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Autore

Claudio Pagelli

in archivio dal 21 dic 2005

01 settembre 1975, Como

segni particolari:
Una specie di cielo...

mi descrivo così:
Nato a Como il primo settembre 1975. Autore delle raccolte poetiche "L'incerta specie" (2005,Lietocolle), "Le visioni del trifoglio" (2007,Manni), "Papez" (2011, Arcolaio) e "La vocazione della balena" (2015, Arcolaio).Laureato in Legge, è Presidente dell' Associazione Artistico Culturale Helianto.

20 luglio 2007

Le visioni del trifoglio

di Claudio Pagelli

editore: Manni

pagine: 62

prezzo: 9,00 €

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L’opera di Claudio Pagelli è una luminosa ed icastica teogonia del verbo. È vento e fuoco, pura carne, puro sangue.
La raccolta di testi, con prefazione di Fabiano Alborghetti, è suddivisa in tre sezioni, vere e proprie cantiche di un poema linguistico. Protagonista assoluta è la parola, della quale il poeta-vate narra la partenogenesi dal caos primordiale del pensiero indistinto (“Qui dove tutto è metafora/ si replica nel sangue/ il mantra del magma”).
L’approccio alla conoscenza, intesa come esperienza intellettuale, è paragonabile ad un’eruzione vulcanica, dove lettere, suoni, elementi naturali si scontrano violentemente, generando vita nuova. Il verbo è sparso, spora vagante, magnetismo che si erge dalle ceneri; la collimazione, un mistero insondabile, si concretizza nella fisicità della meta (“La parola grida, stride fra i denti dell’uomo”). L’atmosfera erratica riecheggia nei richiami ad Ulisse, eroe vagante per eccellenza, simbolo delle infinite potenzialità della mente umana (“ È un lungo respiro/ questo viaggio terreno/ dove nulla è scritto/ come un cielo di rena”).
Nell’atto di irrorare la terra, la parola, non più un mare in tempesta, ma acqua limpida e cristallina, diventa verità, forma definita che sostanzia le idee, sangue prezioso che nutre e concima (“Io ti porto l’oro buono, amico/l’oro profondo che non ha peso né spazio”). Ma il poeta ammonisce il lettore a non lasciarsi fuorviare da un’apparente semplicità, poiché “la limpidezza è un mistero sottovalutato”, ed a colui che si affaccia al mondo, ancora inesperto, rammenta: “La tua lingua non sa il bacio dell’ortica,/ la spina di rovi dove sibila la serpe”.
Il linguaggio è colto, sapiente, aulico; il verbo è sèma elargito all’uomo, inteso come essere pensante, che alfine si interroga sulle sue potenzialità, sulla capacità di arrivare ad esprimere l’anima del mondo. La poesia, nella sua missione ultima, diviene la penna con cui l’uomo affronta  l’universo della conoscenza.

recensione di Maria Teresa Di Sarcina

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