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Recensioni di Cristina Mosca

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  • Una storia senza tempo, con radici solidamente affondate nel terreno freddo di Russia, ricca di fascino e di interpretazioni. “Anna Karenina” è un bel film regalato dalla penna di Lev Tolstoj: dopo il successo mondiale di "Guerra e pace", ecco arrivare una vicenda individuale, adulterina, ambientata nella Russia di fine Ottocento.
    Uno degli aspetti più interessanti di questo libro, proposto e riproposto anche in diverse versioni cinematografiche, è guardare come i personaggi ruotano a corredo della figura di Anna: sono loro che vanno a costituire la vera ossatura del romanzo. La storia si consuma, di fatto, intorno alla coppia di amanti: la troviamo nella società, negli occhi di chi guarda Anna, ed è arricchita di buone tecniche introspettive che a quel tempo si stavano solo affacciando nella letteratura europea.
    Si tratta di storie umane e quindi imperfette, di persone a cui manca sempre qualcosa. I dialoghi e le interazioni mostrano la pazienza, le fragilità, le nevrosi e la forza d’animo; i ritmi dilatati di un’epoca andata e dei necessari contrasti tra la vita sociale e la vita privata. Il momento più alto di “Anna Karenina” è distinto dalle ombre di una felicità raggiunta e quindi, paradossalmente, incompleta. La voce che si sente più forte è della terra, dura, complessa come il personaggio di Levin, da conoscere e coltivare: il grande spazio che le viene dato è simbolico e si apre a considerazioni filosofiche e politiche, anche in virtù del fatto che Levin è facilmente individuabile come alter ego di Lev Tolstoj. In qualità di proprietario terriero, prende a cuore la condizione dei contadini e sviscera l’argomento a più riprese. Una chicca: il modo in cui Levin si dichiara a Kitty è lo stesso in cui il medesimo Tolstoj si dichiarò alla giovane moglie, sia tramite un gioco di parole sia chiedendole anche di leggere i suoi diari passati.
    Istruzioni di lettura per i diffidenti: bisogna lasciarsi portare dalla narrazione e non prendere il romanzo come se fosse Madame Bovary. Il focus è infatti decentrato, rispetto alla coppia Karenina-Vronsky: una volta accettato questo gioco, ci si apre a una sfaccettatura interessante di sentimenti, distribuita in maniera più o meno simmetrica fra amori infedeli e amori spirituali, la devozione per il lavoro, infine l'implosione di una storia senza futuro. È toccante il momento del parto di Kitty e sono molto coinvolgenti gli ultimi minuti di vita di Anna, forse perché costituiscono la prima, vera volta che al lettore viene concesso di guardarle dentro. Attenzione all'edizione economica Ben 2007: anche se gode della prestigiosa introduzione di Eraldo Affinati, è piena di refusi!
     
    "- Con voi avrei imparato presto perché m’ispirate fiducia – gli disse.
    - Anch’io ho fiducia in me stesso quando voi vi appoggiate a me."

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

    • Bolero
    • 11 febbraio 2015 alle ore 15:40

    Un uomo con la chierica e un altro con le mani in tasca, visti da dietro come in certi finali dei film di Charlot. I due protagonisti della copertina di “Bolero” sono Craxi e Umberto Cicconi, un uomo che lo ha affiancato per circa venti anni fino agli ultimi giorni di vita: è lui il protagonista di questo libro. Umberto non è il braccio destro di Craxi, non è il suo portaborse né il suo portavoce: è il suo fotografo personale (Mi raccomando Bettì, personale, personale non vuol dire ufficiale) e la sua è stata scelta dal giornalista Carmelo Abbate a rappresentare “una perfetta storia italiana”. In “Bolero” viene sviluppata la biografia di Umberto Cicconi, romanzata, tanto rocambolesca quanto vera, carnale, audace. La narrazione si sviluppa attraverso dialoghi serrati e caratterizzati dall’assenza delle virgolette o dei caporali, ritmata da tempi cinematografici. Il libro rappresenta l’Italia che ci piace, quella che dà una possibilità a tutti: quell’Italia in cui si può nascere in una baracca a Pietralata e finire, nel giro di pochi lustri, col frequentare Palazzo Chigi. Sullo sfondo del rapporto tra Bettino Craxi e Umberto Cicconi, che assomiglia più a un’amicizia insondabile che a una relazione di convenienza, si muovono personaggi e una cronaca molto recenti, si mangia a tavola con Stefania e Bobo Craxi, si parla con Andreotti e si incontra persino Lady Diana. Soprattutto si respira la polvere della strada, quella in cui Umberto ha appreso la filosofia dello zio Ernesto, conosciuto come Bolero, che come un dio veglia su tutto. Nel notevole capitolo 72 è depositata la sua filosofia di vita come fosse un testamento. Spesso la sua è una presenza che aleggia e che accompagna Umberto in un’aura di rispettabilità, ma l’unica vera stella polare che il protagonista segue è la sua forte personalità, che lo porta a vivere una vita molto intensa e dalle scelte controverse, attento sempre a mantenere il sangue freddo.
     
    “Il rispetto per gli amici è dovuto per chi proviene dalla strada, ha respirato la tua stessa polvere e ha mangiato la tua stessa merda. Ma chi ti ha dato fiducia, chi ha creduto in te nonostante tutto, chi ti ha accettato così come sei, senza pretendere di cambiarti e senza mai trattarti dall’alto in basso, chi ti ha portato con sé e non ti ha nascosto nel bagagliaio per tirarti fuori solo quando servi non va tradito, mai, anche a costo di sacrificare la tua vita per lui.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Cosa accadrebbe se Mr Hyde non fosse morto? Anzi, cosa accadrebbe se Mr Hyde non fosse una invenzione letteraria? Se lo è chiesto Enzo Verrengia in “L’eredità di Hyde”, un romanzo dall'architettura affascinante e ingegnosa, scritto con metodo certosino, in cui viene immaginato che il romanzo “Lo strano caso del Dr Jekyll e Mr Hyde”, pubblicato da Robert Louis Stevenson nel 1886, sia nato dietro sollecito della polizia, che aveva l’esigenza di stanare questa figura malefica, nata dall’esperimento del dottor Jekyll. Nel romanzo si incontrano e interagiscono diversi personaggi dell'epoca, scrittori e scienziati. Utterson e Lanyon, già personaggi del thriller di Stevenson, sono immaginati come reali. Incontrano sulla loro strada persino Arthur Conan Doyle, che li aiuta a superare un caso difficile: far uscire allo scoperto un uomo che compie le sue malefatte tra la Gran Bretagna e l'Europa, istigando delitti e violando donne dell’alta borghesia, contaminandone la moralità.
    Enzo Verrengia, un maestro di tecnica, ha scritto un romanzo scabroso e interessante, cupo come la Londra vittoriana in cui è ambientato, dalla morale ad effetto, bene ideata. Il narratore in terza persona si offre, il più delle volte, di accompagnare il lettore nella comprensione dell'epoca e dei suoi riferimenti, conquistando la sua gratitudine. Una volta entrati nella dimensione del romanzo, ci si sente in un disegno ben costruito e allargato alla storia, con risvolti molto interessanti e un finale wagneriano. La sua scrittura sincopata gli dà il ritmo di un thriller, ma l’ampiezza del’ambientazione e la profondità dei personaggi lo sottraggono alla gabbia del romanzo “di genere”.
     
