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Recensioni di Cristina Mosca

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  • Questa è la storia di una serie di “sì”. Una storia che crediamo di sapere, che raccoglie destini comuni, presenta l’inevitabile. Nel romanzo di Davide Rondoni “Gesù. Un racconto sempre nuovo” viene scardinato il già noto per fare posto a una dimensione corale, in cui l’occhio del narratore si sposta come una telecamera in cerca di intese, che si sofferma su sguardi, gesti, sillabe mute, cercando di cogliere il lato vero delle cose. Attraverso lo studio di saggi e Vangeli apocrifi, Davide Rondoni restituisce la figura di “Colui che segnò un confine tra il prima e il dopo” al suo contesto storico, politico, fatto di rapporti tra uomini e donne, di mediazioni e di scontri. Giuda tradì davvero, o fece, per così dire, “solo” male i conti? Trenta denari sono il prezzo di uno schiavo, avrebbe potuto puntare più in alto: perché non l’ha fatto? I discepoli capivano quello che stava accadendo, sognavano la gloria? O erano davvero come pesci in una rete, trascinati dal mare?
    In una narrazione dai frequenti e suggestivi picchi lirici viene presentata l’irruzione del nuovo, il disorientamento di un sistema che vede saltare gli schemi. L’amore, la fede, una spiritualità sovversiva. Questo libro è per chi è pronto a sentire raccontare la storia di Gesù con il riverbero delle strade palestinesi negli occhi, e il tanfo della povertà seduto accanto.
     
    “Stanno per battere il chiodo nella mano. Lo scatto del pollice, che si chiude rigido nel palmo, segno che è entrato fino al punto giusto.
    Fino al punto giusto.
    Con i colpi successivi arriva al legno scuro del patibolo. Fissa l’arto al legno e il legno all’arto. Ala, carezza bloccata.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Sono almeno tre gli eteronimi più noti di Fernando Pessoa: nella sua carriera artistica, il poeta portoghese ha creato personalità poetiche complete. Di questi, Ricardo Reis è l’unico a non avere una data di morte: ciò ha incoraggiato il premio Nobel per la Letteratura José Saramago a creare un intero romanzo, ipotizzando il suo ritorno a Lisbona dal Brasile, dove Pessoa lo ha deciso trasferito per protesta dopo la proclamazione della Repubblica di Portogallo. Saramago immagina che Ricardo Reis torni nel suo Paese per rendere omaggio al poeta nell’anno della sua morte, il 1935, e che si muova in un’Europa che si sta affacciando sulla seconda guerra mondiale. Ricardo Reis incontra il fantasma di Fernando Pessoa, ovvero il suo ortonimo: non è l’ombra del poeta, bensì un altro eteronimo con cui Pessoa si firmava nella sua ricerca della spiritualità.
    I due si muovono in un ambiente che si avvia verso la putrescenza, rappresentato da Marcenda (un nome, un programma) e dalla sua mano sinistra senza vita: un mondo che si muove per inerzia e semplicità, come Lídia e che aspetta, caoticamente, un miracolo, come partire per Fatima con la speranza di incontrare una ragazza.
    Le agitazioni politiche fanno da sfondo alle riflessioni di questo dottore, diviso tra anima e corpo, interpretando desideri opposti che a volte sembrano solo limitarsi a galleggiare, nel sonno.
     
    “Pensi, dottore, mi è capitato in destino questo braccio, avevo già nella vita un cuore sbagliato, però di tutte queste parole ne usò tre sole, La vita è uno sbaglio di destini, abitare così distanti l’uno dall’altro, così diverse le età, i futuri”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

    • Ieri
    • 19 febbraio 2014 alle ore 9:27

    La condizione dell’esiliato, che con gli occhi della mente rimane agganciato a ciò che conosce del suo passato, viene narrata da Agota Kristof in “Ieri” in maniera impalpabile e trasognata. I personaggi si muovono in una dimensione onirica: la vicenda è realistica, in sottotraccia perversa, verosimilmente assurda. Il protagonista è Tobias, che si reinventa una vita là dove nessuno lo conosce: è scappato da un’infanzia umiliante, che tuttavia per lui era felice, perché in fondo non ne conosceva altre. Tobias vive aspettando la sua Line, una sorta di creatura mitologica con corpo di fanciulla e ali di fata: si fa perfino rimbiancare la casa, e porta avanti senza convinzione il rapporto con una donna, Jolande, che non lo capisce eppure lo comprende, e lo aspetta.
    Intorno a lui, quando non è in fabbrica a esercitare il suo lavoro alienante, si muovono alcuni suoi compatrioti, come in quella letteratura orientale in cui le cose accadono e basta. Se uno di loro cominciasse a sputare fuoco non lo troveremmo strano, perché ogni movimento è caratterizzato contemporaneamente da corporeità e inconsistenza.
    In questo contesto, arriva Line. Non è la donna dei suoi sogni, ma una bambina con cui andava a scuola. Con lei, tutto sembra possibile, nonostante il segreto che si nasconde nella loro infanzia, che solo lui conosce e che, se pronunciato ad alta voce, renderebbe tutto mostruoso. L’incontro è fatale per entrambi.
     
    “Il tempo si lacera. Dove ritrovare i prati della mia infanzia? I soli ellittici rappresi nello spazio nero? Dove ritrovare il cammino che oscilla nel vuoto? Le stagioni hanno perduto il loro significato. Domani, ieri, che vogliono dire queste parole? Non c’è che il presente. Una volta nevica. Un’altra volta piove. Poi c’è un po’ di sole, un po’ di vento. Tutto ciò è adesso. Non è stato, non sarà. È. sempre. Tutto insieme. perché le cose vivono in me e non nel tempo. E in me tutto è presente.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • “Un uso qualunque di te” è un libro a più velocità. Il titolo è accattivante, malinconico, rassegnato. Salta all’occhio perché ricorda quella trasandatezza a cui tutti aspiriamo, in un momento della nostra vita: il potersi lasciare andare, il potersi trascurare, fare un uso qualunque di noi.
    Quando la lettura inizia, si è in media res: è successo qualcosa, qualcosa di grave, la protagonista Viola non è raggiungibile, non viene a sapere subito cosa è successo a sua figlia, e racconta usando la prima persona come vive l’annuncio di un dramma in corso. Sara Rattaro è bravissima e incisiva in determinate frasi; è mozzafiato, costringe a centellinare le prime pagine, perché intense e abili nel rendere l’idea di cosa accade dentro di noi i primi istanti dopo una brutta notizia. Sentirsi un castello di carte, sentirsi riempire di segatura.
    Quando la lettura prosegue, l’attenzione continua ad essere calamitata qua e là da pillole di pensieri che innescano riflessioni sulle relazioni, sui rapporti umani, sui tradimenti, e sull’abisso tra il sapere quello che va fatto e il farlo veramente. La protagonista cerca di condividere, o giustificare, agli occhi dei lettori, di sua figlia Luce e di suo marito Carlo i suoi comportamenti, le sue scelte, le sue cadute, dettando tempi diversi alla lettura, ora più lenti, ora in eccesso, ora più risolutivi. L’operazione non è facile da condurre, senza scadere nel patetico o nel vittimismo, ma per fortuna la narrazione è puntellata di una scrittura capace e abile, e si passa volentieri ad un altro libro della stessa autrice.
     
