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in archivio dal 27 apr 2014

Claudio De Agostini

21 dicembre 1984, Como - Italia
Segni particolari: Guascone
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  • 27 aprile 2014 alle ore 11:23
    Il segreto

    Come comincia: Era uno dei più famosi eroi del suo tempo. In un'epoca in cui le grandi imprese erano sempre seguite da fama e gloria, la sua vita aveva intrapreso la strada verso l'immortalità. Quell'onore concesso solo a pochi, che sopravvivono alla propria morte nelle canzoni dei menestrelli e nei sogni di avventura dei fanciulli. Tutti nel regno avevano udito il suo nome almeno una volta e gran parte delle persone potevano citare almeno due delle sue molteplici avventure. Schermidore senza eguali, cuore di drago, paladino della giustizia, messaggero degli dei, si potevano comporre libri soltanto elencando gli epiteti che il suo coraggio gli aveva fruttato. Egli era un esempio per la società e, come sempre accade, questa responsabilità opprimeva e appagava il suo animo, come una droga a cui ormai era impossibile rinunciare.
    Era una notte estiva come tante, limpida e inondata dalla luce lunare che lasciava poco spazio all'immaginazione svelando ciò che l'oscurità voleva nascondere. Tutto all'interno della stanza era immobile, come assopito in un profondissimo sonno durante il quale il tempo pareva essersi fermato. L'unico a non dormire era Daneb, "il grande" come tutti usavano chiamarlo. Era in preda a quel genere d'insonnia molto cara ai poeti, perché porta con sè fantasmi del passato e ombre dei propri pensieri, che in un'interminabile parata sfilano dinnanzi agli occhi accompagnati da una musica magistralmente prodotta da un'orchestra di sentimenti. Tale sensazione, impagabile per chi è schiavo di una capricciosa dea chiamata ispirazione, è invece fonte di dannazione per chiunque abbia nell'animo un peso troppo grande per essere sopportato. Daneb apparteneva a quest'ultima categoria.
    Si girò nel letto per abbandonare la posizione che aveva portato le coperte ad una temperatura insopportabile e, posizionandosi sull'altro lato, sperò che questa forma di sollievo potesse finalmente accompagnarlo fra le braccia di Morfeo. I minuti passavano e il sonno non dava il minimo segno di voler abbandonare quell'ostinata fuga.
    Nella sua mente riviveva ogni singolo istante della giornata appena trascorsa. La festa in suo onore, come ogni anno, si era rivelata un successo epocale. Poteva ricordare uno per uno i volti delle persone che al colmo dell' ammirazione si accalcavano per il solo desiderio di poterlo toccare, di poter sfiorare con la punta delle dita un sogno inarrivabile. Desiderò ardentemente che insieme ai pensieri tornasse il sole della giornata appena trascorsa a scacciare i fantasmi che non gli davano pace. Desiderò trovarsi ancora una volta in quel bagno di folla che lo faceva sentire vivo e potente, in grado di sconfiggere qualsiasi nemico. Desiderò sentire di nuovo l'affetto della gente, ed essere acclamato come il più grande eroe mai esistito.
    Ripensò a quando era bambino e ingenuamente fantasticava su un futuro simile a questo. Egli era figlio di un fabbro e da piccolo aveva imparato a maneggiare la spada più per diletto che per interesse. All'epoca non sapeva nemmeno cosa volesse dire uccidere una persona e la spada, più che un'arma di morte, era un giocattolo come tanti. Crescendo dimostrò un'abilità innata per la scherma e il suo arruolamento nelle guardie fu qualcosa di automatico. Per un giovane privo di educazione con una spiccata propensione alla guerra, le alternative sul futuro non erano molte: o continuare l'attività di famiglia, oppure entrare a far parte delle guardie. La seconda scelta oltre a garantirgli un'istruzione di base, appagava il suo indomito spirito adolescente promettendogli grandi avventure e una carriera emozionante.
    La sua vita nelle guardie trascorse veloce e più di una volta dimostrò il suo valore sia in battaglia che fuori. Era dotato di una spiccata intelligenza logistica che, combinata al suo spirito altruista, gli permetteva di eccellere nel suo lavoro. In pochi anni arrivò a ricoprire ruoli sempre più importanti e il tutto fu coronato da una bellissima storia d'amore con una donna di nome Elsa, da cui ebbe una splendida figlia. La fama e il successo giunsero pochi anni dopo, quando fu inviato insieme ad una manciata di guardie a investigare su strani assassini nelle pianure ad ovest della città.
    Al pensiero di quei tempi provò una fitta al cuore. Un rimorso tanto potente da somigliare al dolore fisico. Si alzò seduto sul letto e si coprì il volto con le mani, come per calmarsi e scacciare i pensieri tanto insistenti da condurre la sua mente a sfiorare la follia. Scese dal letto per guardar fuori dalla finestra. La luna era ancora alta nel cielo, segno inesorabile che ancora molte ore lo separavano da un misericordioso mattino. Si voltò a guardare la sua stanza, silenziosa e immobile. Si trovava in una locanda al momento, non aveva più nulla che somigliasse ad una casa, abbandonata per il continuo bisogno di viaggiare e compiere le grandi gesta per cui era tanto famoso. Osservò l'armatura e la spada ammucchiati a fianco del letto che risplendevano di tenui riflessi lunari. Quei compagni di viaggio gli avevano salvato la vita centinaia di volte e ognuno di questi eventi era scritto con violenza sul metallo in caratteri che solo i ricordi erano in grado di leggere. Lasciò scorrere lo sguardo fino al letto completamente disfatto, come un fedele ritratto del suo attuale stato d'animo. Indugiò oltre in una veloce panoramica e vide pochi mobili, disposti strategicamente a ridosso delle pareti per nasconderne i fatiscenti difetti. Era solo. Questo era la cosa che più lo tormentava, il fatto di essere solo con se stesso. Nessuno che potesse onorarlo o che ne ricordasse i numerosi pregi. Nessuno che potesse difenderlo da quel mostro terribile chiamato coscienza, che periodicamente tornava a riscuotere un pegno di paure e rimorsi.
