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Autore

Cesira Sinibaldi

in archivio dal 19 feb 2019

31 agosto 2000, Pescina (AQ) - Italia

mi descrivo così:
Ho insegnato letteratura e storia nei licei. Sono una buona lettrice. Amo scrivere, ho pubblicato libri di narrativa, ricerca dialettale, ricerca d'archivio. Amo viaggiare in camper.

19 febbraio alle ore 10:11

Lilly B.

Il racconto

Un’occhiata al giornale, sull’autobus che mi portava nella scuola di paese dove insegnavo, mi ripropose l’inaspettata immagine di Lilly B., che riconobbi subito. Occhi scuri profondi, sguardo dolcissimo pieno di malinconia, capelli corti ricci, piccola bocca dalle labbra ben disegnate. Era lei. Non l’avevo mai dimenticata, pur non avendo avuto più notizie, come del resto era avvenuto per la maggior parte delle candidate da me esaminate. Erano soprattutto ragazze, trattandosi di un concorso per accedere ai ruoli di insegnante elementare. Le commissioni erano sei ed io facevo parte della quinta insieme con altre due colleghe. Ogni mattina, nella fase degli esami orali, le candidate sorteggiavano un numero che corrispondeva alla commissione presso la quale avrebbero sostenuto l’ esame. Era un rito veloce, quasi una formalità, ma esse potevano avere le loro simpatie e perciò le loro facce assumevano diverse espressioni a seconda se il numero pescato rispondeva o no a quello desiderato. Ma lo sbandamento, se c’era, durava un attimo, perché una volta individuata la commissione, esse tendevano a mostrare atteggiamenti di circostanza.

Quella mattina il sorteggio avvenne con qualche minuto di ritardo perché, al nostro arrivo, di buon mattino, il presidente ritenne di doverci dire qualcosa a porte chiuse prima di incominciare.

Fummo così messi al corrente che una candidata che aveva già superato lo scritto con un voto medio alto e perciò probabile vincitrice, avrebbe sostenuto l’orale quel giorno e per qualunque commissione cui fosse toccato esaminarla, sarebbe stato un compito delicato e difficile. Massima attenzione dunque, chiedeva il presidente e, ove fosse possibile, senso di umanità.

Aggiunse che la giovane usciva da un’esperienza di tossicodipendenza, che viveva con la madre, insegnante prepensionata per gli evidenti gravi motivi di famiglia, con un padre ingegnere scomparso con una ragazzina poco più grande di sua figlia.

Il presidente disse queste ultime cose che per gli ascoltatori costituivano la parte più importante e sorprendente dell’avvertimento, come un’appendice dello stesso, quasi a farci capire che il nostro atteggiamento, la nostra responsabilità, cui ci aveva richiamato, potevano essere più importanti dei fatti per se stessi gravi.

Ricordo di aver compreso il significato delle parole che andavano oltre la comunicazione ufficiale, tuttavia i fatti mi colsero impreparata quando, più tardi, la candidata mostrò di aver sorteggiato il numero cinque. L’avremmo esaminato noi, le due colleghe ed io, con enorme sollievo per gli altri commissari.

Nessun segno di disapprovazione o d’assenso sul viso di Ileana B., questo il suo nome, ma si faceva chiamare Lilly.

Quando entrò in aula non volle altre persone che stessero ad ascoltare. Fuori, in piedi, dietro la porta, una donna sui quarantacinque, alta, elegante, composta, occhi di ghiaccio, aspettava. Nessuna espressione sul viso. Forse nessuna speranza.

L’esame iniziò assumendo subito i toni del colloquio.

Lilly, io preferisco ricordarla con questo nome, pur non avendola mai chiamata in quella sede se non come signorina B., si mostrò preparata e ancor più motivata dagli argomenti che possedeva e padroneggiava con naturale familiarità. Si andò avanti per parecchio, non tanto per il nostro domandare, quanto per il suo stesso modo di approfondire. Fermarla era come offenderla. Nelle pause, i suoi continuavano a dire.

L’entrare del presidente in aula pose termine al colloquio.

Può andare, disse la mia collega con garbo, e lei uscì salutando con un rapido cenno del capo.

La vedemmo rientrare. Aveva dimenticato una firma. Ci salutò di nuovo, apparendo sollevata. Si chiuse la porta.

Votazione segreta, disse il presidente senza aggiungere altro e porgendo un biglietto a ciascuna. Quel voto significava l’ingresso o no di Lilly nel mondo della scuola. Tra i bambini. Quest’ultima parola ci invitava a riflettere ancora.

