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Racconti di Cristina Mosca

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  • 17 dicembre 2007
    Sforzati di ricordare

    Come comincia: Sforzati.
    Di ricordare.
    Ricorda l’odore di polvere e morte, ricorda le rinunce pur di non chiedere il pane per strada. Ricorda le orecchie ritte a cercare il sibilo del prossimo attacco, il gemito lento dei morti in agonia.
    Le lettere a fiumi nella gelida attesa del non rivedersi, un futuro fatto di fiati e di fumi mai spersi. Ricorda. I suoi occhi celesti oltre l’ombra dei lampioni la sera, le sue mani sottili che accarezzano svelte il grembiule. Tegami pesanti che per sollevarli dal fuoco bisogna essere in due. Odore di burro e cipolla, ragnatele incollate sui muri come il tempo che resta addosso ai vestiti; i legumi che vanno nascosti per quando non ce ne saranno da mettere a tavola.
    Il sole ha raggi lunghi ma tiepidi ancora. Tu sei sotto il più grande cipresso del cimitero e aspetti sua madre oltre il grande cancello. Oggi sono due anni che lei se n’é andata. Qualcuno ha deciso che non era forte abbastanza per attraversare una guerra.
    Sua madre attraversa la strada brecciata arrancando sotto il peso del dolore ancora non smorto. “Dovresti sposarti, e dare a tua figlia il suo nome”, é la prima cosa che dice prima di guardarti nel volto. “Se non lei, nessun’altra” è quello che dici. I giorni sono passati senza onore né gloria, le stagioni hanno solcato il tuo viso senza chieder permesso; hai abbozzato un ritratto a memoria, con le mani ruvide e tozze, ma non contento di te lo hai gettato nel mare. Il resto è duro silenzio, angelica quiete, sulfurea tempesta che non ti fa dormire la notte.
    Ricorda. Il senso di lei farsi spazio nei giorni a venire. Le giornate passate a studiarsi nel mercato in di piazza, i saluti formali e il berretto per terra. Le presentazioni e gli sguardi, guance rosse per tanto pudore. “Hai sentito se?” “Conosco suo padre” “Non si potrebbe?” Le frasi a metà attraverso le persone sbagliate. Finalmente “un presente per lei signorina”, e un prosciutto atterra sulle scale di casa. Lei spia dalla tenda, i suoi sono fuori; tu cerchi il suo viso sperando di cogliere un segno.
    Il segno arriva insieme a Natale, quando il silenzio diventa parola e la mano viene concessa. Incontri al suono dei ferri, il bianco merletto riflette parole che ti vergogni a pensare, gli occhi si spingono dove nessun uomo ha mai provato ad osare. La promessa comune infine è un suggello, sigillo incantato ad un sogno d’amore, un ramo di vischio sotto l’arco del cuore. I segreti ora viaggiano in corsia preferenziale, tra un uomo e una donna non c’è più nulla di male: avete progetti e monete, fiducia e speranza; la madre già piange, il fervore è già grande.
    D’improvviso l’oscuro, il pugno si stringe: un richiamo serrato si fa strada al mattino. La guerra è alle porte, l’Italia non finge.
    Sforzati. Il dolore del fronte senza scelta né amore, l’impaziente passare di giorni e di ore. Ricorda te stesso cercarla nel pulviscolo di guerra e nella morte, pregare il dio della guerra di farti tornare. Progetti su carta, “ti aspetto paziente”, “ti penso e ti adoro”; un palpito immenso in attesa di baci. Tu sogni carezze, il suo seno piacente, quel modo pacato di starti a sentire; di notte ogni tanto rivedi nel buio il giardino e il suo cane, un dolce segreto si fa spazio nella tua mente. Abbandoni la testa sul legno del letto di guerra e guardi il soffitto creparsi d’invidia, per quell’amore battente che lasci e che perdi in un’amara follia.
    Dietro alla porta a te così nota però accade qualcosa che mai più ti consola: c’è un’ala bastarda che mentre tu sogni se la porta lontano; un’aria malsana che mentre le incendia i polmoni ti guarda, sogghigna e le tira una mano.
    La guerra è finita e lei è stesa sul letto, il corpo non caldo: la cera si scioglie e goccia per terra i tuoi giorni a venire. Hai lo sguardo fisso nel vuoto e non riesci a vedere; le orecchie piene di un grido, e non riesci a sentire.