    Si costrinse a pensare, a indugiare con i propri pensieri sugli aspetti piacevoli della giornata appena trascorsa per impegnare la mente. Ricordò l'affetto della famiglia che aveva salvato dalle grinfie di quella tribù di orchi. Gli occhi dei bambini colmi di ammirazione e i volti dei genitori che esprimevano una gioia difficilmente riconducibile a parole. Ripensò alla fanciulla che, per ringraziarlo di averle salvato la vita, gli regalò una torta il cui profumo lasciava intuire tutto l'amore che la ragazza aveva dedicato alla sua preparazione. Senza che se ne accorgesse si mise a sorridere. Quella riconoscenza nei suoi confronti era ciò che nutriva la sua vita, che illuminava le sue giornate. Per questo ora maneggiava la spada, per questo si lanciava in imprese disperate al limite del suicidio. Ogni vita strappata alla morte era per lui la prova di essere utile agli altri, di più, la prova di meritarsi il titolo di eroe. Soddisfatto di quei pensieri piacevoli ed avendo ritrovato la sicurezza in sé stesso fece per andare a letto, quando udì una campana risuonare nella piazza della città. Si affacciò alla finestra che dominava l'ormai deserto luogo della festa, ma non vide nulla, solo striscioni i cui colori avevano perso la vivacità del giorno e bancarelle abbandonate. Stava per considerare ciò che aveva udito un semplice scherzo dei sensi quando un sommesso vociare gli giunse alle orecchie. Di nuovo osservò con attenzione la piazza e questa volta vide le ombre della notte animarsi. Ognuna di esse, come su un immenso palco, recitava il ruolo degli spettatori che si erano avvicendati durante la festa appena trascorsa. Come colui che in piena notte viene colto dalle allucinazioni e incredulo sottopone i suoi occhi ad un attento esame del cervello, egli continuò ad osservare, incapace di farsi un'idea precisa su ciò che stava accadendo. Sentì un brivido dietro la schiena quando udì una voce dominare il vociare della folla.

    Madame e messeri. Accostatevi, accostatevi a me poiché io conosco la verità. Venite e prestate orecchio al cammino che conduce un uomo al cospetto degli dei, facendone impallidire il nome!

    Daneb trasalì. Non di nuovo. Non poteva sopportare un'altra volta il racconto di quella che per tutti era la sua consacrazione ad eroe, ma per lui che conosceva la verità non era altro che la voce del rimorso. Si costrinse a ignorare i sensi che volevano ingannarlo, si convinse che quelle fossero allucinazioni. Si allontanò dalla finestra e tornò a sedersi sul letto, cominciando a sudare freddo. La voce continuò tanto improvvisamente da farlo sussultare.

    Voi tutti ora abbandonate i vostri sensi in favore unicamente dell'udito. Cedete alla pazzia e abbandonate la logica, poiché in nessun'altro modo potrete partecipare al viaggio nel tempo in cui io sto per condurvi. Se farete questo, vi prometto che i sensi sopiti si animeranno autonomamente come per magia e la realtà che ora vi circonda diventerà il racconto, mentre il racconto diventerà la realtà.
    Ogni storia che si rispetti ha un inizio ed è esattamente dove sto per condurvi. In questo momento ci troviamo nel passato, precisamente dieci anni fa, in un piccolo paesino poco distante dalla nostra bella città il cui nome è Senvel.

    Daneb si allungò fino ad impugnare la spada, era certamente opera di un qualche creatura. Il fantasma di quel bardo doveva essere un trucco per ingannarlo, ma a quale scopo? Se avessero voluto fargli del male avrebbero creato l'illusione di qualcosa di più spaventoso. A che pro fargli rivivere il racconto delle sue gesta epiche? E se la creatura sapesse il suo segreto? Le forze cedettero a quell'ipotesi e la spada si abbassò, mentre invece la voce del menestrello risuonò più alta. Impotente riascoltò il racconto che già aveva dovuto sopportare quello stesso pomeriggio. La voce parlò dei misteriosi assassini che infestavano le campagne, ripercorse le sue indagini condotte per ordine del re, fino al fatidico punto in cui i ricordi si distaccavano nettamente dalla storia. Per tutti, quando Daneb scoprì che un malvagio demone era celato dietro a quelle brutali uccisioni sfoderò la sua spada e in nome della giustizia lo trafisse ponendo fine al massacro, ma realtà voleva diversamente.
    Le sue difese crollarono mentre la voce del bardo svaniva nel suo inconscio e continuava quella della coscienza, a cui inutilmente aveva tentato di opporsi.
    Quando finalmente si trovò al cospetto della creatura colpevole degli assassinii, provò una paura viscerale. Si trovava su di una piccola collina poco distante da Senvel. Si era recato li per investigare sull'ultimo crimine quando, d'improvviso, il giorno si trasformò in notte. Una notte spietata senza luna ne stelle e accompagnata da gemiti e lamenti che sembravano trasudare dalla terra stessa. Voltandosi vide il demone: alto quanto due uomini, la forma vagamente umanoide, le ali artigliate conserte dietro la schiena e il volto sfigurato in una maschera di zanne e corna. Con la disperazione degli animali in trappola Daneb si scagliò contro il suo nemico urlando e volteggiando la spada in una serie di fendenti menati alla cieca. La creatura evitò gli attacchi e lo colpì, con tale potenza da gettarlo qualche metro più avanti. Prima che potesse riprendersi il demone si era già avventato su di lui, cingendone l'intera testa con la sua enorme mano artigliata. Avrebbe potuto concludere la cosa di li a poco fracassandogli il cranio, invece gli rivolse la parola.
    "Mortale. Attendevo il tuo arrivo."
    La voce del demone era accompagnata dai gemiti e dai singhiozzi di Daneb che si trovava ora a dover fronteggiare una morte terribile, completamente impreparato.
    "Le linee del destino sono per me un libro che posso leggere con facilità, tuttavia sono vincolato inesorabilmente al vostro libero arbitrio."
    La guardia paralizzata dal terrore tremava e faticava anche a seguire quelle poche e semplici parole che, nella sua mente, apparivano inconsistenti di fronte all'orrenda fine che lo attendeva.
    "Io ti pongo una scelta, mortale. La tua vita è vincolata a questo luogo del tempo e dello spazio. Spetta a te decidere se trasformarlo in un epilogo o in una svolta. Da una parte avrai una morte vana e ingloriosa compiuta in nome di quelle illusioni che voi mortali chiamate valori, affetto e giustizia. Dall'altra, io ti offro la vita e la gloria eterna, in cambio di un pegno di pari valore. In cambio di una vita, il prezzo da pagare è ciò che di più prezioso questa vita possiede."
    Daneb incapace di una qualsiasi riflessione piangeva come un fanciullo e non accennava a dare una minima risposta. Il demone perdette quindi la pazienza e stringendo la morsa sulla testa dell'uomo urlò con una voce terribile.
    "SCEGLI MORTALE! VUOI VIVERE O VUOI MORIRE?"
    L'urlo disperato di Daneb che conteneva la risposta echeggiò per le valli circostanti fino a svanire del tutto. Quando l'uomo riaprì gli occhi si trovò nuovamente solo in cima alla collina. Era tornata la luce del sole che rinfrancava il suo animo, allontanando il freddo della morte con un piacevole calore. Si guardò intorno incredulo, incapace di ricordare cosa fosse successo. Ai suoi piedi vide la spada insanguinata conficcata profondamente nel petto della creatura demoniaca, ormai senza vita. La confusione l'assaliva ed era incapace di ragionare. Gli tornò in mente la sua missione e come qualcuno che si aggrappa con tutta la forza ad un impulso razionale per non cedere alla pazzia, stacco la testa della creatura e si avviò per ritornare dal suo re a fare il rapporto sull'accaduto.
