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Autore

Ciro Pinto

in archivio dal 15 feb 2013

Napoli

segni particolari:
Dirigente di banca in libera uscita

mi descrivo così:
Amo scrivere

26 aprile 2013 alle ore 22:38

Davanti al mare

Intro: Dedicato a chi ama scrivere o semplicemente ama una donna!

Il racconto

Notte fonda, mare intenso che risucchia la battigia sino a metà spiaggia e mi scava l’anima ogni volta scuotendola. Sono stato lì tutto il giorno a scavare dentro di me, ogni centimetro esplorato portava a niente, eppure ero sicuro di trovare qualcosa. Stringevo la sabbia tra le mani impotenti a trattenerla eppure il tuo volto non mi sfuggiva, mai!
Non senti gli umori del tuo corpo se non ti accucci tranquillo in riva al mare per estrarre dal suo rumore imperioso (sempre!), lento e ritmico delle notti di bonaccia, fragoroso nelle impervie di una notte burrascosa, dei piccoli ami dove attaccare le tue sensazioni per riporle un attimo, tenerle fuori da te, affidarle al comando del mare, strappandole al terremoto inquietante che ti
logora l’anima.
Puoi scrivere mille volte e mai riporti le tue sensazioni vere, come se esse, uscendo da te, s’inquinassero nel breve tragitto che le porta davanti ai tuoi occhi. Meglio pensare ad altri, meglio affidare i tuoi tormenti a persone splendide, gemelli inappuntabili delle tue voglie di successo, che ti rappresentino nel migliore dei modi, con il viso fresco, l’abito migliore che hai nel guardaroba e l’anima candida di chi non ha travaglio, ma sa e si muove come sa.
Difficile contrastare l’aria gelida che ti prende in faccia e ti squarcia il petto, se non sei attrezzato a ingoiare, a bere tutto quello che ti offre una notte gelida davanti al mare.
Come puoi vivere senza rimettere in scena te stesso ogni volta che percorri le tue strade, che segui il tuo filo, che pure rinneghi sempre? Non puoi mica alzarti e far finta di niente? Sarebbe
sconcertante ripiegare il mare o addirittura accartocciarlo e buttarlo via, dai, sarebbe osceno!
Non ti trovo, scavo dentro di me e non so in quali anfratti dell’animo ti sei rifugiata o dove io ti ho sepolto per distruggerti o proteggerti, tanto è lo stesso, troppo amore uccide persino un figlio.
Non puoi presentarti con quel viso struggente, foriero di chissà quali sogni e startene lì immobile davanti a me, senza mai permettermi di toccarti, di riuscire a immaginare il tuo corpo, di riconoscerlo come il mio e di portarti con me, fuori e dentro di me e che tutti lo vedano, lo sentano, e infine lo riconoscano.
Strano resistere sulla spiaggia a onde così violente e non lasciarti andare, non farti entrare l’acqua dentro per unirla ai moti perenni del cuore e placare l’angoscia, affidando alla risacca tutti i dubbi che ti tormentano sino a restare inerte e muto, placato per sempre.
E’ una lotta che il mare amplifica, ognuno porta dentro di sé la sua vittima e il suo carnefice, ognuno espande quello che vuole di sé o quello che può, o più semplicemente quello che sa, ci si può affidare all’acqua per traghettare i pensieri, le emozioni su un punto fermo, immutabile, che testimoni l’avvenuto, il pensato, per sempre?
Sfuggire, sì, a se stessi è pratica costante e comune, ma chi ha il nostro assillo deve lottare ancora più duramente.
Chi vuole scrivere ha due nemici, il suo racconto interiore e la proiezione sul foglio bianco che come il mare cancella continuamente tutto quello che gli affidi.

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