    “La foresta non benedisse quella congiunzione che veniva formalizzata. Sembro anzi che insorgesse con deliberato astio. Perché cessò ogni stormire. Tacquero gli uccelli e gli insetti. Vi fu un improvviso rilascio di silenzio.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • “I profumi del cedro” (Demian Edizioni, 2014) scritto da Catia Napoleone, è un guardarsi all’indietro per potere andare avanti. La storia di Giulia è la storia di tutti quelli che si lasciano condurre dagli eventi, a volte dagli affetti e soprattutto dal bisogno di non deludere le persone. Noi siamo Giulia quando iniziamo un percorso tracciato da altri senza sentirlo davvero nostro, e quando a un certo punto della nostra vita ci guardiamo allo specchio e ci domandiamo se è quello che abbiamo, quello che vogliamo davvero. Ecco che arriva Giulia, la preferita del nonno, una personalità molto vicina alla natura e alle cose semplici, vere: arriva Giulia e alla sua vita comincia a chiedere di più. Comincia a capire che non le basta essere sul suo tracciato, si iscrive all’università nonostante sia adulta ormai; affronta i pregiudizi e la miopia di chi non capisce il suo bisogno di auto affermazione.
    Lo stile narrativo è maturo, sofferente nei punti in cui l’autrice si avvicina di più al suo cuore. Catia Napoleone ha un bel talento aforistico che vale la pena coltivare.
    La storia di Giulia è la storia di chi non rinuncia: di chi riconosce le sue ali di fuoco e le dispiega per spiccare il suo volo. E di chi sceglie di ripartire da quello che più gli assomiglia, come, nel caso della protagonista, dai profumi del cedro, cioè i profumi della sua infanzia.
     
    “Stamani le mie energie sono concentrate sulle tracce del sogno. (…) È un sogno di quelli che vorresti non finissero mai. Di quelli che racchiudono un tutto difficilmente descrivibile. Un sogno molto bello porta con sé un limite. Non si riesce mai davvero a raccontarlo tutto.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • “Partita doppia” di Maurilio Riva è l’ottavo libro, pubblicato a novembre 2014, della collana dei Destrieri nata nel 2013 in collaborazione tra Lettere Animate e Aphorism. È un raffinato racconto esistenziale, cesellato e intenso, di un “uomo senza qualità” che passa il tempo in una sorta di paralisi joyciana. Remo Naffin vede segnato il suo destino già all’anagrafe:  Remo è il nome del fratello sconfitto da Romolo, l’uomo “di serie B”, l’eterno secondo; “Naffin” è il suono dell’inglese “nothing”. E proprio così trascorre la sua vita: in una quotidianità nulla e semplice, come un Metello del terzo millennio, assorbito da un lavoro sempre uguale a se stesso e tentativi di amori vissuti senza apparente convinzione, alienati dall’esistenza stessa. Remo non vive la sua vita, la subisce. Anche l’unico guizzo di reazione, il tentativo di cambiare qualcosa tramite il movimento sindacale, è destinato a fallire: Remo gioca una partita doppia tra quello che potrebbe fare e quello che non fa, tra le sue passioni non convenzionali (per esempio colleziona necrologi) e la sua inconcludenza, la sua invisibilità; la sua incapacità – forse il suo male – di vivere. Il necrologio che ha immaginato per sé è “Come libeccio estivo / e violento fortunale. / Senza lasciare impronta / né eccessivo danno / una volta tornato il sereno”.
    Il romanzo è intriso di disillusione, di un’apatia sconfortata e quieta, rassegnata quasi, di fronte agli “irrazionalismi del nostro tempo”, come spiega anche l’autore, e alla “vittoria sfacciata dei disvalori”.
    Ciò che stupisce e afferra, nella narrazione di Maurilio Riva, è la scrittura certosina; è il ricorrere incessante alle citazioni di ogni genere, dalla letteratura alla musica d’autore, come in una conversazione che si sbandoli libera lungo le associazioni di idee. Ricco di digressioni, introspezioni e appunti fittizi lasciati all’amico incaricato di raccontare la storia di Remo, il libro si dipana come una conversazione malinconica e stanca, velata di ironia. Remo Naffin è un Re Mida al contrario: sembra disgregare tutto ciò che tocca.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • C’è Itaca, al centro della poetica di Giuseppe Marino. Itaca come ricerca, come fuoco interiore da perseguire: un traguardo che si sposta sempre più in là, per dirla con i versi di memoria montaliana. I versi di Marino racchiusi ne “Il viandante e il divoratore di falene” (edizioni Del Faro, 2014) riflettono l’ambizione nascosta, la non confessata aspirazione di raggiungere un punto di riferimento talmente bello e vero, unico, intero, “salda meta”, da quasi spaventare: il viandante diventa una falena, che si perde – desiderando di perdersi – nella stessa luce che l’ha sedotta.
    La poesia di Marino si fa in questo modo catartica: il suo viaggio esprime un collegamento profondo con il Creato, si lascia accarezzare dal vento, offuscare dalle ceneri e dalle “piccole miserie immature e vaghe”, ma contemporaneamente incoraggiare dalle stelle. Il viandante si trova pronto a riprendere la sua battaglia “ad ali spiegate”, ma armato di “elmo e corazza”, con ellenico eroismo, e tutta umana speranza. È tenace nel proseguire la sua strada, come un innamorato che insegue l’eco dell’anima amata. Non è un caso se Maddalena Corigliano, nella prefazione, definisce il poeta pugliese “cantore della spiritualità”.
    Il viaggio verso Itaca, nella silloge "Il viandante e il divoratore di falene", si compie attraverso gli elementi della natura, dai colori dei tramonti alle fiamme d'amore, avanzando in versi liberi e sciolti, cullati dalle braccia della Bellezza. Il viaggio avanza a passo classico, tra le onde del mare, in allusione costante ad un Ulisse interiore che cerca la sua verità... Un fuoco che arde in rigenerazione costante e da dove la fenice nasce una, due, tre volte per ricominciare da capo la sua tensione verso l'altrove.
     