    Al suo ritorno venne accolto con grandi festeggiamenti. La vittoria di un uomo sulle forze del male è un impresa che non passa inosservata e in breve tempo, in tutta la città si diffuse la storia di Daneb "l'eroe". Ancora faticava a comprendere cosa fosse successo, ma lo scoprì poco dopo, quando giunto a casa trovò la moglie e la figlia brutalmente massacrate. Un lampo di bruciante lucidità lo travolse e d'improvviso capì cos'aveva fatto. Ricordò le parole del demone e comprese che questo era il prezzo che aveva dovuto pagare in cambio della sua vita. Cadde sulle ginocchia e vi rimase per ore in un fiume di urla e di singhiozzi tanto forte da attirare l'attenzione dei passanti e delle guardie. Scoperto l'accaduto il re lo convocò e gli assicurò che avrebbe dato la caccia ai colpevoli per punirli di quell'efferato crimine, ma Daneb sapeva che non sarebbe servito a nulla. L'unico colpevole dell'accaduto era lui.
    Dopo quel fatto cadde in profonda depressione e perse ogni interesse verso il mondo. Più volte fu sul punto di togliersi la vita, ma i continui onori e l'ammirazione della gente servirono a consolarlo quel tanto che bastava a provare di nuovo timore nei confronti della morte. Tormentato dal senso di colpa e incapace di fare un passo coraggioso come dire la verità o uccidersi, approfittò di ogni opportunità che aveva per fare ammenda dei suoi peccati e tenere la mente occupata. Essendo la sua unica abilità quella di maneggiar la spada si gettò in imprese dove anche i più grandi guerrieri avevano fallito, ma egli riuscì a compiere ogni incarico. Più volte fu sul punto di incontrare la morte, ma ogni volta questa lo evitava, come se qualcuno le avesse proibito di cogliere quell'anima. Con un successo dopo l'altro la sua fama crebbe all'inverosimile e così l'affetto delle persone. Ben presto sviluppò una forma di dipendenza verso le sue onorificenze, perché grazie ad esse aveva l'illusione di essere una persona nobile e coraggiosa. Grazie ad esse poteva dimenticare il dolore, che puntualmente lo visitava per ricordargli a cosa era dovuta quella fortuna.
    Si riscosse da quei dolorosi ricordi. Gli uccelli cominciavano a cantare per accogliere il mattino che tra poche ore sarebbe finalmente venuto in suo soccorso. Ancora una volta, come sempre, provò l'impulso di dire la verità, per liberare la sua coscienza da da quel peso terribile, per poter finalmente allontanare i fantasmi che lo visitavano la notte, per potersi lasciare alle spalle quel dolore che portava portava dentro di se, ma le paure lo assalirono. Temeva di perdere tutto quello che era diventato, temeva di dover affrontare la realtà che lo voleva unicamente come un vile assassino e temeva che tutto questo lo avrebbe ricondotto alla morte miserevole che aveva tentato di fuggire.
    Daneb "il grande" decise ancora una volta di tacere, di sopportare silenziosamente le strazianti grida del rimorso che gli impedivano il sonno, in favore di uno splendente mattino che lo attendeva ogni volta al termine degli incubi.

     
  • 27 aprile 2014 alle ore 11:20
    Un'avventura per due

    Come comincia: “Fidati, non è difficile.”
    Era quello che continuava a ripetergli Paul, e lui gli credeva, semplicemente aveva rivalutato l'aggettivo “difficile” che invece di corrispondere a “qualcosa che richiede sforzo o impegno” era diventato qualcosa del tipo “affrontare un'intera mandria di bufali in carica, armato solo di un pomodoro e di una quantità di paura sufficiente a uccidere sedici deboli di cuore”.
    Il piano era perfetto: attendere nascosti che i pirati abbordassero il vascello, a quel punto, approfittare della confusione e gettarsi a mare nuotando verso la nave nemica, dove poi si sarebbero intrufolati senza farsi scoprire. Fatto questo, tutto quello che gli rimaneva da fare era ricordare tutte le dormite fatte in chiesa durante le funzioni e convincere uno per uno tutti i santi del paradiso che quella non fosse altro che una forma di estrema devozione. Se ci fossero riusciti, sicuramente quelle pie e ingenue creature che vegliavano dall'alto dei cieli avrebbero fatto in modo che nessun pirata, nel tempo necessario a raggiungere la terraferma, avrebbe scoperto il loro nascondiglio o i continui furti nella stiva a cui si sarebbero dovuti attenere per non sostituire una morte a fil di spada con una morte per fame.
    “Scusami Paul” chiese perplesso il giovane “Ma cosa facciamo se invece di condurci sulla terraferma nei pressi di qualche città, mettessero la fonda in qualche isola sperduta dove hanno posto il loro covo?”
    Paul lo fissò con uno sguardo che tutti hanno avuto una volta nella vita. Il tipico sguardo di chi, dopo aver costruito nella propria testa un bellissimo castello fatto di propositi ed iniziative, si accorge di aver dimenticato di applicarvi l'entrata.
    Fortunatamente Paul era persona dotata di spirito e perspicacia, sempre pronta a trovare una soluzione ad ogni problema e il più delle volte questa soluzione consisteva nell'evadere il discorso.
    “David! Non puoi affrontare ogni cosa con questo spirito pessimistico altrimenti non otterrai mai nulla nella vita! Guarda! Hanno accorciato le distanze, ormai saremo a portata dei cannoni.”
    I cannoni, orgogliosi di questa presentazione, tuonarono a poppa del vascello. Due proiettili sibilarono minacciosamente ai lati dell'imbarcazione, ma il loro assalto si concluse con il classico, e mai come ora appropriato, buco nell'acqua.
    Sul mercantile ormai vi era una crescente agitazione. Il capitano urlò ai marinai di agguantare le armi, ma si sa che essendo la gente di mare molto superstiziosa, le cose agguantate in quel momento fossero altre.
    I pirati virarono sino a posizionarsi dietro il vascello in fuga in modo da sottrarre il vento alle loro prede e accorciare le distanze. L'abbordaggio era imminente, ed essendo il mercantile sprovvisto di veri e propri soldati la battaglia era più che altro una mera formalità.
    Avrebbero potuto arrendersi, ma “fortunatamente” il capitano era uomo ligio al proprio dovere e completamente devoto alla corona. Il tipo d'uomo che morrebbe piuttosto che disonorare la sua patria e questo era esattamente ciò che si accingeva a fare, l'unico problema è che trascinava con sé tutto l'equipaggio che ad un eventuale referendum, avrebbe sicuramente esposto il voto contrario. Sfortunatamente la democrazia in questo momento non poteva essere applicata in quanto non si aveva tempo di litigare per dire tutti la stessa cosa e in ogni caso di li a poco si sarebbe comunque venuti alle mani, quindi a tutti piacque lasciare le cose come stavano.
