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Poesie di Charles Baudelaire

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  • 20 marzo 2006
    Tristezza della Luna

    Questa sera la luna sogna più languidamente; come una
    bella donna che su tanti cuscini con mano distratta e leggera
    prima d'addormirsi carezza il contorno dei seni,
    e sul dorso lucido di molli valanghe morente, si abbandona
    a lunghi smarrimenti, girando gli occhi sulle visioni
    bianche che salgono nell'azzurro come fiori in boccio.

    Quando, nel suo languore ozioso, ella lascia cadere su questa
    terra una lagrima furtiva, un pio poeta, odiatore del sonno,

    accoglie nel cavo della mano questa pallida lagrima
    dai riflessi iridati come un frammento d'opale, e la nasconde
    nel suo cuore agli sguardi del sole.

  • 20 marzo 2006
    I Gatti

    I fervidi innamorati e gli austeri dotti amano ugualmente,
    nella loro età matura, i gatti possenti e dolci, orgoglio
    della casa, come loro freddolosi e sedentari
    Amici della scienza e della voluttà, ricercano il silenzio e
    l'orrore delle tenebre; l'Erebo li avrebbe presi per funebri
    corsieri se mai avesse potuto piegare al servaggio la loro fierezza
    Prendono, meditando, i nobili atteggiamenti delle grandi
    sfingi allungate in fon(lo a solitudini, che sembrano
    addormirsi in un sogno senza fine:
    le loro reni feconde sono piene di magiche scintille e di
    frammenti aurei; come sabbia fine scintillano vagamente
    le loro pupille mistiche.

  • 20 marzo 2006
    La Musica

    Spesso la musica mi porta via come fa il mare. Sotto una
    volta di bruma o in un vasto etere metto vela verso
    la mia pallida stella.

    Petto in avanti e polmoni gonfi come vela scalo la cresta
    dei flutti accavallati che la notte mi nasconde;

    sento vibrare in me tutte le passioni d'un vascello che dolora,
    il vento gagliardo, la tempesta e i suoi moti convulsi

    sull'immenso abisso mi cullano. Altre volte, piatta bonaccia,
    grande specchio della mia disperazione!

  • 20 marzo 2006
    Spleen

    Pluvioso, irritato contro l'intera città, versa dalla sua urna
    a grandi zaffate un freddo tenebroso sui pallidi abitanti
    dei vicino camposanto,
    rovesciando, sui quartieri brumosi, la morte.

    Il mio gatto, alla cerca d'un giaciglio sul pavimento agita
    incessantemente il suo corpo magro e rognoso; l'anima
    d''un vecchio poeta erra nella grondaia con la voce triste
    d'un fantasma infreddolito.

    La campana che si lagna e il tizzo che fa fumo accompagnano
    in falsetto la pentola raffreddata; intanto in un
    mazzo di carte dall'odore nauseante,

    lascito fatale d'una vecchia idropica il bel fante di cuori
    e la regina di picche chiacchierano sinistramente dei loro amori defunti.

     

  • 20 marzo 2006
    Voglia del nulla

    Triste mio spirito, un tempo innamorato della lotta, la
    Speranza il cui sperone attizzava i tuoi ardori, non vuole
    più cavalcarti! Giaciti dunque senza pudore, vecchio cavallo
    il cui zoccolo incespica a ogni ostacolo.

    Rassegnati, cuor mio: dormi il tuo sonno di bruto!

    Spirito vinto e stremato! Per te, vecchio predone, l'amore
    ha perduto il suo gusto, e l'ha perduto la disputa; addio,
    canti di ottoni e sospiri di flauto! Piaceri, desistete dal
    tentare un cuore cupo e corrucciato!

    L'adorabile Primavera ha perduto il suo profumo.

    Il Tempo m'inghiotte minuto per minuto come fa la neve
    immensa d'un corpo irrigidito io contemplo dall'alto
    il globo in tutta la sua circonferenza e non vi cerco più
    l'asilo d'una capanna.

    Valanga, vuoi tu portarmi via nella tua caduta?