    “La dipendenza altera i comportamenti.
    Una semplice abitudine si trasforma in una ricerca esasperata La ricerca di quello che ti dà piacere. Ma a un certo punto qualcosa cambia e la rotta s’inverte. Smette di farti bene e inizia a farti male. Ogni giorno di più perché, purtroppo, per quanto ci stia lentamente uccidendo, rinunciarci è peggio.
    L’amore è una dipendenza”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Il secondo libro di Luca Gamberini sembra puntare tutto sulla ricerca e sulla parola. Sembra. Perché i “Racconti per bambini adulti” di Luca Gamberini, bolognese classe ’67, sollevano una cortina giocosa davanti ad una sensibilità acuta, che mangia malinconia a piccoli morsi. Il libro è da centellinare perché è come un torrone al cioccolato fondente: si presta ad una masticazione lunga, ha un sapore intensissimo e fa viaggiare.
    Quelli di Luca Gamberini sono racconti in poesia, poesia che si fa racconto.
    È glissando le rime, mentre scandiscono i pensieri più profondi e donano loro gradevolezza e leggiadria; scavando tra le righe; scansando il non detto, i desideri, la nostalgia; filtrando i giochi di parole e danzando insieme alle consonanti; e assecondando l’onda di parole, e non contrastandola, che ci si riesce a divertire insieme a Luca. Ché lui, si vede subito, a scrivere si diverte, e anche a mescolare le carte. Il suo scrivere è diretto a chi ha l’esperienza di un adulto ma vuole ancora guardare le cose come un bambino, nella loro meraviglia, elemento sottolineato anche dalla bibliotecaria Paola Bergamini che ha firmato la prefazione al libro. Ecco che le distanze si fanno più profonde e più sottili insieme, la realtà diventa oggetto e soggetto di riflessione, e si vive uno switch continuo tra le verità interiori e quelle esteriori, che quasi mai collimano.
    È un modo diverso di imparare a guardare le cose, che strappa sorrisi, stupisce e lascia interdetti a volte.  I “Racconti per bambini adulti” di Luca Gamberini sono una strada che si apre dentro di noi, e fanno come la neve: candida e pungente, ti abbacina all’inizio, ma cos'è che nasconde lo scopri solo dopo che è passata.
     
    “Maggio è un mese interminabile, che poi ti accorgi, al fine, che pareva appena incominciato. A Maggio fioriscono i pensieri seminati durante le giornate più corte, a Maggio difficilmente si ha paura, Maggio è un Settembre pieno di speranza, è il mese in cui tutto è cominciato, è un pretesto in cui recita bene perfino chi non conosce il testo”.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Ho pensato ogni istante alla penna leggera e disincantata di Daniel Pennac leggendo il romanzo  “Giallo di zucca” di Gaia Conventi, già vincitrice del Mystfest – Gran Giallo Città di Cattolica 2009 con “La morte scivola sotto la pelle” (Giallo Mondadori). In “Giallo di zucca” l’autrice onora con l’ambientazione, quella Ferrara che ha conosciuto vivendoci diversi anni, parlando del palio (“quello vero, s’intende”), delle strade, dell’atmosfera. È una Ferrara presentata come teneramente e irresistibilmente provincialotta, senza tuttavia scalfire la voglia di andare a visitare quei luoghi così eleganti, pigri e leziosi.
    Protagonista del libro è Luchino, un fotografo che lavora con la polizia (un “fotografo di morti”), fedele amico di un cane che, come fa notare nella prefazione la presidente della provincia di Ferrara Marcella Zappaterra, sembra quasi disneyano nelle reazioni e nei guai che combina, regalando al lettore scene gradevoli di stacco. Ho pensato a Pennac anche per la presenza di personaggi somiglianti a macchiette umoristiche, a partire dal Pierfi, il cugino che si laurea e che fa tornare Luchino a Ferrara, per passare alla sua famiglia e ai diversi commissari; questi personaggi sono dipinti in sferzanti tratti caricaturali, ma, straordinariamente, non per questo sono inverosimili. La narrazione è portata avanti in prima persona e costringe a guardare, da un punto di vista limitato, una vicenda che si infittisce sempre più, e quindi a raccogliere insieme al protagonista voci di quartiere, intuizioni e piste.
    La curiosità di venirne a capo, così, aumenta, e alcuni divertissement narrativi ad un certo punto sembrano quasi d’intralcio nella lettura, perché si vorrebbe trovare presto il bandolo della matassa. Ironia, attenzione per il dettaglio e abilità narrativa rendono la compagnia di questo libro piacevole e costante. Cosa lega le morti che stanno sconcertando la pacifica Ferrara? Chi è l’assassino delle favole? E soprattutto, Luchino alla fine si sposa oppure no?
     
