username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Recensioni di Cristina Mosca

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Cristina Mosca

  • Tutti, a Dinterbild, ripetono sistematicamente e meccanicamente che non si può andare via. In realtà forse non se lo ricordano più, perché non hanno più un motivo per cambiare vita: hanno dimenticato le loro storie. Ma ci pensa Vinpeel (pron. Vìnpel) a rompere gli schemi: lui è lì non per sua scelta, ma perché fa parte della storia che suo padre - al contrario degli altri - non vuole dimenticare. Gli è più facile, quindi, intuire e inseguire l’Altrove. “Vinpeel degli orizzonti” (Neo Edizioni 2018), la bella favola di Peppe Millanta, cantautore al suo esordio nel mondo della narrativa, prosegue dolce ed esilarante, con un susseguirsi di scene alla Pennac o Stefano Benni, più d’una a strappare una risata. Ci sono il lancio del nano e il lancio dell’ubriaco; c’è la storia di un’insegna sfortunata; e la storia di una gamba di legno, che ogni tanto torna a galla in maniera assolutamente fortuita. Ci sono dei bambini che cercano soluzioni nelle parole di un dizionario, nelle nuvole e nelle definizioni. Seguiamo Vinpeel e un piccolo manipolo di amici nel perseguimento del loro obiettivo: andare a vedere cosa c’è al di lá del mare. 

    E qui arriva la parte che ho preferito. Che strada scelgono, per realizzare il loro scopo? Chiedono aiuto a un adulto. Naturalmente non è un adulto qualsiasi: è considerato il matto del paese, perché anche lui farnetica di un Altrove al di là del mare. In realtà sembra essere, semplicemente, l’unico adulto che non esclude le soluzioni; l’unico adulto che della fanciullezza mantiene il senso del “tutto-è-possibile”, nonostante questo lo abbia reso un emarginato. È questo resto di fanciullezza in un adulto a fare da ponte tra l’idea di Vinpeel e la realtà. È questo che si può ancora fare, di fronte ai sogni degli altri: rimetterci in contatto con noi stessi, con la nostra storia e le nostre speranze... con la consapevolezza che le cose perse in mare, come nel passato, ritornano.
    Una chicca: sul sito dell’editore ci sono gli spin-off di alcuni personaggi  :) http://www.neoedizioni.it/neo/vinpeel-degli-orizzonti/

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • In occasione del sessantesimo anniversario della nascita del fumettista Andrea Pazienza, la Ianieri Edizioni ha pubblicato, nel 2016, un saggio sulla sua opera prima. “Andrea Pazienza – Il mio nome è Pentothal” è il libro a firma del giornalista Luigi Di Fonzo che svolge una disamina sull'opera prima di questo caposcuola del fumetto italiano, “Le straordinarie avventure di Pentothal”. I dieci episodi di quella che oggi è considerata una vera e propria autobiografia a fumetti furono pubblicati dalla rivista Alteralter tra l'aprile 1977 al luglio 1981 e solo successivamente raccolti in libri, per esempio anche recentemente da Coconino Press (da pochissimo in copertina flessibile).

    La singolarità del saggio di Luigi Di Fonzo è nel tipo di ricerca che lui compie intorno alla storia e alle dinamiche di questa storia a fumetti, mosso anche dall'alone di mito da cui Andrea Pazienza è stato sempre circondato nel suo vissuto personale. Entrambi hanno condiviso la stessa città, Pescara, sempre sfiorandosi, senza incrociarsi. E se Luigi Di Fonzo è nato nel 1962 e Pazienza nel 1956, la differenza di età non ha impedito a Luigi Di Fonzo di frequentare le persone vicine a Pazienza, sin dai tempi della scuola, sentendone sempre parlare soprattutto per le sue bravate. Pazienza non era uno stinco di santo, lo si intuisce dai suoi lavori. Leggendo di Pentothal nel saggio, è chiaro che le riflessioni più profonde, i malumori e i disagi espressi – quindi anche l'irriverenza e il gusto del nonsense – appartengano a Pazienza stesso.

    Questa opera prima, però, è considerata oggi una delle più vere, perché non contaminata dalla dipendenza della droga che segneranno i suoi anni '80 - anche se di droga si parla già parecchio. Quando è stata pubblicata, Pazienza aveva 21 anni e il ricordo della scuola ancora fresco e pulsante. La cosa che sorprende di più, come emerge dal saggio, è che in Pentothal non viene fatto mai nessun riferimento ai terribili fatti dell'attualità: sono gli anni del terrorismo, del rapimento di Moro, della strage di Bologna, eppure gli accadimenti non sembrano diventare spunti per la narrazione. Di Fonzo apre ogni episodio con una brevissima cronaca, e la perifrasi che fa di ogni episodio rende chiaro come nulla toccasse l'immaginario di Pazienza, concentrato su se stesso e sul senso di incomprensione e di spaesamento della sua generazione. Lo stesso giornalista Enzo Verrengia, nella prefazione, ricorda l'incompiutezza di questa generazione nata troppo tardi per vivere il '68 e troppo presto per l'attivismo politico della Bologna del '77 (che comunque fa da sfondo al fumetto di Pentothal), “ma proprio per questo unica, emblematica, sospesa in un limbo pieno di possibilità e vuoto di ogni concretezza”.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Accade di frequente di trovare, nella produzione di uno scrittore, almeno uno scritto meta-autoriale, ossia la rappresentazione di quanto sia impegnativo, duro e a volte frustrante scrivere per mestiere. Lo hanno fatto, solo per nominare i più recenti, Jack London nel 1909 con Martin Eden, Virginia Woolf nel 1929 con “Una stanza tutta per sé” e persino Alessandro Baricco nel 2011, in Mr Gwyn. George Orwell non è da meno. In “Fiorirà l’aspidistra” (1936) non trattiene le riflessioni di uno scrittore che fa di tutto per boicottare il Sistema, naturalmente boicottando per primo se stesso. Gordon Comstock ha talmente a disgusto il dover lavorare per denaro, che abbandona il suo posto fisso e ne cerca uno che sia non solo umile, ma senza possibilità di carriera. Disprezza il fatto di non potersi dedicare a una sua lunga poesia, che va scrivendo attraverso le sue giornate, perché deve lavorare. Disprezza il circolo vizioso secondo cui, se non può dedicarsi alla scrittura perché ha bisogno di soldi e quindi deve lavorare, allora non potrà giocarsi la possibilità di affermarsi come scrittore. Per ricordarsi di tutta la normalità che odia, si porta dietro un’aspidistra, simbolo, secondo lui, della piccola borghesia, perché dalle case ben sistemate che lui osserva dall’esterno e che gli sembra non poter sognare di avere, “sventolano” queste piante da appartamento, come se fossero bandiere di uno status a lui negato (infatti il titolo originale del libro è “Keep the Aspidistra Flying”, lascia sventolare l’aspidistra). Disprezza tutto questo. Vorrebbe starsene da solo. Ma.

