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in archivio dal 05 lug 2007

Claudia Martore

25 maggio 1986, Torino
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  • 14 novembre 2007
    Irlanda

    Come comincia: Che odore ha il vento.

    I sorrisi sono gratis, sai?


    É una semplice vecchia sedia; il muro di legno è impregnato dell'odore di birra. L'olologio segna un'ora che non è, e tutto quanto, tutto quanto sembra dannatamente meravigliosamente immobile in un tempo sinistro e gentile. Un secolo mai esistito immobile e immortale come quella vecchia sedia.


    Qualche goccia cade su O'Connelly Street e nessuno apre l'ombrello; quasi fossero carezze quelle che piovono dal cielo.


    Quanto ti ho aspettata, Amore mio: sei più bella ancora di come la mia immaginazione ti avesse dipinto!


    Il vecchio Liffey scivola sui suoi argini freddi mentre le prime luci della sera già gli si riflettono negli occhi. Me lo sono ripresa il cuore! L'ho trovato! Era finito fra l'erba morbida infilzato dagli aghi di pino, ma l'ho ricucito e sento che batte.


    Le tue note non mi fanno più male... mi risuoni dentro come un bacio regalato e sento che mi abbracci e sento che mi avvolgi e sento che... posso dirti che ti amo? Sei di terra. Io sono di terra.


    Mi viene voglia di ballare ora, pensandoti.


    Il cielo nero è una crema spalmata sull'infinito; queste colline si spingono amichevolmente l'una sull'altra e si scambiano il verde, sempre più verde, ancora più verde e sotto sotto sono sicura che ci sono... Corrono. Una pietra è un rifugio.


    Atlantico. Ventoso ubriaco Atlantico. Non sai di mare perché sei oceano. Il tuo orizzonte si prolunga ben più in là della mia fantasia. E mille navi e mille venti e mille teste rosse e mille occhi lacrimosi ti hanno guardato dondolare dolcemente sui tuoi fondali rocciosi.


    Un fiore, ballando, resiste alla forza stupefacente del tuo fiato... forse anche lui si è innamorato.


    Sembra tutto un po' più chiaro ora che ti ho conosciuta. Grazie di avermi restituito la libertà.


    Sono tuoi quegli occhi bagnati.


    Sarà a te che li asciugherò, guardando giù, in un riflesso sul Liffey.


    Ma non trovo le parole, non le trovo.

     
  • 21 settembre 2007
    Trovo bellissimo

    Come comincia: Trovo bellissimo, svegliandomi, ricordare che è domenica, ma trovo bellissimo anche il lunedì e i giorni fra questi due. Trovo bellissimo l'odore della confezione di caffè appena aperta e il sole mattutino d'inverno. Le feste del mio cane quando ritorno e gli occhi seri di un amico quando parto. Trovo bellissimi il vento della sera ad agosto, l'erba spettinata di maggio, l'odore di polvere bagnata di ottobre e la neve che imbianca le piazze la notte a dicembre.

    Trovo bellissima la vigilia di Natale, ancora come da piccoli, la messa di mezzanotte e la cioccolata calda davanti la chiesa, ma trovo così bello anche il 21 marzo o la sera del mio compleanno e i giorni di metà settembre, non saprei scegliere quale di questi sia più commovente.


    Trovo ridicolo, e lo trovo bellissimo, scottarmi la lingua col biscotto inzuppato nel caffè e ritrovarmici a soffiarvi sopra, mi fa ridere quando appoggio le cose in giro per la casa e poi mi dimentico, e ballare da sola sul divano perché in tv c'è Hair; prendersela col modem se internet non funziona e chiamarlo con tutte le parolacce conosciute prima di accorgersi che è un modem, solo un modem. Trovo esilarante una valigia che viene fatta ridere, il dinosauro con la cresta di Jurassic Park e scendere dalla macchina nel bel mezzo di una pozzanghera. Con le infradito.


