username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Racconti di Daniela Marcellusi

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Daniela Marcellusi

  • 10 gennaio 2008
    Doppio Desiderio

    Come comincia:

    Lui è entrato nella mia vita in una notte d'inverno, l'avevo già visto, da dietro la mia scrivania in qualche giorno di pioggia. Lui arrivava soltanto per firmare l'uscita, alto e snello con gli occhi di ghiaccio, non sorrideva mai. Entrava e usciva. Ogni tanto mi chiedevo se fosse felice, poi pensavo che non avesse importanza.


    Lei è entrata nella mia vita in un giorno di sole, con gli occhi neri e il sorriso rassicurante. Lei entrava soltanto per farmi firmare le ricevute. Entrava e usciva. E sorrideva sempre. Mi dicevo che sicuramente doveva essere un'anima molto felice.


    Non sono innamorata di loro, non li amo. Amo le sensazioni che i loro corpi mi sanno dare.


    Amo il respiro di lui, il brivido che mi invade lo stomaco non appena gli sono accanto, amo le sue labbra e la sua lingua quando è attaccata alla mia. Amo il blu dei suoi occhi quando mi guardano eccitati, quando è sopra di me ed io non posso niente. Amo il peso del suo corpo quando giace sulla mia schiena e mi avvolge in un turbine di magia perfetta e senza trucchi. Amo le mani di lei  quando si fanno strada fra le mie gambe, quando non me l’aspetto e la trovo già pronta a dissetarsi della mia voglia di lei. Amo i suoi seni piccoli e turgidi e i suoi occhi che mi dicono: toccali. Amo me quando sto accanto a loro, amo la mia bellezza e la forza che riesco a scatenare in quelle menti. Non amo l’inganno con cui devo convivere per poter vivere tutto questo.


    Leggo i tuoi racconti, mi perdo, perdo il tempo che passa, perdo gli oggetti che mi stanno accanto. Fumo, e abbasso le tapparelle dello studio, perché oggi il sole è troppo invadente, oggi cerco il buio, come stimolo all’ascolto dei miei pensieri.


    Nessun rumore nelle mie orecchie, sento solo l'aumentare del battito del mio cuore, sono fortunata, oggi posso percepirmi.


    Stremata dalla battaglia notturna, cerco di recuperare le mie energie, stanotte troppo a lungo non ho respirato.


    Mi domando di te, di come sai desiderare una donna che non hai  vissuto... tu non conosci il mio sguardo, non potresti riconoscere il mio passo verso di te, non sai come le mie mani potrebbero farsi strada fra i più misteriosi angoli del tuo corpo, non hai sulle labbra il richiamo delle mie labbra... poi leggo i tuoi racconti, ne sono rapita, e ti capisco, ti capisco meglio...


    Anch'io ho desiderato di te, stanotte, nel calore della piccola morte.


    Fra le braccia di loro, tu eri con me.

  • 09 maggio 2007
    L'ultimo giorno

    Come comincia: Arrivarono all'ultima cittadina affacciata sul Mar Baltico quando già era sceso il buio, l'aria già troppo fresca.
    Si fermarono in un piccolo locale del porticciolo, le luci accese quasi impercettibili.
    Li accolse una giovane dagli occhi verdi e la pelle color del miele, una musica di lacrime risuonava tra le mura. Al banco tre pescatori bevevano vodka attendendo il levarsi della notte e l'inizio della quotidiana battaglia.
    La ragazza offrì ai due l'unico tavolo. Al centro di esso una composizione di fiori secchi e una tovaglietta ricamata d'altri tempi. Lunghe ore trascorsero senza che i due scambiassero alcuna parola.
    Gli occhi di lui si voltarono, illuminandosi del primo raggio di sole.
    Uscirono. Dinanzi a loro l'immensa spiaggia deserta. Iniziarono il cmmino fra la sabbia grigia, profili di barche disturbavano l'acqua addormentata, l'ombra di lui si stendeva lunga e irraggiungibile.
    Incontrarono una duna rocciosa e vi ci sedettero. Ancora gli occhi di lui accolsero la luce del sole, lo sguardo fisso in un'espressività logorata dal tormento.
    Le mani di lui sfiorarono l'acqua, accarezzarono le sue forme morbide, il suo respiro si fece ansioso. Soltanto in quell'istante si accorse di non essere solo, di non esserlo mai stato.
    I capelli di lui profumavano del vento salmastro.
    I due si allontanarono.
    Venne il giorno, poi venne la notte.