    È innamorato. La sua fidanzata ha quasi quarant’anni come lui e appartiene a un ceto leggermente più alto. Sopporta con pazienza e amore i malumori del fidanzato, perché quando ci si mettono, stanno veramente bene insieme. E qui si insinua, prepotente, di nuovo il disprezzo verso il Sistema, perché questi soldi che Gordon non vuole sono davvero importanti e condizionano anche la vita sociale. Lui vorrebbe essere in grado di “fare l’uomo” e offrire una giornata di vacanza alla sua amata; vorrebbe passare del tempo con un amico ma deve rimanere fuori dai pub perché ha i soldi contati. E così via. 

    Gordon Comstock sprofonda in un’amarezza autoinflitta sempre maggiore. 

    La sua caparbietà subisce però un duro colpo. A un certo punto si trova a dover uscire dal suo ego e a distogliere l’attenzione dai suoi propositi. Gordon Comstock si trova a dover scegliere tra la sua guerra personale e l’Amore. E qui, d’improvviso, spunta fuori un Orwell che non ci si aspetta.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

    • 1Q84
    • 24 luglio alle ore 19:24

    Aomame e Tengo si pensano da venti anni, ma non lo sanno. Le loro strade continuano a correre parallele fino a quando, nel loro mondo, qualcosa non cambia. Il cambiamento è talmente evidente che c’è la sensazione di essere in una sorta di anno parallelo: è così che il 1984 diventa un anno incognito, un 1Q84. L’anno del Grande Fratello diventa, per i personaggi di “1Q84” di Haruki Murakami, l’anno delle piccole persone: dei Little People, che non è dato conoscere fino in fondo, ma che hanno trovato il modo di collegarsi al nostro mondo tramite la perceiver Fukaero. Galeotto fu un romanzo: Fukaero e Tengo entrano in contatto perché lei ha raccontato la storia della sua Comunità e l’arrivo dei Little People e lui l’ha trasformata, su commissione, in un romanzo best-seller. Il punto è che quello che è stato descritto nel romanzo inizia a mescolarsi alla vita reale. Non è dato sapere dove inizi uno e dove finisca l’altro. In questi primi due libri dell’imponente romanzo di Murakami Haruki, ritroviamo il suo stile inconfondibile ed etereo, anche se a tratti, forse per necessità narrative, può sembrare ripetitivo perché richiama spesso gli accadimenti dei capitoli prima, facendo pensare a quando le fiction in più puntate iniziano con il riassunto della precedente. Ciononostante il romanzo scorre, alternando la storia di Tengo a quella di Aomame, il reale al surreale, restituendoci la speranza che anche l’impensabile può accadere. Se questa storia fosse un colore, avrebbe un alone verdolino come quello della sua luna.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Perché una vita deve essere condizionata dalle aspettative e dai pregiudizi degli altri? Questa domanda sembra essere il Leitmotiv di “Doppie punte”, scritto dal sensibile e versatile Michele Lamacchia e pubblicato da Lettere animate nel 2017. Ci sono tantissimi spunti di riflessione seri e tante, tante, tante occasioni di risate. Tutto ruota intorno a Pierre, cresciuto in - e fuggito da - un Sud Italia che “subiva le regole non scritte di un matriarcato radicale”, dove gli uomini non dovevano mettere bocca nemmeno nell’educazione dei figli. Il giovane Pierre si muove un po’ disorientato in un contesto fatto di convenzioni che non comprende fino in fondo, a causa o grazie al suo sguardo naive che lo spinge a cercare poche cose: l’ordine, il bello, la verità. È questo a portarlo a Roma e a spingerlo ad adattarsi a scenari improbabili e in cui mai si sarebbe sognato di vivere, sfiorando il grottesco ma con l’invincibile consapevolezza che poco noi possiamo controllare della nostra vita: possiamo solo cercare di gestirlo al meglio. Infine, inciampa nel suo destino e finisce per condurre egregiamente un salone di bellezza. Imparando moltissime cose su se stesso.
    Quando si accetta di entrare nel fiume in piena che è la scrittura di Michele Lamacchia, che ha un vero e proprio rapporto carnale con la tastiera, si hanno solo benefici. “Doppie punte” è un testo estremamente ricco: l’autore riesce a cambiare spesso registro con snellezza e a proporre tanto momenti di rivelazioni esistenziali quanto gag da macchietta. Consigliato, anche per sotto l’ombrellone.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • “La settima lapide” di Igor De Amicis soddisfa le aspettative promesse dalla trama e mantiene agganciati per tutta la lettura.
    Già noto nel panorama della letteratura per ragazzi, l’autore supera in pieno la sua prima prova nel mondo del thriller. I suoi occhi raccontano le incarnazioni del Male, le sue mani arrivano a sembrare sempre sporche come quelle di Lady Macbeth e il suo accento si fa cupo e napoletano quando i suoi personaggi prendono vita. Il filo rosso della narrazione segue  le vicende di Michele Tiradritto, appena uscito di prigione, che deve fare i conti con quello che ha lasciato nel suo passato. Lui è cambiato, ma è il mondo che ha lasciato fuori a essere rimasto immutato: per qualcuno ci sono ancora conti da chiudere, regole da ricordare, ruoli da riconfermare. E poi lei, la Verità, “semplice e lineare come solo la Verità sa essere”, che fa ordine nel passato e si traveste da angelo vendicatore.
    Una storia struggente, incalzante nella lettura anche grazie alle incursioni nelle vite private dei personaggi. Igor De Amicis ci aiuta a guardare le cose da un punto di vista privilegiato, quasi sbirciando tra gli strappi delle quinte, e ci lascia anche un po’ spaventati nella consapevolezza che è “sbagliato mettersi in mezzo agli ingranaggi, perché si rimane schiacciati”.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Un gioiellino, il lavoro 2017 dell'aquilano Matteo Grimaldi, pubblicato da Camelozampa nella collana “Gli arcobaleni” e molto gettonato.
    La famiglia X è un romanzo di 130 pagine che come nei passati lavori guarda le cose dal punto di vista prediletto dell'autore, quello di un ragazzo, con tutta la semplicità e il rigore della preadolescenza. Non è un caso se, a più di un anno dall'uscita, si rinnovano gli incontri con gli studenti in tutta Italia.