  • 20 marzo 2006
    Il Sole

    Lungo il vecchio sobborgo, ove le persiane pendono dalle
    catapecchie rifugio di segrete lussurie, quando il sole
    crudele batte a raggi raddoppiati sulla città e i campi, sui
    tetti e le messi, io mi esercito tutto solo alla mia fantastica scherma, annusando dovunque gli imprevisti della rima,
    inciampando nelle parole come nel selciato, urtando
    qualche volta in versi a lungo sognati.

    Questo padre fecondo, nemico di clorosi, sveglia nei campi
    i vermi e le rose, fa svaporare gli affanni verso il cielo,
    immagazzina miele nei cervelli e negli alveari. E' lui a
    ringiovanire coloro che vanno con le grucce e a renderli
    allegri, dolci come fanciulli, lui a ordinare alle messi di
    crescere e maturare entro il cuore immortale che vuol
    sempre fiorire.

    Quando, simile a un poeta, scende nelle città, nobilita le
    cose più vili e s'introduce da re senza rumore, senza paggi,
    entro tutti gli ospedali e tutti i palazzi.

  • 20 marzo 2006
    Il vino degli Amanti

    Oggi lo spazio è splendido! Senza morsi né speroni o briglie,
    via, sul vino, a cavallo verso un cielo divino e incantato!

    Come due angeli che tortura un rovello implacabile oh,
    nel cristallo azzurro del mattino, seguire il lontano meriggio!

    Mollemente cullati sull'ala del turbine cerebrale, in un
    delirio parallelo,

    sorella, nuotando affiancati, fuggire senza riposi né tregue
    verso il paradiso dei miei sogni.

  • 20 marzo 2006
    Il Vampiro

    Tu che t'insinuasti come una lama
    Nel mio cuore gemente; tu che forte
    Come un branco di demoni venisti
    A fare folle e ornata, del mio spirito
    Umiliato il tuo letto e il regno-infame
    A cui, come il forzato alla catena,
    Sono legato: come alla bottiglia
    L'ubriacone; come alla carogna
    I vermi; come al gioco l'ostinato
    Giocatore - che sia maledetta.
    Ho chiesto alla fulminea spada, allora,
    Di conquistare la mia libertà;
    Ed il veleno perfido ho pregato
    Di soccorrer me vile. Ahimè, la spada
    Ed il veleno, pieni di disprezzo,
    M'han detto: " Non sei degno che alla tua
    Schiavitù maledetta ti si tolga,
    Imbecille! - una volta liberato
    Dal suo dominio, per i nostri sforzi,
    tu faresti rivivere il cadaver
    del tuo vampiro, con i baci tuoi!"

  • Bello il tuo capo, il gestire, l'aspetto,
    Come un bel paesaggio; sul tuo volto
    Il riso giuoca come fresco vento
    In un limpido cielo. Il malinconico
    Passante che tu sfiori è abbacinato
    Dalla salute che, come luce,
    Ti sprizza dalle braccia e dalle spalle.

    I sonanti colori di cui spargi
    Le tue tolette, ispirano ai poeti
    L'immagine di un balletto di fiori.
    Sono l'emblema, queste pazze vesti,
    Del variopinto tuo spirito: folle
    Di cui son folle, t'odio quanto t'amo!

    Qualche volta, in un bel giardino, dove
    Trascinavo la mia atonia, ho sentito
    Il sole lacerarmi il petto, come
    Un'ironia; la primavera e il verde
    A tal punto umiliarono il mio cuore,
    Che su di un fiore punii l'insolenza
    Della natura. E così, una notte,
    Appena suona l'ora del piacere,
    Verso i tesori della tua persona
    Vorrei strisciare, da vile, in silenzio,
    Per castigarti la gioiosa carne,
    Per schiacciare il tuo seno perdonato,
    E infliggere al tuo fianco stupefatto
    Una profonda, una larga ferita:
    Vertiginosa dolcezza! Attraverso
    Le nuove labbra, più splendenti e belle,
    Infonderti, sorella, il mio veleno!

  • 20 marzo 2006
    Armonia della sera

    Ecco venire il tempo che vibrando sullo stelo ogni fiore
    svapora come un incensiere; i suoni e i profumi volteggiano
    nell'aria della sera; valzer malinconico e languida vertigine.