    “Non scordiamoci che Ferrara è un paesone e si traveste da città solo quando arriva Abbado al Comunale, nel restante fluire di lunario, invece, ci tiene ad avere la sua aria paciosa e un tantino provinciale, ma guai a farglielo notare. Ferrara è come una bella donna, ne vanno citati solo i pregi… tutte le belle donne sono un tantino permalose!” (Gaia Conventi)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Durante la stesura di “A un cerbiatto somiglia il mio amore”, nel 2006, David Grossman ha perso suo figlio nella guerra del Libano. Aveva l’illusione, scriveva, che il libro lo proteggesse. Non è stato così. In “Caduto fuori dal tempo”, scritto sei anni dopo il lutto (2009-2011, pubblicato in Italia nel 2012), Grossman rompe il silenzio con il mondo – a cominciare dal suo interiore – e affronta con immane fatica la profonda nostalgia, il senso dell’irreparabile che lo legano a questa tragica esperienza.
    Tutto quello che riesce ad elaborare è una narrativa frammentata, spezzata da continui a capo, enjambement, lamenti: un’operazione che immagino funzionare in lingua originale come una litania. Una preghiera.
    L’unica prosa lineare è quella del narratore, per l’esattezza un cronista, che si muove tra persone e voci diverse, tutte accomunate dalla perdita di un figlio. Ecco la madre che non si dà pace, ecco il padre che vuole andare “laggiù”, ecco un altro padre che invece non ne vuole parlare. Attraverso la tematica del viaggio vengono confrontate le rabbie, le disperazioni, i dolori che queste persone condividono, per guarirle, superarle… capirle? Certo ci sono cose che non hanno soluzione, e noi, dal di qua, non possiamo fare altro che accettarle, anche perché, per ogni persona che muore, dobbiamo prendere coscienza che la sua morte non muore mai.
    Libro da maneggiare con cura e con rispetto, perché è molto intenso.
     
    “Io
    immancabilmente penso: come posso
    passare a settembre
    mentre lui rimane
    in agosto?”
     
    “Vorrei imparare a separare
    i ricordi
    dal dolore. O per lo meno una parte di essi,
    per quanto è possibile, perché non tutto il passato
    sia così intriso di dolore.
    In questo modo potrei ricordarti ancora di più,
    capisci? Non avrò paura ogni volta
    del bruciore dei ricordi.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Sono stata contenta di aver ripreso Umberto Eco. Non lo leggevo dal 1998, dai (miei) tempi de Il nome della rosa e Il pendolo di Foucault, e a metà de "Il cimitero di Praga" mi sono anche ricordata perché. Il simpatico vecchietto è esigente come suo solito, vuole molta molta fiducia: come fu per la famosa descrizione del portale medievale ne "Il nome della rosa", stavolta chiede la sua prova d’amore per la bellezza di duecento pagine, in cui la parola Praga non viene neanche lontanamente sfiorata e il malaccorto lettore si chiede vieppiù volte dove sia il nocciolo della questione. Intanto, però, come da accordi letterari il lettore accetta di lasciarsi portare, e viene dondolato tra le perplessità di un tale Simone Simonini e un abate Dalla Piccola, che continuano a svegliarsi l’uno in assenza dell’altro e che comunicano solo tramite i loro diari, di cui il Narratore onnisciente cerca di districare le varie vicende alla manzoniana maniera.
    I diari sono ambientati alla fine dell’800, la Storia narrata è quella del Risorgimento italiano, lo stile narrativo è intonato a quei tempi.
    Umberto Eco posiziona il suo (doppio) protagonista fittizio al centro dei principali intrighi del periodo, dalla misteriosa morte di Nievo all’Affare Dreyfus, immaginandolo dietro le loro quinte. Come spiega nella sua Appendice (che in genere è la parte che preferisco: il sipario che si apre al termine della pièce), “Il solo personaggio inventato di questa storia è il protagonista, che (…) benché effetto di un collage, per cui gli stono state attribuite cose fatte in realtà da persone diverse, è in qualche modo esistito. Anzi, a dirla tutta, egli è ancora tra di noi”.
    Le vicende si spostano dall’Italia del 1861 alla Parigi della Comune, usando come leitmotiv un inveterato odio per gli ebrei: il cimitero di Praga citato nel titolo è il luogo dove Simonini ambienta una riunione di Gesuiti prima, ed ebrei poi, e in cui immagina una loro conversazione che gli viene commissionata per confermare tutti i pregiudizi esistenti da sempre, e rivelare la cospirazione che la razza sta tramando per impadronirsi del mondo.
    Questa conversazione falsificata è oggi nota come i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, è stata prodotta in Russia nel 1903 (nel libro si immagina che si sia ispirata a quanto scritto da Simonini) e nonostante sia stata smascherata già nel 1921 dal Times di Londra, ha realmente ispirato ad Hitler la legittimità dei campi di sterminio ed è tuttora usata per rinvigorire l’antisemitismo contemporaneo, specie nel mondo islamico.
    “La gente crede solo a quello che sa già” (U. Eco)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Snello eppure articolato, il primo libro di Daniela Farnese (alias dottoressa Dania) “Via Chanel n° 5” si legge tranquillamente in una giornata di mare, rapiti dalle disavventure di Rebecca, per gli amici Coco, e avviluppati da sei giri di perle.
    Tutto inizia con un trasferimento da Venezia a Milano, carico di aspettative prontamente frantumate dall’ex uomo ideale Niccolò, e la sensazione perenne, per la fragile e dura Coco, di essere la numero due. Con un taglio deciso ai capelli e un taglio un po’ più sofferto alla vecchia vita, la cinica più romantica del pianeta intraprende una strada (cadendo ogni tanto dai tacchi) verso la sua indipendenza psicologica, dove dovrà imparare a volersi più bene, ad accettarsi, a godere degli amici e a difendere la sua autostima, insieme a dei valori di fedeltà e di dedizione che sembrano essere divorati dalla fretta quotidiana.
    Qual è la soluzione per buttare via il vecchio e sostituirlo con il nuovo? Lasciarsi andare? Depurarsi del rancore, svelenirsi graffiando una portiera? O reagire concentrandosi sul lavoro, sul giusto incontro tra i propri sogni e quelli degli altri, nonostante, per ironia del destino, ci si ritrovi a pianificare i matrimoni altrui?
    Un romanzo contemporaneo di formazione, tanto agile quanto costruttivo e utile per chi non si è ancora accorto di aver messo da parte le proprie verità in nome di un qualcosa che forse non lo merita. Il tutto, sotto l’illuminazione degli aforismi e sotto la guida spirituale di Coco Chanel, eterna Mademoiselle, immolata al suo lavoro in memoria di quell’uomo che amò e che le diede l’indipendenza.
    “Un uomo può indossare ciò che vuole. Rimarrà sempre un accessorio della donna” (Coco Chanel)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Con questo libro faccio la mia prima scoperta personale di Daniel Pennac e la faccio in un'estate che si è lasciata desiderare. L'ho cominciato sotto l'ombrellone, quindi in pubblico, e ho sghignazzato senza pudore di fronte all'inaspettata penna cyranesca, astuta e rapida, che narra le avventure del Capro Espiatorio del Grande Magazzino Benjamin Malaussène.
    In questo episodio, l'eroe è coinvolto in una serie inspiegabile di esplosioni nel Grande Magazzino, talmente inspiegabile che lui ne diventa il principale sospettato. Intorno alla vicenda ruotano, anche con un tocco di misticismo, i fratellini di Benjamin, dall'adorata Clara alla veggente Thérèse al furbo "Piccolo" Jeremy, alla molto incinta Louna, con piccoli omaggi testuali a Carlo Emilio Gadda ed Edgard Allan Poe.
    La trama non è facile da sviluppare con leggerezza, perchè gli orchi del titolo sono una sorta di setta satanica che usa bambini per i suoi riti sacrificali: Pennac riesce a fare del suo protagonist auna voce gentile e "Santa", spettatrice di un mondo leggermente grottesco, che cerca di farsi strada verso la giustizia.

