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Daniele Imbornone

08 luglio 1989, Gorgonzola (MI) - Italia
Segni particolari: Attenzione! Estrema fantasia. Ci sono costretto a convivere e per riuscirci in modo decente, sono costretto a scrivere ciò che mi passa per la testa.
Mi descrivo così: Sono un giovane scrittore. Il mio genere preferito è il fantascientifico, anche se mi piace molto l'urban fantasy. Sono ancora agli esordi e mi sto perfezionando nella scrittura. Scrivo a qualunque ora e butto giù tutto ciò che la mia mente (contorta) mi suggerisce.
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  • 22 gennaio 2016 alle ore 11:37
    Il corvo rosso dell'Alta Società

    Come comincia: CAPITOLO 1
    IL BARDO ERRANTE.
     
    Il mondo di sopra è una monarchia consiliare fondata sul lavoro e il rispetto della legge.
    Essa assicura prosperità ai suoi abitanti e concede nuova linfa al mondo di sotto, secondo la magnanimità del supremo imperatore e dei suoi delegati.
    Art 1 comma 1 della costituzione.

    Anche quel giorno, proprio come ogni mattina, Luchas si era svegliata priva di novità.
    La signora Maron era uscita presto a fare la spesa e aveva lasciato in cucina la colazione per i suoi due bambini e il marito nel letto col bacio del risveglio. Henry  Stryp, L’ortolano, curvato degli anni e dal suo mal di schiena cronico, sistemava le verdure sul bancone già da tempo al vaglio di alcune clienti abituali.
    I vecchi chiacchieravano tra loro in piazza, alternando a una sniffata di tabacco e l'altra, una sbirciata ai bambini che correvano felici e una occhiata nostalgica agli uomini di ritorno dal mare.
    Per loro, come per tutti gli altri, i giorni scorrevano lenti; gli anni, come secoli. Già… non c’era proprio nulla di nuovo nella piccola ma ridente Luchas; famosa solo per le sue rape e il suo ottimo pesce.
    A parte forse un piccolo dettaglio. Due giorni prima un mercante proveniente dalla più grande Dorys, aveva informato la cittadina portuale dell’imminente arrivo di Fan.
    Quando Luchas lo seppe, tutti, dal primo all’ultimo, ne furono entusiasti. Il sindaco Mc Ghin fu in prima linea nella corsa al rinnovamento del paese, portando personalmente in piazza festoni, vasi di fiori e ogni cosa utile a intrattenere per un paio di giorni il personaggio.
    Febbraio era stato molto freddo e piovoso, ma in quel lunedì d'inizio marzo, i raggi del sole splendevano come in piena estate. Per molti questo fu un segno: come se anche l’astro mattutino lo aspettasse e avesse dato la sua benedizione a una festa che avrebbe lasciato il segno.
    Prima che il sole sorgesse sul secondo giorno dopo la rivelazione e abbracciasse il mulino a vento sopra la collina, tutto il borgo si era già riversato da tempo nelle poche centinaia di metri della piazza di Luchas.
    «Perché vi siete riuniti qui oggi?»
    Gary Stanford era senza dubbio l'uomo con la voce più squillante della cittadina e quel giorno, invece di strillare al mercato per elogiare il suo pesce, gridava per scaldare il pubblico e infiammare gli animi.
    Tutti risposero unanimi: «Volgiamo Fan!»
    «Come? Non riesco a sentirvi!»  gridò Gary a squarciagola, temporeggiando.
    «Vogliamo Fan!»
