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Autore

Claudio Morgese

in archivio dal 22 mar 2010

19 agosto 1992, Napoli - Italia

mi descrivo così:
Mi presento in qualità di presunto scrittore.

23 luglio 2011 alle ore 2:47

Cinquant'anni

Il racconto

                                                                                                                                                                  Columbia (SC), 07/01/1999

Mi chiamo Robert Life, nato nei pressi di Fulton St., Columbia nel South Carolina, l’8 Gennaio 1949. Mio padre morì quando avevo sei anni, fu colpito involontariamente da un proiettile vagante durante una sparatoria. Faceva il macellaio. Mia madre non faceva un cazzo oltre a ciò che fanno tutte le madri. Da bambino mi piaceva…

Oh, al diavolo. Sono Robert Life e scrivo questa lettera come ultimo atto di un qualche cosa di meraviglioso. A dir poco. Sono passati cinquant’anni e guardandomi alle spalle, oggi, noto qualcosa che è sempre sfuggito alla mia mente, al mio cuore. Qualcosa che solo gli uomini i quali si trovano attualmente nella mia stessa situazione, possono notare. Proprio ora che dinanzi a me scorgo il buio, la luce entra di prepotenza nella mia testa. E ricordo tutto. Ricordo il mio primo regalo di Natale, uno dei primi, una chitarra. Non potrò mai dimenticare la mia felicità e le mie lacrime ed il sorriso di  mio padre. Ricordo il primo giorno di scuola, tra pianti e urla, mi mancava il mio papà, quasi come se già sapessi che dopo quel giorno non l’avrei più rivisto. Ho  vissuto nella merda e con astuzia sono sopravvissuto fino ad oggi. Ho sempre guardato le mie tasche, ragguagliato mia madre, difeso il mio fratellino e mangiato quello che c’era. E ricordo quando attraversavo quei bui e stretti vicoli, osservato anche dal cane randagio. E piansi, piansi per la scomparsa di colui che per sei anni mi ha amato, difeso, addestrato. Ma nel South Carolina non c’è tempo per piangere. Nella mia vita non c’era tempo per piangere.

Non scordo il mio primo lavoro. Ero un fottuto lustrascarpe come quei negri figli di puttana. Ero il miglior lustrascarpe del Sud. Lustravo signori, ricchi, mafiosi. Era un lavoro di merda, ma mia madre era lì, povera ed indifesa, con due figli da sfamare anche con un dollaro a settimana. Li ricordo tutti quegli stronzi: Vincent Langella, Sonny Cady, Johnny “la roccia” Corrado, Michael Winnfield. E qualcuno si scopava pure mia madre. Ma io non ho mai aperto bocca. Non era mio compito farlo. E ricordo Kathleen, la mia prima ragazza. I miei primi baci, le mie prime scopate, le gelosie, le liti, l’amore. A vent’anni era già passata un’eternità. Ma avevo già fatto tutto, tutto per la prima volta. Ricordo tutto lo sporco ed il sudore per vivere, vivere bene. Gelataio, assistente barbiere, scaricatore di merci al porto, cameriere, commesso, salumiere, macellaio, prestigiatore, falegname, operaio, meccanico, cuoco. In tasca mi restava quel tanto che bastava per le sigarette. Ricordo tutte le birre scolate con Joe, Martin, Red, Jerry, il football, il basket, Jim Rice, Elvis, gli anni ’70. Ricordo tutte le mie donne, e mia moglie, Rita, ed i miei figli, Tom e Lisa, ed i viaggi a Los Angeles, Chicago, Dallas, Rio, Roma, Berlino, Londra.

Si riaccendono i fari su di me e sento urla provenire da fuori. Gridano anche il mio nome. Ma intanto non posso fare a meno di pensare. Tutta la mia vita, adesso, sembra scorrermi nelle vene, accecandomi gli occhi. È strano il modo in cui un uomo come me si ritrovi così, ora, tra inferno e paradiso senza via di scampo, con un passato tanto vicino quanto la puzza del proprio sedere. Io non ho rimpianti, non ne ho mai avuti. E neanche rimorsi, mi sento di aver fatto tutto ciò che potevo fare, senza esagerare, senza rinunciare a quello che volevo. Ho giocato, ho vinto e perso; ho rischiato, ho inghiottito e vomitato. Ho riso, ho pianto, diavolo quanto ho pianto.