    Micheal è affidato a una coppia di fatto e si scontra e si incontra con i pregiudizi che la comunità ha su questa situazione. Matteo Grimaldi riesce a trattare con intelligenza argomenti delicati come le incomprensioni e la famiglia non tradizionale, perché non li getta sotto i riflettori: la narrazione procede con delicatezza attraverso le giornate inevitabilmente confuse di Michael e dona loro un giusto velo di ironia e goffagine, perché a 13 anni non si ha mai chiaro come muoversi e cosa rispondere, figurarsi in una situazione eccezionale come questa. Così, Michael non sa come risolvere il grosso problema di Zoe, che potrebbe perdere qualcosa a lei molto caro, né come fermare un movimento cittadino che avanza contro le due persone che in questo momento si stanno occupando di lui. Michael cerca punti fermi e gli sembra di non averne, perché i suoi genitori sono stati allontanati e la sua vita “in questo momento è uno schifo”. Anzi reagisce fin troppo bene, per la sua età e per essere uno che ama la matematica per la chiarezza delle sue regole.
    La storia di Michael, comune ad altre storie, si interseca a quella di Enea e Davide, meno comune di altre coppie o forse invece sì. Riusciranno a essere loro, i punti fermi che servono a Michael? È qui che si solleva la domanda in quarta di copertina: chi si prende il diritto di definire una famiglia? “Esiste una formula che possa spiegarlo?”. Il libro lascia una strana serenità, all'ultima pagina, anche perché dimostra che “non centrare un obiettivo non significa fallire”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • È lo Stephen King maturo, quello che ha già dimostrato il tipo di tensione a cui sa sottoporre i suoi lettori, come in “Cujo”, “It” e “Christine”, a scrivere “Il gioco di Gerald” nel 1992 e a dedicarlo a sua moglie Tabitha Spruce King e alle sue sorelle. Nel romanzo, tutto inizia con un'eclissi di sole del 1965, quando Jessie, oggi sposata con Gerald Burlingame, subisce “un piccolo incidente sessuale grave quanto una pestata di piede”, che segna a vita sia lei sia suo padre. A lei viene lasciato credere di esserne corresponsabile, ma suo padre non riuscirà più a stringerla in un abbraccio. “Anche quando ho preso il diploma si è congratulato con uno di quei buffi abbracci da vecchie comari, quelli che si danno con il sedere sporto all'infuori per evitare anche il minimo rischio di toccarsi il basso ventre. Pover'uomo.” Questo le torna in mente, nei dettagli, quando più di vent'anni dopo rimane bloccata in un'altra situazione: durante un gioco erotico, suo marito Gerald ha un infarto e lei rimane ammanettata al letto della loro residenza estiva, a rischiare di morire di stenti e soprattutto di sete. Non solo: un cane vagabondo inizia a mangiare suo marito e un uomo compare nella camera, in una visita surreale. A Jessie sono chiare tutta la sua vulnerabilità e la sua impotenza, come nel giorno dell'eclissi, e nonostante la debolezza e le visioni aumentino deve trovare il modo di liberarsi. In un romanzo dalla suspense sottile, anche nella sottotrama, abbiamo la conferma della capacità impressionante di Stephen King di penetrare la psicologia umana, specie quella di una bambina di dieci anni, combattuta tra i fremiti della preadolescenza e “cose che non riusciva a capire e nemmeno a pensare”.

    Da settembre 2017 questo libro “Il gioco di Gerald” (“Gerald's game”) è un film adattato da Mike Flanagan (“Il terrore del silenzio”, “Ouija: l'origine del male”) e lanciato su Netflix alla fine del 2017. In esso, le visioni di Jessie e le voci che, per via della sua dissociazione mentale, le risuonano in testa tra vecchi ricordi e epifanie decisive, trovano incarnazione nei due unici protagonisti, Carla Gugino e Bruce Greenwood, in uno stratagemma opportuno e calzante.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • È il 1901. Teresa è una ventenne bionda e passionale, corteggiatissima, che vive nella zona di confine tra il Veneto e il Trentino Alto Adige, sull'Altopiano dei Sette Comuni sulle Alpi vicentine, nella contrada dei tagliatori di pietra (Stoner). Il centro principale dell'Altopiano è Asiago, il più vicino alla contrada è Enego, di cui Stoner fa parte; gli altri Comuni sono Lusiana, Roana, Rotzo, Gallio, Foza e Conco. Nel 1901, all'inizio del libro, Teresa è a pochi giorni dal matrimonio con Rodolfo, ma un incontro cambia il suo destino: è accanto a Meni, il narratore, che lei deve stare.
    Si impiantano qui le radici di Flavia Guzzo, autrice de “La contrada dei tagliatori di pietra” (ed. Rigoni di Asiago, 2017), disponibile on line sia in e-book sia in versione cartacea. Teresa e Meni sono i suoi bisnonni, uno dei loro otto figli, Angelo, è suo nonno. Come spiegato in un brevissimo prologo, Flavia Guzzo racconta la loro e quindi la sua storia in poco più di trecento, toccanti pagine.
    Teresa e Meni iniziano la loro vita a Casaravecia, con i fratelli di Meni e le loro famiglie: una casa animata da un plotone di bambini, di cui nella lettura si perde il conto. Mentre la loro quotidianità avanza placida nelle lande aspre e dolci dell'Altopiano, in altre case, in altre comunità, a tantissimi chilometri di distanza, si muovono piccoli frammenti della grande frana della Storia, che, prima quasi impercettibilmente e poi sempre più rapidamente, travolge anche la loro vita.
    La prima Guerra Mondiale viene a sconvolgere la tranquillità dell'Altopiano e della contrada. La narrazione, onnisciente ma mai anticipatrice, non allenta mai la presa sull'esattezza storica, ma allo stesso tempo non trascura di manifestare empatia verso i travolti.
    Il lettore si è già affezionato a questi luoghi, quando iniziano a essere minacciati dai nemici; sente i tuoni dei cannoni anche a libro chiuso, esclama un vaca boia anche al semaforo rosso. “La contrada dei tagliatori di pietra” cattura la mente con la dolcezza disarmante di un racconto al termine del pranzo di Natale, quando si alternano con nostalgia gli aneddoti più divertenti a quelli più logoranti. Come quando la cura maniacale dell'orto è sembrata l'unica arma contro la guerra, di difendere la normalità dalla minaccia di distruzione. O come quando il Governo ha programmato lo sfollamento in Sicilia per tutta la comunità di frontiera: in cinquantasette decideranno di scendere a Campobasso per salvare la vita di Teresa, duramente messa alla prova da una nuova gravidanza e dalle difficoltà del tempo di guerra.
    Alla fine del romanzo e della sua compagnia – estremamente piacevole nonostante l'argomento sia molto impegnativo – il lettore è così vicino alla comunità di Teresa che sente su di sé lutti e sfortune, si solleva negli amori a lieto fine e piange quando sui disertori si accanisce il cinismo della vita, o quando i personaggi hanno ormai perso “il lusso di poter manifestare il dolore”.
    Consigliato a chi ama le saghe famigliari e i romanzi storici.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Una Venezia dolciastra e amara come quella di Thomas Mann. Un inseguimento di solitudini, insicurezze e vanità. "Siamo solo amici", il romanzo di Luca Bianchini edito da Mondadori nel 2011, è un insieme di storie che si intrecciano, si sorridono, a volte si deludono anche, ma che sempre lasciano l'odore delle cose non spolverate abbastanza.