    “(…) la vita è alchimia, 
    complesso intreccio di errori e perdoni”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Meravigliosa prova 2011 di Javier Marías, che per un attimo sfiora il precipizio della banalità per poi fluttuare, placido e pacato, sul suo consueto piano dell’umano. Nelle prime pagine sembra infatti sfilare una serie di considerazioni alquanto prevedibili, ma che, nella loro estrema semplicità, si concatenano le une alle altre fino a diventare una storia sempre più torbida e intricata. Gli innamoramenti del titolo sono solo un pretesto, un sassolino di ambiguità che aziona meccanismi opposti di diffidenza e di resa, poiché “quel che è molto raro è provare debolezza, una vera debolezza per qualcuno, o che costui la produca in noi, che ci renda deboli: questa è la cosa determinante, che ci impedisca di essere  oggettivi e ci disarmi in eterno e ci faccia arrendere in tutte le contese”. L’amore, di fatto, resta nello sfondo della narrazione, perché l’ombra aleggiante in primo piano è quella della morte: la perdita, l’assenza, l’adattamento. La protagonista di questo romanzo è una donna che si trova involontariamente in una storia a quattro: si innamora di uno che è innamorato di un’altra, la quale perde suo marito in circostanze tragiche, paragonabili ad “un cornicione che si stacca dalla strada”. Ad un tratto si insedia il sospetto che le circostanze non siano state, poi, così fortuite, e il romanzo assume quasi tinte gialle, nella ricerca della verità, continuamente provata e rimessa in discussione. Il risultato è che, forse, non è dato saperla mai.
     
    “Quando la ragnatela ci intrappola fantastichiamo senza limite e insieme ci accontentiamo di qualunque briciola, di sentirle lui, di percepirne l’odore, di intravederlo, di sentirlo, del fatto che stia ancora dentro il nostro orizzonte e che non sia scomparso del tutto, che ancora non si veda in lontananza la polvere dei suoi passi che stanno fuggendo”.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Questa è la storia di una serie di “sì”. Una storia che crediamo di sapere, che raccoglie destini comuni, presenta l’inevitabile. Nel romanzo di Davide Rondoni “Gesù. Un racconto sempre nuovo” viene scardinato il già noto per fare posto a una dimensione corale, in cui l’occhio del narratore si sposta come una telecamera in cerca di intese, che si sofferma su sguardi, gesti, sillabe mute, cercando di cogliere il lato vero delle cose. Attraverso lo studio di saggi e Vangeli apocrifi, Davide Rondoni restituisce la figura di “Colui che segnò un confine tra il prima e il dopo” al suo contesto storico, politico, fatto di rapporti tra uomini e donne, di mediazioni e di scontri. Giuda tradì davvero, o fece, per così dire, “solo” male i conti? Trenta denari sono il prezzo di uno schiavo, avrebbe potuto puntare più in alto: perché non l’ha fatto? I discepoli capivano quello che stava accadendo, sognavano la gloria? O erano davvero come pesci in una rete, trascinati dal mare?
    In una narrazione dai frequenti e suggestivi picchi lirici viene presentata l’irruzione del nuovo, il disorientamento di un sistema che vede saltare gli schemi. L’amore, la fede, una spiritualità sovversiva. Questo libro è per chi è pronto a sentire raccontare la storia di Gesù con il riverbero delle strade palestinesi negli occhi, e il tanfo della povertà seduto accanto.
     
    “Stanno per battere il chiodo nella mano. Lo scatto del pollice, che si chiude rigido nel palmo, segno che è entrato fino al punto giusto.
    Fino al punto giusto.
    Con i colpi successivi arriva al legno scuro del patibolo. Fissa l’arto al legno e il legno all’arto. Ala, carezza bloccata.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Sono almeno tre gli eteronimi più noti di Fernando Pessoa: nella sua carriera artistica, il poeta portoghese ha creato personalità poetiche complete. Di questi, Ricardo Reis è l’unico a non avere una data di morte: ciò ha incoraggiato il premio Nobel per la Letteratura José Saramago a creare un intero romanzo, ipotizzando il suo ritorno a Lisbona dal Brasile, dove Pessoa lo ha deciso trasferito per protesta dopo la proclamazione della Repubblica di Portogallo. Saramago immagina che Ricardo Reis torni nel suo Paese per rendere omaggio al poeta nell’anno della sua morte, il 1935, e che si muova in un’Europa che si sta affacciando sulla seconda guerra mondiale. Ricardo Reis incontra il fantasma di Fernando Pessoa, ovvero il suo ortonimo: non è l’ombra del poeta, bensì un altro eteronimo con cui Pessoa si firmava nella sua ricerca della spiritualità.
    I due si muovono in un ambiente che si avvia verso la putrescenza, rappresentato da Marcenda (un nome, un programma) e dalla sua mano sinistra senza vita: un mondo che si muove per inerzia e semplicità, come Lídia e che aspetta, caoticamente, un miracolo, come partire per Fatima con la speranza di incontrare una ragazza.
    Le agitazioni politiche fanno da sfondo alle riflessioni di questo dottore, diviso tra anima e corpo, interpretando desideri opposti che a volte sembrano solo limitarsi a galleggiare, nel sonno.
     