    Dal vecchio cascinale della signora Hanz, Sam era testimone, suo malgrado, dell'attesa traboccante del borgo. Ascoltava tutto e osservava con fare annoiato le ombre che sfrecciavano sul muro dietro di lui. Sapeva di chi fossero quelle ombre. Accadeva sempre. In qualunque città andasse c'era sempre qualcuno che dormiva troppo o che non dormisse affatto e che quindi, alla fine, perdeva la poltrona.
    Sam si concesse un altro sorso d'acqua dopo la lunga notte di cammino. Nonostante la fatica gli piaceva quella vita. Amava soprattutto che, ovunque fermasse gli zoccoli, lui e il suo padrone venissero accolti come grandi eroi. Le voci pian piano scomparvero, proprio come il sapore dell'ultimo boccone di paglia che aveva mangiato. Sbuffò e, dondolando la coda per allontanare le mosche, si mise alla ricerca di un posticino dove riposare le lunghe e stanche zampe. Nitrì felice quando trovò ciò che faceva al caso suo. Era in un angolino, all'ombra e lontano dalla finestra e, quindi… fuori dalla portata di sguardi indiscreti.
    Spesso gli umani si comportavano come se non avessero mai visto uno come lui.
    Tale frustrazione era compresa solo dalle parole del suo compagno di viaggio. Diceva che lo guardavano meravigliati perché sbalorditi dal suo manto bianco, dalla sua criniera sempre in ordine, o forse dalla croce nera che gli divideva a metà la spaziosa fronte. Sam gli credeva ma ogni tanto ribatteva con sonori nitriti.
    «Cosa, lo pensi davvero? Oh andiamo, sei ancora in gamba, un giovanotto!» E ancora:
    «Sei una bestia rara, mica un pensionato. Devi capire che non sono in molti ad avere visto un cavallo come te.» Già, forse era vero e forse, anzi, sicuramente, lui avrebbe rimediato all'inconveniente convogliando su di sé le attenzioni di tutti; riscrivendo l'ultima frase e facendola diventare: "non sono in molti ad aver visto uno spettacolo come il mio!"  Lo faceva sempre e Max aspettava solo quello.
    Era pronto e comodo, con le orecchie puntate alla piazza, per udire suoni che non si sarebbe mai stancato di ascoltare.
    Le arterie di Lucas erano deserte, ma nel suo centro, dentro il suo cuore, vi correva un treno.
    La piazza era più che gremita e, il palco eretto per l'occasione, sovraccarico di occhi e orecchie affamate.
    Leggermente dietro, sotto la sua ombra, le ruote e le assi di una carovana estranea. Era tenuta in maniera impeccabile, anche se le avversità affrontate erano state di sicuro molte. Le riparazioni e le piaghe del legno, per il suo proprietario sembravano avere lo stesso valore di coppe e medaglie, e invece di nasconderle sotto una semplice mano di vernice, le sfoggiava con orgoglio e fierezza.
    «Bene gente, vedo che siete pronti e carichi» gridò a squarciagola il pescivendolo «quindi, senza ulteriori induci, vado a presentarvi il nostro ospite d’onore! Acclama, oh Luchas ed elogiate tutti, suoi abitanti: il cantastorie proveniente dal mondo fatato di Sinfònia, il ballerino del crepuscolo, l’angelo purpureo; ecco a voi Fan il grande!»
    Dall’interno della carovana saltò fuori un uomo. Gridando quasi quanto la platea, Fan si presentò ai suoi beniamini spalancando le braccia con un sorriso smagliante.  Dopo una rapida occhiata alla folla, l’uomo si sistemò il cappello di stoffa e attaccò a pizzicare le corde del suo banjo.

