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in archivio dal 19 feb 2019

Cesira Sinibaldi

31 agosto 2000, Pescina (AQ) - Italia
Mi descrivo così: Ho insegnato letteratura e storia nei licei. Sono una buona lettrice. Amo scrivere, ho pubblicato libri di narrativa, ricerca dialettale, ricerca d'archivio. Amo viaggiare in camper.

elementi per pagina
  • 28 febbraio alle ore 12:24
    Aspettando il taxi giallo

    Come comincia: Union Square, ore quattro pomeridiane di una tiepida giornata di un aprile newyorchese denso di profumi di tiglio e vaniglia che solo là si addensa forte e si mescola a quel salmastro che l’oceano scaglia contro i grattacieli di Manhattan. 
    Nella polaroid è rimasto l’ultimo di una serie di scatti che hanno catturato un pezzo di mondo che mi stupisce e mi inquieta. 
    Tu sei là. A tratti ti dondoli su una panchina verde che dividi con un piccolo scoiattolo affamato a cui regali parte dell’ hot dog che l’anziana signora giapponese che ti siede dirimpetto ti ha offerto e che tu hai tardato ad afferrare. 
    Il mio ultimo scatto ti ha sorpreso mentre ti chinavi, così i tuoi occhi scuri liquidi da indio che un attimo prima volgevi in alto sono rimasti solo a te. 
    Non potrò mai sapere altro…dove vivi …chi sei…qual è il tuo nome…perché tanto dolore tra le pieghe delle tue guance. Non potrò mai sapere se le tue braccia sono ancora trafitte da minuscoli fori rossi e violacei o se invece sono coperte da piccole cicatrici e da pelle nuova. 
    Non potrò mai sapere se ci sei ancora, piccolo uomo solo nella folla. 
    Stanotte ho voglia di scrivere. 
    Incomincio a battere veloce sui tasti una lettera che potrei inviare a un amico. 
    Ma in quest’ora buia non riesco a scorgerne i tratti. 
    Scrivo a te, ragazzo solo come tanti, immagine priva di uno sguardo che mi avrebbe imbarazzato. 
    Sei il divo di fronte alla platea che non vede l’altro ma la folla. 
    Sei il ragazzo che il sabato sera afferra la vita per i rumori assordanti di un ritmo intenso che nasconde il battito vicino. 
    Sei l’uomo tranquillo che non sa più amare né odiare. 
    Sei la signora spenta che indossa una veste sfilacciata creata per lei dal sarto che voleva indurla a desiderare ripartendo da uno straccio. 
    Sei il pittore di un ritratto che nessuno acquisterà. 
    Sei il navigante solitario in un mare dei bit. 
    Sei l’amante respinto. 
    Lo scrittore non letto. 
    Sei il viados con il seno gonfio per contraddire. 
    Sei, forse, il disperato che in un angolo buio di mondo scaglia mine nella mischia polverosa della guerriglia. 
    Sei il kamikaze che per esistere ruba la vita con un boato. 
    Sei uno o tutti i personaggi dei miei racconti…sei il professore, sei Maria Velaska, sei Lenìn, sei Camilla, sei Samuele…sei l’Americana…sei il ragazzo del ’99….. 
    Sei, come me, come molti, un minuscolo frammento d’amore e di dolore. 
    Sei, come me, come tutti, il viaggiatore del taxi giallo. 
    Stanotte ho avuto voglia di scriverti. 

     

     
  • 26 febbraio alle ore 23:40
    Il taxi giallo

    Come comincia: Tento di scrivere, per immagini o per visioni, un frammento della storia della mia vita di giovanissimo emigrante in Africa che si interseca, umile e posticcia, con la Storia di un popolo, anzi del mondo qual era intorno agli Anni Trenta, in piena crisi economica e sociale.

    Non avrei potuto immaginare che, con il crollo delle Torri Gemelle a New York, quel seguito vincente del mio vivere povero , il mio vero riscatto, la mia stessa vita in lui, mio figlio...tutto questo si sarebbe infranto di colpo.

    La povera Africa mi aveva dato quello che la ricca America mi ha tolto.

    Il taxi giallo

    Sono un uomo anziano, ormai. Il mio sguardo va alle immagini che qui di fronte a me formano, sulla parete che corre bianca dietro alla scrivania, una sequenza che qualcuno ha ricomposto per lasciarmi ricostruire questo viaggio che ti ha portato di nuovo lontano. Molto lontano.

    New York (USA), 10 settembre 2001

    Primo fotogramma.

    C’è un taxi giallo dal quale scendi, giovane imprenditore già di successo, mentre accenni un saluto a qualcuno che ti sta riconoscendo e che imprime rapido con un flash il breve segmento di una tua giornata qualunque che verrà riconsegnata a me con a margine un piccolo numero uno per definire una sequenza.

    Secondo fotogramma

    Il cuore di Manhattan pulsa. “Avenue of the Americas” leggo su un cartello che mi indica un tuo spostamento. Il taxi giallo, piccola tessera del mosaico che si va a comporre, è sempre lì, dopo aver tracciato per te la strada che avevi da sempre sognato di fare. Scendi.