    “Pensi, dottore, mi è capitato in destino questo braccio, avevo già nella vita un cuore sbagliato, però di tutte queste parole ne usò tre sole, La vita è uno sbaglio di destini, abitare così distanti l’uno dall’altro, così diverse le età, i futuri”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

    • Ieri
    • 19 febbraio 2014 alle ore 9:27

    La condizione dell’esiliato, che con gli occhi della mente rimane agganciato a ciò che conosce del suo passato, viene narrata da Agota Kristof in “Ieri” in maniera impalpabile e trasognata. I personaggi si muovono in una dimensione onirica: la vicenda è realistica, in sottotraccia perversa, verosimilmente assurda. Il protagonista è Tobias, che si reinventa una vita là dove nessuno lo conosce: è scappato da un’infanzia umiliante, che tuttavia per lui era felice, perché in fondo non ne conosceva altre. Tobias vive aspettando la sua Line, una sorta di creatura mitologica con corpo di fanciulla e ali di fata: si fa perfino rimbiancare la casa, e porta avanti senza convinzione il rapporto con una donna, Jolande, che non lo capisce eppure lo comprende, e lo aspetta.
    Intorno a lui, quando non è in fabbrica a esercitare il suo lavoro alienante, si muovono alcuni suoi compatrioti, come in quella letteratura orientale in cui le cose accadono e basta. Se uno di loro cominciasse a sputare fuoco non lo troveremmo strano, perché ogni movimento è caratterizzato contemporaneamente da corporeità e inconsistenza.
    In questo contesto, arriva Line. Non è la donna dei suoi sogni, ma una bambina con cui andava a scuola. Con lei, tutto sembra possibile, nonostante il segreto che si nasconde nella loro infanzia, che solo lui conosce e che, se pronunciato ad alta voce, renderebbe tutto mostruoso. L’incontro è fatale per entrambi.
     
    “Il tempo si lacera. Dove ritrovare i prati della mia infanzia? I soli ellittici rappresi nello spazio nero? Dove ritrovare il cammino che oscilla nel vuoto? Le stagioni hanno perduto il loro significato. Domani, ieri, che vogliono dire queste parole? Non c’è che il presente. Una volta nevica. Un’altra volta piove. Poi c’è un po’ di sole, un po’ di vento. Tutto ciò è adesso. Non è stato, non sarà. È. sempre. Tutto insieme. perché le cose vivono in me e non nel tempo. E in me tutto è presente.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • “Un uso qualunque di te” è un libro a più velocità. Il titolo è accattivante, malinconico, rassegnato. Salta all’occhio perché ricorda quella trasandatezza a cui tutti aspiriamo, in un momento della nostra vita: il potersi lasciare andare, il potersi trascurare, fare un uso qualunque di noi.
    Quando la lettura inizia, si è in media res: è successo qualcosa, qualcosa di grave, la protagonista Viola non è raggiungibile, non viene a sapere subito cosa è successo a sua figlia, e racconta usando la prima persona come vive l’annuncio di un dramma in corso. Sara Rattaro è bravissima e incisiva in determinate frasi; è mozzafiato, costringe a centellinare le prime pagine, perché intense e abili nel rendere l’idea di cosa accade dentro di noi i primi istanti dopo una brutta notizia. Sentirsi un castello di carte, sentirsi riempire di segatura.
    Quando la lettura prosegue, l’attenzione continua ad essere calamitata qua e là da pillole di pensieri che innescano riflessioni sulle relazioni, sui rapporti umani, sui tradimenti, e sull’abisso tra il sapere quello che va fatto e il farlo veramente. La protagonista cerca di condividere, o giustificare, agli occhi dei lettori, di sua figlia Luce e di suo marito Carlo i suoi comportamenti, le sue scelte, le sue cadute, dettando tempi diversi alla lettura, ora più lenti, ora in eccesso, ora più risolutivi. L’operazione non è facile da condurre, senza scadere nel patetico o nel vittimismo, ma per fortuna la narrazione è puntellata di una scrittura capace e abile, e si passa volentieri ad un altro libro della stessa autrice.
     
    “La dipendenza altera i comportamenti.
    Una semplice abitudine si trasforma in una ricerca esasperata La ricerca di quello che ti dà piacere. Ma a un certo punto qualcosa cambia e la rotta s’inverte. Smette di farti bene e inizia a farti male. Ogni giorno di più perché, purtroppo, per quanto ci stia lentamente uccidendo, rinunciarci è peggio.
    L’amore è una dipendenza”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Il secondo libro di Luca Gamberini sembra puntare tutto sulla ricerca e sulla parola. Sembra. Perché i “Racconti per bambini adulti” di Luca Gamberini, bolognese classe ’67, sollevano una cortina giocosa davanti ad una sensibilità acuta, che mangia malinconia a piccoli morsi. Il libro è da centellinare perché è come un torrone al cioccolato fondente: si presta ad una masticazione lunga, ha un sapore intensissimo e fa viaggiare.
    Quelli di Luca Gamberini sono racconti in poesia, poesia che si fa racconto.
    È glissando le rime, mentre scandiscono i pensieri più profondi e donano loro gradevolezza e leggiadria; scavando tra le righe; scansando il non detto, i desideri, la nostalgia; filtrando i giochi di parole e danzando insieme alle consonanti; e assecondando l’onda di parole, e non contrastandola, che ci si riesce a divertire insieme a Luca. Ché lui, si vede subito, a scrivere si diverte, e anche a mescolare le carte. Il suo scrivere è diretto a chi ha l’esperienza di un adulto ma vuole ancora guardare le cose come un bambino, nella loro meraviglia, elemento sottolineato anche dalla bibliotecaria Paola Bergamini che ha firmato la prefazione al libro. Ecco che le distanze si fanno più profonde e più sottili insieme, la realtà diventa oggetto e soggetto di riflessione, e si vive uno switch continuo tra le verità interiori e quelle esteriori, che quasi mai collimano.
    È un modo diverso di imparare a guardare le cose, che strappa sorrisi, stupisce e lascia interdetti a volte.  I “Racconti per bambini adulti” di Luca Gamberini sono una strada che si apre dentro di noi, e fanno come la neve: candida e pungente, ti abbacina all’inizio, ma cos'è che nasconde lo scopri solo dopo che è passata.
     
