri,
    e trovò dappertutto ingiustizie. Tentò darsi pace
    camminando, assonnato, le vie interminabili
    nella notte, ma vide soltanto a migliaia i lampioni
    lucidissimi, su iniquità: donne rauche, ubriachi,
    traballanti fantocci sperduti. Era giunto a Torino
    un inverno, tra lampi di fabbriche e scone di fumo;
    e sapeva cos'era lavoro. Accettava il lavoro
    come un duro destino dell'uomo. Ma tutti gli uomini
    lo accertassero e al mondo ci fosse giustizia.
    Ma si fece i compagni. Soffriva le lunghe parole
    e dovette ascoltarne, aspettando la fine.
    Se li fece i compagni. Ogni casa ne aveva famiglie.
    La città ne era tutta accerchiata. E la faccia del mondo
    ne era tutta coperta. Sentivano in sè
    tanta disperazione da vincere il mondo.

    Suona secco stasera, malgrado la banda
    che ha istruito a uno a uno. Non bada al frastuono
    della pioggia e alla luce. La faccia severa
    fissa attenta un dolore, mordendo il clarino.
    Gli ho veduto questi occhi una sera, che soli,
    col fratello, più triste di lui di dieci anni,
    vegliavamo a una luce mancante. Ii fratello studiava
    su un inutile tornio costruito da lui.
    E il mio povero amico accusava il destino
    che li tiene inchiodati alla pialla e alla mazza
    a nutrire due vecchi, non chiesti.

    D'un tratto gridò
    che non era il destino se il mondo soffriva,
    se la luce del sole strappava bestemmie:
    era l'uomo, colpevole. Almeno potercene andare,
    far la libera fame, rispondere no
    a una vita che adopera amore e pietà,
    la famiglia, il pezzetto di terra, a legarci le mani.

     
  • 31 marzo 2006
    Sempre vieni dal mare

    Sempre vieni dal mare
    e ne hai la voce roca,
    sempre hai occhi segreti
    d'acqua viva tra i rovi,
    e fronte bassa, come
    cielo basso di nubi.
    Ogni volta rivivi
    come una cosa antica
    e selvaggia, che il cuore
    già sapeva e si serra.
    Ogni volta è uno strappo,
    ogni volta è la morte.
    Noi sempre combattemmo.
    Chi si risolve nell'urto
    ha gustato la morte
    e la porta nel sangue.
    Come buoni nemici
    che non s'odiano più
    noi abbiamo una stessa
    voce, una stessa pena
    e viviamo affrontato
    sotto povero cielo.
    Tra noi non insidie,
    non inutili cose -
    combatteremo sempre.
    Combatteremo ancora,
    combatteremo sempre,
    perchè cerchiamo il sonno
    della morte affiancati,
    e abbiamo voce roca
    fronte bassa e selvaggia
    e un identico cielo.
    Fummo fatti per questo.
    Se tu od io cede all'urto.
    segue una notte lunga
    che non è pace o tregua
    e non è morte vera.
    Tu non sei più. Le braccia
    si dibattono invano.
    Fin che ci trema il cuore.
    Hanno detto un tuo nome.
    Ricomincia la morte.
    Cosa ignota e selvaggia
    sei rinata dal mare.

     
  • 31 marzo 2006
    Anche tu sei l'amore

    Anche tu sei l'amore.
    Sei di sangue e di terra
    come gli altri. Cammini
    come chi non si stacca
    dalla porta di casa.
    Guardi come chi attende
    e non vede. Sei terra
    che dolora e che tace.
    Hai sussulti e stanchezze,
    hai parole - cammini
    in attesa. L'amore
    è il tuo sangue - non altro