    Terzo quarto quinto fotogramma

    La piccola tessera gialla qui manca. Il fotogramma ti mostra in altri ambienti e in altre circostanze che non so decifrare. Vedo che appari sorridente, vedo che tutto va come deve andare.

    Sesto fotogramma

    Ritorna la piccola tessera del puzzle che ti contiene insieme ad una donna di cui non sapevo. Di cui non so.

    Settimo fotogramma

    La tessera è sparita, per ora non ce n’è traccia. Tu e lei, lei di cui non so. Alle spalle la prima delle Tween Towers.

    Ottavo fotogramma

    Elegante ristorante di un piano certamente alto, se i grattaceli retrostanti sono piccole scatole di fiammiferi e la Statua si scorge appena sul fondo blu dell’East River.

    Nono fotogramma

    New York si è accesa del sole di un’estate tardiva. Lo sguardo del mondo sembra concentrarsi là.

    Sulle mille forme della città che vibra.

    Sul respiro fresco dell’oceano in settembre.

    Quello sguardo si insinua tra voi.

    Fine della sequenza

    I miei fotogrammi sono immagini impresse nella mia vecchia mente lucida e nel mio cuore che si ostina a battere un ritmo sgangherato.

    Asmara (Africa), 10 settembre 1936

    Prima immagine

    Mio padre non voleva che partissi anch’io, già non si rassegnava per la lontananza di Florindo, il maggiore, che ormai si era stabilito in Eritrea, dove aveva trovato, come altri giovani marsicani, un lavoro stabile come saldatore elettrico presso la raffineria americana ARAMCO, dopo aver tentato invano a Rastanura, in Arabia Saudita, dove si diceva che si guadagnasse meglio.

    Toccava a lui, se lo sentiva, di riparare il danno immane che quel maledetto martedì nero di Wall Street aveva prodotto nell’economia mondiale e di cui fece le spese anche nostro padre che aveva iniziato da poco una sua attività imprenditoriale nel settore dell’edilizia. La sua onestà non gli permise di approfittare, come altri fecero in quella circostanza, di certe agevolazioni governative per volgere gli effetti della crisi in suo favore e fu così che il figlio maggiore si trovò costretto a partire.

    Ma Florindo, che aveva anche una sua famiglia da mantenere, non ce l’avrebbe fatta da solo.

    Fu così che dopo un po’ di anni partii anch’io. Non avevo più una madre che mi fermasse e il mio amatissimo padre, da solo, non riuscì a farlo.

    Il taxi era giallo. Tracciò il mio percorso dal porto di Massaua fino all’ Asmara. Avevo visto solo acqua, navigando lentamente sul mar Rosso e non vedevo l’ora di toccare la terra d’Africa.

    Mi lasciò ad una decina di chilometri ad ovest della capitale, su uno spiazzo sterrato tutto buche e pozzanghere.

    Avevo sedici anni, un paio di zuavi color fumo, una camiciuola a righe bianche e blu con le maniche arrotolate sui polsi, una valigia, due occhi spauriti che la testa rasata ingrandiva e che io serravo ogni tanto per non lasciare cadere qualche lacrima che affiorava.

    In mano un biglietto gualcito graffiato a matita da una mano poco avvezza alla scrittura.

    E’ qui, urlava la voce grassa dell’autista nero dal finestrino aperto del taxi giallo, è qui, cerca qui tuoi parenti, good bye!

    Seconda immagine

    Cercai con lo sguardo quello che mi ero figurato nella mente. Niente. Era la riprova, ma non lo compresi allora, che la realtà immaginata era per me sempre troppo diversa e opposta dalla realtà trovata. Anche per le cose minime ebbi modo, in seguito, di sperimentare ciò: pensavo ad una direzione e ne dovevo fare un’altra, pensavo ad una casa e trovavo un palazzo, una ragazza bionda nasceva bruna nei miei pensieri. Era il mio uno strano rapporto con la reltà e l’immaginario. L’una giocava a distanziarsi dall’altra. L’altra giocava a tentare una rincorsa. Mai, quasi mai, s’incontravano. Fu così anche allora.

    Tre o quattro casupole mi apparvero in lontananza, sullo sfondo, dallo sterrato. Mi incamminai in quella direzione. Un gruppetto di bambini neri, i grandi occhi fissi sul forestiero, mi venne incontro; alcuni, cantilenando in una lingua, che poi conobbi come tigrino, qualcosa di rassicurante, mi condussero verso una baracca.

    Terza immagine

    Una donna di colore, coperta da un ampio telo a fiori azzurri, un cespuglio crespo sul viso scarno e sorridente, mi fece strada, entrò da una porta già aperta, mi lasciò entrare, lasciò che io posassi la valigia in terra. Da una porticina in fondo spuntò una giovane donna bianca, aveva per mano una bambina bionda.