    Da un concierge a una prostituta di lusso, a un mancato tronista di “Uomini e donne” brasiliano, passando per una bionda torinese che perdona troppo spesso le scappatelle del marito e una receptionist che regala drink card, i personaggi di Luca Bianchini prendono vita e sentimenti come se gli camminassimo accanto e origliassimo le loro conversazioni. Le loro azioni e I loro pensieri sono raccontati con scrittura gentile e sguardo acuto, che non rendono mai banali una catena che in fondo è classica: lui ama lei che non sa decidersi, ma forse è innamorato anche di un'altra che si innamora di un terzo che ama una quarta e così via. La semplicità con cui i personaggi si incontrano e si piacciono è disarmante, quotidiana, pulita.
    Ognuno di loro, in fondo, ha un appuntamento con il destino, solo che non è quasi mai il destino che si aspettano. Consigliato a chi desidera un libro malinconico e leggero, come il francese “L'eleganza del riccio”.

    "Giacomo pensò che noi umani non cambieremo mai. Che continueremo a cercare verità scomode. Che ci piace sapere degli altri anche quando gli altri non ne vogliono sapere di noi. Perché parlare ci consola, ci permette di stare ancora un po' insieme al nostro sogno, all'illusione che nel racconto si possa trovare una crepa, uno spiraglio, un piccolo gancio cui aggrapparsi per tentare una nuova strategia."

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • “Vita dopo vita” di Kate Atkinson è il libro che si vorrebbe aver scritto, o che, in alternativa, si vorrebbe rileggere dall’inizio appena finito. I suoi diritti cinematografici sono stati acquisiti nel 2014 da Lionsgate (la stessa di Hunger Games e della saga Twilight) e sarà interessantissimo vedere applicata al grande schermo la sua struttura circolare. La trama è basata su quei “se” e quei “ma” con cui “la storia non si fa”, e si concentra sul periodo del Blitz, cioè quei mesi di bombardamento strategico tra il 1940 e il 1941 con cui la Germania ha bersagliato l’Inghilterra a un anno dall’entrata in guerra. La scrittura è luminosa e vivida, mai noiosa: una complice eccellente del déjà-vu continuo di cui presto si sente protagonista anche quel lettore che non ha accantonato il libro dopo i primi capitoli.
    La struttura è, infatti, così originale, che è inevitabile perdersi se non le si resta fedeli. La storia trova una risposta a quei presentimenti che a volte ci colgono impreparati: la sensazione di essere già stati in un posto, l’intuizione di essere scampati a qualcosa, la visione chiara di uno “sliding doors” che invece a destra ci ha portati a sinistra. Su questa sensazione, che per alcuni è una fantasia e per altri è una condizione di vita, Kate Atkinson lavora in maniera molto affascinante, immaginando che alla protagonista, Ursula, sia concesso di ricominciare la sua vita con un sentore più o meno concreto della precedente, a volte anche con la coscienza di poter cambiare il futuro del mondo.
    “Vita dopo vita” lascia una sensazione bella di speranza e di apertura, mostrando quello che è e subito dopo quello che potrebbe essere, e, subito dopo ancora, quello che potrebbe essere stato, senza rischiare di cadere nel concetto della predeterminazione. Resta addosso la vivida impressione che ogni piccolo gesto, fatto d’istinto o dietro attenta riflessione, possa portarci verso la catastrofe o verso la salvezza, in maniera imprevedibile.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • “Cloud Atlas” è un piccolo mondo perfetto, alla Tolkien o alla Michael Ende, del quale si diventa dipendenti. Per gli appassionati del tema (seconde possibilità, reincarnazioni, destino) deve essere un must. Scritto nel 2004 ma riportato all'attenzione nel 2012 dall'omonimo film dei fratelli Wachowski, è una grande matrioska di vite passate, presenti e future in cui, dal passato-passato (fine diciannovesimo secolo) al futuro-futuro (un'umanità post-apocalittica), di vita in vita ogni personaggio compie il suo piccolo passo verso l'affrancamento dai soprusi. Sei storie, un filo comune: la lotta contro gli abusi, la volontà di cambiare le cose, di difendere gli indifesi. Fa da sfondo una musica che attraversa i secoli, il sestetto “Atlante delle nuvole”: occorre leggere il libro per capire che non è soltanto un capolavoro musicale, ma è il volume stesso, perché ogni strumento procede in assolo finché non si interrompe per cedere il passo a un altro, che a sua volta si interromperà per un altro, e via così finché non si riprendono in maniera speculare gli assoli interrotti. Esattamente come le storie dei sei personaggi.

    Ho trovato assolutamente coinvolgente il riproporsi della possibilità di cambiare le cose e di modificare il rapporto fra i poteri. Ogni vita mostra una lotta tra gli oppressori e gli oppressi, a volte dalla parte dell'oppressore, come lo schiavista dell'Ottocento, altre dal punto di vista dell'oppresso: il compositore succube del suo datore di lavoro, la giornalista che fugge dagli insabbiatori del rapporto sul progetto HYDRA (così chiamata perché "un'idra a molte teste è la natura umana"), gli anziani che vogliono sottrarsi alla prepotenza degli infermieri nella casa di riposo, i nuovi schiavi del futuro (gli artifici koreani), i nuovi inferiori del futuro-futuro (la razza bianca)... Tutti sono alla ricerca della verità, tutti vivono in qualche modo un incontro monco, che dovranno rimandare a un'altra vita, tutti adorano delle divinità mitizzate dal passare del tempo, tutti vengono traditi da una persona o dal sistema. Tutti, soprattutto, rinascono con una voglia a forma di stella cometa addosso...