    Trovo bellissima la malinconia e ritrovare in un libro qualche scarabocchio di quando lo avevi letto la prima volta.


    Trovo bellissimo il palcoscenico e le api nei prati in primavera. Il rumore del bosco e la terra vista da vicino. Trovo bellissima la notte, sempre, con ogni tempo, in ogni stagione.


    Trovo bellissimo baciarsi, trovo bellissimo ogni primo bacio e trovo bellissimo guardare lui che si addormenta. E farmi prendere in giro la mattina perché evidentemente stavo russando, e odiarlo perché il mio letto è così piccolo che in due non ci si sta, ma da sola è troppo grande! Quando davanti a un film gli chiedi “ma stai dormendo” e ti risponde “no” solo alla terza richiesta. Quando ti telefona e ti dice “scendi, sono di sotto” oppure quando si fa finta di fare la guerra. Trovo bellissimo tenere la mano sulla sua mentre guida.


    L'odore del pane la mattina presto, il gusto del gelato o le immagini di una canzone. Il profumo del bucato, imparare a suonare una canzone e ridere fino a farsi venire mal di pancia.


    Scendendo dal letto la mattina scelgo o non scelgo di vedere tutto questo. Se non avessi mani e se non avessi piedi, la moltitudine non smetterebbe comunque di essere così straordinaria.


    Trovo bellissimo poter scegliere.


    Ed è per questo che vada come vada me ne andrò brontolando forse un po' più di tutti gli altri.


    Ma troverò bellissimo esserci stata.

     
  • Come comincia: Volevo scrivere una lettera d'amore.
    E mentre fissavo il vuoto aspettando che qualcosa singhiozzasse fuori, singhiozzò fuori un imbarazzante silenzio.
    L'ultima luce del giorno sta filtrando dorata attraverso la zanzariera, illumina matite, scartoffie, un paio di foto alle pareti e un braccialetto di legno.
    Non è che non so cosa scrivere, è che non me lo ricordo più.
    La luce si ferma a solo qualche centimetro da me, ma se ne sta andando. É entrata senza bussare, ha toccato qua e la ma non trovando nessuno ora se ne va. Ecco, se n'è andata.
    Ora quel che sapevo dell'amore è più simile a un groviglio di capelli, un ingorgo, come quelli che bloccano il rubinetto. Ora blocca me? Ma il tubo dov'è?
    Sto aspettando che esca qualcosa. A questo punto non mi interessa più che si tratti di “che cos'è l'amore”, potrebbe benissimo essere “quel che so che non lo è” o “quello che non so che è”, discorsi complicatissimi che a pensarci bene non sono poi così interessanti. Ma non escono.
    Potrei scendere e farmi un caffè. Un buon caffè profumato come mi hanno insegnato a farlo; e guardare andarsene anche l'alone rosa sulle montagne inseguito dalla notte. Dolce notte... e sogni d'oro. Me lo scriveva qualcuno, ogni sera. Sul telefono, nel cielo. Me lo scriveva e io sentivo qualcosa che però non mi ricordo. Ricordo che era abbastanza enorme da impietrirmi nel letto e ricordo che sebbene immobile si muoveva tutto e ricordo che ero pesante ma volavo; ma a dirla tutta non me lo ricordo così bene.
    Mi gratto la testa e mi chiedo se sia effettivamente razionale scrivere una lettera d'amore a nessuno. Esiste anche senza che vi si ponga un indirizzo?
    Mi ricordo quello che si sente, quando due labbra si toccano, ma le labbra non vanno bene tutte, anzi non ne va bene quasi nessuna. Per questo dico che forse nemmeno me lo ricordo. E per questo che non so cosa scrivere.
    Ed è per questo che alla fine non ho scritto niente.