    Ogni fiore svapora come un incensiere; il violino freme
    come un cuore straziato; valzer malinconico, languida
    vertigine! Il cielo è triste e bello come un grande altare.

    Il violino freme come un cuore straziato, un cuore tenero
    che odia il nulla vasto e nero! Il cielo è triste e bello come
    un grande altare; il sole annega nel suo sangue che si raggruma.

    Un cuore tenero che odia il nulla vasto e nero raccoglie
    ogni vestigio del luminoso passato! Il sole s'è annegato
    nel suo sangue che si raggruma, il tuo ricordo in me riluce come un ostensorio.

  • Fanciulla esangue dal crine rosso,
    di sotto i cenci che porti addosso
    come trapela, misero e bello,
    il corpo snello!

    Nelle tue giovini membra malate,
    tutte d'efelidi disseminate,
    il derelitto poeta apprezza
    qualche dolcezza.

    Sui grossi zoccoli tu sopravvanzi
    ogni regina che nei romanzi
    con vellutate scarpe di gala
    varchi la sala.

    Oh, fa' che al posto di queste corte
    frappe un magnifico manto di corte
    lungo e frusciante ti s'accompagni
    fino ai calcagni;

    che dei viziosi all'occhio audace
    sulla tua gamba non questa lacera
    calza riluca, ma d'oro schietto
    un pugnaletto;

    che fra i malfermi nastri, per farci
    dannare l'anima, s'aprano squarci
    e il seno, bello come due occhi,
    fuor ne trabocchi;

    che le tue braccia non così leste
    per noi si lascino cader la veste,
    bensì discaccino con muta lite
    le dita ardite...

    Oh, gli smaniosi tuoi spasimanti
    di quali fulgide perle e diamanti
    ti coprirebbero! Quanti rondò
    di ser Belleau!

    Mille poeti al tuo servizio
    ti portrebbero fior di primizie,
    la tua caviglia spiando sotto
    il pianerottolo!

    Per sollazzarsene, matricolati
    paggi, Ronsardi e titolati
    occhieggerebbero gli eremi ombrosi
    dove riposi!

    Allora in fondo ai tuoi giacigli
    più conteresti baci che gigli;
    s'arrenderebbero a tua mercé
    delfini e re!

    A malapena frattanto vivi
    di ciò che qualche Vèfour da trivio
    ti butta in grembo, sparuto avanzo
    per il tuo pranzo;

    o di soppiatto, come un tesoro,
    adocchi un ciondolo di similoro,
    che regalarti, te lo confesso,
    non m'è concesso.

    Vattene dunque, e non portare
    altro, né essenze né pietre rare,
    se non la gracile tua nudità,
    o mia beltà!

  • 20 marzo 2006
    Benedizione

    Allorché, per decreto delle potenze supreme, il Poeta
    appare in questo mondo attediato, sua madre
    impaurita e carica di maledizioni stringe i pugni
    verso Dio che l'accoglie pietoso:

    "Ah, perché non ho partorito un groviglio di vipere
    piuttosto che nutrirmi in seno questa cosa
    derisoria? Maledetta sia la notte d'effimeri piaceri in
    cui il mio ventre ha concepito la mia espiazione!

    Poi che m'hai scelta fra tutte le donne perché
    divenissi disgustosa al mio triste marito, non
    potendo rigettare nelle fiamme come un biglietto
    amoroso questo mostro intristito,

    farò ricadere il tuo odio che m'opprime sul maledetto
    strumento della tua cattiveria e torcerò talmente
    quest'albero miserabile che esso non potrà
    innalzare i suoi germogli impestati".

    Inghiotte così la schiuma del suo odio e, ignara degli
    eterni disegni, prepara essa stessa in fondo alla
    Geenna i roghi consacrati ai delitti materni.

    Tuttavia, assistito da un Angelo invisibile, il figlio
    ripudiato s'inebbria di sole, e in tutto quel che beve e
    che mangia trova ambrosia e nettare vermiglio.