    Donato!! riuscì a dire venendomi incontro e mostrandomi la piccola che incominciò a piangere osservandomi. Maria, piccola grassoccia scura nei capelli ondulati divisi da una riga laterale, chiara nei colori del viso e degli occhi, mentre cercava di farmi rifocillare con frutta e bevande, mi raccontava in un modo strano, senz’ordine né coerenza e in un italiano particolare, del loro stare in Africa, lei, mia cognata, lui, mio fratello, la loro piccola Adua.

    Quarta immagine

    Un uomo, vestito quasi di stracci, biondo , la carnagine scurita dal sole africano, è lui. E’ Florindo. E’ mio fratello, quest’uomo invecchiato che mi si stringe forte, ma io non lo conosco. Se ne andò quando io avevo due anni e lui diciotto. Sembra che lui sappia tanto di me, anche Maria sembra conoscermi. Sei stato raccontato a noi da nostro padre, nelle lettere che ci spediva regolarmente, disse dopo avermi accarezzato a lungo.

    Quarta immagine (il mio fotogramma)

    Il fotogramma che aveva preso forma nella mia mente era un altro. Era ancora, quello, il prodotto del mio strano rapporto con la realtà e l’immaginario.

    Florindo era vestito come tutti i giovani del mio paese. Maria aveva una gonna a pieghe ed una camicia azzurra come i suoi occhi, i capelli trattenuti da un nastro che illuminava il suo viso da bambina. La piccola Adua era una neonata con due occhi come fessure umide e scure… La casupola…la casupola non aveva preso forma né consistenza.

    Nel mio fotogramma il tempo non era entrato.

    E neppure la fatica e la miseria erano entrate.

    Tutto era fermo e immobile come la foto che Florindo aveva spedito tempo addietro tra le pagine di una lettera.

    Il taxi giallo mi aveva fatto scendere là dove la mia mente era già stata e permetteva, adesso, che la sequenza reale cancellasse il mio sogno.

    Ma non per sempre, figlio mio.

    Divenni adulto là, lavorai con la forza di chi vuole uscire dalla povertà. Imparai ad amare il mio lavoro e un’Africa primitiva che pure dava lavoro ai figli dei piccoli imprenditori italiani affamati da una crisi nata altrove.

    E intanto i miei fotogrammi si facevano sempre più umani e più veri.

    Arrivò, tardivo, un amore e arrivasti, tardivo, anche tu, figlio del benessere e del riscatto.

    Il racconto amaro del nonno imprenditore sfortunato ti aveva segnato. Io avevo cambiato strada, disgustato dalle fatiche della vita, ma tu no. Caparbio, hai voluto riscrivere quel capitolo di storia di famiglia che era rimasto inconcluso.

    Sei stato bravo e capace e hai realizzato il sogno, perché tu, al contrario di me, mostravi di saper coniugare realtà e immaginario.

    Il taxi giallo continua a correre. Per me. Per te. Per tutti.

    Tween Towers, please, dicesti all’autista quella mattina.

    Tornavi da lei, dalla donna che vedo nella settima immagine e di cui non sapevo e non so.

    Aveva lassù il suo ufficio, mi hanno spiegato poi. Farò presto, ho l’aereo…avevi previsto una breve sosta prima della partenza. Soltanto un saluto.

    Perché tardasti a prenderlo quella mattina?

    Il taxi giallo era giù che ti aspettava.

    Tento di scrivere, per immagini o per visioni, un frammento della storia della mia vita di giovanissimo emigrante in Africa che si interseca, umile e posticcia, con la Storia di un popolo, anzi del mondo qual era intorno agli Anni Trenta, in piena crisi economica e sociale.

    Non avrei potuto immaginare che, con il crollo delle Torri Gemelle a New York, quel seguito vincente del mio vivere povero , il mio vero riscatto, la mia stessa vita in lui, mio figlio...tutto questo si sarebbe infranto di colpo.

    La povera Africa mi aveva dato quello che la ricca America mi ha tolto.

    Il taxi giallo

    Sono un uomo anziano, ormai. Il mio sguardo va alle immagini che qui di fronte a me formano, sulla parete che corre bianca dietro alla scrivania, una sequenza che qualcuno ha ricomposto per lasciarmi ricostruire questo viaggio che ti ha portato di nuovo lontano. Molto lontano.

    New York (USA), 10 settembre 2001

    Primo fotogramma.

    C’è un taxi giallo dal quale scendi, giovane imprenditore già di successo, mentre accenni un saluto a qualcuno che ti sta riconoscendo e che imprime rapido con un flash il breve segmento di una tua giornata qualunque che verrà riconsegnata a me con a margine un piccolo numero uno per definire una sequenza.

    Secondo fotogramma

    Il cuore di Manhattan pulsa. “Avenue of the Americas” leggo su un cartello che mi indica un tuo spostamento. Il taxi giallo, piccola tessera del mosaico che si va a comporre, è sempre lì, dopo aver tracciato per te la strada che avevi da sempre sognato di fare. Scendi.

    Terzo quarto quinto fotogramma

    La piccola tessera gialla qui manca. Il fotogramma ti mostra in altri ambienti e in altre circostanze che non so decifrare. Vedo che appari sorridente, vedo che tutto va come deve andare.