    V'è da dire a onore del vero, che spiegare il significato di resa ad un gruppo di analfabeti smaniosi di trapassarti da parte a parte per accertarsi che non hai nascosto preziosi nello stomaco, non era un'alternativa che garantiva migliori speranze di salvezza.
    David e Paul, osservavano con crescente agitazione la nave nemica fendere le onde e avvicinarsi con furiosi sobbalzi sulla superficie dell'acqua.
    "Ascoltami bene" disse Paul "Non appena il capitano virerà per esporre il fianco e la piena potenza di fuoco sui pirati, noi correremo dalla parte opposta e ci tufferemo in mare."
    "Ma ci vedranno!" protestò David.
    "Ma chi vuoi che ci veda?! Tutti saranno impegnati a osservare la nave pirata e noi approfitteremo della confusione, nessuno si accorgerà di noi"
    Il grido del capitano sembrò confermare le parole del ragazzo.
    "VELATURE DA BATTAGLIA, TUTTA A TRIBORDO, PRONTI CON I CANNONI!"
    David osservò quelli che il capitano chiamava "cannoni". Delle grosse bocche di bronzo che si affacciavano sul mare come se il movimento ondulatorio stesse avendo la meglio sul loro stomaco. Erano indubbiamente delle armi letali, ma la questione era, letali per chi?
    Il ragazzo ripensò a quando Phil, un collega marinaio, poche settimane dopo la partenza decise che la sua vita non poteva dirsi vissuta se almeno una volta non avesse sparato una cannonata.
    In seguito a quel tentativo, effettivamente, la sua vita venne considerata vissuta, per intero.
    Evidentemente gran parte della ciurma ricordava ancora molto bene l'episodio perché all'ordine del capitano tutti si allontanarono immediatamente dalle armi nella speranza che eventuali esplosioni travolgessero solo lo sventurato artigliere. Ciò a cui nessuno aveva pensato era il fatto che non ci fosse una persona incaricata al ruolo di artigliere, e quindi i cannoni si ritrovarono ben presto ad occupare, in una pietosa solitudine, il lato sinistro della nave.
    Dapprima il capitano si stupì di quanto prontamente i marinai avessero risposto al suo ordine, ma ci vollero pochi istanti per capire che l'ordine eseguito non era il suo, bensì quello che la loro testa saggiamente gli suggeriva. Furioso e all'apice della frustrazione il capitano si mise ad urlare una serie di appellativi ben poco lusinghieri che mi trattengo dal riportare per non urtare la sensibilità del lettore, è bene invece spostare la nostra attenzione su di un paio di ragazzi che stavano mettendo in atto i loro propositi di fuga.
    Approfittando del caos generato dall'istinto di sopravvivenza dell'equipaggio contrapposto agli ordini del capitano, i due si gettarono in acqua e, proprio come aveva predetto Paul, la loro fuga non venne notata da nessuno. Quello che Paul invece non aveva predetto era che gettandosi in acqua prima che la manovra di virata fosse terminata, avrebbero visto le due navi allontanarsi fino a restare completamente scoperti in acqua prima ancora dell'inizio della battaglia.
    David provò ad accennare la cosa con filosofia, per non urtare la sensibilità dell'amico "Paul, hem..."
    Paul, conscio anche lui dell'errore, decise di tagliare corto nel timore che i pirati avvistandoli volessero urtare molto più che la loro sensiblità e si limitò a rispondere "Lo sò! Zitto e nuota!"
    E' un peccato che i record sportivi vengano registrati solo nelle competizioni ufficiali, perché se invece venissero convalidati anche per prestazioni occasionali, quei due si sarebbero di sicuro guadagnati un premio per i 100 metri di nuoto in stile "arrancamento terrorizzato". Quanto meno avrebbero generato una nuova disciplina, garantendosi comunque il record di partenza.
    Quando ormai avevano quasi raggiunto la nave pirata senza essere notati da nessuno, le due imbarcazioni si stavano ormai fronteggiando esponendo l'intera fiancata l'una verso l'altra. La prima a dar voce ai cannoni fu il vascello corsaro che scaricò tutta la potenza di fuoco sul mercantile in un'ovazione di detonazioni. Con sommo stupore dei due ragazzi anche i cannoni del mercantile parteciparono all'attacco e con sommo stupore dei membri dell'equipaggio, nessuna delle armi esplose travolgendo il malcapitato, occasionale, artigliere; questo ruolo fu però eseguito egregiamente dalle terribili palle di cannone pirata, che devastarono il mercantile generando una pioggia di scheggie e di detriti scagliati in ogni direzione.
    Per un attimo non si udì altro che un rapido susseguirsi di bordate alternate a grida di dolore e di rabbia. I due giovani, seppur estranei alla traiettoria dei cannoni, si ritrovarono a fare i conti con una pioggia di macerie che precipitava con violenza su di loro.
    Dando fondo a tutte le energie rimaste riuscirono a raggiungere il lato destro della nave pirata, ossia quello opposto a dove si stava consumando la battaglia, questo offrì loro un minimo di tregua e una discreta copertura.
    "E' fatta!!! L'abbiamo scampata! Ora non dobbiamo far altro che arrampicarci e scivolare nella stiva"
    David vide scorrere nella sua mente un'ondata di obiezioni a quella singola frase e tra le molte vi era anche "Ma perché ti ho rivolto la parola quel pomeriggio di 10 anni fa?!", tuttavia una nuova esplosione molto vicina a loro, lo dissuase dall'esporle e lo convinse nell'affrettarsi ad eseguire qualsiasi ordine che lo portasse lontano da li, fossero anche i pazzi piani di Paul.
    I due giovani si arrampicarono agilmente su per la scala che dalla murata conduceva al ponte e a metà strada, si precipitarono dentro una delle feritoie riservate ai cannoni, non senza prima assicurarsi che il cannone presente non fosse presidiato, carico, o propenso ad esplodere alla minima sollecitazione.
    Giunti all'interno si trovarono in quella imbarazzante situazione che si presenta quando ti accorgi di entrare erroneamente nella stanza sbagliata, come quando inavvertitamente entri in un bagno già occupato. Forse il metodo classico per uscire da questa situazione, ossia trasformare la faccia in un peperone e chiedere scusa prima di uscire e di chiudere la porta dietro di sé poteva rappresentare un metodo di fuga, ma la mancanza di una qualsiasi porta vanificava tutta questa prerogativa. Anche il fatto che i pirati non avessero ancora notato il loro ingresso presi com'erano dall'attività dei cannoni sul lato opposto della nave, rendeva lo scusarsi una possibilità da escludere.
    Appurato quindi che il metodo classico non poteva essere applicato, i due giovani, immobili e terrorizzati nell'angolo della stanza, optarono per una soluzione alternativa.
    Ancora una volta fu Paul a prendere l'iniziativa e portandosi il dito sulle labbra, fece segno a David di seguirlo nel modo più silenzioso possibile.