    *
    La musica s’acquieta in questa sala di pietra, rallenta il suo corso e assottiglia la nenia. Le tue dita si avvolgono lievi sul ripiano di corde, gli occhi rapidi volano a picco sul desco imbandito, il tuo cuore individua quell’uomo che lo ha per un giorno rapito. Non è permesso avere passioni nel tempo di arpe e dragoni, non c’è spazio per amori e progetti in battaglie e clangori.
    I tuoi capelli hanno un velo di raso e un cappello leggero, il tuo abito è il panno cangiante di un grande veliero. Dal tuo canto accompagni col canto e con l’arpa  il desinare dei ricchi, mentre un cane lisciato ti scodinzola attorno cercando per caso qualche pasto avanzato.
    Tu canti leggera e l’estate non torna. Tu canti e lo guardi, e l’amore trionfa.
    E’ successo un bel giorno di gelo invernale, tu provavi altre note del tuo canto abissale. Eri voltata di spalle all’ingresso ormai vuoto; gorgheggiavi serena pensando a quell’uomo. D’improvviso le spalle afferrate e bloccate, la sua voce che squarcia le brame non confessate. Non è sesso ma amore quello che vi giace su un unico letto; è melodico incanto a sfiorarti leggero la pelle sul seno diletto.
    Tra le dita il padrone ti tiene come fossi di seta, tu tremi d’amore quando incroci  i suoi occhi. I sospiri si fanno a tratti più intensi e il suo corpo è un mantello che più non ti scordi.
    Eppur non c’è spazio nell’Evo di mezzo per sogni e pudori del cuore che soffre. L’amore è un lusso a cui chi suona le arpe non si può dedicare; tu resti nell’angolo a guardare il tuo uomo e a voler ricordare.
    Poi lei. Riconosce nel grembo il frutto rubato. Ti guarda negli occhi e comprende l’amore insidiato. Il sole è freddo e l’estate non torna, lei legge nei gesti qualcosa d’errato; il suo uomo è assorto in un magico assolo e lei non riesce a varcare la soglia di quegli occhi di giada. Tradito il suo patto ma soprattutto l’orgoglio, non accetta che l’erede arrivi dal caso ed escogita un piano per riavere l’amore. Oppure illusione.
    E’ notte e tu sogni il tuo palpito arcano; nel buio il ricordo è un bene assai raro, di cui ormai nutri la tua mente maldestra. Le tue mani lo cercano lungo il lenzuolo, gli occhi chiusi lo vogliono al buio; incosciente parli di lui anche se non sei desta.
    La porta si schiude e tu non la senti; il fruscio ai tuoi piedi non forza i tuoi sogni. Un vento leggero ti accarezza i capelli; ti giri di lato e l’inganno si compie. Rapida e sveglia la donna si sfila le perle dal seno e le cela malfide fra i tuoi tessuti vezzosi; richiude il cassetto con uno scatto felino e lesta e indolente si allontana nel buio. Tu non fai che socchiudere gli occhi, sospirare un istante e tornare a sognare.
    Poi quando il mattino ti sveglia sornione la luce riscalda il tuo talamo vuoto, e i passi ormai noti di serve e di cuoche ti dicono a che punto si è con la colazione. Questo sole ti accoglie con un sorriso radioso, tu ignara ti vesti e raggiungi il resto del mondo.
    Il sole compie il suo giro e la giornata va avanti, ma prima ancora che tocchi il terreno la tua pena ti è innanzi.
    Sforzati di ricordare. Il ghigno impietoso nel suo sguardo bugiardo. La mano nervosa fa bella mostra delle perle scomparse, il dito d’accusa sta indicando la tua fronte innocente. Ricorda il lampo di odio partire e trafiggere il tuo cuore nascosto, mentre con parole gustate lei ti chiama ladra e furfante, rapinatrice di gioie. Tu non credi ai tuoi occhi e capisci l’inganno. Il tuo signore è assente e non esiste clemenza; prima che il sole tramonti devi lasciare la stanza. Devi lasciare il tuo mondo.
    Un ultimo sguardo alla casa e la mente è confusa; il pensiero che non esiste stagione che vi vedrà insieme di nuovo; il pungolo sottile nel cuore che ti dice che mai più riavrai quegli occhi di giada. Neanche un saluto, uno sfiorarsi discreto. La certezza che mai più il suo odore impregnerà le tue vesti, né più il suo sguardo ti cercherà al di là dei suoi servi. Il pensiero di lui che tornerà nel castello senza te ad aspettarlo opprime il tuo cuore più di cento promesse non mantenute. Il terrore del ricordo sbagliato in cui lui amerà il tuo grembo ignaro è più vitreo e tragico di qualsiasi futuro.