    Sesto fotogramma

    Ritorna la piccola tessera del puzzle che ti contiene insieme ad una donna di cui non sapevo. Di cui non so.

    Settimo fotogramma

    La tessera è sparita, per ora non ce n’è traccia. Tu e lei, lei di cui non so. Alle spalle la prima delle Tween Towers.

    Ottavo fotogramma

    Elegante ristorante di un piano certamente alto, se i grattaceli retrostanti sono piccole scatole di fiammiferi e la Statua si scorge appena sul fondo blu dell’East River.

    Nono fotogramma

    New York si è accesa del sole di un’estate tardiva. Lo sguardo del mondo sembra concentrarsi là.

    Sulle mille forme della città che vibra.

    Sul respiro fresco dell’oceano in settembre.

    Quello sguardo si insinua tra voi.

    Fine della sequenza

    I miei fotogrammi sono immagini impresse nella mia vecchia mente lucida e nel mio cuore che si ostina a battere un ritmo sgangherato.

    Asmara (Africa), 10 settembre 1936

    Prima immagine

    Mio padre non voleva che partissi anch’io, già non si rassegnava per la lontananza di Florindo, il maggiore, che ormai si era stabilito in Eritrea, dove aveva trovato, come altri giovani marsicani, un lavoro stabile come saldatore elettrico presso la raffineria americana ARAMCO, dopo aver tentato invano a Rastanura, in Arabia Saudita, dove si diceva che si guadagnasse meglio.

    Toccava a lui, se lo sentiva, di riparare il danno immane che quel maledetto martedì nero di Wall Street aveva prodotto nell’economia mondiale e di cui fece le spese anche nostro padre che aveva iniziato da poco una sua attività imprenditoriale nel settore dell’edilizia. La sua onestà non gli permise di approfittare, come altri fecero in quella circostanza, di certe agevolazioni governative per volgere gli effetti della crisi in suo favore e fu così che il figlio maggiore si trovò costretto a partire.

    Ma Florindo, che aveva anche una sua famiglia da mantenere, non ce l’avrebbe fatta da solo.

    Fu così che dopo un po’ di anni partii anch’io. Non avevo più una madre che mi fermasse e il mio amatissimo padre, da solo, non riuscì a farlo.

    Il taxi era giallo. Tracciò il mio percorso dal porto di Massaua fino all’ Asmara. Avevo visto solo acqua, navigando lentamente sul mar Rosso e non vedevo l’ora di toccare la terra d’Africa.

    Mi lasciò ad una decina di chilometri ad ovest della capitale, su uno spiazzo sterrato tutto buche e pozzanghere.

    Avevo sedici anni, un paio di zuavi color fumo, una camiciuola a righe bianche e blu con le maniche arrotolate sui polsi, una valigia, due occhi spauriti che la testa rasata ingrandiva e che io serravo ogni tanto per non lasciare cadere qualche lacrima che affiorava.

    In mano un biglietto gualcito graffiato a matita da una mano poco avvezza alla scrittura.

    E’ qui, urlava la voce grassa dell’autista nero dal finestrino aperto del taxi giallo, è qui, cerca qui tuoi parenti, good bye!

    Seconda immagine

    Cercai con lo sguardo quello che mi ero figurato nella mente. Niente. Era la riprova, ma non lo compresi allora, che la realtà immaginata era per me sempre troppo diversa e opposta dalla realtà trovata. Anche per le cose minime ebbi modo, in seguito, di sperimentare ciò: pensavo ad una direzione e ne dovevo fare un’altra, pensavo ad una casa e trovavo un palazzo, una ragazza bionda nasceva bruna nei miei pensieri. Era il mio uno strano rapporto con la reltà e l’immaginario. L’una giocava a distanziarsi dall’altra. L’altra giocava a tentare una rincorsa. Mai, quasi mai, s’incontravano. Fu così anche allora.

    Tre o quattro casupole mi apparvero in lontananza, sullo sfondo, dallo sterrato. Mi incamminai in quella direzione. Un gruppetto di bambini neri, i grandi occhi fissi sul forestiero, mi venne incontro; alcuni, cantilenando in una lingua, che poi conobbi come tigrino, qualcosa di rassicurante, mi condussero verso una baracca.

    Terza immagine

    Una donna di colore, coperta da un ampio telo a fiori azzurri, un cespuglio crespo sul viso scarno e sorridente, mi fece strada, entrò da una porta già aperta, mi lasciò entrare, lasciò che io posassi la valigia in terra. Da una porticina in fondo spuntò una giovane donna bianca, aveva per mano una bambina bionda.

    Donato!! riuscì a dire venendomi incontro e mostrandomi la piccola che incominciò a piangere osservandomi. Maria, piccola grassoccia scura nei capelli ondulati divisi da una riga laterale, chiara nei colori del viso e degli occhi, mentre cercava di farmi rifocillare con frutta e bevande, mi raccontava in un modo strano, senz’ordine né coerenza e in un italiano particolare, del loro stare in Africa, lei, mia cognata, lui, mio fratello, la loro piccola Adua.