    Il sole si alza nel cielo più vero
    E non c’è niente che mi renda più fiero
    La città si sveglia di primo mattino
    Con gli uccelli liberi e il gallo canterino
    Respirate l’aria, amici cari!
    Sentite il sole riscaldare la vostra pelle
    Perché poche son le cose più belle
    e molti i bocconi amari
    Di cosa questo bardo sta parlando?
    Ma della felicità! State attenti, mi raccomando.
    Ogni fatica aspetta premio
    e ogni raccolto attende un granaio
    La ricompensa per il lavoro è il vostro gaio
    e la felicità perenne è l’augurio mio!
    Rammentatevi di queste rime
    Conservate queste mie strofe inf’ìme
    Perché  la felicità vi voglio donare
    poiché il mio cuore è generoso nel dare!
     
    La voce melodiosa di Fan rapì gli ascoltatori e le vibrazioni delle corde del suo strumento di legno e tela, li ipnotizzò come un incantatore fa coi serpenti. Di lui Luchas conosceva solo la fama ma, ora che lo avevano davanti agli occhi e, soprattutto, alle orecchie, trovò che le informazioni trapelate non gli rendevano giustizia. «Vogliamo vederli! Facceli vedere, Fan!» gridarono in molti dalle prime file.
    Il Bardo itinerante atterrò sulle punte dopo una piroetta e si fermò. Accarezzando due corde domandò:
    «Amici cari accorsi oggi per udirmi, in cosa questo essere inferiore può servirvi?»
    «Vogliamo vederli! Facci vedere il sangue!» Urlò la folla con un crescendo d'ovazioni.
    Fan sorrise e, sfoggiando nuovi ritmi e nuovo magnetismo, tornò a suonare come il mago della musica che aveva stregato la città.
    Rammentatevi di queste rime
    Conservate queste mie strofe infìme
    Perché  la felicità vi voglio donare
    poiché il mio cuore è generoso nel dare!
    La seconda parte dello spettacolo coinvolse a tal punto il pubblico che le acclamazioni avvolsero il paesino e le sue campagne circostanti. Mentre saltava e ballava, giostrando col banjo in maniera sublime senza fatica apparente, il vento salmastro, come un ammiratore troppo zelante voglioso di un souvenir della propria celebrità, rubò a Fan il cappello. Una cascata purpurea scivolò dalla nuca, gli accarezzò la veste rattoppata e, prima che ricadesse sulle cosce, con un movimento deciso del collo, l'artista l'adagiò nella scia del vento; incantando con essa, attraverso evoluzioni sempre nuove, coloro che con insistenza ne avevano richiesto la presenza. Il bardo terminò la ballata con un profondo inchino preceduto dal ritornello di tutte le sue canzoni. Il sipario scese sullo spettacolo attraverso una pioggia di finissimi capelli che sfiorò il palcoscenico.
    La mattinata volò in un attimo. Nessuno seppe quantificare la durata dello spettacolo, ma tutti furono concordi nel definirlo incredibile. Il sindaco Mc Ghin invitò Fan a fermarsi a pranzo a casa sua e organizzò un banchetto in grande stile per la sera. Il convito ebbe inizio al tramonto, ma l'allegria di Luchas fu tale che Fan non riuscì a capire quanto durò la pausa tra la fine della sua esibizione e l'inizio della cena.
    Sulle grandi tavolate ovali, vivande e bevande vennero servite fino a notte fonda, e birra e vino locale, insieme all'energia contadina, non mancarono mai. Il banchetto si concluse dopo aver messo a letto i più piccoli. Il falò al centro dello spiazzo fu ravvivato con altra legna e le ragazze più graziose, vestite coi costumi tradizionali, iniziarono a danzarvi attorno. La vera festa cominciò solo allora.
    Il ritmo della musica, scandito dal battito delle mani di chi tra il pubblico animava la serata, era irresistibile.
    Il bardo, attratto dalla leggiadria delle danzatrici e dal clima festoso, si lascio trasportare al punto dal voler memorizzare gli accordi delle ballate per un futuro componimento.  
    I movimenti delle giovani gli ricordavano vagamente i suoi; erano più lenti e attenti, ma se eseguiti da loro l’insieme cambiava radicalmente, assumendo una vena in più di beltà.
    Agli occhi di Fan erano fate. Ne scelse una e focalizzò la sua attenzione su di lei. Quel vestito lungo e niveo, i pizzi ricamati, la corona di fiori rosa sui capelli e quei movimenti degni di un’ape su un giglio, lo incantarono e lo proiettarono in un passato molto lontano.
    In un attimo tutte le altre scomparirono e rimase solo lei a danzare per lui.
    Una voce poi gli parlò. "Pher! Vieni anche tu, è divertente!"
    E, per un motivo che non comprese bene, gli iridi divennero giallo oro e le dita si strinsero attorno alla tovaglia di tela. «Fan, qualcosa non va?» domandò Mc Ghin  seduto alla destra del cantastorie.
    L’ospite riemerse dall'indesiderato scherzo della memoria e si sforzò di riportare gli occhi al suo normale azzurro. «Tutto bene, grazie sindaco» disse sfregandosi il viso con le mani «davvero uno spettacolo magnifico, complimenti. Erano molti anni che non vedevo danzare ragazze così brave.»
     
    Furono in pochi a resistere fino all’alba, ma la maggior parte delle ragazze restò per fare compagnia a Fan.
    «Qual è il tuo tipo di donna ideale?»
    A quella domanda Fan quasi soffocò del goccio di birra che gli restava nel bicchiere. Arrossì, diventando paonazzo quasi quanto i suoi capelli. Tutti gli occhi erano su di lui… ancora una volta. Ciò non gli dispiaceva, anzi, in tutti quegli anni di vagabondaggio era stata una cosa assai gradita; tuttavia quella domanda gli aveva sempre causato problemi.
    Quindi, vedendo avvicinarsi l’ora della prova, il bardo si difese usando l’unica arma a sua disposizione.
    Raccolse il suo fedele compagno di battaglie e cominciò a intonare una melodia.
    Socchiuse gli occhi.
     
    Come dev’essere la donna mia?
    Questo benjo ve lo dirà.
    Deve seguire questa melodia
    Che tutti quanti vi stupirà.