    Il modo più silenzioso possibile in mezzo a dodici persone che urlano le avventure sessuali delle madri altrui, una decina di cannoni che scaricano le loro letali munizioni con boati assordanti e un susseguirsi di esplosioni che devastano la nave in piogge di detriti, potrebbe benissimo essere tramite una banda di elefanti percussionisti con il supporto dell'intera squadra dei trombettieri di corte, motivo per cui, i due ragazzi che correvano a perdifiato verso la porta più vicina, non incontrarono alcun problema di segretezza.
    Rapidamente corsero su per le scale, aprirono la porta e si precipitarono all'esterno. Giunti sul ponte si resero conto che forse avrebbero dovuto cercare un'altra strada per la stiva.
    Tutto intorno a loro la battaglia infuriava. I pirati scaricavano le armi sulla nave nemica e i pochi soldati del mercantile che erano riusciti ad abbordare la nave corsara, resistevano all'assalto accompagnati dal clangore assordante delle sciabole. Urla di dolore e di rabbia riempivano l'aria in cui si sentiva distintamente l'odore della polvere da sparo.
    A David venne da piangere, tuttavia non riuscì a capire se ciò derivasse dal terrore o dal nervoso provocato dalle rovinose iniziative dell'amico. Esasperato dal continuo peggiorare della situazione decise che fuggire era completamente inutile e se volevano avere qualche speranza di salvezza, l'unica possibilità consisteva nel difendersi. Impugnò una spada insanguinata che trovò ai suoi piedi e si gettò sul pirata più vicino sfogando tutte le sue frustrazioni. Sfortunatamente per il corsaro, Paul gli aveva fatto accumulare tante frustrazioni negli ultimi venti minuti che chiunque, anche il più abile spadaccino, avrebbe trovato difficoltà ad affrontare quella belva assatanata che menava fendenti in preda ad una rabbia furiosa.
    Paul fece per urlare un avvertimento all'amico, ma non fece in tempo. Il pirata, colto di sorpresa, non fece nemmeno in tempo a difendersi e morì trafitto dalla spada del giovane sotto lo sguardo sconvolto di tutti i presenti. L'uomo che David aveva ucciso infatti non era un pirata qualunque, bensì il capitano della nave.
    Ci furono pochi lunghissimi istanti in cui la battaglia si interruppe e tutti posarono lo sguardo su David: i pirati terrorizzati, i marinai del mercantile increduli e Paul entrambe le cose.
    Un'ovazione di gioia proruppe dalle file dei marinai del mercantile che si scagliarono contro i pirati ancora sconvolti dall'accaduto.
    La battaglia si concluse di li a poco. I pirati che non si arresero perirono sotto i colpi dei marinai esaltati, mentre gli altri furono arrestati e ridotti in catene. Mentre il capitano del mercantile illustrava ai prigionieri la viltà che si celava nel commettere atti di pirateria contro la corona, un metodo di tortura che sarebbe stato invidiato dagli stessi pirati se non fossero stati troppo occupati a inventare nuove bestemmie soffocate tra i denti, i membri dell'equipaggio del mercantile gettarono in una forsennata ricerca del bottino accumulato da quei delinquenti. Dovevano trovarlo prima del capitano, per evitare che "l'imbecille", appellativo affettuoso attribuitogli dalla ciurma, lo confiscasse per offrirlo al re una volta tornati in madrepatria.
    Fortunatamente il discorso dell'ufficiale si soffermò molto sulla terribile punizione che attendeva quei criminali, anche se i pirati non riuscivano ad immaginare nulla peggiore di quel discorso, e quindi i marinai ebbero il tempo di ispezionare minuziosamente il vascello.
    Ciò che trovarono fu di poco conto, perché il bottino consisteva principalmente in spezie e stoffe pregiate, tutte cose che non potevano essere nascoste in tasca per sfuggire allo sguardo severo del capitano e l'equipaggio ne rimase deluso.
    Chi non rimase deluso furono David e Paul, ma per capire il motivo di tutto ciò, facciamo qualche passo indietro nel tempo.
    Subito dopo l'uccisione del capitano, allo scoppiare della furiosa battaglia David si trovava ancora sul ponte, immobile e sconvolto, mentre osservava in rapida successione, prima la spada e poi il corpo esanime del corsaro morto, cercando di trovare un nesso tra le due cose che non mettesse a repentaglio la sua immediata incolumità.
    Fu Paul a tirarlo fuori dai guai e la parola "tirarlo" va presa letteralmente. Si precipitò sul ponte e lo trascinò lontano dalla battaglia fino al castello di poppa della nave.
    "Io... io.... io....." fu tutto ciò che riuscì ad articolare David con il massimo sforzo.
    "Già tu! Hai fatto un bel casino! E adesso come ne usciamo?!" Paul iniziò a guardarsi intorno freneticamente, mentre i rumori della battaglia fuori dalla stanza si facevano più furiosi. Considerato l'arredamento fatiscente ma comunque lussuoso della cabina, subito si accorse che quello doveva essere l'alloggiamento del capitano. Mappe gettate alla rinfusa e affrancate con dei coltelli coprivano il tavolo. Proprio sotto un'ampia vetrata che si affacciava a poppavia si trovava un letto che un tempo si sarebbe definito a baldacchino, ora, con quei grattacieli per tarme che si innalzavano dagli angoli e quella coltivazione di pidocchi che si trovava al di sotto delle coperte, era già tanto se poteva essere chiamato "letto". Accanto ad una rastrelliera su cui erano disposte una serie di sciabole, vi era un armadio contenente giusto quei due o tre vestiti che permettevano al capitano di cambiarsi circa una volta ogni due-tre mesi, il che lo rendeva, agli occhi del suo equipaggio, una persona raffinata. Un grosso tappeto posizionato al centro della stanza occupava gran parte del pavimento e, apparentemente, considerati gli inquietanti rigonfiamenti che lo caratterizzavano, aveva la funzione di pattumiera. Nulla di questo riuscì a catturare l'attenzione di Paul come il grosso forziere posizionato ai piedi del letto con un grosso lucchetto che sussurrava "aprimi" alla mente del ragazzo.
    "Paul... io..." disse David, mentre con la mano tremante mostrava all'amico la spada insanguinata.
    L'amico si riprese dall'ipnosi che lo scrigno esercitava su di lui e guardando ciò che il compagno gli offriva disse: "Uh! Si grazie, questa dovrebbe andare."
    Impugnò la spada e in men che non si dica ingaggiò un serrato e furioso duello con il lucchetto dello scrigno. Seppur resistendo con coraggio, la tenacia del piccolo tesoriere venne meno dopo una decina di colpi e con un rumore sordo abbandonò la sua presa sul coperchio.
    Subito Paul spalancò le fauci di quel diavolo tentatore e le sue aspettative non furono affatto deluse. L'intero contenuto era composto da collane, gioielli e pietre il cui valore aveva ben presto superato la limitata capacità di calcolo del giovane. La vista terapeutica di tutto quel ben di Dio, subito fece rinvenire anche David che, dimenticati gli affanni e i timori che l'avevano ridotto a un vegetale poco prima, si gettò accanto all'amico per ammirare quell'immenso spettacolo.
