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Autore

Ciro Pinto

in archivio dal 15 feb 2013

Napoli

segni particolari:
Dirigente di banca in libera uscita

mi descrivo così:
Amo scrivere

06 aprile 2013 alle ore 21:23

Prigioniero

Intro: Restare appesi a un pensiero che ti scava dentro e ti svuota è come focalizzare la mente su un buco nero della memoria. Ci caschi dentro e non ti ritrovi più. E allora tutti i giorni si tingono della stessa vernice e finisci col sentire solo il suo odore, un aroma che all'inizio t'inebria, ma più passa il tempo e più diventa un tanfo.

Il racconto

La mia perversione è nata quando mi hai lasciato, in quel preciso istante in cui hai stretto gli occhi e nelle fessure che sono diventati ci ho letto l’indifferenza e il tuo viso è restato immobile come un fotogramma inceppato, allora ho capito che per me iniziava una lunga prigionia.
Ogni attimo successivo a quel momento l’ho speso a ricostruire il ricordo di te, incessantemente! e tutto il resto della mia vita è divenuta un corollario, un fastidioso accessorio che ingombrava il presente e intralciava il flusso dei miei pensieri rivolti a te.
Meticolosamente ho incominciato a ricostruire il tuo corpo,  cellula per cellula, ho ripercorso tutte le pieghe della tua pelle, ho accarezzato tutta la rotondità del tuo seno, ho risentito la dolcezza disperata del tuo sesso, ho indugiato a lungo sull’esaltante sfericità delle tue  natiche e sempre più spesso mi sono rifugiato con gli occhi nei tuoi occhi, tenendo le mani giunte tra le tue cosce strette e ho poggiato la fronte sotto i tuoi seni e il naso nell’incavo del tuo ombelico.
Ricordo tutto della nostra vita insieme eppure sono impegnato spasmodicamente a catturare ogni attimo, in una ricostruzione frenetica e fanatica di ogni secondo, sbobinando ogni minuto in tutte le sue frazioni, come una moviola impazzita, facendo del tempo una matriosca, un’implosione così dettagliata da arrivare al niente, come uno zoom che avanza fino a non far distinguere più nulla.
La mia perversione è nata quando ho deciso di sezionare te e il ricordo di te fino alla millesima parte, frantumarti in una miriade tale di pezzi da annientarti. Volevo creare un puzzle non più ricostruibile, volevo cancellarti.
Ho tentato in tutti i modi di rivederti e non riconoscerti, di incontrarti e non vederti, ho speso milioni di speranze e miliardi di energie, ma rimani indelebile nella mia mente in tutta la pienezza della tua immagine, del tuo essere.
Allora a  questa mia perversione, vana e fatua, si è aggiunta l’ossessione, l’ossessione violenta di possederti senza averti, di vivere con te senza di te. Volevo sganciarti da te e prenderti con me, strapparti dal di dentro e lasciarti floscia e spenta sul ciglio di una strada, muta testimone di un amore ormai andato.
Quest’ossessione mi ha portato sempre di più a riconsiderare te: ora sei diventata piccola, inetta, troppo debole rispetto all’immagine che ho di te, il tuo corpo troppo imperfetto rispetto al ricordo che vivo ogni attimo del corpo che ho coltivato nella mia mente.
Ma non sono riuscito ad annientarti!
Toccare il pensiero di te, carezzare il tuo ricordo, non è carezzarti, non appaga come sentire il sapore della tua saliva diventare il mio, immaginare il tuo fiato non è respirarlo.
Purtroppo possedere il ricordo perfetto di ogni cellula del tuo corpo non equivale al semplice sfiorarti con un dito, stringere sotto le lenzuola la pulsante voglia di penetrarti con la forza della rievocazione non vale nemmeno il guizzo accattivante dei tuoi occhi all’accenno di un improvviso erotismo che un’occasione inattesa poteva regalarci.
Come il confine dell’universo ripiegato fino a congiungersi, divenendo una linea di circonferenza, così il flusso dei miei pensieri gira infinitamente, sempre su un percorso ormai noto e mi riporta sempre e comunque al punto di partenza.
Vivo in questa ossessione con la mia perversione di avere te senza di te e nemmeno le lenzuola pesanti e lorde dei miei fallimenti possono più sopportare la disperata contorsione nelle mie notti insonni.

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