  • 14 marzo 2007
    Magia di una notte

    Come comincia: Scendeva la sera, e l’aria aspra di novembre intorpidiva i corpi.
    Il pullman aveva appena lasciato Roma.
    Quasi tutti addormentati, i capelli spettinati e i cappotti scoloriti appoggiati sulle gambe come coperte.
    Le voci dei pochi adulti si levavano stridule e fastidiose come luci al neon ingiallite.
    Giulia osservava la città allontanarsi e percepiva il battito del suo cuore emozionato.
    Ivan le sedeva accanto, chiaccheravano.
    Frequentavano la stessa scuola ed ogni tanto si erano già incontrati lungo i corridoi, ma quella giornata nella capitale, quella giornata fuori dalle righe aveva offerto loro l’oppurtunità di cercarsi.
    Lei si sentiva sola quella mattina, nel momento della partenza si accorse di essere la più piccola del gruppo, si sentiva indifesa, viveva il timore di non essere all’altezza, di non essere accettata.
    Giulia e Ivan si ritrovarono vicini senza motivo, e senza chiedersi la ragione si confidarono i segreti più intimi, le paure più profonde, le insoddisfazioni quotidiane di due adolescenti atipici.
    Parlarono, per tutte le lunghe ore di viaggio. Il cuore di lei palpitava ad ogni sguardo azzurro che le si poggiava sul viso, le mani di lui tremavano ad ogni goffo sorriso.
    Il pullman correva lento su quell’autostrada deserta, le luci delle case toscane sembravano addobbare un lungo, continuo albero di Natale.
    Giulia e Ivan si accarezzavano l’anima, ridevano, come due angeli invisibili, lontani da qualsiasi altro suono o immagine presente.
    Il pullman si fermò per una sosta nei pressi di Firenze, i due ragazzi si chiesero se le insegnanti si sarebbero accorte della loro assenza, forse l’autista non avrebbe aspettavo, forse i compagni non avrebbero badato a quei due posti vuoti.
    Probabilmente nessuno si sarebbe allarmato, probabilmente quella avrebbe potuto essere la loro occasione.
    Erano diversi Giulia e Ivan, da tutti.
    Comprarono una tavoletta di cioccolato con la carta rossa.
    Uscirono.
    L’autobus era ancora fermo.
    Salirono. Si sentivano uniti senza sfiorarsi.
    Il nuovo giorno era già arrivato.

  • 12 marzo 2007
    Sopravvivere

    Come comincia: Sono qui, in un giorno come un altro... mi sento ispirata e voglio scrivere, a ruota libera... quello che sento.

    I giorni... ognuno è una vita in miniatura.
    Si nasce, al momento del risveglio, e si muore... quando si va a dormire.
    In mezzo a questi due naturalissimi gesti sta tutto il nostro mondo...

    Ci guardiamo allo specchio, ed iniziamo in modo meccanico a girare la ruota delle nostre sensazioni... dove si fermerà questa mattina?
    Quale sarà la prima che proveremo?

    Oggi la mia prima sensazione è stata la pesantezza allo stomaco... in questi giorni sto mangiando troppo e quella è stata la mia prima sensazione della giornata... che spreco ragazzi!

    La sensazione... un processo mentale tanto complesso e magico buttato via così...

    In garage, mentre accendevo la mia Audi mi sono sentita in pace per un attimo, pronta ad affrontare il lavoro... purtroppo è durato soltanto un istante... ero in ritardo... ero in ritardo e non ho potuto soffermarmi a vivere intensamente le mie emozioni...
    Tutto era sotterrato dai numeri che segnava il display rosso della mia macchina... quattro numerini che ti condizionano l'esistenza... la possibilità di vivere appieno il tuo essere... in ufficio solo facce imbronciate, il traffico, il freddo, la poca voglia di fare il proprio dovere... quella stramaledetta competizione fra le mie colleghe... e niente... nessuna possibilità di vivere l'emozione.

    Sopravvivenza.
    Nuda e cruda.

    Se riesci a trovare un attimo di tempo, in questa miriade di stimoli inutili, ti puoi chiedere quale sia il senso di vivere in questo modo...

    Dove sto andando?
    Perché faccio queste cose?
    Qual è il motivo che mi spinge ad alzarmi ogni mattina alle sei?
    Che senso ha il tutto se non ho il tempo e il modo di vivere le mie sensazioni?

    L'istinto di sopravvivenza... la più grande fregatura del mondo animale.

    E' lui, subdolo, che ci fa perdere tutto quel tesoro di emozioni di cui potremmo godere in ogni attimo... se solo avessimo più tempo... se solo le lancette dell'orologio girassero più lentamente... se solo la notte per una volta non arrivasse...

    Ho lavorato, oggi.
    Il mio dovere l'ho fatto. Adesso ho finito e posso fermarmi a riflettere... dico di aver fatto il mio dovere... ma verso di chi? la società? la mia famiglia? la mia coscienza?
    E il dovere verso la mia anima l'ho compiuto?
    Ho lasciato respirare liberamente la mia anima?

    Forse lo sto facendo in questo momento... ma è già buio...
    Mi domando come ho vissuto quasi tutta la mia giornata...
    Mi rispondo che non ho vissuto...

    Sono sopravvissuta... ma oggi è talmente difficile sopravvivere che probabilmente è già il massimo che possiamo chiedere a noi stessi...

    Sono riuscita a sopravvivere ai clienti pretenziosi, alla collega ansiosa e a quella invidiosa, all'inquinamento, al tipo che non si è fermato allo stop, a quello che non mi ha lasciato passare sulle strisce, alla paura di sbagliare, alla stanchezza tipica del sabato, al mio pranzo ancora troppo pesante e nutrizionalmente sbilanciato, alle sigarette, ai troppi caffè, alla fila del supermercato...

    Ho vissuto? Me lo chiedo nuovamente...
    No...
    Ho partecipato a questo gioco che tutti i giorni scegliamo di riproporci senza sapere il perché...
    E come possiamo aspettarci di saperlo?

    Non lo sapremo fino a quando non smetteremo di sopravvivere ed inizieremo finalmente a vivere... a far scorrere vero sangue nelle nostre vene...

    Intanto si fanno le 18.00... guardo il cielo e penso a tutti quelli che in questo momento corrono per le città...
    Io sono fortunata... io ora sto vivendo.