    Un forte colpo alla porta della cabina li riportò alla realtà, facendogli notare che la battaglia all'esterno non era ancora terminata. Con uno sguardo d'intesa, i due giovani trasferirono tutto il contenuto dello scrigno nelle tasche e in piccoli sacchetti che nascosero sotto i vestiti, a quel punto, tintinnando come la slitta di Babbo Natale la notte del venticinque dicembre, si precipitarono a nascondere il tutto all'interno del mercantile. Fortunatamente per loro, seppure la battaglia volgeva quasi al termine, continuava a generare un certo fracasso e quindi, poterono raggiungere la stiva della loro nave senza incontrare troppi pericoli o attirare l'attenzione.
    Da qui in poi sapete come si sono svolti gli eventi, ciò che vi manca da scoprire è come la ricchezza accumulata dai due ragazzi li cacciò in guai sempre maggiori una volta giunti a terra, ma questa, concedetemi il clichè... è un'altra storia...

     
  • 27 aprile 2014 alle ore 10:52
    Un libro sconosciuto

    Come comincia: Esiste un libro nascosto, o per meglio dire custodito, all'interno di un grande albero. Questo libro non ha mai conosciuto altri lettori oltre allo scrittore e all'albero stesso. Il titolo inciso sulla copertina recita Merle, mentre al suo interno è contenuto quanto segue: Prefazione Esiste un unico libro che non ho mai voluto pubblicare. Il motivo non è qualcosa di chiaramente definibile, ognuno di noi nella sua vita vive momenti che gli penetrano nella carne e si posizionano accanto al cuore. Rimangono dentro di noi e diventano un punto particolarmente sensibile del nostro animo. Come una ferita aperta, il cui solo sfiorare ti fa sobbalzare, non tanto per il dolore, quanto perchè senti che li sei vulnerabile e che tutte le barriere da te costruite a difesa del tuo essere in quel punto perdono ogni loro solidità. Non c'è nulla che debba essere mantenuto nascosto di ciò che è scritto all'interno di questo libro, eppure una parte di me teme di ciò che il mondo potrebbe fare con queste informazioni. Io, che ho raccontato di guerre e tradimenti, io che mi sono macchiato di crimini che ancora oggi mi perseguitano la notte eppure si trovano vergati più col sangue che con l'inchiostro in molte biblioteche del nostro mondo, io che ho affrontato demoni, draghi, sempre con il dovuto timore, ma mai esitando e mai lasciandomi cogliere dall'indecisione, io che mi sono trovato al cospetto di dei il cui solo sguardo poteva annientarmi.... io temo a raccontare la storia contenuta in questo libro. Una storia innocente che parla più di sogni che di fatti. L'animo dei mortali può raggiungere confini agognati anche dagli dei stessi eppure è fragile nel suo essere e se si vuole mantenere una parvenza di dignità in questa vita, bisogna fare i conti con questa insuperabile debolezza.

    Tutto avvenne più di 200 anni fa. A quell'epoca Yondalla non mi aveva ancora benedetto con il dono dell'immortalità e io non ero nulla di quello che sono oggi. Al tempo giravo il mondo più per necessità che per dedizione e la mia fama più che ai racconti era dovuta alle bricconerie che mi contraddistinguevano. Ero nulla più che un ladruncolo di strada, avevo un gran talento nel cercare guai compensato dalla mia stessa capacità di uscirne, il più delle volte correndo. Fu proprio in fuga da alcuni mercanti molto interessati a rivendere la mia pelle che raggiunsi per la prima (ed ultima) volta le foreste della vita. Non so quanto sia noto al lettore di questa locazione, quindi cercherò di illustrarla brevemente. Le foreste della vita sono quello che si potrebbe definire il cuore pulsante della natura. Chi di voi non ha mai sentito i racconti dei druidi parlare della vita che si trova nell'ambiente, negli alberi, nella terra e persino nelle rocce? Solitamente questi racconti vengono considerati come una lieta novella volta a far amare la terra che gentilmente ci ospita, ma all'interno della Foresta della Vita, tutto questo è pura verità. Immaginatevi un luogo in cui l'aria è talmente pregna di vita che ogni cosa intorno a voi sembra respirare. Un luogo in cui le piante e gli alberi sembrano sussurrare linguaggi che voi non potete comprendere, fatti di vento, scricchiolii e fruscii di foglie. Un luogo in cui gli animali scambiano il copione con gli umani e osservano gli intrusi con curiosità, come se la paura più che a loro dovesse appartenere a chi valica quel confine sacro. Un luogo in cui la luce che penetra dalle fronde degli alberi è poca e nell'aria si alternano impercettibili bagliori colorati la cui fonte è sconosciuta, sebbene molti druidi la attribuiscono agli spiriti dell'aria. Più volte è stato fatto il paragone di questo luogo con la foresta eterna, patria degli elfi, ma si tratta di due cose completamente diverse. Nonostante anche tra gli alberi argentati che ospitano le razze silvane si possa percepire la vita, questa è dovuta più alla bellezza del luogo. L'aria che traspira tra i bianchi cancelli di Lohndnimm trasmette nobiltà, fierezza e tranquillità, ciò che si trova all'interno della Foresta della Vita è qualcosa di più selvaggio e istintivo. Sono in molti a temere di avventurarsi nella patria della natura e i loro non sono timori infondati. Ma torniamo al nostro racconto o il lettore penserà che si è trasformato in un trattato geografico. Entrai nella foresta senza sapere cosa mi aspettasse. Li per li non ebbi timore, le mie attenzioni erano tutte rivolte agli inseguitori piuttosto che a rimirare il paesaggio circostante, ma quegli umani avevano già abbandonato l'inseguimento quando videro che mi addentravo nella vegetazione. Quando pian piano mi accorsi del luogo in cui mi trovavo, la morbosa curiosità che contraddistingue gli appartenenti alla mia razza ebbe la meglio sulla prudenza e sulla paura. Continuai ad avanzare sempre più nel folto della vegetazione, ma più andavo avanti più la mia presenza diventava scomoda ed evidente come una torcia nella notte. Dopo diverse ore di cammino mi imbattei in una donna che, stesa a terra, sembrava sull'orlo di varcare il sottile confine fra la vita e la morte. Mi precipitai al suo fianco e istintivamente presi la sua testa fra le mie braccia, ella aprì gli occhi e mi guardò intensamente. Non dimenticherò mai quello sguardo. I suoi grandi occhi color ambra scavarono dentro la mia anima strappando, come fosse un ciuffo d'erba novello, una compassione che nemmeno io credevo di possedere all'interno del mio animo. Venni colto dal panico, volevo aiutarla ma non sapevo che fare, provai ad urlare aiuto ma il grido venne soffocato, quasi volontariamente, dagli alberi intorno a me. La donna prese le mie piccole mani nelle sue e le strinse forte, potevo rispecchiarmi nei suoi occhi lucidi che mi fecero