    La mancanza dell’addio finale marchierà per sempre anche il giorno più duro.
    *
    E adesso, sforzati di ricordare.
    Nei rumori di voci e bicchieri e il locale che traspira di luci e sudori, cerca di ricordare. Lei ti accarezza la mano e ricambi con un bacio leggero sul braccio, le parole ti arrivano sepolte dai fumi di una sera speciale. Voi due con il tuo gruppo di amici, un sabato sera che sa come tanti di risa e di umori. Lei è leggiadra e sorride, tra pochi mesi tua moglie. E’ lucente, splendente; un fiore che cresce anche con un raggio di sole.
    Poco più in là il tuo amico più caro, suo fratello che un poco gli siede lontano, due altri tuoi amici e le loro ragazze, ognuno intento a parlarsi di glorie e disfatte.
    Lei ti resta accanto pacata e sincera, nell’armadio è già pronto il vestito di seta: è candido e rosa e ha dei boccioli di tulle; promesse del cuore che la dicono lunga sulle gioie passate. La vostra casa vi aspetta e così gli invitati; questo sabato sera è tra gli ultimi fiati di una vita comune con pochi pensieri.
    Se ti sforzassi ora un poco sarebbe tutto più chiaro. Lei ti sorride e ti tiene ancora la mano. Ascolta rapita le cose che dici, ride insieme a te e ai tuoi amici. E’ così raro che lei sia tranquilla e serena, e con il gruppo condivida la cena; tu la guardi negli occhi e ti appare come un’altra persona; la guardi e ti chiedi chi tu abbia conosciuto finora, se cambierà o se resterà sempre così uguale; quale sia il lato in mistero che non ti abbia ancora svelato.
    Eppure se guardi ti accorgi che dietro di lei non c’è ombra alcuna: quello che vedi è il fremente tuo amore che è saldo e sincero nel tempo presente. Ma se guardassi un po’ a lato vedresti che dietro il bancone una giovane donna si muove lesta e discreta, le mani sottili che accarezzano svelte il grembiule. I suoi occhi celesti che scorrono sopra le teste,  vassoi pesanti che per alzarli bisogna essere in due. La sua curva del collo dovrebbe bastare e invece non vedi che il tuo sogno lontano si potrebbe avverare. Tu non senti il tuo cuore battere al di là dei rumori, non ti accorgi che la pelle si fa più irta e spinosa quando lei vi porta le bevande richieste. La tua quasi moglie brinda con te e non sapete che intorno c’è chi c’era ancor prima; una vita tornata a riscattare il passato, un amore che unirebbe ciò che è stato spezzato. Un rimettere tutto in suprema discussione, decidendo se sciogliere o meno un dolore che l’anima si trascina dai tempi scordati.
    Ma tu non la guardi perché accanto hai il tuo angelo caro, o almeno così ora credi. Non capisci che hai il batticuore perché nell’aria c’è qualcosa di te che non sai decifrare; non pensi che quello sguardo un po’ opaco abbia ceduto alla guerra e non ti abbia aspettato; che quei gesti veloci e consueti nascondano carezze e contatti sepolti nella tua tomba; che solo stasera hai l’occasione di avere una giustizia al di là delle leggi del tempo e della ragione.
    Lei ti sfiora la mano di nuovo e beve la tua birra ridendo; tu distogli i pensieri da quello strano magone che sentivi salire pian piano lungo la gola per scendere in pianto.
    La ragazza torna dietro il bancone e tu non sai di avere per sempre rinunciato al sogno più grande che ti era stato infranto.
    *
    Sforzati, e forse ricorderai.
    Ricorda tra i rumori e le forti risate che l’odore che senti appartiene ad un’altra estate.