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • "Corpo disumano" è solo all'apparenza un libricino snello. Se lo si inizia a leggere con la sensazione di finire rapidamente, ingannati dalla costituzione in versi e dalle sole 70 pagine, ci si fermerà a metà, come una sosta necessaria in autogrill durante un lungo viaggio.
    Edito da Oèdipus nel 2017, questa raccolta di poesie di Daniele Campanari è corposa e densa come il cioccolato. Non si può bere tutta d'un fiato, richiede il piacere di assimilarla. I versi sono lunghi e intensi, simili spesso a una conversazione densa ma non traboccante di un lirismo malinconico che il poeta sembra volere restituire alla quotidianità, e probabilmente ci riesce, visto che se ne sente nostalgia appena si posa il libro. Ecco che metafore, sineddochi, ossimori e giochi di parole celebrano succhi alla pera, tastiere qwerty e ombelichi come parti che scandiscono una giornata divisa in due: da mezzanotte alle undici e dalle dodici a mezzanotte.
    La musicalità o la suggestione non sono la priorità degli scritti di Daniele Campanari: chiamano in causa il prosaico senza darsi gratuitamente al volgare, eleggono la stabilità  - forse anche la consunzione - dei rapporti a stato da celebrare. I titoli sono tratti, la maggior parte delle volte, dagli ultimi versi delle poesie, come a voler lasciare un'eco, una ridondanza.  

    Il corpo disumano del titolo è quello sacro, onorato indegnamente da chi, da una età "anagraficamente solida", forse ha perso lo stimolo a "morire, ancora, morire e vivere" come si fa a diciotto anni, e sovrasta gli ingenui, gli innocenti, dall'alto di una posizione raggiunta senza merito.

    "(...) quanto eravamo lenti, vero, la mattina è il preascolto della giornata
    e per gli altri, questi in fila, come fai a tenere l'angolo in disuso.
    cosa non va nell'apparire come carne propria
    le cose che fai e non dici, queste sono fasi
    semmai infilzaci, infilaci il berretto semmai
    se mai con le mani ci suonerai qualcosa"

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • “Il drago non si droga” di Walter Lazzarin (RedFox 2015) è un prodotto narrativo adorabile, dal tono garbato e dai contenuti intelligenti, che racconta di un “quasi” rapimento ma passa attraverso la coscienza dei bambini. Lo sguardo resta basso, a misura dei piccoli anche quando si sposta sugli adulti, che forse per l’occasione rispolverano il loro lato più semplice, semplificando a loro volta anche le introspezioni. Ci sono una mamma con il senso di colpa, un papà senza una famiglia, una coppia senza indipendenza, ma al centro della storia ci sono soprattutto Giacomino e il suo pupazzo Prezzemolo, il drago di Gardaland: è lui il suo fedele amico, il suo grillo parlante, il collegamento con i suoi amichetti Elio e Pollo, che, come tutti i bambini, sono un po’ magici.
    La scrittura procede a un ritmo sano, senza sbrodolarsi. Le descrizioni sono sempre essenziali e si avvalgono spesso di rapide metafore molto efficaci. Ci vuole talento a essere sintetici e Walter Lazzarin lo ha. Il lavoro di editing può competere con quello di una grande casa editrice, ogni cosa risponde alla grammatica interna al romanzo e non fa una grinza. Tutto è in sintonia con la personalità carismatica dell’autore, protagonista dell’avventura “Scrittore per strada”: un vero e proprio tour per le città italiane, in cui Walter Lazzarin si trasforma in un busker della scrittura e dedica ai passanti piccoli tautogrammi realizzati al momento con la sua Olivetti.
    Da ottobre 2015 a luglio 2016 incontrarlo significa anche ascoltarlo raccontare questo suo terzo libro, che mette in campo alcuni luoghi comuni per guardarne le sfaccettature per verificarli e a volte, ironicamente, confermarli. Per esempio: è vero che con i “drogati” non ci si deve parlare?

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Il volume “Inseparabili”, edito da Mondadori, chiude il dittico “Il fuoco amico dei ricordi” inaugurato da Alessandro Piperno nel  2010 con ”Persecuzione” e vince il Premio Strega 2012. La sua forza narrativa è nel buon punto di incontro fra l’italiano colloquiale, un po’ scomposto, e quello letterario, sobrio e rassicurante. Quella che può venire percepita come debolezza della trama, passa perciò nettamente in secondo piano di fronte alla forza dei personaggi e alla sensibilità della scrittura. Al centro dell’intreccio ci sono i fratelli Pontecorvo e il loro rapporto di venerazione-odio, che comprende lo spirito di competizione avvelenato da un dramma famigliare vissuto nella loro preadolescenza. “Inseparabili” è pensato per essere comprensibile anche sganciato da “Persecuzione” e si sofferma sulle criticità dei rapporti umani, le loro fragilità e le loro incomprensioni. Filippo e Samuel (Semi per gli amici) hanno ormai una vita di coppia consolidata, le loro distinte ambizioni lavorative, i loro successi e i loro grandissimi errori; Piperno indugia in maniera molto piacevole anche sulle storie delle loro donne (ufficiali e non, compresa la loro madre), restituendo uno spaccato di mondo convincente e molto umano. A governare su tutto è il silenzio, o meglio quell’omertà istintiva che si sceglie con l’intenzione di proteggere i propri cari, ma che alla fine li contamina come un mutismo cancerogeno.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