    Quarta immagine

    Un uomo, vestito quasi di stracci, biondo , la carnagine scurita dal sole africano, è lui. E’ Florindo. E’ mio fratello, quest’uomo invecchiato che mi si stringe forte, ma io non lo conosco. Se ne andò quando io avevo due anni e lui diciotto. Sembra che lui sappia tanto di me, anche Maria sembra conoscermi. Sei stato raccontato a noi da nostro padre, nelle lettere che ci spediva regolarmente, disse dopo avermi accarezzato a lungo.

    Quarta immagine (il mio fotogramma)

    Il fotogramma che aveva preso forma nella mia mente era un altro. Era ancora, quello, il prodotto del mio strano rapporto con la realtà e l’immaginario.

    Florindo era vestito come tutti i giovani del mio paese. Maria aveva una gonna a pieghe ed una camicia azzurra come i suoi occhi, i capelli trattenuti da un nastro che illuminava il suo viso da bambina. La piccola Adua era una neonata con due occhi come fessure umide e scure… La casupola…la casupola non aveva preso forma né consistenza.

    Nel mio fotogramma il tempo non era entrato.

    E neppure la fatica e la miseria erano entrate.

    Tutto era fermo e immobile come la foto che Florindo aveva spedito tempo addietro tra le pagine di una lettera.

    Il taxi giallo mi aveva fatto scendere là dove la mia mente era già stata e permetteva, adesso, che la sequenza reale cancellasse il mio sogno.

    Ma non per sempre, figlio mio.

    Divenni adulto là, lavorai con la forza di chi vuole uscire dalla povertà. Imparai ad amare il mio lavoro e un’Africa primitiva che pure dava lavoro ai figli dei piccoli imprenditori italiani affamati da una crisi nata altrove.

    E intanto i miei fotogrammi si facevano sempre più umani e più veri.

    Arrivò, tardivo, un amore e arrivasti, tardivo, anche tu, figlio del benessere e del riscatto.

    Il racconto amaro del nonno imprenditore sfortunato ti aveva segnato. Io avevo cambiato strada, disgustato dalle fatiche della vita, ma tu no. Caparbio, hai voluto riscrivere quel capitolo di storia di famiglia che era rimasto inconcluso.

    Sei stato bravo e capace e hai realizzato il sogno, perché tu, al contrario di me, mostravi di saper coniugare realtà e immaginario.

    Il taxi giallo continua a correre. Per me. Per te. Per tutti.

    Tween Towers, please, dicesti all’autista quella mattina.

    Tornavi da lei, dalla donna che vedo nella settima immagine e di cui non sapevo e non so.

    Aveva lassù il suo ufficio, mi hanno spiegato poi. Farò presto, ho l’aereo…avevi previsto una breve sosta prima della partenza. Soltanto un saluto.

    Perché tardasti a prenderlo quella mattina?

    Il taxi giallo era giù che ti aspettava.

    10 settembre 2002

    Ho compiuto ottant’anni.

    Ha ripreso a correre, il taxi giallo.

    Io ho deciso di scendere.

    10 settembre 2002

    Ho compiuto ottant’anni.

    Ha ripreso a correre, il taxi giallo.

    Io ho deciso di scendere.

     

     
  • 25 febbraio alle ore 16:09
    Il collegio, un'altra cosa

    Come comincia: Il collegio, un'altra cosa.

    Roma, stazione Termini. Arrivai carica di pacchi e di nodi in gola, con le altre cinque ragazze del mio paese che andavano, come me, in collegio e sembravano quasi allegre. Per Franca e Annunziata e Mariella era un rientrare dopo le vacanze estive. Per Maria Luigia, Lina e per me era il primo andare in collegio. Tutte avevano la mamma o il padre con loro, perché solo in seguito si stabilì che ci avrebbero accompagnato a turno, due genitori per noi sei.

    Io non avevo nessuno, perché mia madre si era presa l'asiatica con febbrone e così fui affidata alla mamma di Mariella, che ogni tanto mi chedeva come stai con una carezza sbrigativa sulle spalle che non mi allontanava neppure un attimo dai miei pensieri che poi chiamai, a torto, infelici.

    Ma perché dovevo andare in collegio a Roma... e lì subito le voci di mia madre e quelle di tutte le sue sorelle e fratelli... perché il collegio per studiare, e non solo per studiare, è un'altra cosa!

    Un'altra cosa da che, mi frullava e rifrullava per la testa tra i ricci increspati che invano tentavo di domare con inutili giochi delle dita. Ma io non desideravo un'altra cosa, veramente... veramente neanche quegli orribili ricci in testa desideravo, forse nemmeno le altre cinque studentesse per bene la desideravano, l'altra cosa, certo loro, con anonimi capelli a spaghettino e frangette al taglio di forbice casalinga. E però mi sembravano tranquille. Così incominciai, per via dei tormentoni, a sentirmi diversa. Ero dalla parte degli altri studenti che erano rimasti al paese, che andavano a frequentare, a fare, come dicevano tutti, le medie a Pescina. Con la corriera, con la levataccia, con i ricci ingarbugliati liberi di stare in testa senza imbarazzo, con pane casareccio e frittata nella borsa, con l'autista Francescone sempre in panne alle prese con il motore della corriera più vecchia della ditta"Terra & Caputi"... Francescone che, bestemmiando senza risparmiare neanche un santo, li faceva scendere per far spingere il bestione azzurro puzzolente di gasolio all'ordine "Vussét, vagliùùù!!"...spingete, ragazzi! E tutti sotto a spingere, a ridere, a rallentare la presa per entrare più tardi a scuola.