    Sforzati, amica mia cara, e mentre gli sfiori i capelli come fossero corde di un’arpa ascolta il sussurro che ti entra nel cuore. Il tuo quasi marito sorride con te mentre rubi la birra, la ragazza del bar ha appena lasciato un vassoio pesante. Qualche amico per bene e il sabato sera è già organizzato, stasera sei allegra e non ti va di farlo stare imbronciato. Decidi per questo di ignorare lo sguardo con la ragazza occhi-azzurri e non vedi l’apparente sussulto che lui ha avuto al suo comparire e a cui lei ha risposto abbassando lo sguardo. Perciò per adesso distogli anche tu i tuoi occhi di pietra e per caso ti incontri con quelli distratti di un uomo seduto all’angolo opposto del vostro nido d’amore. Nel vederti anche lui si è bloccato d’istinto e non finge di avere una particolare attenzione. Tu lo guardi un istante e hai smesso di respirare. I suoi occhi di giada ti colpiscono nel punto in cui ti fa più male. Neanche il tuo sposo ti ha dato mai prima una dolore così intenso. Non ti spieghi la strana sensazione che hai dentro, e continui a fissare quest’uomo di cui ti sembra persino di sapere l’odore. Il suo modo di fare ti ricorda una musica e nascosti sospiri; tra i tavoli in legno rivedere la legna sui muri e un camino già acceso non sembra poi un così grande miraggio; lui ha gesti sicuri che ti parlano di un tempo lontano da adesso, in cui il vetro non separava la pioggia dall’uomo e un drago non era invenzione. Chissà di dov’è quel tipo un po’ strano che veste in jeans e in maglione felpato, chissà se ti guarda perché lo guardi anche tu e se anche lui ha questi ricordi insolenti di un tempo passato. Magari se ci parlassi anche un poco scopriresti che ha molti lati in comune con te, e capirebbe forse certe cose più in fretta di come accade alle volte con chi sta da più tempo con te.
    Magari quell’uomo legge molte più cose tra i tuoi occhi e le mani come se fossi di seta. O almeno così pare guardandoti dritto senza muri o parvenze di creta.
    Un batticuore segreto, un pensiero che attraversa il cervello. Come sarebbe lasciare tutto quello che hai, per scoprire in lui che cosa è celato? Il suo sguardo ti dice che per te farebbe lo stesso: una condanna comune di qualcosa non detto.
    La ragazza occhi-azzurri è tornata al bancone, da lì è sparita dietro un grosso barile. Il tuo quasi marito ti guarda e sorride; tu torni al reale, e tutto il resto è infantile.

  • Come comincia: Le provette tintinnarono allegre mentre Marco le spostava nel loro contenitore da un piano all’altro dello scaffale. La stanza bianca e asettica lo aiutava a mantenersi controllato e pacato, a rispondere alle domande a voce bassa ma soprattutto a concentrarsi sugli odori. Il pensiero di quel nuovo profumo al muschio bianco non gli dava pace; i suoi vestiti e la sua pelle erano ormai impregnati dei vari tentativi, ma forse proprio per questo non riusciva mai a trovare la fragranza giusta. Ora troppo aggressiva, ora troppo dolce. Sarebbe mai riuscito a crearne una che non risultasse troppo femminile? La sua azienda voleva allargare l’utenza agli uomini, lanciare una sorta di elisir d’amore che seducesse le donne sognatrici – target principale – e allo stesso tempo facesse sentire forti i maschi. Gli odori continuavano a sfuggirgli dispettosi mentre cercava di dare un nome ad ognuno di loro. Soluzioni troppo alcaline, troppo acide, troppo neutre. Troppo... soluzioni. Periodaccio. E Alba, con quel discorso strano. Quando c’è qualcuno che dice “Ti devo parlare” non si respira mai aria buona. Alle cinque lei era lì, di fronte all’uscita. Nella sua Micra metallizzata quella sera Alba sembrava più piccola del solito. Sembrava tutta rannicchiata, seduta un po’ gobba al posto guida, come se avesse voluto sparire. Piccola, ha freddo, pensò Marco. Forse si è vestita troppo leggera come al solito, pensò ancora, con la sua solita insolenza verso l’autunno che era arrivato già da un pezzo e che tuttavia lei continuava ad ignorare. In realtà Marco avrebbe dovuto prendere l’autobus per tornare a casa, quel giorno: la sua Yaris era a fare revisione e lui aveva dovuto servirsi dei mezzi pubblici. Marco diede per scontato che Alba fosse lì per dargli un passaggio. Aprì la portiera del passeggero sorridendo e la salutò cercando le sue labbra. Alba