    "Il bebè obeso posa su di me uno sguardo allegro come non mai. Ecco, tre giorni fa il mio reparto avrebbe venduto alla signora qui presente un frigorifero (...) che si è trasformato in inceneritore. E' un miracolo se questa mattina la signora non è stata bruciata viva aprendo la porta. (...) Il bebè mi guarda come se fossi la fonte di tutto. (...) Balbetto che, appunto, non capisco, i testi di controllo erano stati effettuati (...) Nello sguardo del moccioso, leggo con chiarezza che lo sterminatore dei piccoli di foca sono proprio io". (Daniel Pennac)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • “La collezione Lancourt” è una storia avvincente e graziosa, in cui la realtà e la fantasia ballano un valzer con brama e azione. La trama è ricca di colpi di scena e impreziosita da buone intuizioni linguistiche; vola attraverso i secoli e solo ogni tanto lascia intravvedere qualche anticipazione, ben disciplinata dall’io narrante.
    Manuela Giacchetta, autrice marchigiana, fa confluire la sua ricca immaginazione in una bella favola che tutti vorrebbero ascoltare, perché parla di ricongiungimento, soluzione dell’irrisolto, ritrovo dopo l’abbandono. Il romanzo è in formato più che tascabile (ideale da leggere al mare) e culla la lettura raccontando al cuore di un’attesa prudente che si fa desiderio strappacuore.
    I grandi protagonisti sono l’assenza che si fa presenza e poi di nuovo assenza, e il senso dell’irraggiungibile. Ognuno di noi ama qualcuno che è troppo lontano, o che non può essere toccato.
    La vicenda è innescata da una ricerca, quella dei quadri della collezione Lancourt per conto del legittimo proprietario, e prosegue con una dinamica perversa e asfissiante di vigilanza e controllo in cui finisce anche Bianca, la narratrice. Subentrano delle scelte, si arriva a dei bivi, a delle decisioni da prendere: delle rinunce. Aggiudicarsi l’amore di qualcuno, o lasciare che vada via per sempre.
    Quante volte dobbiamo fare i conti con gli stessi errori? Quante volte siamo destinati a scontrarci con i nostri limiti? Ed è sufficiente una vita sola, per riparare alle nostre indecisioni? Il finale a sorpresa dà una concretezza risolutrice a questa fiaba per innamorati.  
     
    “Ci guardammo, prigionieri di un’impossibilità nuova”. (M. Giacchetta)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Si conosce la Woolf all’età sbagliata, la si riscopre a quella giusta. Leggere per la prima volta da trentenne “Gita al faro”, uno dei capolavori di questa autrice inglese, vuol dire apprezzarne le peculiarità quasi cinematografiche, la grazia e la leggerezza della narrazione, leggerne la malinconia e impregnarsi della sua nostalgia. Con questo libro, Virginia ha esorcizzato il lutto della perdita di sua madre, avvenuto a 13 anni, e ne immortala la figura vestita di bianco, stagliata contro la finestra della loro casa estiva. La narrazione inizia quasi in maniera beckettiana, con il desiderio dell’ultimogenito della numerosa famiglia Ramsay di andare a visitare il Faro. Continua a chiedere se “domani” ci andranno, e se da una parte il padre cerca di smontare le aspettative per via del brutto tempo, dall’altra la madre cerca di temporeggiare. Al faro alla fine non ci vanno, o meglio, ci andranno quando sarà perso ogni interesse, ogni vibrazione, e anzi la loro vita sarà molto cambiata.
    La narrazione si svolge leggera come una piuma trasportata dal vento, dagli occhi al cuore delle persone, tra la famiglia Ramsay e i loro ospiti nella casa, con antesignane tecniche cinematografiche (il romanzo è stato scritto tra il 1925 e il 1927) che ad esempio rendono alla perfezione il passare del tempo dal punto di vista della casa vuota.
    “Gita al faro” è per tutti quelli che patiscono un’assenza, e si consolano nel ricordo.
     
    “Piangeva dunque per la signora Ramsay, senza sentirsi infelice? si rivolse di nuovo al vecchio Carmichael. Di che cosa si trattava? Che cosa significava? Le cose avevano mani in grado di alzarsi di scatto ed afferrare qualcuno? la lama poteva tagliare? il pugno stringere? non c’era nulla di sicuro? o nessun modo d’imparare a memoria come funziona il mondo? nessuna guida, nessun riparo? era tutto un miracolo, un salto nel vuoto dalla cima d’una torre? (…) Per un momento ebbe l’impressione che se entrambi si fossero alzati, lì, in quel momento, a esigere una spiegazione – perché la vita fosse così corta, perché fosse così inspiegabile – e se l’avessero detto con impeto (…) quel vuoto si sarebbe riempito, la bellezza avrebbe preso forma, gli svolazzi avrebbero acquistato ordine; se avessero gridato abbastanza forte, la signora Ramsay sarebbe tornata”. (V. Woolf)
     