     

     
  • 05 luglio 2007
    Clessidra

    Come comincia: Con le maniche perfettamente tese che parevano inamidate.
    La signora Franca, su al quarto piano, aveva questa strana abitudine di stendere gli indumenti con un maniacale rigore geometrico. I fazzoletti e le tovaglie a quadri sul lato sinistro del balcone schierati in un’imponente esercito di quadrati perfetti; le mutande, che invece erano triangoli equilateri, stavano in mezzo tra le tovaglie e le magliette del signor Giuseppe. E così, sembrava di assistere a un gigantesco Tetris, quando una folata di vento, più forte del previsto, tirava giù un calzino che perpendicolarmente e con una geometria pressoché perfetta, planava verso il cortile, andandosi a incagliare nelle biciclette abbandonate a terra dai bambini del palazzo di fronte.

     


    Subito dal quarto piano si allargava un lamento disperato fatto di “oh Mimì…” seguito a ruota da uno sghignazzo beffardo del marito che dal profondo della sua poltrona, girava una pagina della settimana enigmistica ruotando la testa verso la porta a vetri del balcone. Lì Franca, con le mani nei capelli a guardare il calzino che va giù e una lisca di pinze sulla tasca del grembiule.


    Franca era l’amore suo. Dopo 45 anni di matrimonio, anche se non glie l’aveva mai detto, la sera, poco dopo essersi coricati, lui la osservava addormentarsi attraverso la fioca luce del lampione che filtrava dalla tapparella.


    Il suo profumo era sempre lo stesso. Lo stesso di quel giorno, di tanti anni prima, quando si erano ritrovati per caso schiacciati uno contro l’altro, in un tram sovraffollato di Torino. Fuori la pioggia veniva come Dio la mandava e le folate di vento tormentavano anche gli intrepidi passeggiatori sotto i portici.


    Lui tornava a casa dal servizio militare, e lei era in città per comperare un vestito a sua sorella.


    Perso in una nuvola di ricci castani, lui si era piegato un po’ in avanti per cogliere meglio quella fragranza; e lei come se l’era presa! Aveva tirato fuori un’agenda dalla borsa e glie l’aveva spiattellata dritto sulla testa.


    Non amava essere osservata, ma quello strano ragazzo in divisa, mentre si massaggiava la testa con una smorfia, le fece un sorriso come nessuno glie ne aveva mai fatto.


    Giuseppe arrivava dai monti.


    Un giorno aveva imbracciato per la prima volta il fucile e gli avevano insegnato a sparare a un bersaglio rosso in fondo al bosco.


    Cento chilometri più in là Franca stava piangendo perché il moroso l’aveva lasciata sola andandosene via con un’altra. La festa del paese e cento volti che sorridevano, in mezzo lei e le sue lacrime; sulle mani il colore sbavato delle guance, messo con tanta cura prima di uscire, solo per lui, solo per piacere a lui.


    Un vestitino blu con tanti fiorellini bianchi e i capelli sciolti che cascavano dolcemente sulle spalle. Mentre si ripeteva che tutto quel dolore, mai e poi mai! Non se ne sarebbe mai andato…


    Giuseppe aveva passato tutta l’infanzia in una cascina, col papà, la mamma, il fratello più grande e due cavalli.


    In autunno raccoglieva le mele con le gambine di bambino penzolanti dall’albero. Il sole filtrava tra le foglie e lui ridendo come un matto si appendeva a testa in giù fra le urla della madre. La quale gli assicurava che presto, così, si sarebbe rotto il collo.


    Cento cascine più in là, “Fra” tornava dalla sua prima comunione. Un vestitino bianco e i sandaletti ai piedi.


    Cento cascine più in là era nato Giuseppe, il 21 marzo. Strillava forte e la mamma lo strinse a sé, mentre fuori una formichina si incaricava del peso incredibile di una mollicca di pane.


    Cento cascine più in là cominciava a vedersi un pancione.


    Centouno cascine più in là c’era una anziana signora, piegata un po’ in avanti sul balcone di casa, intenta a stendere una tovaglia nella maniera il più possibile geometrica…