sentire nudo ed impotente, dopodichè il suo sguardo si spense e le sue mani caddero senza vita. Incredulo continuai a fissarla per qualche istante, probabilmente tremavo ma non me ne accorsi, ero incapace di distogliere lo sguardo da quella creatura che giaceva d'innanzi a me. Quando dopo qualche istante ripresi coscienza mi accorsi che nelle mani stringevo una piccola ghianda. Mi guardai intorno, ero circondato. Animali, alberi e altri spiriti mi fissavano con sguardo truce. Non ebbi nemmeno la forza di reagire quando un ent, mi raccolse come fossi nient'altro che un sassolino e mi portò nel cuore della foresta. Mi trovavo ora al cospetto della vera essenza della Foresta della Vita, uno spirito chiamato dagli elfi Enil'Andur, molti ritengono si tratti dello stesso spirito del mondo, quello che viene comunemente chiamato Gaia, ma tutti i druidi smentiscono la cosa. All'apparenza sembrava essere un gigantesco albero traslucido, ma capii che era solo la forma che aveva deciso di assumere per colloquiare con me, in realtà avrebbe potuto assumere qualsiasi forma avesse desiderato. Mi intimò di consegnargli la ghianda e io pretesi spiegazioni in merito. Decise di rispondere alla mia insolenza con pazienza, e mi spiegò l'infausto spettacolo a a cui avevo presenziato. Il tutto gettava le sue radici secoli prima. A quell'epoca, come ora, la foresta considerava un intruso qualsiasi essere umano, o halfling, come nel mio caso, e benchè non attaccasse a vista chi si addentrava al suo interno, lo osservava con attenzione, pronta se necessario a rispondere alle offese. Alcuni druidi e ranger si presentarono al cospetto di Enil'Andur, dichiarandosi al suo servizio e spiegando che volevano dedicare i loro sforzi e la loro esistenza a difendere e preservare tutto ciò che si trovava all'interno della Foresta della Vita. Il primo impulso fu ovviamente di respingere questa proposta, poiché è comunemente noto che le creature appartenenti alle razze sono incapaci di adattarsi al ciclo della natura e spesso lo sconvolgono per i propri bisogni. Lo spirito accolse tuttavia la loro proposta, come mi spiegò, per dare una possibilità se non a tutte le creature, almeno a quelle che sembravano voler rispettare i dogmi da lui imposti. Per secoli la convivenza si dimostrò un successo, con il passare del tempo nacquero nuove generazioni di alberi, animali e folletti, ognuno di loro considerava questa situazione come la normalità, tanto che presto i fantomatici intrusi divennero invece dei fratelli. E' in questo contesto che si introducono i due personaggi principali della vicenda: Nhel e un ranger il cui nome non mi fu mai riferito poiché bandito per sempre dalla Foresta della Vita. Nhel era una driade nata nel periodo di convivenza con i druidi, la stessa che morì fra le mie braccia, l'innominato invece fu la causa diretta o indiretta della sua morte, ma procediamo con ordine e limitiamoci per ora alle parole di Enil'Andur. Era ormai consuetudine che spiriti e folletti trascorressero le giornate in compagnia dei druidi e quindi, come lo stesso spirito ribadì a causa delle mie insistenti domande, non si diede mai molto peso agli incontri fra Nhel e il ranger senza nome. Le giornate sembravano susseguirsi liete e tranquille, scandite dal canto degli uccelli unito a quello delle fate, ma i più attenti già si erano accorti di un cambiamento all'interno dell'innominato. Mi raccontarono di quest'uomo come di un personaggio tranquillo e gentile. Questo prima della pazzia. Così la definirono. Nessuno seppe dare una motivazione in merito, l'umano di punto in bianco iniziò a covare dissapore verso la foresta e le sue leggi, dapprima con il semplice malumore poi con litigi sempre più frequenti e per motivi sempre più banali. Il culmine si ebbe in una sorta di consiglio organizzato per affrontare la sua questione. Scoppiò un diverbio fra l'umano e i suoi fratelli e questo degenerò fino alla violenza. Alla fine della baruffa, che coinvolse non solo i druidi, ma anche alcuni abitanti del bosco, l'uomo spirò in quello stesso letto di foglie che mi accoglieva mentre io incredulo ascoltavo l'evolversi della storia. La gravità di questo fatto servì a provare ad Enil'Andur che non poteva esserci coesistenza tra il popolo della natura e le razze umane. Se un solo uomo aveva creato un tale disastro, temeva al solo pensiero di cosa sarebbe potuto accadere se altri avessero seguito il suo esempio. Decise che nani, elfi e umani sarebbero dovuti tornare al loro luogo d'origine, lontani dalla foresta della vita. Fu una decisione molto sofferta, sia dallo spirito stesso sia da tutti gli abitanti della natura che ormai si erano affezionati ai visitatori. I druidi sebbene con rammarico, accettarono la decisione e si allontanarono pacificamente dalla foresta per non tornarvi mai più. I giorni seguenti furono i più difficili. La foresta sembrava aver perso una parte della sua catena e per la natura questo significava riflettere un imperfezione inaccettabile a molti di loro. Gli anni passarono, seguiti dai decenni fino ad arrivare al secolo. Ormai solo alcuni alberi ricordavano cos'era accaduto e tutto era tornato alla normalità. Tutto tranne Nhel. La driade fu quella che soffrì di più per l'allontanamento dei druidi, o come io credo, per l'uccisione dell'innominato. Quando avvenne, il suo albero si ammalò di un mare incurabile, anche per i poteri dello stesso Enil'Andur. Le foglie cominciarono a cadere e il legno a marcire, una lunga agonia che durò per un secolo, finchè, inaspettatamente, compì il folle gesto di fuggire dal suo albero, una cosa che significa morte certa per una driade, poiché esse sono magicamente vincolate alla loro controparte arborea e l'allontanamento le porta ad ammalarsi e morire poco dopo. Anche in questo caso nessuno seppe darmi una motivazione, ma l'esito mi è ben noto, visto che lo stesso giorno in cui fuggì fu quello in cui io, seppur per un breve istante, la conobbi. Ricordo che mentre Enil'Andur mi parlava un percorso si creò nella mia mente, un tragitto che congiungeva tutti i punti oscuri del racconto, fino a formare un chiaro disegno di ciò che era accaduto. Potrebbe non essere vero naturalmente, potrebbe essere solo la mia interpretazione dei fatti, ma io ed un'altra persona amiamo credere che le cose siano avvenute in questo modo. Nhel trascorreva molte delle sue giornate in compagnia del ranger ed egli trascorreva lunghe e interminabili ore a parlare dei viaggi che lo avevano portato sino in capo al mondo. La driade ascoltava rapita, pendendo da ogni parola, cullata da quella voce, che inspiegabilmente la confortava e allo stesso tempo la scuoteva, come il vento di un burrascoso temporale che scuote l'albero fino alle sue radici, ma