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Questo ritratto delle eterogeneità e delle fragilità umane è incantevole e grazioso. "Viviamo tutti all'oscuro di qualcosa che ci riguarda", chiosa Chiara Gamberale nel suo romanzo del 2011 "Le luci nelle case degli altri". La protagonista, Mandorla, è un’adolescente che improvvisa poesie senza rime ogni volta che vorrebbe dissociarsi da determinati momenti che vive: è sballottata da una vita che è stata fin troppo generosa con lei, perché le ha dato tanti possibili padri in cambio della madre di cui l'ha privata a 6 anni. Mandorla vive così attraverso le vite degli altri e diventa un puzzle di contraddizioni, di difetti e di colori, alla ricerca della sua vera identità. Spera di realizzare il suo Amore Impossibile, finendo ingarbugliata in un Amore Grande E Possibile. Viene guidata da una saggezza confusa e tenera, la stessa che gli adolescenti usano per cercare di illuminare il mondo e dividerlo in categorie, e attraverso questi suoi occhi dipinge le vite dei suoi condomini di via Grotta Perfetta. Una trama congegnata bene, che quando arriva al tanto sospirato finale dimostra che forse non è poi così importante come una storia si conclude, ma piuttosto cosa ti insegna.
    “Com’è che un amore finisce? Finisce quando non ce n’è più, quando ce n’è troppo, quando in realtà non c’è mai stato. Un amore finisce perché qualcosa si consuma: allora non bisogna usarlo, forse, l’amore. Ma finisce pure quando non si consuma niente e anzi: tutto rimane come il primo giorno. Così perfetto che pare finto. E allora forse almeno un po’ bisognerebbe usarlo, l’amore. E se poi finisce perché mentre lo usi ti cade per terra e si rompe? Anche quello può capitare. Così come che lo lanci in aria, per giocare, e quello però non ti torna più indietro: può capitare.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Un io poetico poderoso ed esigente scandisce lo svolgimento di "Poesia, ragazza mia" di Elio Ria. Il secondo prodotto della collana I Destrieri alterna le poesie, preziose nella loro ricercatezza, ai pensieri, estemporanei e profondi come appunti presi su una moleskine, spesso sotto il sole di Puglia. La prefazione sembra quasi una dichiarazione di guerra, perché afferma con poche parole secche e ferme i principi estetici di Oscar Wilde: "Il poeta non scrive perché ha qualcosa da dire, ma in primo luogo scrive per confrontarsi con il linguaggio".
    "Art for art's sake", una promessa che mantiene nei suoi versi, aspri come certi paesaggi del Sud, evocativi come camminate attraverso le stagioni; a volte gentili come stoffe primaverili, altre volte taglienti come vento di tramontana.
    Immerso in una intensa e imponderabile ricerca linguistica, Elio Ria é in grado di passare dall'aridità di Montale all'irriverenza dei futuristi, di essere malinconico come un crepuscolare e subito dopo barocco come Giambattista Marino.
    È un libro da centellinare, pena il disorientamento tra le volute linguistiche; ma il risultato finale resta un sorprendente affastellarsi di piegature, a segnare le pagine da ricordare.

    "Il tempo del Sud è figlio di un dio che del fluire del suo tempo ha rallentato vita al giorno e alla notte, incuneandosi nelle pieghe del sole, come a torcersi su se stesso per concedere tempo all'eternità, poiché di questo hanno bisogno le genti del Sud: un tempo che non sia solo tempo".

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Il pregio di “Tutto cambia” di Alessandro Prandini è che riesce a interessare anche chi non ama la letteratura di genere. In una scrittura agile, che dà la precedenza alla storia rispetto alle introspezioni e lancia input quel tanto che basta su personaggi e ambienti, questo romanzo giallo racconta la vicenda classica del suicidio che forse non è un suicidio bensì un omicidio. O almeno, è da qui che inizia. Una casa asettica e troppo pulita, un figlio troppo impassibile, una moglie troppo vivace fanno da scenario al fu Giulio Roversi, amico del commissario Scozia. La sua morte non convince la polizia, e infatti alcuni personaggi, incontri e immancabili colpi di genio la ridisegnano pian piano. O sembrano farlo.
    La storia si snocciola fluida e a ritmo sostenuto, come una fiction televisiva, con sagge piccole tecniche di suspense che portano a leggere in fretta alcuni capitoli mentre vengono esaminati, con tempi dosati bene, i possibili indiziati, i moventi e le storie dei personaggi coinvolti. I dialoghi sono diretti e rapidi, le considerazioni ben ponderate. Il finale inatteso, perché tutto cambia se guardato da altri punti di vista.
    L’indagine è ambientata in una Bologna lucida e composta, testimone immobile delle scelte degli uomini. Il libro ha ricevuto il premio speciale Romanzo Giallo dell’edizione 2013 del concorso di letteratura a carattere internazionale “Città di Pontremoli”.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Autentico maestro degli "e se" e dei "forse", José Saramago si diverte ne "L'uomo duplicato" a ragionare su un caso molto strano: come reagiremmo se scoprissimo che da qualche parte nel mondo, addirittura nella nostra stessa città, esiste qualcuno identico a noi? Identico, ma proprio identico, dalla conformazione del viso al tono della voce, ai difetti corporei alla posizione dei nei. Un esatto duplicato, insomma.
    Quando il professore Tertuliano Maximo Alfonso scopre l’esistenza di un uomo uguale a lui, passa metà del libro a cercarlo, anche con contorti accorgimenti al limite del maniacale. Forse in questa fase la lettura si stanca leggermente, anche se arricchita della vita personale del protagonista e delle solite perle aforistiche alla Saramago: prese da sole sembrerebbero illustrare una realtà banale e nota, ma nel momento in cui le vediamo scritte lì, in quel dato contesto, con quella certa associazione di idee, diventano una verità inconfutabile nella sua provvisorietà, e per questo indimenticabile.
    Mentre i fatti si sciolgono, nella seconda metà del libro, sopraggiungono altri fattori. Come reagirebbero i familiari di un uomo se venissero a sapere che non è l’unico sulla faccia della terra? Come reagirebbe, ad esempio, una moglie? Una fidanzata? Come si comporterebbe una persona se venisse a sapere che colui o colei che ama non è così irripetibile come ha sempre creduto? Potrebbe restare indifferente alla notizia o smetterebbe di dormire la notte?
    E come potrebbero relazionarsi, tra di loro, due perfetti duplicati?
    Questa indagine paradossale nell’animo umano si fa vincente grazie al colpo di scena finale, inaspettato e realistico.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Il mondo rurale abruzzese riconquista la sua dignità e il suo valore aulico nel libro del teramano Fabio Petrella “Dove non arrivano i sentieri” (Palumbi editore). L’Abruzzo, terra che accomuna la sottoscritta e l’autore (senza averci, tuttavia, mai fatti incontrare), traspira odore di formaggio e di erbe di montagna perché la maggior parte dei nostri avi ha cominciato da lì la lotta alla sopravvivenza: è ben giustificato l’immaginario collettivo che ci vede legati al mondo ovino (alle pecore), perché è la pastorizia che ci ha permesso di insediarci in questa terra che ancora in parte è incontaminata.
    Oggi l’Abruzzo in realtà è un po’ stanco di questa associazione mentale: nondimeno Fabio Petrella è stato in grado di dare una contemporaneità bucolica, grazie anche ai suoi occhi contemporanei (è del 1987), a quello che in regione respiriamo da sempre, ossia lo stretto contatto con la natura e con le sue forze, con un’eco magica, quasi dannunziana.
    Le leggende di montagna si intrecciano alla Storia, alle guerre partigiane, alle avventure in America, all’11 settembre, accompagnate da una scrittura gentile, solenne a tratti, comunque mai banale. Tutto inizia con la nascita di Vincenzo in una notte innevata, e prosegue ruotandogli intorno, raccontando storie sulla sua famiglia, guardando il mondo attraverso i suoi occhi, soffermandosi su alcuni personaggi che incontra. Sembra di non andare mai via da quella prima notte di neve, e di restare davanti ad un camino acceso ad ascoltare, seduti in cerchio, il racconto di un nonno.
    Le storie, spiega Fabio Petrella nella prefazione, hanno personaggi fittizi (a volte descritti solo dal soprannome, autentico retaggio del luogo) ma traggono verità dalle ricerche del professore Berardo Pio, docente all’Università di Bologna, dai racconti di Bruno e Daniela Zilli e dalla memoria collettiva degli abitanti dell’alta valle del Vomano. Il libro è stato pubblicato grazie alla Pro Loco di Poggio Umbricchio, un paese in provincia di Teramo dove è ambientato gran parte del libro di Fabio Petrella, con la collaborazione della Città diTeramo, del Comune di Crognaleto e della Unpli di Teramo.