    “Maggio è un mese interminabile, che poi ti accorgi, al fine, che pareva appena incominciato. A Maggio fioriscono i pensieri seminati durante le giornate più corte, a Maggio difficilmente si ha paura, Maggio è un Settembre pieno di speranza, è il mese in cui tutto è cominciato, è un pretesto in cui recita bene perfino chi non conosce il testo”.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Ho pensato ogni istante alla penna leggera e disincantata di Daniel Pennac leggendo il romanzo  “Giallo di zucca, nuovo di zecca” di Gaia Conventi, già vincitrice del Mystfest – Gran Giallo Città di Cattolica 2009 con “La morte scivola sotto la pelle” (Giallo Mondadori). In “Giallo di zucca, nuovo di zecca” l’autrice onora con l’ambientazione, quella Ferrara che ha conosciuto vivendoci diversi anni, parlando del palio (“quello vero, s’intende”), delle strade, dell’atmosfera. È una Ferrara presentata come teneramente e irresistibilmente provincialotta, senza tuttavia scalfire la voglia di andare a visitare quei luoghi così eleganti, pigri e leziosi.
    Protagonista del libro è Luchino, un fotografo che lavora con la polizia (un “fotografo di morti”), fedele amico di un cane che sembra quasi disneyano nelle reazioni e nei guai che combina, regalando al lettore scene gradevoli di stacco. Ho pensato a Pennac anche per la presenza di personaggi somiglianti a macchiette umoristiche, a partire dal Pierfi, il cugino che si laurea e che fa tornare Luchino a Ferrara, per passare alla sua famiglia e ai diversi commissari; questi personaggi sono dipinti in sferzanti tratti caricaturali, ma, straordinariamente, non per questo sono inverosimili. La narrazione è portata avanti in prima persona e costringe a guardare, da un punto di vista limitato, una vicenda che si infittisce sempre più, e quindi a raccogliere insieme al protagonista voci di quartiere, intuizioni e piste.
    La curiosità di venirne a capo, così, aumenta, e alcuni divertissement narrativi ad un certo punto sembrano quasi d’intralcio nella lettura, perché si vorrebbe trovare presto il bandolo della matassa. Ironia, attenzione per il dettaglio e abilità narrativa rendono la compagnia di questo libro piacevole e costante. Cosa lega le morti che stanno sconcertando la pacifica Ferrara? Chi è l’assassino delle favole? E soprattutto, Luchino alla fine si sposa oppure no?
     
    “Non scordiamoci che Ferrara è un paesone e si veste da città solo se arriva Sgarbi a inaugurare una mostra, per il resto dell’anno ci tiene ad avere la sua aria paciosa e un tantino provinciale, ma guai a farglielo notare. Ferrara è come una bella donna, ne vanno citati solo i pregi. Le belle donne sono un tantino permalose.” (Gaia Conventi)

    Questo libro è il secondo volume del tris estense, gli altri due libri sono: Vol. I Misfatto in crosta (con cane fetente), Vol. III Pasticcio Padano.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Durante la stesura di “A un cerbiatto somiglia il mio amore”, nel 2006, David Grossman ha perso suo figlio nella guerra del Libano. Aveva l’illusione, scriveva, che il libro lo proteggesse. Non è stato così. In “Caduto fuori dal tempo”, scritto sei anni dopo il lutto (2009-2011, pubblicato in Italia nel 2012), Grossman rompe il silenzio con il mondo – a cominciare dal suo interiore – e affronta con immane fatica la profonda nostalgia, il senso dell’irreparabile che lo legano a questa tragica esperienza.
    Tutto quello che riesce ad elaborare è una narrativa frammentata, spezzata da continui a capo, enjambement, lamenti: un’operazione che immagino funzionare in lingua originale come una litania. Una preghiera.
    L’unica prosa lineare è quella del narratore, per l’esattezza un cronista, che si muove tra persone e voci diverse, tutte accomunate dalla perdita di un figlio. Ecco la madre che non si dà pace, ecco il padre che vuole andare “laggiù”, ecco un altro padre che invece non ne vuole parlare. Attraverso la tematica del viaggio vengono confrontate le rabbie, le disperazioni, i dolori che queste persone condividono, per guarirle, superarle… capirle? Certo ci sono cose che non hanno soluzione, e noi, dal di qua, non possiamo fare altro che accettarle, anche perché, per ogni persona che muore, dobbiamo prendere coscienza che la sua morte non muore mai.
    Libro da maneggiare con cura e con rispetto, perché è molto intenso.
     
    “Io
    immancabilmente penso: come posso
    passare a settembre
    mentre lui rimane
    in agosto?”
     