rispose, debolmente. Marco si accomodò, ma non sentì il rumore dell’accensione. Si voltò verso la sua ragazza, la guardò in volto: stava piangendo. Lacrime lunghe e scomposte, silenziose come solo quelle che vengono spremute dal cuore sanno essere. Incontrollabili. Sentì salire un moto d’ansia che partì dal fondo dello stomaco, gli agguantò le ossa del bacino e salì su lungo la colonna vertebrale fino a bloccargli la mascella. Cos’era successo, dunque? «Cos’hai?» riuscì a chiederle cercando di mantenere la voce calma. Respira, Marco, respira come ti hanno insegnato al laboratorio teatrale. Le mani di Alba erano flosce, senza vita, sulle sue cosce, inutili prolungamenti di cui in quel momento non sapeva che farsene. Alba in quel momento parlava con le lacrime... ma stavolta Marco non riusciva a leggerle attraverso. In quegli anni insieme c’era sempre riuscito, più o meno, a prevedere e interpretare i suoi silenzi, e i suoi occhi, e i suoi cenni. Presto si era illuso di poter davvero comprendere cosa le passasse per la mente semplicemente guardandola in faccia. Quel pomeriggio, invece, quel pomeriggio quasi invernale in cui l’inverno scendeva improvviso a congelargli i pensieri, Alba e Marco erano improvvisamente distanti un’età siderale. «...Amore...?» provò ad insistere il ragazzo. «Marco...» disse lei. Una voce che veniva dall’oltretomba; ma anche l’ultima volta che si erano sentiti per telefono era così giù? Marco non riuscì a ricordarlo. «Marco... ma tu.... non senti niente?» Domandò Alba, tirando su con il naso. Come se non sento niente, pensò Marco. Ma se è il mio lavoro, sentire! E per qualche attimo la sua mente vagò fra le provette che quel giorno gli avevano dato tanto poca soddisfazione. Poi capì. «...Non senti che è finita?», disse Alba. A quelle parole Marco sentì davvero qualcosa, qualcosa fece crac e lui la sentì, distintamente, senza ombra di dubbio. Forse era il suo cuore, o forse il suo cervello, o forse la sua anima stessa. Forse la sua anima si era incrinata. Non avrebbe saputo dirlo: qual’è quella parte del corpo con cui si ama una persona? Bé, quella parte aveva fatto crac. «Perché dici così?» le chiese. Lei sospirò, gli occhi arrossati, lo sguardo fisso in basso. Le mani cercarono sicurezza fra le curve del volante, tastandole e percorrendole ansiose come topi in gabbia. Una moto sfrecciò accanto a loro, facendo un grande rumore di marmitta truccata e sporcando quel silenzio che arriva sempre ad annebbiare le cose quando ci sono due che si lasciano. «Ma non vedi... Non senti? Non ti sei accorto che sembriamo una coppia di cento anni? Non parliamo... Non senti che non parliamo? Si arriva alla sera che si è troppo stanchi e il cervello si disattiva... Sembra che non ti interessi più sapere come sono fatta, che non ti cambia molto quello che posso pensare o come posso stare. Possibile che a te vada bene tutto questo? Non ci pensi al futuro?» Certo che mi interessa come sei fatta, le rispose mentalmente. E certo che ci penso al futuro. Ma io guardo oltre. Non senti anche tu? Non mi leggi anche tu dentro? Si possono scavalcare le stanchezze, basta volerlo. Ci si stende insieme e ci si racconta la propria giornata, ci si dilunga su opinioni, dettagli, incertezze... ci si consiglia a vicenda, magari sì, con qualche divergenza di idee, è vero, ma non sarebbe normale né stimolante dirsi sempre di sì. Facciamo così da una vita, non mi starai mica dicendo che improvvisamente non ti va bene più, e che ti lasci buttare giù da qualche serata andata storta. ... O forse adesso passerai al “ti amo troppo per restare con te”, “non sei più lo stesso di cui mi sono innamorata” e agghiaccianti frasi del genere? Chi sei tu, in realtà, adesso? Dove sei stata cos’hai fatto mai... «Marco, mi rispondi?» Marco le aveva risposto solo dentro di sè, così come le aveva detto “ti amo” tantissime volte, ma sempre in silenzio. Quando le raccontava la sua giornata ne lasciava degli spezzoni per sé, quelli che riteneva non interessassero ad Alba, segregata anche lei per ore in un ufficio e quindi – Marco aveva sempre ritenuto – con più voglia di vagare con la testa che di ascoltarlo ciarlare di provette e conti che non ridanno. Cosa poteva interessare ad Alba della sua caccia ad un profumo? Il lavoro era lavoro... Alba cominciò