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    recensione di Cristina Mosca

    • Mancarsi
    • 29 gennaio 2013 alle ore 8:05

    La prima cosa che colpisce è il titolo: un gioco di parole troppo sottile per non ingabbiare la fantasia. “Mancarsi” ha, sia in italiano sia in inglese (“missing”) una doppia accezione tanto affannosa quanto opposta: corrisponde da una parte ad una nostalgia reciproca, e quindi presumibilmente all’essersi trovati e poi persi, ma dall’altra anche al non cogliersi mai, nel gioco cinico e quotidiano a cui la vita ci sottopone senza che noi ce ne accorgiamo. Ma siccome si può sentire la mancanza anche di qualcosa che non si è mai avuto, tutte le supposizioni tornano al punto di partenza e non si può fare a meno di agguantare il libro dallo scaffale del negozio.
    Nella prima parte appare lampante quell’influenza stilistica proveniente da José Saramago e Javier Marías di cui gli ho sentito parlare lo scorso ottobre all’incontro letterario “Montesilvano scrive”, nel riferirsi ai suoi ultimi scritti. È stata questa ammissione a farmi drizzare le orecchie e a rendermi impaziente. Non conoscevo Diego De Silva prima di quell’incontro, infatti, né come uomo né come scrittore: quel giorno ho cominciato a conoscerlo sia come l’uno, sia come l’altro, ed è stata una specie di rivelazione.
    La trama di “Mancarsi”è nota: due storie d’amore e di solitudine convergono in un bistrot, senza, apparentemente, mai incontrarsi. I personaggi sono complessi e guardano in faccia i cambiamenti che stanno vivendo. Convivono con riflessioni affatto banali, assolutamente pungenti, che fanno male.
    Durante le prime pagine ho sinceramente pensato che De Silva potrebbe diventare il Marías o il Saramago italiano. Mi piacerebbe molto. Parentetiche, riflessioni e associazioni mentali sono contagiose, intriganti ed esigenti. Lui le regge bene tutte, a lungo. Poi però succede che la storia comincia a stancarsi; lo stile vira bruscamente, la trama sembra aver fretta di concludere, fa più freddo. Ci si aspetta forse una fine diversa, ma forse in realtà era necessaria proprio questa. E storditi da neanche cento pagine di lettura intensa e “disperata”, si ripone il libro chiedendosi quanto di Irene e quanto di Nicola appartenga già alle nostre giornate.

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    recensione di Cristina Mosca

  • Ho sempre avuto il vizio di conservare in un’agenda le immagini e le citazioni che più colpissero la mia fantasia. Al liceo comprai un’edizione delle “100 pagine – Millelire” delle “Massime” di Francois de La Rochefoucauld e mi fu subito chiaro che avrei dovuto inventarmi una specie di inserto speciale, così riuscii a far stare in un foglio protocollo tutte le Massime che mi erano piaciute. Praticamente riscrissi tutto il libricino.
    Ho ancora l’abitudine di usare questa agenda per conservare la bellezza che trovo in giro. È un’agenda molto grande, per fortuna. Mi è tornata in mente perché per il “Breviario” di Alessandra Paganardi farei la stessa cosa che ho fatto per La Rochefoucauld: riscriverei tutto il libricino.
    La sagacia e la disarmante verità con cui l‘autrice puntella il mondo con i suoi aforismi, mi ha fatto pensare al cinismo e alla lucidità di quest’uomo, che era in grado di descrivere i sentimenti e le debolezze come fenomeni prevedibili e monopolabili.
    Su questa scia, con aggraziate stilettate Alessandra Paganardi gioca con parole e concetti e parla di vita interiore e di economia (“La felicità è una legge finanziaria: sempre piena di tagli”, o “L’orgoglioso preferisce non contare nulla che contare meno di quanto vorrebbe”), di tempo e di poesia (“L’utopia è la nostalgia del futuro”), genitori, figli e saggezza (“Diamo il nome di “ricordi” alle cause presunte di emozioni presenti”) e infine di “brevetti”, in cui gioca con brevi e schiaccianti definizioni (“Verità: mai nel mezzo, sempre altrove”). Una raccolta di appena sessanta pagine tutta da spiluccare, e che personalmente ho farcito di tante piegature da raddoppiarne lo spessore.

    “Strano destino delle rette parallele: non s’incontrano mai, oppure coincidono” (Alessandra Paganardi)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Cosa accade quando l’acqua incontra l’olio? Che succede quando l’ultima delle romantiche incontra il primo dei cinici? La legge degli opposti vuole che si sentano irrimediabilmente attratti l’uno dall’altra, e questo accade nell’ultimo libro di Federico Moccia “L’uomo che non voleva amare” (2011).
    Questo incontro porta però una conseguenza: le fortezze di entrambi subiscono una piccola incrinatura. Dalla collisione dei loro due mondi qualcosa comincia a cambiare, ed ecco che all’interno di una storia immersa nel quotidiano, tra coppie che si tradiscono, si lasciano, si fingono e si cercano, tra segreti sepolti nel passato e altri incastrati nel presente, Moccia intesse abile un’altra storia che, più o meno prevedibilmente, pone tanti dubbi e tante scelte ai protagonisti. L’opera di immedesimazione funziona e il lettore vuole vedere come andrà a finire, tanto da “perdonare” anche i bellissimi voli pindarici, visto che il protagonista, Tancredi, è un aitante, intelligente e ricchissimo sciupafemmine e famiglie, ed ha tutti gli strumenti materiali per stupire una donna e anticiparne i desideri (probabilmente il sogno nascosto di tutti). Jet e isole privati, lusso sfrenato ed una specie di sistema di servizi segreti che rende il protagonista quasi un vice-narratore onnisciente fanno da contorno ad una storia che si scioglie bene tra corteggiamento e strategia, azione e introspezione, trasgressione e sogno, con una sensibilità quasi femminile nel cercare di affrontare l’atavico combattimento tra amore romantico e amore passionale.

    “Era come quando ti svegliano di soprassalto, ti ricordi cosa stavi sognando ma ormai è troppo tardi. Nei sogni va tutto come vuoi tu, senza difficoltà, senza che nessuno si dispiaccia o abbia da ridire qualcosa. I sogni sono semplici” (Federico Moccia)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Walter Veltroni è un oratore. Uno a cui piacciono le storie. Per questo, anche nel suo ultimo libro “L’isola e le rose” è partito da un fatto vero, tutto riminese, avvenuto in quegli anni in cui tutto poteva accadere, in cui nell'aria c'era quella libertà di pensiero e di idee di cui oggi forse sentiamo la mancanza.

    Nella realtà è stata costruita una piattaforma in mezzo al mare, in acque extraterritoriali, per fini turistici, da parte di un sognatore negli anni ’60. Nel libro la piattaforma è la realizzazione di un’utopia, presa nel suo significato più autentico: un non-luogo che invece esiste, un’isola in cui liberare le aspirazioni e la creatività senza dover rendere conto a nessuno. Un posto in cui essere come si è, all’impronta di letteratura, musica e arte, privi di logiche di mercato e di manipolazioni. Tutto è portato avanti da quattro ragazzi, le cui storie si allacciano e si dipanano fino alla risoluzione finale: sono accomunati da un sogno e dalla veemenza della loro giovane età, e tutto fila liscio finché non devono fare i conti con quelle stesse logiche di mercato che volevano evitare.
    L’isola  fa paura, nella realtà come nell’immaginazione, alle principali forze economiche del Paese. Qualcosa che unisce fa paura a chi ha bisogno del controllo: perciò la sua fine è inevitabile. Questa storia è raccontata in modo piacevole, con delle punte di ironia paragonabili a certe scene dei film all’italiana, a cui il libro è stato paragonato.

    “Questa è stata la nostra vita, ragazzi. Abbiamo conosciuto tutto tutti insieme, nello stesso momento. Siamo il prodotto di una matrice comune. Siamo stati sfrontati e sicuri, ora siamo fragili e impauriti. Ma abbiamo vissuto, scalato. Siamo caduti e risaliti. Abbiamo vinto e perso. Siamo stati vivi. È l’augurio che faccio a voi, oggi. Pensatevi nel tempo, non nell’istante. Abbiate l’ambizione di fare qualcosa di grande e dunque immaginatelo, sognatelo. Non sono i sogni non realizzati ma quelli non fatti a rendere futile e stupida una esistenza” (Walter Veltroni)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Come si potrebbe reagire di fronte all'sms di uno sconosciuto? Nell'epoca delle due vite, una virtuale e l'altra reale, siamo davvero capaci di distinguere cosa è finto da cosa è concreto? E quale delle due vite sceglieremmo, se dovessimo? E' il gioco che hanno fatto Federica Morrone e Cristiana Rumori. E' quello che accade ad Anna, che vede interrompere il corso delle sue giornate dall'sms di uno sconosciuto, che forse l'ha notata chissà dove, chissà quando, o che forse ha semplicemente sbagliato numero. Come reagire, nell'era del terrorismo mediatico, degli stalker e del Grande Fratello? Rispondere o ignorare? E come rispondere? E se fosse uno sbaglio? E se al contrario fosse un'occasione?
    "Il teorema dell'amore perfetto" è un lavoro a metà tra divagazione, divertente da leggere e probabilmente ancora di più da scrivere, e un viaggio, consolatorio per chi legge e perfetto per sognare sotto l'ombrellone. Romanzo epistolare del terzo millennio, è scritto con simpatia e semplicità, con tenerezza e ironia. Perchè, prima o poi, tutti finiamo per desiderare un profondo coinvolgimento (senti-)mentale prima ancora che chimico, che nella vita ci faccia sentire di essere conosciuti e magari amati per quello che siamo dentro e non solo per quello che appariamo da fuori. Perchè il Caso spesso ci sfida e altre volte ci aiuta. ..."Perchè una lettera meravigliosa sarà inutile se non sei"

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    recensione di Cristina Mosca

  • Cosa succederebbe se la televisione diventasse uno strumento divulgativo per la filosofia? E di cosa parlerebbero i maggiori pensatori dell’antichità se si trovassero nella situazione paradossale di poter conversare tra loro? Giovanna Zucca, infermiera alle prese con una tesi in filosofia, propone con un'ironia inarrestabile un "trip" pazzesco in cui, ad una puntata di "Porta a porta", prendono parte nientepopodimeno che Aristotele, Platone, Epicuro, Pitagora e i filosofi contemporanei Gianni Vattimo, Luciano De Crescenzo e Massimo Cacciari. Davanti allo schermo ci sono delle persone normalissime, dai romanacci al professore di filosofia, che seguono i discorsi improvvisamente svegli, come se per la prima volta potesse valere veramente la pena guardare la televisione. Altre comparse si aggiungono nel libro e il quadro si completa attraverso presenze come Cartesio, Socrate ed Empedocle.
    L'autrice si diverte molto ad immaginare un'interazione possibile tra tutti loro, col senno di poi, provando ad indovinare pensieri, convinzioni e modi di pensare, e lasciando che siano loro stessi a spiegare, finalmente, quello che veramente intendevano dire.
    Scrittura lesta ed accattivante, l'ideale per colmare una distanza e sfatare qualche pregiudizio di troppo: com'è nata la filosofia? Com'è stata distorta? Cosa di buono è arrivato fino a noi? Come hanno potuto, i vari pensatori, influenzare i loro contemporanei e come hanno condizionato i loro successori? Delle domande interessanti che l'autrice scioglie in maniera ironica e forse un po' birbante, fino a toccare il punto che le sta più a cuore: la filosofia è o non è una disciplina pratica?

    "Io non voglio proporvi una vita misera e meschina, come qualcuno vuole farvi intendere. Voglio solo che non agiate sull'onda di impulsi indotti dall'opinione e dalla società dei consumi, che vi spinge a consumare, consumare, consumare, perché vi ha fatto credere che solo così potete esistere. Ebbene non è vero! Non esistete in quanto consumatori, ma esistete perché l'esistenza è più forte di ogni condizionamento. E allora vinceteli, i condizionamenti, emancipatevi, siate padroni del vostro pensiero e non schiavi!". Applauso anche per Epicuro, che, modesto modesto, se ne va senza grandi gesti. (Giovanna Zucca)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Questo libro è quasi fuori catalogo e da quando ho deciso di cercarlo a quando l'ho trovato è passato più di un mese. L'ho trovato nella libreria di una città che non è la mia, perchè una signora che non ero io lo aveva ordinato e il libraio ne aveva presi due. Anche io lo avevo ordinato, nella mia città, ma non è mai arrivato. Questo libraio che non mi conosceva lo ha preso, dunque, anche per me. Ha combinato un incontro.
    Anche questo romanzo struggente di Roberto Cotroneo parla di un incontro. Un incontro inseguito, ambito, fortemente voluto.
    Edo e Anna si amano, hanno due bambine. A un certo punto della loro vita si perdono, senza volerlo. Si ritrovano l'uno senza l'altra, e nessuno dei due sa cosa fare, se non attenderne il ritorno. Assistiamo così al lungo percorso di ricerca mentale di Anna, fatta di ricordi, tappe e desiderio, che si mantiene in piedi solo grazie alla memoria e ai contrasti fra presenza e appartenenza. Edo ed Anna si appartengono, e adesso la loro è una vita a metà.
    Sul romanzo scende lenta e inespugnabile una patina di assenza che lo rende in alcuni tratti stagnante, perché l'attesa è fatta così, iberna l'esistenza di chi resta. La scrittura ipnotizza e disarma il lettore, che non riesce più ad essere impaziente e si trova avvolto da questo attendere. L'attesa si fa bambagia, perchè non è vuota, ma piena di speranza. O di illusione.

    "E' curioso come il futuro si allarghi man mano che si riempie di passato. Ci ho messo molto tempo per riempire quel passato. Non era così pieno di cose all'inizio. Ho dovuto cercare tutti i pezzi che mancavano. Non hai idea, finchè non lo fai, di quanti ne possono mancare. Ogni pezzo che ritrovavo era un modo di spostare un po' più in là il futuro che verrà. Ho capito perchè gli uomini molto anziani sono così sereni: hanno davanti un futuro che noi non possiamo nemmeno immaginare" (Roberto Cotroneo)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Non sono sempre i fatti a fare la vita o il futuro di un uomo, non sono le azioni a fare la verità bensì ciò che del fatto o dell’azione si viene a sapere. La frase di Macbeth, “I have done the deed”, rende reale l’assassinio appena compiuto e macchia il cuore bianco eppure istigatore di Lady Macbeth.
    Su ciò che viene detto o taciuto si basa “Un cuore così bianco” di Javier Marías, che negli ultimi venti anni è stato tradotto in venticinque lingue e pubblicato in trenta Paesi. Il romanzo combacia appieno con gli schemi narrativi di Marías (schemi non esistenti, tra l’altro, come lui stesso spiega nell’appendice dell’edizione Einaudi): lui racconta sia quello che vede sia quello che immagina ci sia dietro. Le storie e le persone vengono raccontate in maniera coinvolgente, procedendo per dettagli e per linguaggi paraverbali.
    Immergersi nella scrittura di Marías e lasciarsi condurre significa ritrovarsi a vedere anche la realtà con occhi diversi, ad interpretarla secondo fili rossi che d’un tratto uniscono cose che non hanno legami tra loro. Leggere Marías ci dimostra che non capitano solo a noi quelle casualità che colpiscono nel quotidiano, come quando ci troviamo unici testimoni di una frase detta da due persone diverse in circostanze diverse, o assistere a reazioni simili ad altre reazioni che abbiamo già visto altrove, o provare emozioni o sensazioni ricorrenti.
    Constatazioni e assiomi vengono intessuti in una trama che si dimostra presto intrigante: il protagonista, il novello sposo Juan, viene a sapere, “senza volerlo sapere”, che suo padre ha un segreto.

    «A volte ho la sensazione che ciò che avviene è identico a ciò che non avviene, ciò che scartiamo o ignoriamo identico a ciò che accettiamo o afferriamo, ciò che speriamo identico a ciò che non proviamo, tuttavia la vita passa e passiamo la vita a scegliere a rifiutare a selezionare, a tracciare una linea che separi quelle cose che sono identiche e faccia della nostra storia una storia unica da ricordare e da raccontare».

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    recensione di Cristina Mosca