    “Vorrei imparare a separare
    i ricordi
    dal dolore. O per lo meno una parte di essi,
    per quanto è possibile, perché non tutto il passato
    sia così intriso di dolore.
    In questo modo potrei ricordarti ancora di più,
    capisci? Non avrò paura ogni volta
    del bruciore dei ricordi.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Sono stata contenta di aver ripreso Umberto Eco. Non lo leggevo dal 1998, dai (miei) tempi de Il nome della rosa e Il pendolo di Foucault, e a metà de "Il cimitero di Praga" mi sono anche ricordata perché. Il simpatico vecchietto è esigente come suo solito, vuole molta molta fiducia: come fu per la famosa descrizione del portale medievale ne "Il nome della rosa", stavolta chiede la sua prova d’amore per la bellezza di duecento pagine, in cui la parola Praga non viene neanche lontanamente sfiorata e il malaccorto lettore si chiede vieppiù volte dove sia il nocciolo della questione. Intanto, però, come da accordi letterari il lettore accetta di lasciarsi portare, e viene dondolato tra le perplessità di un tale Simone Simonini e un abate Dalla Piccola, che continuano a svegliarsi l’uno in assenza dell’altro e che comunicano solo tramite i loro diari, di cui il Narratore onnisciente cerca di districare le varie vicende alla manzoniana maniera.
    I diari sono ambientati alla fine dell’800, la Storia narrata è quella del Risorgimento italiano, lo stile narrativo è intonato a quei tempi.
    Umberto Eco posiziona il suo (doppio) protagonista fittizio al centro dei principali intrighi del periodo, dalla misteriosa morte di Nievo all’Affare Dreyfus, immaginandolo dietro le loro quinte. Come spiega nella sua Appendice (che in genere è la parte che preferisco: il sipario che si apre al termine della pièce), “Il solo personaggio inventato di questa storia è il protagonista, che (…) benché effetto di un collage, per cui gli stono state attribuite cose fatte in realtà da persone diverse, è in qualche modo esistito. Anzi, a dirla tutta, egli è ancora tra di noi”.
    Le vicende si spostano dall’Italia del 1861 alla Parigi della Comune, usando come leitmotiv un inveterato odio per gli ebrei: il cimitero di Praga citato nel titolo è il luogo dove Simonini ambienta una riunione di Gesuiti prima, ed ebrei poi, e in cui immagina una loro conversazione che gli viene commissionata per confermare tutti i pregiudizi esistenti da sempre, e rivelare la cospirazione che la razza sta tramando per impadronirsi del mondo.
    Questa conversazione falsificata è oggi nota come i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, è stata prodotta in Russia nel 1903 (nel libro si immagina che si sia ispirata a quanto scritto da Simonini) e nonostante sia stata smascherata già nel 1921 dal Times di Londra, ha realmente ispirato ad Hitler la legittimità dei campi di sterminio ed è tuttora usata per rinvigorire l’antisemitismo contemporaneo, specie nel mondo islamico.
    “La gente crede solo a quello che sa già” (U. Eco)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Snello eppure articolato, il primo libro di Daniela Farnese (alias dottoressa Dania) “Via Chanel n° 5” si legge tranquillamente in una giornata di mare, rapiti dalle disavventure di Rebecca, per gli amici Coco, e avviluppati da sei giri di perle.
    Tutto inizia con un trasferimento da Venezia a Milano, carico di aspettative prontamente frantumate dall’ex uomo ideale Niccolò, e la sensazione perenne, per la fragile e dura Coco, di essere la numero due. Con un taglio deciso ai capelli e un taglio un po’ più sofferto alla vecchia vita, la cinica più romantica del pianeta intraprende una strada (cadendo ogni tanto dai tacchi) verso la sua indipendenza psicologica, dove dovrà imparare a volersi più bene, ad accettarsi, a godere degli amici e a difendere la sua autostima, insieme a dei valori di fedeltà e di dedizione che sembrano essere divorati dalla fretta quotidiana.
    Qual è la soluzione per buttare via il vecchio e sostituirlo con il nuovo? Lasciarsi andare? Depurarsi del rancore, svelenirsi graffiando una portiera? O reagire concentrandosi sul lavoro, sul giusto incontro tra i propri sogni e quelli degli altri, nonostante, per ironia del destino, ci si ritrovi a pianificare i matrimoni altrui?
    Un romanzo contemporaneo di formazione, tanto agile quanto costruttivo e utile per chi non si è ancora accorto di aver messo da parte le proprie verità in nome di un qualcosa che forse non lo merita. Il tutto, sotto l’illuminazione degli aforismi e sotto la guida spirituale di Coco Chanel, eterna Mademoiselle, immolata al suo lavoro in memoria di quell’uomo che amò e che le diede l’indipendenza.
    “Un uomo può indossare ciò che vuole. Rimarrà sempre un accessorio della donna” (Coco Chanel)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Con questo libro faccio la mia prima scoperta personale di Daniel Pennac e la faccio in un'estate che si è lasciata desiderare. L'ho cominciato sotto l'ombrellone, quindi in pubblico, e ho sghignazzato senza pudore di fronte all'inaspettata penna cyranesca, astuta e rapida, che narra le avventure del Capro Espiatorio del Grande Magazzino Benjamin Malaussène.
    In questo episodio, l'eroe è coinvolto in una serie inspiegabile di esplosioni nel Grande Magazzino, talmente inspiegabile che lui ne diventa il principale sospettato. Intorno alla vicenda ruotano, anche con un tocco di misticismo, i fratellini di Benjamin, dall'adorata Clara alla veggente Thérèse al furbo "Piccolo" Jeremy, alla molto incinta Louna, con piccoli omaggi testuali a Carlo Emilio Gadda ed Edgard Allan Poe.
    La trama non è facile da sviluppare con leggerezza, perchè gli orchi del titolo sono una sorta di setta satanica che usa bambini per i suoi riti sacrificali: Pennac riesce a fare del suo protagonist auna voce gentile e "Santa", spettatrice di un mondo leggermente grottesco, che cerca di farsi strada verso la giustizia.

    "Il bebè obeso posa su di me uno sguardo allegro come non mai. Ecco, tre giorni fa il mio reparto avrebbe venduto alla signora qui presente un frigorifero (...) che si è trasformato in inceneritore. E' un miracolo se questa mattina la signora non è stata bruciata viva aprendo la porta. (...) Il bebè mi guarda come se fossi la fonte di tutto. (...) Balbetto che, appunto, non capisco, i testi di controllo erano stati effettuati (...) Nello sguardo del moccioso, leggo con chiarezza che lo sterminatore dei piccoli di foca sono proprio io". (Daniel Pennac)

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    recensione di Cristina Mosca

  • “La collezione Lancourt” è una storia avvincente e graziosa, in cui la realtà e la fantasia ballano un valzer con brama e azione. La trama è ricca di colpi di scena e impreziosita da buone intuizioni linguistiche; vola attraverso i secoli e solo ogni tanto lascia intravvedere qualche anticipazione, ben disciplinata dall’io narrante.
    Manuela Giacchetta, autrice marchigiana, fa confluire la sua ricca immaginazione in una bella favola che tutti vorrebbero ascoltare, perché parla di ricongiungimento, soluzione dell’irrisolto, ritrovo dopo l’abbandono. Il romanzo è in formato più che tascabile (ideale da leggere al mare) e culla la lettura raccontando al cuore di un’attesa prudente che si fa desiderio strappacuore.
    I grandi protagonisti sono l’assenza che si fa presenza e poi di nuovo assenza, e il senso dell’irraggiungibile. Ognuno di noi ama qualcuno che è troppo lontano, o che non può essere toccato.
    La vicenda è innescata da una ricerca, quella dei quadri della collezione Lancourt per conto del legittimo proprietario, e prosegue con una dinamica perversa e asfissiante di vigilanza e controllo in cui finisce anche Bianca, la narratrice. Subentrano delle scelte, si arriva a dei bivi, a delle decisioni da prendere: delle rinunce. Aggiudicarsi l’amore di qualcuno, o lasciare che vada via per sempre.
    Quante volte dobbiamo fare i conti con gli stessi errori? Quante volte siamo destinati a scontrarci con i nostri limiti? Ed è sufficiente una vita sola, per riparare alle nostre indecisioni? Il finale a sorpresa dà una concretezza risolutrice a questa fiaba per innamorati.  
     
    “Ci guardammo, prigionieri di un’impossibilità nuova”. (M. Giacchetta)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Si conosce la Woolf all’età sbagliata, la si riscopre a quella giusta. Leggere per la prima volta da trentenne “Gita al faro”, uno dei capolavori di questa autrice inglese, vuol dire apprezzarne le peculiarità quasi cinematografiche, la grazia e la leggerezza della narrazione, leggerne la malinconia e impregnarsi della sua nostalgia. Con questo libro, Virginia ha esorcizzato il lutto della perdita di sua madre, avvenuto a 13 anni, e ne immortala la figura vestita di bianco, stagliata contro la finestra della loro casa estiva. La narrazione inizia quasi in maniera beckettiana, con il desiderio dell’ultimogenito della numerosa famiglia Ramsay di andare a visitare il Faro. Continua a chiedere se “domani” ci andranno, e se da una parte il padre cerca di smontare le aspettative per via del brutto tempo, dall’altra la madre cerca di temporeggiare. Al faro alla fine non ci vanno, o meglio, ci andranno quando sarà perso ogni interesse, ogni vibrazione, e anzi la loro vita sarà molto cambiata.
    La narrazione si svolge leggera come una piuma trasportata dal vento, dagli occhi al cuore delle persone, tra la famiglia Ramsay e i loro ospiti nella casa, con antesignane tecniche cinematografiche (il romanzo è stato scritto tra il 1925 e il 1927) che ad esempio rendono alla perfezione il passare del tempo dal punto di vista della casa vuota.
    “Gita al faro” è per tutti quelli che patiscono un’assenza, e si consolano nel ricordo.
     