a piangere come Marco non le aveva visto mai fare. «Non ti interessa... Non fai caso più a nulla...ed ora non sai cosa rispondere... Non lo sai più cosa c’è dentro di te.. ma perché amore... perché...» «No... non è così....» provò a difendersi Marco. Ma il resto delle parole si congelò in gola, e non seppe aggiungere altro. In mente aveva l’immagine di una provetta sullo sfondo asettico del suo laboratorio, ed un cuscino vuoto. Sto bene con te, le avrebbe voluto rispondere, cos’altro vuoi sapere, cos’altro dovrei dire? Ma la frase gli suonava estremamente spontanea e al tempo stesso terribilmente superficiale. Alba tirò su con il naso e sfilò le mani da sotto le cosce, dove le aveva tenute fino ad allora per tentare di riscaldarle. Con un gesto lento, si tolse la fedina dall’anulare destro e glielo tese. Marco restò immobile, allibito. «Che... che fai?» La guancia di Alba fu solcata dall’ultima lacrima. I suoi occhi arrossati sembrarono troppo secchi per esprimere nuovo sconforto. «Non sono più sicura che il mio amore basti per affrontare di nuovo... tutto questo.» Marco si sentì come di fronte ad un muro che gli stesse crollando davanti in orizzontale, contro ogni legge della fisica. Ma cosa stava succedendo? «Tutto questo... cosa?» riuscì a chiederle. Cosa c’era che non andava e che lui non era riuscito a vedere? Non si rideva forse spesso insieme? Non ci si consultava forse sui problemi quotidiani? Non ci si confidava forse la propria stanchezza e i propri malumori? E allora, allora cosa poteva esserci di così insopportabile? «Questo silenzio. Questa superficialità. Questo dare le cose per scontato. Questa noia.» Una statua di pietra sarebbe stata più espressiva. Il cervello di Marco stava per andare in corto circuito. Le sue mani rimasero immobili e i suoi occhi fissi in avanti, sul cruscotto dell’auto. Non riusciva a guardare Alba, perché teneva il suo anello con la punta del pollice e dell’indice e glielo porgeva. Non avrebbe preso quell’anello. Alba lo posò di fronte a lui, sul cruscotto leggermente polveroso. Non aveva mai avuto una grande cura della sua Micra. Marco non resistette, e come se fosse stato espulso dall’auto aprì lo sportello di scatto e schizzò fuori, senza un saluto, un bacio, uno sguardo. Carico di amarezza e di furibondo stupore. Attraversò la strada senza voltarsi indietro e con le mani tremanti cercò le chiavi del laboratorio. Le orecchie ritte individuarono il motore della Micra in avvio: una scintilla uguale a quella che accende una sedia elettrica. Sentì l’aria spostarsi insieme all’auto e trascinare via con sé i suoi progetti, i suoi sentimenti, la sua vita. Entrò nel laboratorio sbattendo la porta dietro di sè, arrivò alla sua postazione a grandi passi, come se la soluzione a tutto fosse sul suo tavolo. Si fermò. Si appoggiò alla superficie in modo da specchiarvisi. Volle guardarsi in faccia, magari avrebbe visto il motivo per cui era stata messa fine alla sua storia d’amore. Magari avrebbe conosciuto l’aspetto della vigliaccheria, o dell’inettitudine, o avrebbe fatto una bellissima scoperta e avrebbe scrutato in volto il mostro più orribile della terra. Invece niente, c’era solo lui, e accanto a sé le sue provette, riflesse. Tutti i tentativi che aveva fatto nel cercare l’unico profumo di cui aveva davvero bisogno. L’unico profumo... Il suo respiro si bloccò. Marco non conosceva l’odore di Alba. Non vi aveva mai prestato attenzione, e nonostante lui con l’olfatto ci lavorasse, per amare non lo aveva mai usato. Eppure in un profumo ci sono così tanti segreti. E ricordi. Quale profumo aveva Alba? In cosa l’avrebbe potuta cercare, adesso? O, se l’avesse voluto, come avrebbe potuto evitare quello che l’avrebbe condotto a lei? Perché non ricordava l’odore della persona che più amava sulla faccia della terra? Davvero aveva dato tanto per scontata la sua presenza da non tenere per sé nulla che gliela ricordasse? Prese in mano la provetta su cui aveva lavorato tutto il pomeriggio, fino a neanche un’ora prima. Il tintinnio che la fedina al suo dito fece contro il vetro gli provocò un fortissimo senso di nausea, tanto forte che lasciò cadere la provetta, rovesciandone il liquido tutt’intorno. Si sfilò rabbiosamente l’anello dal dito e lo scagliò sul tavolo. Il rumore che fece fu accecante.