username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Racconti di Emanuela Siano

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Emanuela Siano

  • 29 maggio 2006
    Un locale qualunque

    Come comincia:

    Già, l'invito. In un locale qualunque
     
    Perché non importa dove e come
     
    Perché in quel momento non esisterebbe nulla al di fuori del nostro tavolino.
     
    Del nostro pezzo di bar.
     
    Perso in un angolo della città, nella confusione della città, tra smog e afa di primavera.
     
    Esisteremmo noi con le nostre debolezze e il nostro orgoglio lì in agguato,pronto a colpire in caso di bisogno, pronto a uccidere per difendersi.
     
    Ci saremmo noi, seduti e impacciati ma forse sinceri.
     
    "Cosa prendi?".

    "Non saprei. Magari un thè freddo, non bevo alcolici".
     
    E ora dimmi davvero: "Come stai? Cosa senti? cosa desideri?"
     
    "Eh sì, lo sapevo che prima o poi ci saremmo visti".
     
    "Che bella serata, eh? Hai freddo?".
     
    "No sto bene, grazie".
     
    Se mi vedi tremare non è il freddo è una certa emozione che prende lo stomaco.
     
    È una certa sensazione che ha radici profonde e lontane e antiche e magiche e misteriose.
     
    Qualcosa d'istintivo e animalesco che non puoi fermare.
     
    E i brividi non cessano. Fermali tu, con i tuoi occhi magari O col sorriso o con una semplice parola, una frase giusta, se esiste.
     
    Eccoci
     
    Ora mi hai davanti, che mi dici?
     
    Ora che puoi avermi
     
    Ora che posso averti
     
    Parlami ancora. E ancora. E non fermarti.
     
    Continua a parlarmi, anche nel silenzio.
     
     
    Sssssssssh
     

    Voglio sfiorarti
     
     
    Posso toccarti? Posso baciarti? Posso morderti?
     
    Tanto lo so che a fine serata ti avrò toccato
     
    O sfiorato
     
    O baciato
     
    O morso
     
    E allora perché aspettare? Cosa aspettare?
     
    Lo sai che se ti guardo i miei ormoni come proiettili esplodono, si agitano e spingono come palle da biliardo, da una sponda all'altra in cerca di un po’ di pace.
     
    Lo sai che se ti guardo voglio avere da te delle risposte.
     
    E non puoi sbagliare
     
    Sennò il castello crolla
     
    Stai attento
     
    Regalami stasera
     
    Regalami il sogno
     
    Adesso
     
    Solo per un momento
     
    O per qualche ora
     
    Ma abbracciami solo se lo desideri
     
    Prendimi e tienimi solo se ne senti il bisogno, come lo sento io
     
    Guardami ancora, dritto negli occhi e non essere sarcastico, non essere retorico.
     
    Non essere stronzo
     
    Ho bisogno che tu sia tu, stasera
     
    E se di me non hai voglia
     
    Trattami male e lasciami andare.

  • 10 aprile 2006
    Ernesto - Erny

    Come comincia: Sei un pugno nel petto, diretto, incisivo, forte. Un pugno capace di abbattere le mie paure e i miei problemi inventati. Un pungo che mi paralizza costringendomi a guardarmi dentro, a vedere in me quello che spesso faccio finta di non vedere. Un pugno che mi obbliga a prendere tutta la forza che ho ma che spesso non sento e non sfrutto.

    Sei la tenerezza. Il tuo sorriso non lascia dubbi, la tua umile immobilità me ne dà la certezza: sei tu la tenerezza.

    Ti donerei le mani e i loro movimenti per poterti far provare i miracoli di cui sono capaci: una carezza, un abbraccio. Ti darei le mie gambe per farti correre e farti assaporare il gusto della stanchezza, il gusto del movimento; ti darei le mie gambe per farti passeggiare lungomare in una sera d’estate e sederti su uno scoglio a guardare il tramonto.

    Ti darei tutto l’amore che ho, tutto l’amore che posso perché sento di dovertelo. Non ho compassione per te, né provo pena, non credere sia questo, non è nemmeno vicino a questo. Per te provo amore e basta. Un amore sincero, vero, istintivo, spontaneo, e ti ringrazio perché mi ispiri queste parole, perché mi rendi migliore. Ti darei tutto ciò che ho e che sono. Ma mi accorgo che sei tu che dai a me. Come posso ricambiarti allora? Sei tu che mi dai amore, sei tu che mi dai dolcezza, sei tu che mi fai venir voglia di vivere e di dare me stessa a te e al mondo. Sei tu a farmi capire il senso di tutto. E lo so che sembra assurdo ma è così. Sei tu a farmi credere in Dio, a farmi venir voglia di pregare, a farmi desiderare di aver fede. Nessuno sa perché. Nessuno sa spiegare perché certe vite sono distorte o anomale e forse non esiste una spiegazione, non c’è un motivo. Ma c’è la fede, la speranza, la preghiera. C’è alzarsi ogni mattina e guardarti negli occhi e sorridere pensando che mi hai regalato un giorno ancora, un giorno nuovo con te. Sei nato perché qualcuno aveva e ha bisogno di te e tu avevi e hai bisogno di qualcuno.

    Ti bacerei, ti abbraccerei per ore, perché non so come potrei darti un po’ di me in altro modo. Vorrei dirti che sei importante per il solo fatto che esisti. Vorrei dirti che è bello che tu sia qui. Vorrei dirti che poteva capitare a me o a chiunque nascere con un problema genetico, è capitato a te ma non per questo fa di te una persona diversa. Solo più fragile. Ti aiuterò finché posso, con tutte le energie che posso. Vorrei dirti grazie perché mi aiuti a comprendere il senso della vita: amare, in modo assoluto.

  • 21 novembre 2005
    Quel silenzio

    Come comincia: Quel silenzio non lo sopporto, quegli sguardi pesanti.. quelli della gente, per strada, specialmente sulla metropolitana.

    Visi che sembrano dirti tutto e niente, visi che vogliono comunicare ma che sono frenati da un'ipocrisia sociale profonda e insensata.
    Quel silenzio freddo ma così comune, agghiacciante e repressivo. E vorrei dirvi che mi sento sola, che vorrei conoscervi tutti, vorrei dirvi com'è stata la mia giornata, cosa sento e vorrei chiedervi di voi. Pensare che se lo facessi sarei solo una matta, un'ubriacona, una che sicuramente ha sniffato prima di salire su quel vagone o chissà, anche peggio. Mi spaventa e mi logora questa sensazione di gelo che avverto, che filtra nella pelle, che mi indebolisce lo spirito, che mi confonde l'umore.
    Abbiamo le stesse esigenze: il bisogno reciproco l'uno dell'atro eppure lo rinneghiamo. Chi sei tu? Non ti conosco, non abbiamo mai pranzato insieme, non ci siamo mai presentati, qual è il tuo nome? Che cosa vuoi da me? Che informazione ti serve? Se posso ti aiuto ma poi ognuno per la sua direzione mi raccomando.
    E una parola gentile o di troppo ha la capacità di stupirmi, di stravolgermi la giornata, in modo positivo naturalmente. La voglia di comunicare è così alta e irrefrenabile, è un desiderio così passionale che rimane ingabbiato nella sua animosità di esprimersi, soffoca talmente si agita per liberarsi.
    E' questa sensazione che ho spesso prima di andare a letto: soffoco, mi manca l'aria, ho bisogno di respiri più ampi quasi a dire "ehi, domani ci riprovo, domani magari succede un miracolo".
    Ma non succede.
    E mi ripeto che sarebbe bellissimo poterti chiedere come stai e come ti senti anche se non ti conosco, sarebbe confortante confrontarci sulle nostre vite o semplicemente sulla nostra giornata, su quell'esatto momento e dirci le solite cose, anche banalità, anche retoriche, farci due risate e tutto sarebbe molto diverso, insieme.
    Qualcuno direbbe che soffro di solitudine…sì probabilmente è vero, ma è un'ulteriore cosa che mi accomuna a voi, agli altri. "Gli altri"! Ma che vuol dire "gli altri"? Ma chi saranno mai ? Perché non ci rendiamo conto che la vera follia è considerarci distanti, indifferenti?.. Non volevo usare questo aggettivo ma non trovo un sinonimo, forse non esiste.
    Soffro di solitudine perché desidero intensamente dei rapporti sinceri, costruttivi, pieni di valori, duraturi, su cui appoggiarmi, su cui adagiarmi anche, per condividere il peso delle paure e dei dubbi, per sorridere e ridere delle piccolezze e frivolezze dell'esistenza. Voglio persone oneste, che mi vogliano bene e voglio dar loro tutto ciò che posso. Lo volete anche voi, vero?
    ...Visto? Non siamo diversi, stesse esigenze, stessi bisogni.
    Ma non ci incontriamo mai, troppo timidamente sospetti, timidamente e fermamente lontani come se il contatto potesse procurare una scossa a cui non si è abituati, che non si sa gestire, fuori dai canoni, dalle convenzioni.
    Come si fa a spezzare le convenzioni? Come mi piacerebbe..
    Solo alcune, quante bastano per sentirsi slegati da un circolo vizioso che non ci fa incontrare mai.
    E quel silenzio è così assordante, così troppo esplicito, mi sembra paradossale e invece è concreto. Quegli sguardi, quei visi.
    Scrutano, analizzano, fantasticano, riflettono, maliziosamente si nascondono poi riappaiono impassibili e privi di espressione. Attenzione hai sorriso! Potrei pensar male, potrebbe essere un equivoco, forse non stavi sorridendo a me, forse pensavi ad altro e distrattamente mi hai donato un sorriso! E' stato bello comunque, l'ho apprezzato, grazie.
    E' così che vanno le cose, ci limitiamo, è inevitabile provare un senso di disorientamento, noi non siamo realmente così distanti, noi realmente vorremmo solo sentirci vicini, molto vicini e non potremmo mai temere nulla.
    La nostra natura non è solitaria, andiamo contro natura, violentiamo i nostri impulsi e diventiamo malinconici.
    Una malinconia che si colma solo se comincio a conoscerti e se riesco a distrarmi da questi pensieri, tuffandomi in te, ascoltandoti, afferrandoti.
    In quel silenzio insaziabile e insopportabile mi ci racchiudo e mi ci rannicchio perché pur senza parole mi sento meno sola nell'avervi accanto, nel sentire che io di quel silenzio faccio parte.

    Prima o poi una parola ve la dico.

  • 21 novembre 2005
    La nonna Maria

    Come comincia: Stasera guardavo il fuoco e mi sei venuta in mente tu: un ricordo forte, schioppettante come quella brace, luminoso, colorato come quelle fiamme rosse gialle e arancioni, robusto come quella legna che bruciava, e tenero come il calore che avvertivo sulla pelle.
    Mi rifugiavo sempre nel tuo seno abbondante e tenero e ora che quel petto materno dove affondare il mio viso stanco non c'è più mi stai sempre comunque accanto e mi permetti di rifugiarmi nel tuo ricordo o, semplicemente, in un camino acceso.
    E mi raccontavi la storia di Mariarosa tutte le sere e mi addormentavo felice di quella lettura analfabeta che ce la metteva tutta per coccolarmi, e mi ricordo ancora e ancora tutto. Il lievito Bertolino e le patate fritte pronte, che friggevano ancora, appena arrivavamo da quella regione fredda del nord e tu ci aspettavi, sempre. Ci accoglievi nel senso profondo del termine, ci amavi nel senso più vero e puro che questa parola contiene.
    E l'asinello fino in campagna e tu a piedi che mi trascinavi avanti e indietro e io ero felice e sorridevo e quella era la mia libertà, quello tutto il mio mondo, la mia realtà, e mi bastava.
    E mi sei rimasta dentro come quel fuoco che continua a bruciare, ti ho sulla pelle e ti conservo come la cosa più cara della mia vita, prima di me stessa. Forse perché sei stata la mia prima perdita cara, la prima morte che ho affrontato ancora piccola ma in età cosciente, fragile, quando capivo ogni cosa e ogni sentimento. Sono una parte di te perché cresciuta nel tuo essere splendido di donna, di madre, di moglie, di nonna capace di amare in modo sconfinato. Anche se non posso ufficializzarlo, io ti santifico. Perché per me sei simbolo di pace, simbolo del bene senza ritorno, senza aspettative, sei il dare per eccellenza, per l'indiscutibile e incomparabile spontaneo piacere di dare, sei la generosità, l'altruismo. E lo eri anche nella malattia, soprattutto nella malattia, in quel tuo soffrire in silenzio e con pazienza senza far pesare il tuo dolore, senza lacrime di troppo, senza falsi ipocriti lamenti, mai per attirare l'attenzione. In quel tuo preparare la pizza anche quando le ossa erano spezzate. E quell'ultimo bacio che ti ho dato l'ultima sera che ti ho vista ancora respirare, quel 16 notte maledetto, me lo sentivo che sarebbe stato l'ultimo, e sono felice di averti stretta a me ancora una volta.
    E lo stagno a Cateora, ore a giocare con le rane e i girini che catturavamo con i rami raccolti per terra, in compagnia di amici, cugini, parenti, la mia famiglia. E per la mano con te a raccogliere i pomodori fra i prati, con le tue amiche di campagna, e la quercia amica mia, le risa e il cibo, tanto in quei giorni d'estate, con l'aria fresca e pulita che picchiava forte e dolce sui nostri corpi vivi e sani. E le messe con te, con il vestito della domenica, e le tue preghiere sottovoce, e le tue palme pasquali addobbate per noi, piene di dolci e regali e colori e benedette da Dio e dal tuo sguardo amorevole. E quel sorriso, uguale a tua figlia e uguale al mio. E quelle mani che guardavi spesso, quasi a controllare i segni del tempo che c'erano ma che ti rendevano solo più bella, più cara agli occhi altrui, più saggia. Per me sei tutto questo ma molto di più, non so scrivere la tua storia, non so rinchiuderti in queste righe se non in minima ridicola parte, non so esprimere ciò che sei per me come vorrei, perché l'amore si dimostra, si esprime coi gesti, con le carezze, con la bontà, e a parole perde tanto del suo calore, diventa limitato: il tuo amore invece è senza limiti e dura e continua adesso. Mi sono chiesta spesso perché è capitato a te, perché hai sofferto così tanto, ma così tanto davvero, fino a che quel male ha deciso di spegnere la tua carne. E forse è successo perché in qualche modo dovevi proteggerci, a volte penso che magari hai sofferto per evitare che soffrissimo noi di qualcos'altro, per salvarci insomma. Io non lo so, tu avevi tanta fede e io cerco con tutta me stessa di averne anche se ancora tanti sono i dubbi. Ma credo in Dio, perché credo in te. Non può non esistere e non mi serve averne prova, ne ho la certezza: ti ho conosciuta.
    E ti parlavo nel buio quando mi hai lasciata, per consolarmi, per avere spiegazioni sulle insicurezze e sulle paure ingombranti che sentivo. E comunque ogni volta la tua risposta è arrivata in un senso di benessere immediato, che riesci a darmi con il tuo spirito di sempre.
    E le camminate su quella salita di via Tiro a Segno, e le pizze da Concetta, le torte con doppia crema e i miei compleanni a casa con te. E le chiacchierate con zia Anna, i miei primi amori, il dialetto esilarante che mi circondava e che ho imparato. E le bistecche sulla brace, sottili, deliziose, che mi tagliavi con le mani nude, ruvide di terra, che mi davi da mangiare condite come solo tu sapevi fare, e quei sapori li hai portati con te perché mai mi è ricapitato di provarli. E pacchi su pacchi che ci spedivi dal sud ogni volta che potevi, pacchi carichi di cibo, di te, di affetto, stracolmi di tutti i generi alimentari che avevi a disposizione e per noi valevano oro, erano regali meravigliosi, insostituibili, era come accorciare per qualche minuto la distanza pesante che ci teneva lontane, era come se in quei pacchi ci fossero state parti di te, e c'erano. E le bruschette, il capicollo, il pane duro con l'olio e quello sì che era tutto biologico, e le galline, le tue, e le uova fresche freschissime, sbattute al mattino con cacao, che non ho più gustato così. E la tua pasta fatta in casa, e le mattine all'alba, chilometri a piedi perché era bello, perché si poteva, perché le gambe reggevano, perché la campagna aspettava te. E tutta la natura ti amava come ti amo io. E mi facevi sorridere quando ti vedevo senza dentiera e t'imbarazzavi, ti vergognavi forse ed eri più indifesa e più dolce del solito. E gli struffoli col miele a Natale e le lucerne che aspettavo tanto e che non mi sono più piaciute da allora. E i tuoi vestiti uguali, la tua camminata zoppicante. Grazie per i ricordi.
    E la tua stazza grossa che nascondeva una dolcezza intensa, i tuoi capelli arruffati, bianchi. con qualche ciuffo ancora colorato di nero come quando eri ragazza, e la foto di tuo marito, di quel nonno che non ho mai conosciuto, che era in guerra quando ancora io non ero nel destino di nessuno, quel nonno bellissimo come nessuno, con uno sguardo bellissimo, e lo so che vi amavate, me lo immagino, mai hai pensato di sostituirlo e farti consolare da altri visi, e ricostruisco un po' la tua storia anche se non la so, ma fantastico con i pensieri ed è bello. E quella figlia, unica in tutti i sensi. L'hai avuta, il nonno te l'ha lasciata da curare, crescere, educare, amare, e ci sei riuscita in pieno, e guarda che nipoti meravigliosi hai!Ma tu questo lo sai. Quella figlia che è vera e viva più che mai, che ha lo sguardo dei suoi genitori, porta con sè la loro sincerità che traspare da ogni sua parte e io la riconosco sempre, anche quando ci trattiamo male. Continuo ad amarla. Sempre. Come faccio con te.
    E il tuo letto grande, il tuo profumo, e le lenzuola ricamate, l'acqua calda che mancava in quel bagnetto piccolo ma così famigliare. E quelle scale infinite per raggiungere la cucina di casa, il tuo affanno mentre le salivi. E la tua semplicità assoluta che ci hai trasmesso con naturalezza perché tu eri così, senza artifici, e le apparenze non contavano. Tu eri solo sostanza e che sostanza! E queste lacrime non te le dedico perché fanno parte di una mia debolezza umana. Io ti dedico i sorrisi e le mie risa e i miei abbracci a persone che amo davvero e le mie carezze spontanee, sentite, ed è come se le dessi a te. E quella sera che hai lasciato le stampelle e hai camminato col bastone, un miracolo forse, ma forse solo illusa speranza. E sei ritornata sulla sedia a rotelle, tu che eri fuoco, tu che eri forza, sei rimasta a letto, anche se di forza ne hai avuta fino all'ultimo. E non c'è bisogno di dire niente. La tua salma l'ho guardata, dopo il mio rifiuto, ho ceduto, e ti ho vista che eri andata via ma per me sei sempre qua. E in questi occhi ti rivedo ti rivivo e ti dedico sì la mia vita. E con te non ho paura di nulla. Mi hai fatto amare l'esistenza e il mondo, osservandolo e provando interesse e curiosità per ogni singola cosa. E perdona questa mia pigrizia, questo mio tempo, questa mia società, questa mia città che così poco ti somiglia. Perdona quest'egoismo che così tanto si allontana dal tuo modo di essere. Perdona questa fragilità che certo non mi hai insegnato. Perdonami tutto ciò che d'impuro porto dentro, ma i giorni passano e anche gli anni, i tempi cambiano, le persone, impaurite, induriscono gli animi per difendersi, e si cresce in modo diverso. Ringrazio il Cielo per essere cresciuta con te. Mi ricordi la bellezza della vita in ogni suo dettaglio, ed è per questo che, anche se spesso ingenuamente, vedo la bellezza riflessa ovunque e in chiunque. E so sorprendermi ancora davanti a un tramonto. Sei soddisfatta? Dovresti. Hai lasciato un ideale di perfezione prima di andartene, ideale che cercherò di trasmettere al mio prossimo e comunicare come posso.
    Grazie per l'umiltà che ho ereditato. Grazie per l'infanzia che mi hai regalato. Grazie per il tempo che mi hai dedicato.
    Grazie. Sarai sempre la nonna migliore del mondo, la mia.