     
  • 31 marzo 2006
    Estate di San Martino

    Le colline e le rive dei Po sono un giallo bruciato
    e noi siamo saliti quassù a maturarci nel sole.
    Mi racconta costei - come fosse un amico -
    Da domani abbandono Torino- e non torno mai più.
    Sono stanca di vivere tutta la vita in Prigione.
    Si respira un sentore di terra e, di là dalle piante,
    a Torino, a quest'ora, lavorano tutti in prigione.
    Torno a casa dei miei dove almeno potrò stare sola
    senza piangere e senza pensare alla gente che vive.
    Là mi caccio un grembiate e mi sfogo in cattive risposte
    ai parenti e per tutto l'inverno non esco mai più.
    Nei paesi novembre è un bel mese dell'anno:
    c'è le foglie colore di terra e le nebbie al mattino,
    poi c'è il sole che rompe le nebbie. Lo dico tra me
    e respiro l'odore di freddo che ha il sole al mattino.
    Me ne vado percbé è troppo bella Torino a quest'ora:
    a me piace girarci e vedere la gente
    e mi tocca star chiusa fincb'è tutto buio
    e la sera soffrire da sola. Mi vuole vicino
    come fossi un amico: quest'oggi ha saltato l'ufficio
    per trovare un amico. Ma posso star sola costì?
    Giorno e notte - l'ufficio - le scale - la stanza da letto -
    se alla sera esca a fare due passi non so dove andare
    e ritorno cattiva e al mattino non voglio più alzarmi.
    Tanto bella sarebbe Torino - poterla godere -
    solamente poter respirare. Le piazze e le strade
    han lo stesso profumo di tiepido sole
    che c'è qui tra le piante. Ritorni al paese.
    Ma Torino è il piú bello di tutti i paesi.
    Se trovassi un amico quest'oggi, starei sempre qui.

     
  • 31 marzo 2006
    La casa

    L'uomco solo ascolta la voce calma
    con lo sguardo socchiuso, quasi un respiro
    gli alitasse sul volto, un respiro amico
    che risale, incredibile, dal tempo andato.

    L'uomo solo ascolta la voce antica
    che i suoi padri, nei tempi, hanno udito, chiara
    e raccolta, una voce che come il verde
    degli stagni e dei colli incupisce a sera.

    L'uomo solo conosce una voce d'ombra,
    carezzante, che sgorga nei toni calmi
    di una polla segreta: la beve intento,
    occhi chiusi, e non pare che l'abbia accanto.

    E' la voce che un giorno ha fermato il padre
    di suo padre, e ciascuno del sangue morto.
    Una voce di donna che suona segreta
    sulla soglia di casa, al cadere del buio.

     
  • 31 marzo 2006
    The nigbt you slept

    Anche la notte ti somiglia,
    la notte remota che piange
    muta, dentro il cuore profondo,
    e le stelle passano stanche.
    Una guancia tocca una guancia -
    è un brivido freddo, qualcuno
    si dibatte e t'implora, solo,
    sperduto in te, nella tua febbre.

    La notte soffre e anela l'alba,
    povero cuore che sussulti.
    O viso chiuso, buia angoscia,
    febbre che rattristi le stelle,
    c'è chi come te attende l'alba
    scrutando il tuo viso in silenzio.
    Sei distesa sotto la notte
    come un chiuso orizzonte morto.
    Povero cuore che sussulti,
    un giorno lontano eri l'alba.

     
  • Sarà un cielo chiaro.
    S'apriranno le strade
    sul colle di pini e di pietra.
    il tumulto delle strade
    non muterà quell'aria ferma.
    I fiori spruzzati
    di colori alle fontane
    occhieggeranno come donne
    divertite. Le scale
    le terrazze le rondini
    canteranno nel sole.
    S'aprirà quella strada,
    le pietre canteranno,
    il cuore batterà sussultando
    come l'acqua nelle fontane -
    sarà questa la voce
    che salirà le tue scale.
    Le finestre sapranno
    l'odore della pietra e dell'aria
    mattutina. S'aprirà una porta.
    il tumulto delle strade
    sarà il tumulto del cuore
    nella luce smarrita.

    Sarai tu - ferma e chiara.
     

     
  • I mattini passano chiari
    e deserti. Così i tuoi occhi
    s'aprivano un tempo. Il mattino
    trascorreva lento, era un gorgo
    d'immobile luce.
    Taceva. Tu viva tacevi; le cose
    vivevano sotto i tuoi occhi
    (non pena non febbre non ombra)
    come un mare al mattino, chiaro.

    Dove sei tu, luce, è il mattino.
    Tu eri la vita e le cose.
    In te desti respiravamo
    sotto il cielo che ancora è in noi.
    Non pena non febbre allora,
    non quest'ombra greve del giorno
    affollato e diverso. O luce,
    chiarezza lontana, respiro
    affannoso, rivolgi gli occhi
    immobili e chiari su noi.
    E' buio il mattino che passa
    senza la luce dei tuoi occhi.

     
  • Hai un sangue, un respiro.
    Sei fatta di carne
    di capelli di sguardi
    anche tu. Terra e piante,
    cielo di marzo, luce,
    vibrano e ti somigliano -
    il tuo riso e il tuo passo
    come acque che sussultano -
    la tua ruga fra gli occhi
    come nubi raccolte -
    il tuo tenero corpo
    una zolla nel sole.

    Hai un sangue, un respiro.
    Vivi su questa terra.
    Ne conosci i sapori
    le stagioni i risvegli,
    hai giocato nel sole,
    hai parlato con noi.
    Acqua chiara, virgulto
    primaverile, terra,
    germogliante silenzio,
    tu hai giocato bambina
    sotto un cielo diverso,
    ne hai negli occhi il silenzio,
    una nube, che sgorga
    come polla dal fondo.
    Ora ridi e sussulti
    sopra questo silenzio.
    Dolce frutto che vivi
    sotto il cielo chiaro,
    che respiri e vivi
    questa nostra stagione,
    nel tuo chiuso silenzio
    è la tua forza. Come
    erba viva nell'aria
    rabbrividisci e ridi,
    ma tu, tu sei terra.
    Sei radice feroce.
    Sei la terra che aspetta.

     
  • 31 marzo 2006
    Estate

    E' riapparsa la donna dagli occhi socchiusi
    e dal corpo raccolto, camminando per strada.
    Ha guardato diritto tendendo la mano,
    nell'immobile strada. Ogni cosa è riemersa.

    Nell'ímmobile luce dei giorno lontano
    s'è spezzato il ricordo. La donna ha rialzato
    la sua semplice fronte, e lo sguardo d'allora
    è riapparso. La mano si è tesa alla mano
    e la stretta angosciosa era quella d'allora.
    Ogni cosa ha ripreso i colori e la vita
    allo sguardo raccolto, alla bocca socchiusa.

    E' tornata l'angoscia dei giorni lontani
    quando tutta un'immobile estate improvvisa
    di colori e tepori emergeva, agli sguardi
    di quegli occhi sommessi. E' tornata l'angoscia
    che nessuna dolcezza di labbra dischiuse
    può lenire. Un immobile cielo s'accoglie
    freddamente, in quegli occhi.
    Fra calmo il ricordo
    alla luce sommessa dei tempo, era un docile
    moribondo cui già la finestra s'annebbia e scompare.
    Si è spezzato il ricordo. La stretta angosciosa
    della mano leggera ha riacceso i colori
    e l'estate e i tepori sotto il viviclo cielo.
    Ma la bocca socchiusa e gli sguardi sommessi
    non dan vita che a un duro inumano silenzio.

     
  • 31 marzo 2006
    Il vino triste

    La fatica è sedersi senza farsi notare.
    Tutto il resto poi viene da sé. Tre sorsate
    e ritorna la voglia di pensarci da solo.
    Si spalanca uno sfondo di lontani ronzii,
    ogni cosa si sperde, e diventa un miracolo
    esser nato e guardare il bicchiere. Il lavoro
    (l'uomo solo non può non pensare al lavoro)
    ridiventa l'antico destino che è bello soffrire
    per poterci pensare. Poi gli occhi si fissano
    a mezz'aria, dolenti, come fossero ciechi.

    Se quest'uomo si rialza e va a casa a dormire,
    pare un cieco che ha perso la strada. Chiunque
    può sbucare da un angolo e pestarlo di colpi.
    Può sbucare una donna e distendersi in strada,
    bella e giovane, sotto un altr'uomo, gemendo
    come un tempo una donna gemeva con lui.
    Ma quest'uomo non vede. Va a casa a dormire
    e la vita non è che un ronzio di silenzio.

    A spogliarlo, quest'uomo, si trovano membra sfinite
    e del pelo brutale, qua e là. Chi direbbe
    che in quest'uomo trascorrono tiepide vene
    dove un tempo la vita bruciava? Nessuno
    crederebbe che un tempo una donna abbia fatto carezze
    su quel corpo e baciato quel corpo, che trema,
    e bagnato di lacrime, adesso che l'uomo
    giunto a casa a dormire, non riesce, ma geme.

     
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