    • Inferno
    • 24 agosto 2015 alle ore 16:51

    Il sesto thriller di Dan Brown (il quarto ad avere come protagonista il professore Robert Langdon) diventa in ottobre 2016 un film dalle ambientazioni indubbiamente bellissime. Non potrebbe essere altrimenti, visto che lo scenario iniziale è Firenze, si prosegue per Venezia e si decolla addirittura verso il medio Oriente. Al centro del fitto intreccio, ricco di colpi di scena e di carte rimescolate a dir poco vertiginosamente, c’è la caccia a un luogo misterioso da cui sarà cambiato il destino del mondo. Il libro segue la serie Langdon iniziata nel 2000 con il libro "Angeli e demoni" e continuata con il "Codice da Vinci" nel 2003 e "Il simbolo perduto" nel 2009.
    Cosa si farebbe se si potesse salvare l’umanità sacrificandone una parte?
    In “Inferno” di Dan Brown (Mondadori 2013) l’evoluzione dell’ingegneria genetica si affianca di pari passo a una rilettura interessante della Divina Commedia: l’autore ci mostra il nostro capolavoro attraverso i suoi occhi da straniero, ne amplifica il valore e ci aiuta forse anche a ricordarne la grandezza universale. La lettura, come lo scrittore ha abituato i suoi lettori, è incalzante e alterna piuttosto bene i momenti descrittivi a quelli di azione e a quelli di introspezione (in genere funzionali alla suspense). Viene di continuo da cercare su internet i luoghi dell’ambientazione, con il libro ancora aperto e la pagina letta per metà, per la voglia di visualizzare meglio i movimenti dei personaggi. Finale controverso e sorprendente.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • “Non avevo capito niente” (Einaudi, 2007) è il primo libro della trilogia di Diego De Silva che ha per protagonista l’avvocato napoletano Vincenzo Malinconico. Finalista al Premio Strega 2007, il libro è di lettura molto agevole. Se si accetta di lasciarsi trasportare dal flusso di coscienza del narratore, spesso molto divertente, si finisce per soffocare più di una risata. È una buona lettura da ombrellone, costruita su un personaggio verosimile, dalla bassa autostima, che da un certo punto in poi è costretto a fare delle scelte e di conseguenza vede iniziare a cambiare anche alcune cose che si trascinavano da tempo intorno a sè. Il ritmo della lettura è posato e le descrizioni dei personaggi irresistibili, a volte caricate, ma non forzate. Il punto di vista del protagonista, che narra in prima persona, è sempre estremamente ironico, a tratti nevrotico, indubbiamente sempre molto vivido e colloquiale. La sensazione finale è che ci sia un’estrema sensibilità latente che abbia quasi il pudore di venir fuori, come fa invece negli ammiccamenti al pubblico femminile o nelle digressioni di argomento musicale. Gli altri libri della trilogia sono “Mia suocera beve” (2010) e “Sono contrario alle emozioni” (2011); la trilogia è contenuta in “Arrangiati, Malinconico” (Super ET, 2015).

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • La famiglia di Violetta si direbbe una famiglia come le altre. È composta da due genitori, due figli e un cane; ha le sue incomprensioni, grandi gesti d’amore e il tempo che passa sicuro. Deve fare delle scelte, trasferirsi. Ama il mare. Ma la famiglia di Violetta non è esattamente come le altre: Violetta, infatti, non esiste, o meglio, non si vede. La vedono solo quelli che la amano, perché la desiderano.
    In “Voglio vivere una volta sola” (Piemme 2014) Francesco Carofiglio decide di raccontare una storia apparentemente comune, da un punto di vista decisamente non comune: quello di una bambina che non c’è, ma che è più presente della presenza stessa.
    Ci si muove quindi in una sorta di nuvola di cose che accadono, a volte non subito comprese perché viste con gli occhi inesperti di Violetta, permeate di malinconia e di fiducia incondizionata. Una fiducia che non riesce a crollare davvero del tutto, nemmeno di fronte a piccoli traumi, inaccettabili per l’innocenza di una bambina.
    “Voglio vivere una volta sola” è un inno all’amore famigliare, ai posti sicuri dove si può sempre tornare e alla potenza del ricordo. A volte, come Violetta, si ha la sensazione di esistere veramente solo finché si “rimane nei pensieri, o nel cuore”.
     
    “Non riusciva a perdonare se stessa. La felicità perfetta della sua giovinezza, il suo amore senza condizioni, l’intimità silenziosa che li aveva accompagnati per anni. Senza un’incrinatura, senza una voce stonata. Non riusciva a perdonare la bellezza del mondo, il loro mondo, perché era ormai chiusa in una scatola di vetro. Poteva vederla, non poteva più toccarla”.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Grazie al film del 1939, che ha fatto seguito al Premio Pulitzer del 1937, la trama di questo libro è nota a tutti. Quello che però probabilmente spaventa i più è l'approccio al volume, che - a seconda delle edizioni - va dalle 800 alle oltre 1000 pagine. "Via col vento" è invece un romanzo epico da leggere ancora adesso, perché presenta uno scorcio su un mondo che in Europa conosciamo poco. Quando sentiamo parlare di guerra di secessione, infatti, siamo più portati a pensare a una guerra di buoni contro cattivi, schiavisti contro liberisti: non pensiamo subito alle difficoltà portate dalla sovversione di un ordine consolidato, o a cosa succede in una società che deve scegliere tra il lottare per la sopravvivenza e "adeguarsi" ai nemici in casa e il trovarsi nella povertà pur di rispettare virtù come onore e decoro.
    Il mondo presentato da Margaret Mitchell è universale perché simboleggia ogni nostalgia per un tempo andato e mostra senza buonismo il modo in cui le persone riescono ad accettarlo o meno; rappresenta la capacità di risorgere dalle proprie ceneri e da quelle altrui, con schiettezza e intraprendenza, dimenticando tutti gli scrupoli e diventando anche persone abiette, solo per "non morire mai più di fame". 
    Per fortuna, "Via col vento" fa anche appello alla certezza di non poter "fronteggiare la vita senza la terribile forza" di chi è "dolce, gentile, tenero di cuore". È molto interessante andarsi a leggere la vita passionale della scrittrice: si ritroveranno moltissimi dettagli, più o meno evidenti, in comune con il libro. Anche gli occhi verde smeraldo di Rossella O'Hara (che nel film furono colorati in post produzione: Vivien Leigh, infatti, li aveva azzurri).