    A tratti folle, pur sempre dolce
    Che sia delicata, ma fiera e forte
    Di sorrisi adorna, come consorte
    La cui carezza mio vivere molce.
    Voglian gli dei che mi sia concesso
    Purtroppo, è solo un mero riflesso.
    Durante i secoli della sua attività gli era capitato molto di rado; tuttavia Fan era il tipo di uomo che al sorgere del pensiero, qualunque esso fosse, questo si manifestava a tutti. In quell'occasione, fu nei panni di una ballata al chiaro di luna. Le dita affusolate modificarono il ritmo e intonarono un inno nuovo, frutto della sua anima vissuta. La cadenza era dolce, ma i suoni che lasciavano il banjo avevano una vena di amarezza in loro e rispecchiavano l’espressine del viso che l’uomo aveva assunto.
    La musa mia si annuncia ansante
    tra cadaverici sospiri
    La morte tiene nei respiri;
    d’Ade eCaronte melliflua amante.
    Oh, si invece, amiche care, non vi sbagliate
    Il vecchio Fan non mente, bene badate
    Lui pien d’ardore canta, sappiate
    per il  trascorso  cancellare
    e un’agonia dimenticare.

    Fan alzò gli occhi di scatto e ritrovò il controllo di sé perso solo per un attimo. Aveva parlato troppo e con parole decisamente sbagliate. Diede una occhiata alle giovani. Erano spaventate e la bocca di alcune era aperta per lo stupore.
    Balzò in piedi e tornò a strimpellare con forza la canzone del suo debutto.
      Rammentatevi di queste rime
    Conservate queste mie strofe infime
    Perché  la felicità vi voglio donare
    poiché il mio cuore è generoso nel dare!

    Già dopo i primi accordi molti volti si sporsero dalle finestre e, benché assonnati, quella tiritera nel cuore della notte non parve dispiacere a nessuno. Anzi, tempo pochi minuti e la maggior parte di loro scese in strada a danzare; guidati dal loro musico preferito, felice di scatenarsi con loro e per loro.

    «Sicuro di non voler restare per qualche giorno? Lo sai che ospitarti non è affatto un problema.»
    Alle spalle del signor Mc Ghin c’era la città intera. Fan vide i musicisti che avevano suonato durante la cena, i bambini con cui aveva ballato e anche le danzatrici che, nonostante l’incidente, ancora pendevano dalle sue labbra e bramavano afferrarle. Il volto di Fan s'aprì in un sorriso nel notare le sue due ragazze in prima fila. Serenità e Felicità seguivano l'artista ovunque andasse e lui le considerava le sue ammiratrici numero uno. «Vi ringrazio molto signor sindaco, ma sono costretto a declinare l’offerta» disse Fan con un profondo e umile inchino. «L’unica regola che mi sono imposto è di non restare in una città per più di un giorno e una notte.» Il primo cittadino si rattristò per il rifiuto, così come tutta Lucas; tuttavia, dopo un attimo di debolezza, riemerse l’uomo impavido che, col suo carisma giovanile, aveva conquistato l’allegro borgo alle votazioni di meno di un anno prima.
    «Le regole sono regole. Chi sono io per forzarti a infrangerle visto che sono un tutore dell’ordine e della legge?» Gli tese la mano.
    «Grazie mille, sono lieto che abbia capito.»
    «Ci siamo divertiti moltissimo con te, Fan. Se ti ritrovassi da questi parti più avanti, ricordati di passare; ti assicuro che l’accoglienza sarà ancora più calorosa!»
    Il sole brillò sul viso raggiante del bardo, facendolo splendere a sua volta. «Tornerò, non dubitate» Afferrò la mano protesa e, dopo gli ultimi saluti e inchini, balzò sopra la sua carovana, dietro a un Sam pronto e scattante. Spronò con le redini il destriero, il quale prontamente nitrì e partì. La folla lo seguì fino al confine sud di Luchas. Le mani in perenne movimento furono per Fan come le pale del mulino sopra la collina e lo deliziarono fino a quando, proprio l'ombra di quelle pale, non le inghiottirono. Quando fu abbastanza lontano, l'uomo appoggiò la mano su una tavola di legno del pavimento del carro e questo scivolò via. Premette il palmo sopra un pannello di metallo. Dopo averla scansionata, un getto di fumo avvolse il cocchio
    «Sempre diritto, Sam, portami ancora più a sud» disse al cavallo.
    Si tolse il cappello liberando la chioma e si sdraiò, entrando per metà nel suo mezzo di trasporto. Il tetto della carovana si aprì lentamente e una prima lama di luce lo pugnalò all'altezza del cuore. Fan socchiuse gli occhi e s'immerse nei suoi pensieri prima che una secondo affondo di fotoni lo privasse della vista.
    «Svegliami quando saremo arrivati.»
     