    Gioca col vento, discorre con la nuvola, s'ubbriaca,
    cantando, del Calvario; e lo Spirito che lo segue nel
    suo pellegrinaggio, piange al vederlo gaio come
    uccello di bosco.

    Tutti coloro che egli vuole amare l'osservano
    intimoriti o, rassicurati dalla sua tranquillità, fanno a
    gara a chi gli caverà un sospiro, sperimentando su
    di lui la propria ferocia.

    Mescolano al pane e al vino destinati alla sua bocca
    cenere e sputi impuri; con ipocrisia buttano quanto
    egli tocca, s'incolpano d'aver posto il piede sulle sue
    orme.

    Sua moglie va gridando per le piazze: "Poi che mi
    trova tanto bella da adorarmi, farò come gli idoli
    antichi, come essi vorrò che egli m'indori, e m'indori
    ancora;

    m'ubbriacherò di nardo, di incenso e di mirra, di
    genuflessioni, di carne e di vino, per sapere se
    io possa, in un cuore che m'ammira, usurpare,
    ridendo, gli omaggi destinati alla divinità.

    E, stanca di queste farse empie, poserò su di lui la
    mia forte e fragile mano; le mie unghie, come quelle
    delle arpie, sapranno farsi strada sino in fondo al
    suo cuore.

    Simile ad un uccellino che palpita e che trema gli
    strapperò il rosso cuore dal petto e lo butterò,
    sprezzante, al mio animale favorito perché se ne
    sazi".

    Verso il cielo, ove il suo occhio mira uno splendido
    trono, il Poeta sereno leva le pie braccia, e i grandi
    lampi del suo spirito lucido gli precludono la vista
    dei popoli inferociti:

    "Sii benedetto, mio Dio, che concedi la sofferenza
    come un rimedio divino alle nostre vergogne e come
    l'essenza più pura ed efficace per preparare i forti
    a sante voluttà.

    So che tu tieni un posto al Poeta nelle file beate delle
    tue Legioni, e che tu l'inviti all'eterna festa di Troni,
    Virtù e Dominazioni.

    So che il dolore è la sola nobiltà cui mai potranno
    mordere e terra e inferno; e che per intrecciare la mia
    mistica corona si dovranno tassare tutti i tempi e tutti
    gli universi.

    Ma i gioielli perduti dell'antica Palmira, i metalli ignoti,
    le perle del mare, montati dalla tua mano, non
    basterebbero al bel diadema, chiaro, abbagliante;

    esso sarà pura luce attinta al focolare santo dei raggi
    primigeni, di cui gli occhi mortali, al massimo del loro
    splendore, non sono che specchi oscuri e lagrimosi".

  • 20 marzo 2006
    Con le vesti

    Con le vesti ondeggianti e iridescenti,
    anche quando cammina si direbbe che danzi,
    come quei lunghi serpenti che i giocolieri sacri
    agitano ritmicamente in cima ai loro bastoni.

    Come la spenta sabbia e l'azzurro dei deserti,
    insensibili entrambi a l'umano dolore,
    come le lunghe trame dell'onda marina,
    ella si muove con tutta indifferenza.

    I suoi occhi nitidi sono fatti di graziosi minerali,
    e nella sua natura strana e simbolica
    (in cui l'angelo inviolato si mischia all'antica sfinge,

    in cui tutto è oro, acciaio, luce e diamanti)
    risplende per sempre, come un astro inutile,
    la fredda maestà della donna sterile.

  • 20 marzo 2006
    Corrispondenze

    La Natura è un tempio ove pilastri viventi
    lasciano sfuggire a tratti confuse parole;
    l'uomo vi attraversa foreste di simboli,
    che l'osservano con sguardi familiari.

    Come lunghi echi che da lungi si confondono
    in una tenebrosa e profonda unità,
    vasta come la notte e il chiarore del giorno,
    profumi, colori e suoni si rispondono.

    Vi sono profumi freschi come carni di bimbo,
    dolci come oboi, verdi come prati,
    altri, corrotti, ricchi e trionfanti,

    che posseggono il respiro delle cose infinite:
    come l'ambra, il muschio, il benzoino e l'incenso;
    e cantano i moti dell'anima e dei sensi.