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Bellissima prova del 2013 dell’autrice genovese Sara Rattaro: “Non volare via” è una rincorsa tra sogni, responsabilità e la voglia mai sopita di non crescere.
    L’amore è una scelta o una cosa che accade? È questo il dilemma a cui siamo sottoposti durante tutta la lettura, che scorre veloce e affamata grazie anche a una scrittura dai tratti più netti e audaci di Un uso qualunque di te, del 2011.
    “Non volare via” è un romanzo a più voci che vede emergere, tra tutte, quella di Alberto, un quarantacinquenne a capo di una famiglia bellissima e unita nella lotta quotidiana con la sordità del secondogenito, Matteo. Alberto e sua moglie Sandra si trovano, loro malgrado, in una giostra di scelte, emozioni e bugie in cui la loro vita di coppia viene fatta e disfatta più volte. Il punto è che non sono più solo una coppia: hanno due figli, e per di più uno di loro ha bisogno delle sue regole, come fare cena alle otto tutti insieme.
    Come in un circuito chiuso, la famiglia si trova scandite da regole del tutto simili a quelle degli scacchi: proteggi sempre il tuo re; non attaccare mai se non sei perfettamente indifeso; a volte è meglio sacrificare un pezzo per non compromettere l’intera partita. Alberto e Sandra, che hanno dato il meglio di sé per rendere perfetta l’esistenza di un figlio imperfetto, devono fare i conti con le loro, di imperfezioni, perché solo così sono in grado di capire cos’è che li può rendere perfetti.
     
    “Sarai un bravo papà e lei sarà pazza di te: (…) Non devi imparare tutto insieme, lo imparerai con lei, basta che tu sia te stesso. Affettuoso, responsabile, ingenuo, apprensivo e normale. Sarai il suo papà e nessuno vi potrà mai dividere perché lei sceglierà sempre te. Ti cercherà in ogni uomo che incontrerà, e per questo motivo le sembrerà sempre di accontentarsi”.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Web 3.0: è bene chiedersi non cosa possa fare per noi, ma come possiamo cavalcarlo. Nel prezioso compendio “Promuovere e raccontare i libri sui social network”, Davide Giansoldati mette a disposizione la sua esperienza pluriennale in editoria e internet fornendo consigli pratici e utilissimi su strategie e soluzioni di promozione di libri sul web.
    Il volume, snello ma allo stesso tempo corposo, si preoccupa di iniziare dall’ABC: spiega un po’ di informatica, dando indicazioni sul tipo di piattaforme virtuali disponibili e spiegando elementi basilari come l’hashtag.
    Nel suo corpo centrale fa distinzione fra i vari social network, paragrafo per paragrafo, attardandosi a spiegare le funzionalità anche di Instagram, Pinterest, Google +, Youtube e Anobii. I consigli partono da nozioni base di marketing e si concretizzano in azioni di buonsenso, da come stabilire un target di riferimento a come pianificare il tipo di comunicazioni che si vuole dare.
    Questo è un libro diretto per lo più agli editori, ma anche gli autori ne trarranno vantaggio, grazie soprattutto alle case histories, ai link utili e agli spunti presentati. Sicuri, per esempio, che il vostro sito sia “social”? Sicuri che state utilizzando Twitter o Facebook in maniera adeguata? Vi ricordate di tenere aggiornate le vostre fan page? Conoscete i book blogger giusti? Nel libro viene fatto un censimento accurato dei vari siti e portali che recensiscono libri e ospitano amanti della lettura, utili perciò a confrontarsi, a capire in che direzione vanno i gusti del mercato e a migliorare la propria offerta.
    Il libro aiuta anche a scegliere i messaggi da veicolare: “La costruzione della reputazione di esperti su un argomento è un lavoro lungo, delicato e continuativo: dovete far emergere le competenze da quello che scrivete, dalle fonti che citate, dai link che condividete”. Se internet è sinonimo di velocità non lo è necessariamente di superficialità, e gestire le proprie interfacce chiede molta attenzione e capacità di sintesi: “Concedetevi il tempo di esplorare meglio le possibilità offerte dai vostri contenuti (…); quando pensate di aver trovato l’idea giusta, provate a scriverla in una frase di senso compiuto non più lunga di dieci parole; se ci riuscite, l’idea allora è abbastanza chiara e definita nella vostra mente”.
    Preciso e professionale, Davide Giansoldati lancia una lunga serie di messaggi molto utili, permettendo a moltissime idee di sedimentare e a molte altre di ritirarsi, pudiche, nel proprio cantuccio: sì alla condivisione, no all’autoreferenzialità.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Tutto inizia dallo sguardo di una bambina di dieci anni. Silvia è per metà bolognese e per metà rocchigiana: vale a dire, per metà cittadina e per metà paesana. È la protagonista di “La casa di tutte le guerre”, il nuovo romanzo di Simonetta Tassinari, e racconta in prima persona i fatti che le sono accaduti nell’estate del 1967, tra la melodia di “Yesterday” e la frescura delle notti in collina. Teatro della sua estate è la casa di nonna Mary Frances Higgins, un personaggio che spicca per la sua eleganza e per la compostezza del suo dolore. Come tutti i bambini, Silvia molte cose non le capisce ma ha una sensibilità spiccata per l’essenziale: questa sensibilità, o questa incoscienza, la spinge oltre le apparenze e perciò verso una bambina difficile da gestire, emarginata da tutti, Lisa Bandini. Il rapporto tra le due bambine si sviluppa e si interseca con un piccolo giallo famigliare, una “guerra” iniziata con un amore tragico e non ancora finita, anzi insabbiata nelle cose che non si dicono, nei rapporti non risolti, negli anni che sono passati. La chiave di volta è in una soffitta, misteriosa ma accogliente come una presenza benevola: un luogo dove il tempo si è fermato e dove le domande si autoalimentano, anziché trovare risposta.
    La storia è raccontata in prima persona, con una luminosità leggiadra e ammiccante che riesce a interpretare il mondo inspiegabile dei grandi con un sorriso duraturo, che tuttavia non ridicolizza né smorza il dolore. Le soluzioni vengono fornite dall’autrice con garbo, una alla volta: appena il lettore crede di aver capito tutto, si accorge che c‘è ancora qualcosa che manca. La scrittura vivace e intimista di Simonetta Tassinari strappa più di una volta un sorriso e porta con sé un’autoironia a tratti fumettistica, che mai scade nel banale o nel ridicolo. “La casa di tutte le guerre” ha un titolo rutilante, che può sembrare minaccioso, ma di cui invece si può fidare perché regala una lettura scorrevole e commovente, adatta anche a sotto l’ombrellone.
     
    “La mia capacità di ospitare dentro di me sentimenti così contrastanti, pur seguitando ad avere sempre gli stessi occhi, naso e bocca, mi meravigliava."