    Amava la primavera. Adorava il tocco dell’aria frizzante sulla pelle e per lui nulla era come il sentire l’erba crescere sotto i suoi piedi. La collinetta dove sonnecchiava tranquillo era la più alta dell’emisfero sud.
    Da quello spicchio di paradiso scorgeva sia la vita urbana, indaffarata e costante, che la tranquillità della campagna. Sbadigliò con pigrizia. Raccolse un dente di leone e lo guardò assorto. Le nuvole lo salutavano da lontano con le loro mille forme. Per Fan il sud del continente aveva le nuvole passeggere più belle; e lui si divertiva a memorizzarle con occhi viola: era il suo hobby.
    Due mani gli posarono sulla testa una corona di margherite.
    «Oh, grazie mille, Feli.» Felicità gli sorrise e lo baciò sulla fronte. Voltandosi alla sua sinistra, Fan intravide Serenità tentare di acchiappare una farfalla saltellando tra i fiori di campo. I suoi capelli neri, lunghi fino alle spalle, erano in netto contrasto con quelli di Felicità: biondissimi, che le accarezzavano i gomiti.
    Erano le sue ragazze, la sua consolazione. Era il loro amore sincero a farlo andare avanti e fu solo grazie a loro due che Fan non impazzì durante i suoi anni bui. Respirò avidamente e socchiuse gli occhi, immergendosi nel profumo dell'erba. Sbadigliò ancora, contemplando la penombra delle palpebre socchiuse. Quelle ultime settimane lo avevano impegnato più del previsto. Le dita ancora ardevano e le gambe gli dolevano per il troppo lavoro. Si guardò bene dall’addormentarsi però. La sua mente aveva involontariamente riportato a galla vecchi pensieri che una dormita avrebbe solo ravvivato e resi più vicini. Fan non dormiva da secoli, non voleva dormire…
    Chiudere gli occhi e assaporare la magica frescura della bella stagione, alla lunga lo avrebbe rinvigorito.
    Sì, avrebbe fatto così; il tempo era dalla sua parte.
    «Buon pomeriggio amico, come ti va la vita?»
    «Non rilascio interviste, per gli autografi rivolgersi al mio agente» esternò Fan con voce piatta.
    «Non chiuderesti un occhio per un tuo vecchio compagno, eh Sayph?»
    «Se mi chiami in quel modo non puoi essere venuto in pace; di questo ne sono abbastanza sicuro, Boris.» Boris Cohen sciolse le braccia e sorrise.
    «Lieto che ti ricordi ancora di me, Sayph.» Per Fan, l'arrivo di Boris Cohen preannunciava l'oscurità di chi lo aveva mandato.
    «Non mi chiamare così» disse l’uomo immergendo gli occhi azzurri nel blu della volta celeste.
    «Il mio nome è Fan.» Cohen si sdraiò a pancia all’aria come lui, facendo attenzione a non stropicciare o sporcare il suo completo firmato. Fan ne fu alquanto irritato, ma si limitò a sospirare.
    «Cosa ci fa un servo dell’Alta Società in questo posto sperduto? Se non ricordo male non vi degnate di muovervi da Araghent.» Boris allargò la curva delle labbra e si lasciò cullare nella magnificenza dei fiori e dell’erba tenera. Per molto tempo nessuno disse nulla, lasciando aleggiare i pensieri insieme al candore delle nubi. «Come ti vanno le cose?»
    «Meglio di quanto immagini» ammise il bardo sereno.
    «Vedo che ti piace prendere aria.»
    «Mi aiuta a non pensare. Il cielo è magnifico in primavera: chiaro più dell’inverno e dell’autunno ma meno dell’estate; una giusta combinazione di beltà e utilità.»
    «Esattamente come te, vecchio marpione. »
    Il vento strappò dalla bocca di Fan il suo prossimo commento.
    «Cosa sei venuto a fare qui?» domandò.
    «Sono venuto a chiamarti.»
    «Qualcuno mi vuole? Digli di lasciare un messaggio alla segreteria telefonica, da oggi sono in vacanza.
    «Non posso farlo, è una cosa urgente e importante» avvisò Boris.
    Fan si mise seduto e guardò con iridi verdi, simbolo d’irritazione, il suo vicino.