porta seco il dolce nutrimento dell'acqua. Le sembrava tutto un interminabile gioco, affascinare il ranger non era come per tutti gli altri poiché verso di lui ogni gesto, ogni parola, assumeva un carattere totalmente diverso. Si accorgeva che il potere esercitato su di lui sortiva uno strano effetto di ritorno, come se ogni flirt fatto all'uomo si ripercuotesse su se stessa vincolandola, con un legame molto simile a quello che aveva con il suo albero. Le stagioni si alternarono insieme ai racconti; Nhel, sempre più affascinata, ascoltava le descrizioni di luoghi meravigliosi e totalmente diversi dalla foresta in cui viveva. Questa fu la scintilla della “pazzia” nell'umano. D'altronde, ciò che per Nhel era un gioco, per l'umano era qualcosa di molto più chiaro e devastante. Un'amore proibito verso una creatura che sarebbe per sempre rimasta vincolata ad un fazzoletto di terra da cui non avrebbe mai potuto allontanarsi. L'impossibilità di poterle mostrare tutti i luoghi di cui narrava lo portò a odiare le stesse regole naturali che aveva giurato di proteggere. Ogni volta che al termine di un racconto vedeva i grandi occhi color ambra della driade tornare a posarsi su quello stesso paesaggio che la accompagnava in tutte le sue giornate era per lui qualcosa di straziante. Io non so se al lettore sia mai capitato di sperimentare il complesso sentimento dell'amore, ma se così non fosse, donate fede alle mie parole quando dico che non esiste cosa al mondo che possa allontanare maggiormente la mente di un uomo dalla ragione. Nulla è banale in amore, le stesse leggi che hai sempre rispettato e seguito giorni prima, divengono inaccettabili quando tra loro si insinua il sentimento. L'umano non poté mai accettare ciò che il destino aveva disposto per la creatura che amava e questa sua utopistica battaglia, lo portò alla fine che già vi è nota. Per una battaglia che finiva un'altra cominciava. Nhel non aveva mai desiderato nulla di diverso dalla sua vita, perchè non aveva mai conosciuto nient'altro. Era felice in quello strano gioco che avvicendava le sue giornate e ora che tutto era terminato si sentiva più che mai smarrita. Gli unici ricordi che la avvicinavano all'innominato erano tutti luoghi lontani che non aveva mai neppure sfiorato se non con il lungo sguardo della fantasia. Persino gli altri abitanti di terre lontane, che tanto erano simili al suo compagno e con cui si divertiva a praticare la sottile arte della seduzione erano stati allontanati. Non era rimasto nulla nella foresta di ciò che aveva amato con tutta se stessa, si sentiva come una pianta a cui venisse strappata la terra dalle radici, per poi essere lasciata a morire su di un arido terreno. Un giorno non molto diverso dagli altri, in cui il dolore era insopportabile, decise che avrebbe visto i luoghi di cui le avevano parlato. Sarebbe uscita dalla foresta per esplorare il mondo, per alleviare quel cuore di legno stanco delle continue erosioni dovute alle tarme del rimpianto. Avrebbe portato con sé una ghianda, una figlia, ella non doveva patire la sua stessa sofferenza all'interno della foresta, una volta all'esterno sarebbe stata libera e avrebbe potuto crescere dovunque avesse preferito. Un ultimo sguardo al suo albero e poi corse via senza voltarsi. Corse. Corse per un tempo indefinibile e più correva più si sentiva esausta. Più avanzava più le gambe le dolevano, il respiro le mancava e la vista si annebbiava, fece ancora qualche passo, prima di accasciarsi al terreno, troppo stanca per comprendere cosa stesse succedendo. Le parole di Enil'Andur mi strapparono ai miei pensieri. Lo spirito voleva la ghianda. Era una loro sorella, gli apparteneva, e io un semplice ladro la cui vita e i cui diritti si assottigliavano ogni secondo che passavo in possesso di quel seme. Difficile descrivere cosa provai in quel momento, era come se per la prima volta nella mia vita sapessi cosa stavo facendo. Come se il mio solito tirare a campare fosse stato completamente spazzato via per forgiare nel mio animo quell'unico e incontrovertibile obbiettivo. Fuggii. Non so nemmeno io dire come feci, creai il più grande trambusto possibile, ricordo che più volte venni bloccato e immobilizzato e più volte mi dimenai fino a liberarmi, lasciando parte del mio sangue sulle mani dei miei assalitori. Non vedevo chi mi assaliva, vedevo solo il tragitto che cercavo di raggiungere e superare il più in fretta possibile. Correvo, saltavo, rotolavo, ogni modo, possibile pur di avanzare verso l'esterno della foresta. Inspiegabilmente riuscii nel mio intento. La fortuna deve aver giocato un ruolo fondamentale per consentirmi una fuga tanto improvvisata, ma il risultato rimane. Quando fui lontano un centinaio di metri dal limitare della foresta, caddi e rimasi a terra, incapace di muovere un qualsiasi muscolo. Mi doleva ogni parte del corpo e avevo più di un osso rotto, ma sopravvissi anche a quello. Intrapresi un viaggio che non aveva una meta, ma solo l'intenzione di allontanarsi il più possibile dalla partenza. Giunsi all'altro capo del continente in un posto a me noto chiamato Finrias, una piccola comunità di halfling che hanno perduto parte della loro inclinazione al viaggio, in favore di una comunità dove la tranquillità non è che qualcosa da fuggire. Scelsi un posto poco lontano dal villaggio e li, 187 anni fa, piantai Merle. A lungo mi sono domandato su cosa mi spingesse. All'epoca pensai fosse un atto di ribellione contro lo spirito e gli abitanti della foresta, ma è innegabile che la storia di Nhel ebbe un ruolo fondamentale nelle mie intenzioni. Probabilmente nel mio animo decisi di concederle quel sogno che le era stato negato, decisi che l'avrei portata a vedere quei luoghi tanto ambiti che non le era permesso di raggiungere. Merle crebbe subito, ansiosa di uscire dal terreno per potersi cullare alla luce del sole primaverile. Io continuai i miei viaggi ovviamente, incapace di rimanere stabile in un qualsiasi luogo, ma da allora, Finrias divenne una tappa fissa al termine di ogni mio pellegrinaggio. C'era un piccolo germoglio che mi attendeva ogni volta, saziandosi dei racconti delle mie avventure; ogni giorno cresceva forte e vigoroso. Il germoglio divenne pianta, la pianta divenne albero, passavano gli anni ed al ritorno c'era sempre il medesimo sorriso e il tocco delicato ad attendermi. Non ebbi mai l'occasione di conoscere Nhel o di constatare se la mia ricostruzione degli eventi corrispondesse o no a verità, ma una cosa è certa... Merle, sin da quando era piccola, ama ascoltare le mie storie di posti lontani e avventure entusiasmanti. Ad ogni racconto i suoi grandi occhi color ambra, gli stessi occhi color ambra, mi ringraziano profondamente per ciò che le regalo.