    “Piangeva dunque per la signora Ramsay, senza sentirsi infelice? si rivolse di nuovo al vecchio Carmichael. Di che cosa si trattava? Che cosa significava? Le cose avevano mani in grado di alzarsi di scatto ed afferrare qualcuno? la lama poteva tagliare? il pugno stringere? non c’era nulla di sicuro? o nessun modo d’imparare a memoria come funziona il mondo? nessuna guida, nessun riparo? era tutto un miracolo, un salto nel vuoto dalla cima d’una torre? (…) Per un momento ebbe l’impressione che se entrambi si fossero alzati, lì, in quel momento, a esigere una spiegazione – perché la vita fosse così corta, perché fosse così inspiegabile – e se l’avessero detto con impeto (…) quel vuoto si sarebbe riempito, la bellezza avrebbe preso forma, gli svolazzi avrebbero acquistato ordine; se avessero gridato abbastanza forte, la signora Ramsay sarebbe tornata”. (V. Woolf)
     

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    recensione di Cristina Mosca

  • Questo ritratto delle eterogeneità e delle fragilità umane è incantevole e grazioso. "Viviamo tutti all'oscuro di qualcosa che ci riguarda", chiosa Chiara Gamberale nel suo romanzo del 2011 "Le luci nelle case degli altri". La protagonista, Mandorla, è un’adolescente che improvvisa poesie senza rime ogni volta che vorrebbe dissociarsi da determinati momenti che vive: è sballottata da una vita che è stata fin troppo generosa con lei, perché le ha dato tanti possibili padri in cambio della madre di cui l'ha privata a 6 anni. Mandorla vive così attraverso le vite degli altri e diventa un puzzle di contraddizioni, di difetti e di colori, alla ricerca della sua vera identità. Spera di realizzare il suo Amore Impossibile, finendo ingarbugliata in un Amore Grande E Possibile. Viene guidata da una saggezza confusa e tenera, la stessa che gli adolescenti usano per cercare di illuminare il mondo e dividerlo in categorie, e attraverso questi suoi occhi dipinge le vite dei suoi condomini di via Grotta Perfetta. Una trama congegnata bene, che quando arriva al tanto sospirato finale dimostra che forse non è poi così importante come una storia si conclude, ma piuttosto cosa ti insegna.
    “Com’è che un amore finisce? Finisce quando non ce n’è più, quando ce n’è troppo, quando in realtà non c’è mai stato. Un amore finisce perché qualcosa si consuma: allora non bisogna usarlo, forse, l’amore. Ma finisce pure quando non si consuma niente e anzi: tutto rimane come il primo giorno. Così perfetto che pare finto. E allora forse almeno un po’ bisognerebbe usarlo, l’amore. E se poi finisce perché mentre lo usi ti cade per terra e si rompe? Anche quello può capitare. Così come che lo lanci in aria, per giocare, e quello però non ti torna più indietro: può capitare.”

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    recensione di Cristina Mosca

  • Un io poetico poderoso ed esigente scandisce lo svolgimento di "Poesia, ragazza mia" di Elio Ria. Il secondo prodotto della collana I Destrieri alterna le poesie, preziose nella loro ricercatezza, ai pensieri, estemporanei e profondi come appunti presi su una moleskine, spesso sotto il sole di Puglia. La prefazione sembra quasi una dichiarazione di guerra, perché afferma con poche parole secche e ferme i principi estetici di Oscar Wilde: "Il poeta non scrive perché ha qualcosa da dire, ma in primo luogo scrive per confrontarsi con il linguaggio".
    "Art for art's sake", una promessa che mantiene nei suoi versi, aspri come certi paesaggi del Sud, evocativi come camminate attraverso le stagioni; a volte gentili come stoffe primaverili, altre volte taglienti come vento di tramontana.
    Immerso in una intensa e imponderabile ricerca linguistica, Elio Ria é in grado di passare dall'aridità di Montale all'irriverenza dei futuristi, di essere malinconico come un crepuscolare e subito dopo barocco come Giambattista Marino.
    È un libro da centellinare, pena il disorientamento tra le volute linguistiche; ma il risultato finale resta un sorprendente affastellarsi di piegature, a segnare le pagine da ricordare.

    "Il tempo del Sud è figlio di un dio che del fluire del suo tempo ha rallentato vita al giorno e alla notte, incuneandosi nelle pieghe del sole, come a torcersi su se stesso per concedere tempo all'eternità, poiché di questo hanno bisogno le genti del Sud: un tempo che non sia solo tempo".

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    recensione di Cristina Mosca

  • Il pregio di “Tutto cambia” di Alessandro Prandini è che riesce a interessare anche chi non ama la letteratura di genere. In una scrittura agile, che dà la precedenza alla storia rispetto alle introspezioni e lancia input quel tanto che basta su personaggi e ambienti, questo romanzo giallo racconta la vicenda classica del suicidio che forse non è un suicidio bensì un omicidio. O almeno, è da qui che inizia. Una casa asettica e troppo pulita, un figlio troppo impassibile, una moglie troppo vivace fanno da scenario al fu Giulio Roversi, amico del commissario Scozia. La sua morte non convince la polizia, e infatti alcuni personaggi, incontri e immancabili colpi di genio la ridisegnano pian piano. O sembrano farlo.
    La storia si snocciola fluida e a ritmo sostenuto, come una fiction televisiva, con sagge piccole tecniche di suspense che portano a leggere in fretta alcuni capitoli mentre vengono esaminati, con tempi dosati bene, i possibili indiziati, i moventi e le storie dei personaggi coinvolti. I dialoghi sono diretti e rapidi, le considerazioni ben ponderate. Il finale inatteso, perché tutto cambia se guardato da altri punti di vista.
    L’indagine è ambientata in una Bologna lucida e composta, testimone immobile delle scelte degli uomini. Il libro ha ricevuto il premio speciale Romanzo Giallo dell’edizione 2013 del concorso di letteratura a carattere internazionale “Città di Pontremoli”.