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Il nuovo libro del pescarese Alessio Romano “Solo sigari quando è festa”, edito da Bompiani all’inizio del 2015, conferma il filone del thriller che l’autore scelse già nel 2005 con “Paradise for all” (Fazi), e lo perfeziona presentando un romanzo di formazione che si conclude con un finale entusiasmante. Il protagonista è Nick Mangone, verosimile rappresentante di una generazione un po’ sfigata e autoironica che è impegnata a sopravvivere agli eventi, piuttosto che dominarli. Nel suo caso, Nick è sopravvissuto al terremoto abruzzese del 2009, eppure si trova a dover fare i conti con tanti piccoli terremoti nella sua vita, che lo costringono a mettere in discussione il rapporto con il padre, con la sua fidanzata e con i suoi stessi ricordi. L’intrigo, è il caso di dirlo, corre sulla rete, o più precisamente su una ragnatela tessuta su Facebook da un certo “Il Ragno” che gli chiede l’amicizia. Raccontando di fiadoni, sanguinacci e altre madeleines della tradizione culinaria abruzzese, Nick Mangone si invischia sempre di più nella verità, cercandola sempre più in fondo, quasi ipnotizzato, come se aver perso la casa non fosse un problema sufficientemente grande.
    Interessante la scelta del titolo, per il quale occorre superare il primo muro di apparenza come molte cose nel libro. “Solo sigari quando è festa” è un’espressione allegra, sì, ma si vela di malinconia quando si scopre che è legata a una figura di dimenticanza: una persona che ricorda solo la promessa di non fumare altro che sigari e solo nei giorni di festa, ma che non sa più distinguerli dai giorni normali e perciò ha sempre il sigaro tra le dita.
    Con abilità cinematografica e una scrittura estremamente contemporanea, con rimandi e omaggi a John Fante, Charles Bukowski e Sandro Veronesi, Alessio Romano porta il suo protagonista a dover scegliere, per una volta nella sua vita, delle priorità, e non dimentica di gratificare il lettore con una mossa astuta sul finale.
     
    “Il tempo si è congelato. Dio si è davvero scordato che ci siamo anche noi, che nel suo creato c’è pure questa cantina.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • La storia di un uomo “matto per il pallone”? No: piuttosto, la storia di un ritorno. “Calcio e acciaio. Dimenticare Piombino” è stato presentato al Premio Strega 2014 e arriva nella carriera di Gordiano Lupi dopo una serie di pubblicazioni dedicate al cinema e a Cuba. L’autore lo apre e lo chiude con una dedica alla madre: “Questo libro è il massimo che posso fare in tema di storie d’amore”. Ogni pagina sembra spiegare di che tipo di amore si tratta, ma appena si crede di avere acciuffato il senso della narrazione – genericamente in terza persona, ma con un narratore tanto presente da concedersi a tratti un “Noi” nostalgico e collettivo – si è costretti a rilanciare il dado e a riprovare. La vita del cinquantenne Giovanni è colma di scelte e rinunce in nome di qualcosa in cui ha creduto. L’amore della sua vita sembra ora il calcio, che lo ha portato attraverso l’Italia; ora il legame profondo con suo padre, rappresentato dall’altoforno cittadino (l’“acciaio”) che un tempo garantiva benessere alla città; ora il pensiero mai spento di una cotta adolescenziale.
    Si capisce solo a metà libro che la storia d’amore annunciata non è quella fra il protagonista e il calcio, ma va ben oltre: prescinde dal pallone, si riversa nella vita stessa, perché chi ama davvero questo sport non lo può separare, non può dire “questo è calcio” e “questa è la mia vita”. Le due cose, semplicemente, vanno a coincidere.
    Giovanni torna in un luogo in cui ricordi e riflessioni lo assalgono a cascata da un ciglio ben definito di abisso, quell’imperativo mancato di “dimenticare Piombino”. Da giovane ha lasciato il paese di origine per rincorrere il suo sogno, ma non è stato in grado di dimenticarlo come invece si era ripromesso di fare, anzi ha scelto di tornarci: tornare lì dove tutto è cominciato, anche se ora il declino dell’altoforno sembra andare di pari passo con quello del calcio. Ripassa la sua vita da un osservatorio privilegiato, che gli restituisce l’immagine di un allenatore di cinquant’anni che è consapevole della sua età, ma intende stringere ancora forte i suoi sogni. Gli resta la certezza delle vite che non sono state scelte, e che oggi, forse, lo avrebbero portato a essere meno solo.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Il mondo visto da una bambina di dieci anni. Se fosse un mondo normale, “Il buio oltre la siepe” sarebbe un tenero romanzo di formazione, di sbirciate nel mondo dei grandi. Il mondo raccontato da Harper Lee, Premio Pulitzer 1960, è invece il sud dell’Alabama, in cui bianchi e neri stanno imparando a comprendersi e a vivere insieme. Nella cittadina immaginaria di Maycomb, Scout e suo fratello Jem vivono di riflesso un evento importante nella vita del padre, Atticus, avvocato noto e rispettato in paese. Atticus Finch è stato infatti assegnato alla difesa di un uomo di colore. La giuria deve scegliere fra lui, che non ha mai fatto del male a nessuno ma è “negro”, e l’uomo più malfamato del paese, che è bianco. La storia viene raccontata nello spirito innocente e ingenuo della protagonista, la voce narrante, che molte dinamiche non le afferra ma le rende evidenti al lettore anche soltanto descrivendole, e mette in scena questa lotta attualissima e spaventosa fra la comunità e il singolo, la massa e l’individuo; la resistenza e il cambiamento.
    L’arringa di Atticus è meravigliosa; il modo in cui la vicenda si snoda sarebbe facilmente indicabile come strategia narrativa “di comodo” ma, forse per questo, è altrettanto verosimile.
    Il titolo originale del libro è “To kill a mockingbird”, ossia “Uccidere un merlo”. Il merlo, nel romanzo, è simbolo di innocenza, perché in un passaggio in cui si parla della caccia viene detto che è vietato ucciderlo, perché non fa del male a nessuno. La dicotomia tra innocenza e colpa, bianco e nero, torna continuamente e la metafora viene riproposta, in chiusura, dalla stessa protagonista, nel momento in cui realizza che ha ricevuto molto bene ma non si è mai preoccupata mai di restituirlo.
    Dopo questo romanzo l’autrice, grande amica di Truman Capote, ha iniziato molti lavori ma non li ha pubblicati: per la metà di giugno 2015 è stata annunciata la pubblicazione del suo secondo libro, “Go set a watchman”, il seguito di “Il buio oltre la siepe”. 

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca