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in archivio dal 16 mag 2008

Edoardo Pisani

24 febbraio 1951, Pisa
Segni particolari: Un uomo qualunque che tenta di mettere in parole e versi le proprie emozioni
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  • 16 maggio 2008
    Chi

    Vento portando vai
    raggi di silenzio
    dove il sorriso splendeva
    aggiungi
    grigio all’azzurro velato
    a nascondere immagini
    suoni e voci
    di una storia mai iniziata.

    Chi potrà ascoltarti.

    La strada sognata
    tracciata dalle tue dita
    percorro
    a ritroso
    in tortuosi pensieri
    alimentati da un desiderio
    lancinante
    su ricordi di immaginato piacere.

    Chi potrà vederti.

    Sensazioni emozioni scolpite
    in meandri sconosciuti
    impronte indelebili
    segnate
    dalla danza di corpi
    incatenati
    in reciproca fonte
    inaridita dalla ragione.

    Chi potrà toccarti.

     
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  • Come comincia: Quei primi anni della sua vita trascorrevano sereni nella casa dei cari nonni in attesa del fine settimana quando i suoi genitori, liberi dal lavoro, dedicavano tutto il loro grande amore al proprio figlio. Le giornate erano sempre le stesse ma l'affetto del quale era circondato le rendevano piene di vita e mai noiose.
    La mattina al risveglio si ritrovava insieme al nonno davanti a due tazze gigantesche piene di caffelatte preparate amorevolmente dalla nonna che era in piedi già da qualche ora. Bimbo, mentre inzuppava i biscotti nella propria tazza, si incantava a guardare nonno Renato, che ai suoi occhi appariva come un gigante buono uscito da qualche favola di quelle frequentate da maghi, streghe e fate. Una specie di guerriero d'altri tempi. Il nonno si tagliava due enormi fette di pane di quello avanzato il giorno prima, che lui chiamava "posato". "C'è il pane posato?" Chiedeva sempre alla nonna. Lui non amava il pane fresco perché diceva che era difficile da digerire. Poi con le sue enormi mani spezzettava il pane e lo metteva nella tazza, dando vita ad una vera e propria zuppa di caffelatte. Sguainava quindi un enorme cucchiaio e iniziava a mangiare.
    Tutto sembrava gigantesco agli occhi di Bimbo, anche la voracità con la quale il nonno affrontava la zuppa e la mangiava in pochi minuti. A volte rimaneva incantato con il biscotto in mano, la bocca aperta, ad osservare il gigantesco nonno che brandiva la sua spada luccicante, il cucchiaio, la immergeva nella tazza per farla venire fuori stracolma di pane inzuppato nel caffelatte. Era allora che Gerbina lo risvegliava da quell'incantesimo, con un dolce scappellotto "Su Bimbo che fai tardi all'asilo". Di soprassalto Bimbo riprendeva a mangiare per finire il più in fretta possibile.
    Poi arrivava il momento più temuto di tutta la giornata: prima di uscire la nonna prendeva in mano il pettine e la molletta, due strumenti di tortura, per tentare di sistemargli i capelli come lei riteneva più opportuno. Capelli lisci che mal si adattavano a qualsiasi tipo di piega che la nonna volesse dare loro. Dopo qualche minuto di lotta impari, di acqua spruzzata sui capelli, di qualche passata di brillantina, Gerbina inforcava la molletta e... zac... con una mossa rapida incatenava quel ciuffo ribelle raccolto da un lato.
    Soddisfatta gli sistemava il grembiulino, gli porgeva il panierino con il pranzo e guardava Renato e Bimbo che tenendosi per mano uscivano di casa.