    Mi ritrovai, per un tempo sospeso, a spingere anch'io la mitica corriera, così che non mi accorsi quasi di essere salita su un tram, di aver sballottolato con la mia valigia nuova sulle rotaie di ferro che segnavano le strade di Roma invisibili ai miei occhi, di essere arrivata davanti a un enorme cancello grigio. Santa Caterina della Rosa, il collegio. "Suonare il campanello con delicatezza", altro che "vussét, vagliùùù!". Un'altra cosa.

    Salvo a capire dopo.

     

     
  • 21 febbraio alle ore 12:26
    Da "Memoria in forma di fiore".

    Come comincia: Il postino ha suonato due volte. Duettando con Carmine, una mattina..

    Creatività in cucina
    Una mattina ti svegli di buonumore, vai in cucina, dai uno sguardo all'orologio e alla caffettiera: è l’ora di un buon caffè a due. Il tuo amore dorme ancora, ma sicuramente le sue narici non rimarranno insensibili all’odore che emana quell’ultimo pacchetto di caffè appena aperto perché consigliato da un amico amante della “droga” più diffusa al mondo. I gesti sono soliti, collaudati e rituali. Dalla canna caffettaria sta venendo fuori il prezioso “liquido” e già prepari due tazze moderatamente zuccherate. Eccolo, è pronto. Ne versi una tazza e ti dirigi velocemente verso la camera da letto con ancora nelle orecchie il “perentorio” desiderio:” A me piace profumato, dolce e bollente”.”Buongiorno, amore, ecco il nostro caffè”. “Grazie, ne ho sentito l’odore e……... grazie, grazie, che bbbbuono !! “. Torni in cucina e ti prepari a passare le carote, lo zenzero e le arance all’estrattore per preparare una salutare bevanda della mattina, raccomandata da nutrizionisti, opinionisti e da tuttologi. Un altro rituale si consuma e la giornata inizia all’insegna di una dolce bevanda di sapore arancione per due. Finiti i riti della preparazione, iniziano quelli del riordino e della sistemazione della cucina. Caffettiera, tazze ed estrattore richiedono una pulizia degna dei migliori marchingegni della NASA e quindi si passa a svuotare la lavastoviglie, che è condannata per sempre al turno notturno, ma la mattina, mutamente perentoria, chiede di essere svuotata. L’operazione non è banale perché richiede “tempi e metodi” degni della Silicon Valley e – cosa gradevolissima – agevola la creatività e la progettualità. Mentre estrai le forchette dall’apposito cestello, hai l’impressione di cercare dei documenti in un archivio; estraendone i coltelli, pensi a come utilizzate quei documenti che hai appena inforchettato e passi ai cucchiai, che ti fanno pensare a come puoi organizzare una mostra dei documenti d’archivio, che hai appena deposto nel cestello esterno, d’acciaio, posto nelle vicinanze del lavello e a portata di mano di chi sarà ai fornelli per preparare colazione, pranzo e cena. Tirare fuori i piatti dalla lavastoviglie ti fa pensare alla successione dei documenti da esporre ordinatamente e per tema alla mostra di documenti. I bicchieri ti fanno pensare al brindisi di inaugurazione e anche a quello di chiusura. Mentre ti appresti a chiudere la lavastoviglie, pensi che un archivio è proprio uguale a questo prezioso elettrodomestico: entrambi ci aiutano a curare e a tenere “puliti” gli arnesi che ci servono per cibare l’anima e il corpo. Chiudi la lavastoviglie e ti chiedi a cosa ti somiglierà domani questo brillantante aggeggio, complice di creatività progettuale.
    Carmine 

    Ho passato la vita a correre “a scapicollo”in cucina prima di ogni altro perché il caffè, questa fantastica droga che ti mette in marcia, era un rito al quale non avrei rinunciato per nessun motivo al mondo, febbre compresa. In estate, per guardare gli zampilli che irroravano erba e fiori in giardino… in primavera, per gioire delle cinciallegre che, all'aprirsi delle persiane, spiccavano , all'unisono, voli che dal cedro del libano le facevano vibrare verso un cielo chiaro …. in autunno, per cogliere il volo dell'ultima rondine al mattino …. in inverno, per godere la vista di una neve accumulatasi di notte sotto una luna fredda, che si lasciava scivolare, ora, da un ramo carico che di più non si poteva piegare. Sempre io, sempre con la mia tazzina, ogni giorno diversa, a gustare il mio caffè dietro il vetro ampio di una cucina con vista! Sempre io, con il mio stupore di bambina. Con i miei pensieri assorti. Sempre io, che porgevo l'altra tazza! 
    E allora, buona creatività a chi la cerca. A tutti, un buon risveglio al caffè dolce!
    Cesira

     

     
  • Come comincia: Il quadernetto.

