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Autore

Daniela Iodice

in archivio dal 19 gen 2012

04 maggio 1991, Napoli - Italia

mi descrivo così:
​Siamo attori di noi stessi e ci perdiamo tra i riflessi di una falsa ambizione costruita sulla notte.

[​Arthur Rimbaud]

21 marzo 2013 alle ore 14:50

La Partenza

Il racconto

Non riuscivo più a tenere a bada quei miei sentimenti contrastanti; in quel momento il mio corpo voleva avvinghiarsi al suo, immergersi in una passione senza fine ne tempo arrivando a sentirlo dentro di me con una chiara luce e fu così che lo baciai, ripetutamente, sulla bocca sua stupita quanto il mio cuore. Sentivo il trepidare delle sue mani che tentavano, in vano, di separarmi da lui, il palpitare del suo cuore sfrenato ed insicuro, la sua lingua avvinghiata alla mia incosciente di ciò che stava accadendo, ma decisa a non fermarsi, a rimanere dentro di me ed esplorare ancora un po’ l’interno della mia bocca, il mio palato, la mia saliva che s’univa alla sua. La passione, quella sera, ci avvolse di una luce fioca e biancastra che emanava una tenera e piccola lanterna ad olio poco distante da noi, come se, di lì a poco, si sarebbe spenta lasciandoci nella dolce brezza della notte senza disturbare ne essere testimone di quei desideri erotici e perversi. Sentivo di non amare Han fin nel profondo e che l’unico sentimento che m’univa a lui era amicizia, stima, dedizione ed affetto ma, per qualche strano motivo, lo desideravo più di ogni altra cosa al mondo; forse perché volevo provare l’ardore del proibito, scoprire l’orgasmo vero, o forse perché sapevo che Han mi voleva bene quanto glie ne volessi io e che avevamo fatto si che la passione prendesse il sopravvento sui nostri sentimenti confusi. Non ci spingemmo oltre quella sera; smettemmo di baciarci d’improvviso, contemporaneamente, l’uno spinse l’altro  lontano da se stessi come fosse un gesto di autodifesa o di razionalità, avevamo preso coscienza dell’atto compiuto ed eravamo pentiti.
“Non so perché, ma per qualche strana ragione, avrei voluto fare l’amore con te. Ma momenti così non si ripeteranno più, Maya! Mio fratello Williams ha posato il suo interesse su di te e non voglio essere legato a qualcuno che si legherà ad un altro”-! Disse con la mano tremante, con ancora il desiderio di avermi in corpo. Io mi limitai ad udirlo, a guardarlo ed a scoprirlo con gli occhi arrossati per il pianto, dopodichè gli feci un cenno per dirgli che aveva ragione ma che, fino a quel momento, non ero legata a nessuno e nessuno era legato a me se non quell’uomo che avevo davanti. Così, tra uno sguardo e l’altro, si congedò amorevolmente come niente fosse accaduto, mi baciò la mano, fece un breve inchino ed andò nelle sue stanze mentre io, ancora incredula di quel che avevo fatto, me ne restai impalata su una sedia sotto al gazebo verde, fissando i fiori che aveva calpestato Han nell’andare via; subito mi chinai a riprenderli ma gesto inutile fu il mio, perché quei fiori non erano stati calpestati da noi ma da una figura nera che mi apparve d'improvviso. Mi spaventai e prima che potessi proferire uno strido che avrebbe svegliato tutti, mi tappo la bocca con la sua mano inguantata; riconobbi il suo profumo e quei suoi lunghi capelli.
“Che ci fai tu qui”-? Mi disse d’impatto con l’aria annoiata ed infastidita mentre lo fissavo con occhi increduli, con ancora la sua mano sulla mia bocca.
“Mi lasci”-! Dissi nella mia lingua, presa dalla paura.
“Conosco la tua lingua, signorina Maya! Sono stato sette anni in Italia e l’ho ben appresa”-! Mi disse sorridendo.
“Non m’importa se conoscete la mia lingua e adesso lasciatemi passare”-! Dissi completamente rossa di rabbia e vergogna, quando d’improvviso mi prese il braccio con violenza facendomi voltare verso di lui.
Mi guardò intensamente negli occhi e mi sussurrò all’orecchio parole di sfrenato egoismo e sfacciataggine;
“Per quanto tu possa voler bene ad Han, lui non può appartenerti. E' in cerca di una musa che non si trova in te. Se parte è perché vuole allontanarsi dalle cose che detesta e, a parte noi, anche da te”-! Mi disse con un leggero sorriso diabolico, stroncato da una mia sberla; mi voltai e mi diressi verso la porta che dava nella prima entrata del palazzo, mente lui continuava a parlami.
Corsi come una forsennata per il corridoio che portava alle mie stanze, aprii la porta e la chiusi di scatto dietro di me, poi mi tuffai nel lettone scoppiando, poco dopo, in altre lacrime che mi consumarono gli occhi.
Il giorno dopo mi destai con occhi rossi, fiammanti e gonfi che, il sol guardarli di sfuggita, mi spaventai; non ebbi il coraggio di scendere e mi segregai per un’intera settimana fino a quando Han partì.  Prima di andare al porto, salutò tutti con baci e carezze e solo con Williams ci fu una semplice stretta di mano, come se ci fosse qualcosa sotto che aveva spezzato il filo della loro complicità fraterna, quando poi chiese di me ed una cameriera gli disse che era una settimana che non uscivo dalla mia stanza, corse dentro e bussò alla mia porta leggermente, come se volesse rispettare il mio silenzio senza irromperlo con violenza o rabbia.
“Maya”-? Disse con voce bassa senza il minimo rumore od altro ed io, con l’orecchio teso vicino alla porta a sentir il suo sospiro colpevole, ero pronta a farlo entrare ad una sol parola d’amore.
“Maya, io parto! Ma tornerò presto, lo farò per te. Non avere fretta, non prendere da altri ciò che non t’ho dato, pensaci bene e sii davvero certa delle tue scelte”-! Disse baciando la porta come se quel bacio fosse rivolto a me che giacevo dall’altra parte.
Tentai di aprire ma non ci riuscivo, tremavo, guardavo il vuoto, sentivo come se una parte del mio corpo venisse venduta, come se i miei organi deturpati venissero bruciati e lacerati ma forse, in quel momento, enfatizzai il tutto perché, dopotutto, Han partiva per un breve tempo ed io non ero nessuno per dirgli cosa fare, così mi feci forza e girai la maniglia con velocità spalancando la porta con una sola mano. Davanti a me non c’era Han, lui era andato via per il timore di rincontrare il mio sguardo triste, lì davanti c’era lui, Williams, che mi fissava.
“Han è partito! Perché non l’hai salutato”-? Mi disse all’in piedi con aria distinta, mentre io avevo gli occhi spalancati dai quali sgorgavano grosse lacrime che mai sembravano volessero cessare. S’abbassò e tese un braccio per farmi alzare; gli dissi, tra le lacrime, di aspettare solo un attimo, un solo minuto per terminare quelle inutili lacrime infantili che tanto cercavo di asciugare.
“Solo un  minuti, ti prego! Adesso smetto, te lo giuro! Solo un attimo poi mi alzerò e tornerò ad essere quella di prima, per questo ti chiedo solo un altro minuto”-! Dissi coccolata fra le sue braccia.
“Piangi pure, sfogati, disperati tutto il tempo che vuoi, ma sappi che domani dovrai rialzarti e tornare te stessa”-! Disse accarezzandomi il viso.

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