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    recensione di Cristina Mosca

  • Autentico maestro degli "e se" e dei "forse", José Saramago si diverte ne "L'uomo duplicato" a ragionare su un caso molto strano: come reagiremmo se scoprissimo che da qualche parte nel mondo, addirittura nella nostra stessa città, esiste qualcuno identico a noi? Identico, ma proprio identico, dalla conformazione del viso al tono della voce, ai difetti corporei alla posizione dei nei. Un esatto duplicato, insomma.
    Quando il professore Tertuliano Maximo Alfonso scopre l’esistenza di un uomo uguale a lui, passa metà del libro a cercarlo, anche con contorti accorgimenti al limite del maniacale. Forse in questa fase la lettura si stanca leggermente, anche se arricchita della vita personale del protagonista e delle solite perle aforistiche alla Saramago: prese da sole sembrerebbero illustrare una realtà banale e nota, ma nel momento in cui le vediamo scritte lì, in quel dato contesto, con quella certa associazione di idee, diventano una verità inconfutabile nella sua provvisorietà, e per questo indimenticabile.
    Mentre i fatti si sciolgono, nella seconda metà del libro, sopraggiungono altri fattori. Come reagirebbero i familiari di un uomo se venissero a sapere che non è l’unico sulla faccia della terra? Come reagirebbe, ad esempio, una moglie? Una fidanzata? Come si comporterebbe una persona se venisse a sapere che colui o colei che ama non è così irripetibile come ha sempre creduto? Potrebbe restare indifferente alla notizia o smetterebbe di dormire la notte?
    E come potrebbero relazionarsi, tra di loro, due perfetti duplicati?
    Questa indagine paradossale nell’animo umano si fa vincente grazie al colpo di scena finale, inaspettato e realistico.

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    recensione di Cristina Mosca

  • Il mondo rurale abruzzese riconquista la sua dignità e il suo valore aulico nel libro del teramano Fabio Petrella “Dove non arrivano i sentieri” (Palumbi editore). L’Abruzzo, terra che accomuna la sottoscritta e l’autore (senza averci, tuttavia, mai fatti incontrare), traspira odore di formaggio e di erbe di montagna perché la maggior parte dei nostri avi ha cominciato da lì la lotta alla sopravvivenza: è ben giustificato l’immaginario collettivo che ci vede legati al mondo ovino (alle pecore), perché è la pastorizia che ci ha permesso di insediarci in questa terra che ancora in parte è incontaminata.
    Oggi l’Abruzzo in realtà è un po’ stanco di questa associazione mentale: nondimeno Fabio Petrella è stato in grado di dare una contemporaneità bucolica, grazie anche ai suoi occhi contemporanei (è del 1987), a quello che in regione respiriamo da sempre, ossia lo stretto contatto con la natura e con le sue forze, con un’eco magica, quasi dannunziana.
    Le leggende di montagna si intrecciano alla Storia, alle guerre partigiane, alle avventure in America, all’11 settembre, accompagnate da una scrittura gentile, solenne a tratti, comunque mai banale. Tutto inizia con la nascita di Vincenzo in una notte innevata, e prosegue ruotandogli intorno, raccontando storie sulla sua famiglia, guardando il mondo attraverso i suoi occhi, soffermandosi su alcuni personaggi che incontra. Sembra di non andare mai via da quella prima notte di neve, e di restare davanti ad un camino acceso ad ascoltare, seduti in cerchio, il racconto di un nonno.
    Le storie, spiega Fabio Petrella nella prefazione, hanno personaggi fittizi (a volte descritti solo dal soprannome, autentico retaggio del luogo) ma traggono verità dalle ricerche del professore Berardo Pio, docente all’Università di Bologna, dai racconti di Bruno e Daniela Zilli e dalla memoria collettiva degli abitanti dell’alta valle del Vomano. Il libro è stato pubblicato grazie alla Pro Loco di Poggio Umbricchio, un paese in provincia di Teramo dove è ambientato gran parte del libro di Fabio Petrella, con la collaborazione della Città diTeramo, del Comune di Crognaleto e della Unpli di Teramo.

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    recensione di Cristina Mosca

    • Mancarsi
    • 29 gennaio 2013 alle ore 8:05

    La prima cosa che colpisce è il titolo: un gioco di parole troppo sottile per non ingabbiare la fantasia. “Mancarsi” ha, sia in italiano sia in inglese (“missing”) una doppia accezione tanto affannosa quanto opposta: corrisponde da una parte ad una nostalgia reciproca, e quindi presumibilmente all’essersi trovati e poi persi, ma dall’altra anche al non cogliersi mai, nel gioco cinico e quotidiano a cui la vita ci sottopone senza che noi ce ne accorgiamo. Ma siccome si può sentire la mancanza anche di qualcosa che non si è mai avuto, tutte le supposizioni tornano al punto di partenza e non si può fare a meno di agguantare il libro dallo scaffale del negozio.
    Nella prima parte appare lampante quell’influenza stilistica proveniente da José Saramago e Javier Marías di cui gli ho sentito parlare lo scorso ottobre all’incontro letterario “Montesilvano scrive”, nel riferirsi ai suoi ultimi scritti. È stata questa ammissione a farmi drizzare le orecchie e a rendermi impaziente. Non conoscevo Diego De Silva prima di quell’incontro, infatti, né come uomo né come scrittore: quel giorno ho cominciato a conoscerlo sia come l’uno, sia come l’altro, ed è stata una specie di rivelazione.
    La trama di “Mancarsi”è nota: due storie d’amore e di solitudine convergono in un bistrot, senza, apparentemente, mai incontrarsi. I personaggi sono complessi e guardano in faccia i cambiamenti che stanno vivendo. Convivono con riflessioni affatto banali, assolutamente pungenti, che fanno male.
    Durante le prime pagine ho sinceramente pensato che De Silva potrebbe diventare il Marías o il Saramago italiano. Mi piacerebbe molto. Parentetiche, riflessioni e associazioni mentali sono contagiose, intriganti ed esigenti. Lui le regge bene tutte, a lungo. Poi però succede che la storia comincia a stancarsi; lo stile vira bruscamente, la trama sembra aver fretta di concludere, fa più freddo. Ci si aspetta forse una fine diversa, ma forse in realtà era necessaria proprio questa. E storditi da neanche cento pagine di lettura intensa e “disperata”, si ripone il libro chiedendosi quanto di Irene e quanto di Nicola appartenga già alle nostre giornate.

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    recensione di Cristina Mosca