    La vidi arrivare con un quadernetto dalla copertina nera e dai bordi rossi. Lentamente, sollevò i cerchi della stufa. Lingue di fuoco si affacciarono ad illuminare la piccola cucina. D'un guizzo, gettò il quadernetto ad alimentarle. Lo guardò sfiammare, accartocciarsi, diventare cenere rossa. Vidi spegnersi la cenere rossa nei suoi occhi e li guardai quell'attimo prima che non tornassero a tingersi di celeste. Poi, lentamente, rimise i cerchi, uno dentro l'altro, a chiusura del suo segreto.

    Perché? Le dissi piano.

    Perché tu, in seguito, capisca da sola. Non si trasmettono ferite che possano mutarsi in rancori.

    Cesira Sinibaldi, da: Memorie in forma di fiori.

     

     
  • 19 febbraio alle ore 10:11
    Lilly B.

    Come comincia: Un’occhiata al giornale, sull’autobus che mi portava nella scuola di paese dove insegnavo, mi ripropose l’inaspettata immagine di Lilly B., che riconobbi subito. Occhi scuri profondi, sguardo dolcissimo pieno di malinconia, capelli corti ricci, piccola bocca dalle labbra ben disegnate. Era lei. Non l’avevo mai dimenticata, pur non avendo avuto più notizie, come del resto era avvenuto per la maggior parte delle candidate da me esaminate. Erano soprattutto ragazze, trattandosi di un concorso per accedere ai ruoli di insegnante elementare. Le commissioni erano sei ed io facevo parte della quinta insieme con altre due colleghe. Ogni mattina, nella fase degli esami orali, le candidate sorteggiavano un numero che corrispondeva alla commissione presso la quale avrebbero sostenuto l’ esame. Era un rito veloce, quasi una formalità, ma esse potevano avere le loro simpatie e perciò le loro facce assumevano diverse espressioni a seconda se il numero pescato rispondeva o no a quello desiderato. Ma lo sbandamento, se c’era, durava un attimo, perché una volta individuata la commissione, esse tendevano a mostrare atteggiamenti di circostanza.

    Quella mattina il sorteggio avvenne con qualche minuto di ritardo perché, al nostro arrivo, di buon mattino, il presidente ritenne di doverci dire qualcosa a porte chiuse prima di incominciare.

    Fummo così messi al corrente che una candidata che aveva già superato lo scritto con un voto medio alto e perciò probabile vincitrice, avrebbe sostenuto l’orale quel giorno e per qualunque commissione cui fosse toccato esaminarla, sarebbe stato un compito delicato e difficile. Massima attenzione dunque, chiedeva il presidente e, ove fosse possibile, senso di umanità.

    Aggiunse che la giovane usciva da un’esperienza di tossicodipendenza, che viveva con la madre, insegnante prepensionata per gli evidenti gravi motivi di famiglia, con un padre ingegnere scomparso con una ragazzina poco più grande di sua figlia.

    Il presidente disse queste ultime cose che per gli ascoltatori costituivano la parte più importante e sorprendente dell’avvertimento, come un’appendice dello stesso, quasi a farci capire che il nostro atteggiamento, la nostra responsabilità, cui ci aveva richiamato, potevano essere più importanti dei fatti per se stessi gravi.

    Ricordo di aver compreso il significato delle parole che andavano oltre la comunicazione ufficiale, tuttavia i fatti mi colsero impreparata quando, più tardi, la candidata mostrò di aver sorteggiato il numero cinque. L’avremmo esaminato noi, le due colleghe ed io, con enorme sollievo per gli altri commissari.

    Nessun segno di disapprovazione o d’assenso sul viso di Ileana B., questo il suo nome, ma si faceva chiamare Lilly.

    Quando entrò in aula non volle altre persone che stessero ad ascoltare. Fuori, in piedi, dietro la porta, una donna sui quarantacinque, alta, elegante, composta, occhi di ghiaccio, aspettava. Nessuna espressione sul viso. Forse nessuna speranza.

    L’esame iniziò assumendo subito i toni del colloquio.

    Lilly, io preferisco ricordarla con questo nome, pur non avendola mai chiamata in quella sede se non come signorina B., si mostrò preparata e ancor più motivata dagli argomenti che possedeva e padroneggiava con naturale familiarità. Si andò avanti per parecchio, non tanto per il nostro domandare, quanto per il suo stesso modo di approfondire. Fermarla era come offenderla. Nelle pause, i suoi continuavano a dire.

    L’entrare del presidente in aula pose termine al colloquio.

    Può andare, disse la mia collega con garbo, e lei uscì salutando con un rapido cenno del capo.

    La vedemmo rientrare. Aveva dimenticato una firma. Ci salutò di nuovo, apparendo sollevata. Si chiuse la porta.

    Votazione segreta, disse il presidente senza aggiungere altro e porgendo un biglietto a ciascuna. Quel voto significava l’ingresso o no di Lilly nel mondo della scuola. Tra i bambini. Quest’ultima parola ci invitava a riflettere ancora.