Io ricordo di aver dato il mio voto cacciando dai miei pensieri l’idea di un verdetto. Conoscevo io forse le verità di tutte le altre candidate? Che cosa potevo sapere io di loro se non quello che esse stesse cercavano di far apparire? E il loro futuro? Lo avrei forse potuto prevedere se non sapevo nulla, assolutamente nulla del loro presente? E poteva questo apparire dalle due o tre colonne dell’elaborato scritto o dai venti trenta minuti del colloquio orale?

La richiesta del biglietto da parte del presidente che aspettava da un po’ mi colse assorta in questi pensieri, ma poi scrissi d’istinto il mio voto, piegai, consegnai.

Quando si andò a leggere non ci fu bisogno di fare la media. Il voto massimo era stato scritto per tre volte. Un lampo di sorpresa passò nello sguardo di noi tre.

Il simpatico presidente se ne usci con una battutaccia delle sue. Era il modo con cui di solito ci manifestava la sua approvazione.

Quando i colloqui ebbero termine per quella mattina e i quadri con i risultati conseguiti da tutti i candidati furono esposti nell’atrio, io vidi Lilly B. uscire fuori del portone e accendersi una sigaretta all’aria aperta. La donna che aveva atteso in piedi, fuori dell’aula e fino a quel momento, si avvicinò e lesse. La vidi poi correre fuori e abbracciare Lilly.

La folla ingoiò madre e figlia. Non seppi più nulla.

 

 

Quando quella mattina sull’autobus vidi la foto della ragazza nelle pagine dedicate alla cronaca sottotitolata “ancora morte per overdose” compresi. Forse nessuno l’aveva aiutata. Neanche noi quel giorno l’avevamo aiutata. Le avevamo dato il suo. E basta.

Mi tornò l’immagine delle due donne che si allontanavano mescolandosi alla folla…

Decisi di andare a trovare sua madre. Ero entrata nella vita delle due donne, in quella storia, solo per una mattinata, potevo sembrare indiscreta. Comunque andai.

Venne ad aprirmi lei. Non era la donna che avevo già visto.

Ma lei mi riconobbe, pur avendomi visto per poco e me ne stupii, quasi, pur avendolo auspicato.

Mi ringraziò per allora. Per la fiducia data a Lilly.

Sembrava non voler parlare di lei.

Vado a cena con un’amica, stasera, passerà a prendermi tra un’ora…ma non si preoccupi. Le preparo un the? Dovrei averci dei dolci in frigo, vado a vedere…ne preparo sempre…mi piace preparare dei dolci…trovare e sperimentare nuove ricette…ultimamente mi sto dedicando alla pasticceria francese, sa quelle delizie al cucchiaio…Tornò con un piccolo piatto stracolmo di pasticcini: eccoli, vede, ce n’è sempre, non sarà un assortimento…ma…

Dovette incrociare uno sguardo dalla parete quando smise di farsi male con quelle frasi innocue che trasudavano un dolore difficile a dirsi.

 

Si lasciò cadere sul divano e finalmente si abbandonò al racconto. Era il solito racconto di una realtà provinciale che emergeva in tutto il suo egoismo, in tutta la sua falsità, alla quale Lilly non aveva retto.

Alla quale lei non voleva mostrare le sue lacrime vere.

Una realtà fatta di gente che parla di aiuto di solidarietà di beneficenza di carità e perfino di Gesù Cristo. Che vuole dare davvero queste cose, che qualche volta le dà. Purchè non si tocchi il proprio chiuso esclusivo ipocrita piccolo mondo, dove è proibito entrare.

Disse che Lilly, ormai da tempo sana e piena di buone intenzioni, era entrata in ruolo in un paesino della provincia. Dell’iniziale buon impatto con l’ambiente della scuola, con gli alunni e con le loro famiglie. Con l’anziano direttore che mostrava stima per la giovane maestra piena di entusiasmi.

Poi, la voce. Di chi sapeva.

La diffidenza delle persone per un passato che non c’era più, ma che vedevano incombere sui loro figli come un male che da un momento all’altro li avrebbe presi tutti.

Nessun rimpianto per i suoi entusiasmi. Nessun pensiero per le sue premure. Al loro posto, solo formali richieste di chiarimenti.

Di chiarimenti disattesi. Per orgoglio. Per dignità. Per sfida. Per disprezzo.

Lilly sola con se stessa..

Un “pronto, ti ricordi di me? ed un incredibile “ ma certo, Lilly, dove ti eri cacciata per tutto questo tempo?”…

Silenzio.

“ Al solito posto?”

“Al solito posto, alle dieci, da sola”

Silenzio.

Lilly riversa sulla panchina che se ne va da tutto.

 

Non ha lacrime la donna. Io non ho parole.

C’è un silenzio greve nella stanza.

Sul piccolo tavolo il vassoio dei pasticcini.

Alle pareti immagini di vita.

Lilly B. sorride a tutti.

 

 

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