Ricordo quando fui ferito: 19 Agosto 1991, non lo dimenticherò mai. Le circostanze furono simili a quelle tragiche di mio padre. Sparatoria, S. Gregg Street, come si suol dire in questi casi mi trovavo nel posto sbagliato al momento sbagliato. Sembrava una maledizione. Rita era al corrente di ciò che successe a papà, i miei figli sapevano qualcosa, io vedevo la morte cogliermi impreparato. Il proiettile sfiorò il cuore, mio padre fu colpito alla testa. Le conseguenze di questa stronzata furono solo un po’ di compassione da parte di chi, sembrava, non mi conoscesse più ed un’eterna cicatrice. In questi lunghi e sporchi anni sono riuscito a farmi conoscere, a dettar legge – quando potevo –  a divertirmi, soprattutto. La vita non è una gara e non può essere interpretata con una filosofia. Necessita solo di essere vissuta. Amare ogni singola cosa che ci è accanto e scoprire che ci si può sempre sorprendere. Anche a cinquant’anni.

Ricordo dieci minuti fa, quando né io né voi sapevamo di questa lettera. Per voi adesso, beh, sembra non essere cambiato nulla. Sentivo di scrivere queste parole, cercando di ricordare e capire se la mia vita ha avuto un senso. Ma credo che ogni piccola vita di ogni fottuto essere umano, abbia un senso. Qualsiasi cosa potessimo fare, qualsiasi sbaglio potessimo commettere sarà nostro, ci entrerà anche nel nostro più misero capillare e ci renderà quello che siamo, ad un secondo dalla morte. Non preoccupatevi, amici miei, di me. E neanche dell’invidia, della gelosia o della cattiveria! Consumereste vita come un vecchio incallito fumatore, per poi morire bruciacchiati e senza respiro.

Tra cinque minuti verrò attraversato da duemila volt. Lì fuori è tutto pronto. Il pubblico attende, la sedia aspetta solo di sfogarsi contro di me. Sono pronte le catene, e la spugna. I secondini raccolgono cella per cella ogni animale, volgarmente, sputati e sbeffeggiati, perché forse per loro “animali” non è il termine giusto. Dopo Jack Weinstein, sarà il turno di Robert Life. Sento le urla. Sento l’approssimarsi progressivo di una morte troppo veloce e sofferente. Respiro con affanno, voglio una sigaretta. Le preoccupazioni, adesso, mi attanagliano. Ho paura. Quella notte mi trovai di fronte ad una carneficina. Non avevo mai visto così tante sagome immobili, con gli occhi trafitti dall’orrore, ancora impressionati da quell’immensa malvagità nei loro confronti. Il sangue sembrava non finire più, chiazze rossastre ovunque. Ed io ero lì, da solo, con una pistola a terra senza impronte. Potevano essere cinque, dieci, venti morti. Non ricordo. Mi voltai e vidi ambulanze, FBI, forse l’esercito. Capii che per la seconda volta nella mia vita mi trovavo nel posto sbagliato al momento sbagliato. Voci di strada mi hanno sempre insegnato che la fortuna non bussa mai due volte. Ebbi la conferma della mia fine quando un sopravvissuto senza braccia, magro, quarant’enne scapolo e medico, John O’Brian, un irlandese del cazzo, scorta la mia faccia mi accusò. Non ho mai capito perché l’abbia fatto. Forse neanche lui. O forse era convinto di aver pescato la persona giusta. Ogni uomo ad un certo punto del suo cammino si rende conto di quando sia veramente finita. Chi prima, chi dopo. Il mio percorso è stato talmente pieno che sento ancora parecchio vuoto da colmare. Non sono ancora pronto a morire. Ma il mio momento è arrivato. Weinstein ha tirato le cuoia. Ascolterò in prima persona la sadica sinfonia dell’uomo morto che cammina. Mi mancava quest’esperienza. Dicono che sulla sedia inizialmente si provi piacere. Un piacere irresistibile, prima del tramonto. Senza rendermene conto diverrò un pezzo di carne bruciato lungo un metro e ottanta, lontano da una moglie e due figli e dal mondo, dopo cinquant’anni. Soltanto cinquant’anni.

Sento i passi del secondino avvicinarsi meticolosamente. Ancora dieci secondi per ricordare tutto. Ancora dieci secondi per un’ultima lacrima.

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