    Io ricordo di aver dato il mio voto cacciando dai miei pensieri l’idea di un verdetto. Conoscevo io forse le verità di tutte le altre candidate? Che cosa potevo sapere io di loro se non quello che esse stesse cercavano di far apparire? E il loro futuro? Lo avrei forse potuto prevedere se non sapevo nulla, assolutamente nulla del loro presente? E poteva questo apparire dalle due o tre colonne dell’elaborato scritto o dai venti trenta minuti del colloquio orale?

    La richiesta del biglietto da parte del presidente che aspettava da un po’ mi colse assorta in questi pensieri, ma poi scrissi d’istinto il mio voto, piegai, consegnai.

    Quando si andò a leggere non ci fu bisogno di fare la media. Il voto massimo era stato scritto per tre volte. Un lampo di sorpresa passò nello sguardo di noi tre.

    Il simpatico presidente se ne usci con una battutaccia delle sue. Era il modo con cui di solito ci manifestava la sua approvazione.

    Quando i colloqui ebbero termine per quella mattina e i quadri con i risultati conseguiti da tutti i candidati furono esposti nell’atrio, io vidi Lilly B. uscire fuori del portone e accendersi una sigaretta all’aria aperta. La donna che aveva atteso in piedi, fuori dell’aula e fino a quel momento, si avvicinò e lesse. La vidi poi correre fuori e abbracciare Lilly.

    La folla ingoiò madre e figlia. Non seppi più nulla.

     

     

    Quando quella mattina sull’autobus vidi la foto della ragazza nelle pagine dedicate alla cronaca sottotitolata “ancora morte per overdose” compresi. Forse nessuno l’aveva aiutata. Neanche noi quel giorno l’avevamo aiutata. Le avevamo dato il suo. E basta.

    Mi tornò l’immagine delle due donne che si allontanavano mescolandosi alla folla…

    Decisi di andare a trovare sua madre. Ero entrata nella vita delle due donne, in quella storia, solo per una mattinata, potevo sembrare indiscreta. Comunque andai.

    Venne ad aprirmi lei. Non era la donna che avevo già visto.

    Ma lei mi riconobbe, pur avendomi visto per poco e me ne stupii, quasi, pur avendolo auspicato.

    Mi ringraziò per allora. Per la fiducia data a Lilly.

    Sembrava non voler parlare di lei.

    Vado a cena con un’amica, stasera, passerà a prendermi tra un’ora…ma non si preoccupi. Le preparo un the? Dovrei averci dei dolci in frigo, vado a vedere…ne preparo sempre…mi piace preparare dei dolci…trovare e sperimentare nuove ricette…ultimamente mi sto dedicando alla pasticceria francese, sa quelle delizie al cucchiaio…Tornò con un piccolo piatto stracolmo di pasticcini: eccoli, vede, ce n’è sempre, non sarà un assortimento…ma…

    Dovette incrociare uno sguardo dalla parete quando smise di farsi male con quelle frasi innocue che trasudavano un dolore difficile a dirsi.

     

    Si lasciò cadere sul divano e finalmente si abbandonò al racconto. Era il solito racconto di una realtà provinciale che emergeva in tutto il suo egoismo, in tutta la sua falsità, alla quale Lilly non aveva retto.

    Alla quale lei non voleva mostrare le sue lacrime vere.

    Una realtà fatta di gente che parla di aiuto di solidarietà di beneficenza di carità e perfino di Gesù Cristo. Che vuole dare davvero queste cose, che qualche volta le dà. Purchè non si tocchi il proprio chiuso esclusivo ipocrita piccolo mondo, dove è proibito entrare.

    Disse che Lilly, ormai da tempo sana e piena di buone intenzioni, era entrata in ruolo in un paesino della provincia. Dell’iniziale buon impatto con l’ambiente della scuola, con gli alunni e con le loro famiglie. Con l’anziano direttore che mostrava stima per la giovane maestra piena di entusiasmi.

    Poi, la voce. Di chi sapeva.

    La diffidenza delle persone per un passato che non c’era più, ma che vedevano incombere sui loro figli come un male che da un momento all’altro li avrebbe presi tutti.

    Nessun rimpianto per i suoi entusiasmi. Nessun pensiero per le sue premure. Al loro posto, solo formali richieste di chiarimenti.

    Di chiarimenti disattesi. Per orgoglio. Per dignità. Per sfida. Per disprezzo.

    Lilly sola con se stessa..

    Un “pronto, ti ricordi di me? ed un incredibile “ ma certo, Lilly, dove ti eri cacciata per tutto questo tempo?”…

    Silenzio.

    “ Al solito posto?”

    “Al solito posto, alle dieci, da sola”

    Silenzio.

    Lilly riversa sulla panchina che se ne va da tutto.

     

    Non ha lacrime la donna. Io non ho parole.

    C’è un silenzio greve nella stanza.

    Sul piccolo tavolo il vassoio dei pasticcini.

    Alle pareti immagini di vita.

    Lilly B. sorride a tutti.