    «Credi davvero che non sappia il motivo del tuo arrivo? Dì a quei cani che anche se mi promettessero metà del mondo di sopra, io non ne sono interessato!» Stizzito, si girò di lato, rifiutandosi di ascoltare le idiozie che l’avvocato gli avrebbe rifilato per convincerlo.
    Boris però conosceva il suo pollo e, difatti, reagì andandosi a sdraiare più vicino a lui; alla sua sinistra.
    Fan si voltò dall’altra parte. «Mi dispiace moltissimo di aver declinato la tua offerta quella volta» disse solamente. «Ma l'ho fatto per tutti e tre, tu lo sai.»
    Nessuna risposta da parte del suo vicino imbronciato.
    «A ogni modo, amico mio, credo che la vita da eremita canterino ti si addica molto.»
    «Pff, un fan… ma guarda che fortuna.»
    «Dico sul serio Sayph, lo penso veramente.»
    L'alzata di spalle di Fan fece trasalire Boris. «Oh che diamine! Quanto odio questo tuo modo di fare! è proprio vero che il lupo perde il pelo ma non il vizio.»
    «Sono stati loro a volermi così. Lamentati con quelle mummie, non con me. Io sono libero e faccio come mi pare.»
    «Questo lo credi tu. Pensi davvero che l’Alta Società non ti abbia tenuto d’occhio durante questi anni d’esilio? So che pensavi che cambiando nome e cambiando vita avresti potuto far perdere le tue tracce, ma ti assicuro che non ti abbiamo perso di vista nemmeno per un momento.»
    «Avrai notizie dal mio avvocato. Ti accuserò di stolking; a te e anche ai tuoi amici.»
    Boris riuscì a rimanere serio solo per una decina di secondi; trascorsi i quali scoppiò a ridere facendo oscillare a tempo di record il suo pancione rotondo. Si passò una mano sulla nuca per metà stempiata.
    «Beh, almeno hai sviluppato un minimo di senso dell’uomorismo… meglio tardi che mai!
    Ricordo che quand'eri ancora in servizio non capivi mai le battute, anzi, eri tu a darle benzina.»
    Si asciugò col dito una lacrima, frutto delle risate. «Sì amico, credo che nonostante tutto questa vita da ramingo ti abbia fatto maturare.»
    Per la prima volta da quando aveva concluso la sua visita ad Astar, Fan sorrise.
    «Ecco l’espressione che volevo vedere.»
    «Non è la prima volta che sorrido; durante i miei spettacoli sono sempre allegro.
    «Non puoi darla a bere al vecchio Boris. Tu sorridi, ma senza convinzione. Quelli che propini ai tuoi ammiratori non sono sorrisi sinceri, ma ghigni prefabbricati sopra una maschera di ceramica bianca.»
    L'ultima esclamazione dell'avvocato affossò l'umore di Fan; il quale tornò impassibile e i suoi occhi del colore della terra.
    «Boris, dimmi cosa sei venuto a fare esattamente. Cosa vogliono da me gli avvoltoi?»
    Il legale lasciò correre un abbondante minuto prima di parlare.
    «Dimmi Sayph, ti andrebbe di tornare in azione come i vecchi tempi?» Fan aprì di poco le labbra. In un brevissimo secolo di stupore e ricordi, il bardo ripercorse gran parte della sua storia. Ricordò le battaglie e le gioie e i dolori di un tempo ormai perduto nel tempo.
    Prima però che potesse ribattere, si ritrovò le braccia di Felicità al collo.
    Gli occhi azzurri luccicavano di lacrime. In silenzio, lo supplicava di restare, di non cedere, di fare attenzione alle trappole che gli avevano tese.  Fan annuì e scrollò la testa per mandare via quella ipotesi e anche tutte le altre. «Basta prendere in giro questo vecchio relitto fallito» disse «sono stato bandito, ricordi? Scomunicato dal grande capo in persona.» Sprofondò ancora nell’erba con un tonfo sordo.
    Boris s’alzò in piedi. Serenità lo fulminò con gli occhi e lo sgridò con una linguaccia, ma l'avvocato non la degnò di uno sguardo. Piuttosto, si piazzò tra Sayph e i raggi del sole; oscurandolo con la sua stazza.
    I due si scrutarono attentamente.
    «E se ti dicessi che… il grande capo vuole vederti? Come la prenderesti?»