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Autore

Emanuela Siano

in archivio dal 21 nov 2005

01 gennaio 1980, Milano

segni particolari:
NEVER GIVE UP

21 novembre 2005

La nonna Maria

Intro: Un tuffo nei ricordi. Sentita e commovente "lettera" di ringraziamento per una nonna che in vita ha trasmesso l'antico senso d'amore inscindibile dal sacrificio e dall'abnegazione per la famiglia. Una delicata descrizione di colori, sapori e valori di cui oggi sentiamo (pur)troppo la mancanza.

Il racconto

Stasera guardavo il fuoco e mi sei venuta in mente tu: un ricordo forte, schioppettante come quella brace, luminoso, colorato come quelle fiamme rosse gialle e arancioni, robusto come quella legna che bruciava, e tenero come il calore che avvertivo sulla pelle.
Mi rifugiavo sempre nel tuo seno abbondante e tenero e ora che quel petto materno dove affondare il mio viso stanco non c'è più mi stai sempre comunque accanto e mi permetti di rifugiarmi nel tuo ricordo o, semplicemente, in un camino acceso.
E mi raccontavi la storia di Mariarosa tutte le sere e mi addormentavo felice di quella lettura analfabeta che ce la metteva tutta per coccolarmi, e mi ricordo ancora e ancora tutto. Il lievito Bertolino e le patate fritte pronte, che friggevano ancora, appena arrivavamo da quella regione fredda del nord e tu ci aspettavi, sempre. Ci accoglievi nel senso profondo del termine, ci amavi nel senso più vero e puro che questa parola contiene.
E l'asinello fino in campagna e tu a piedi che mi trascinavi avanti e indietro e io ero felice e sorridevo e quella era la mia libertà, quello tutto il mio mondo, la mia realtà, e mi bastava.
E mi sei rimasta dentro come quel fuoco che continua a bruciare, ti ho sulla pelle e ti conservo come la cosa più cara della mia vita, prima di me stessa. Forse perché sei stata la mia prima perdita cara, la prima morte che ho affrontato ancora piccola ma in età cosciente, fragile, quando capivo ogni cosa e ogni sentimento. Sono una parte di te perché cresciuta nel tuo essere splendido di donna, di madre, di moglie, di nonna capace di amare in modo sconfinato. Anche se non posso ufficializzarlo, io ti santifico. Perché per me sei simbolo di pace, simbolo del bene senza ritorno, senza aspettative, sei il dare per eccellenza, per l'indiscutibile e incomparabile spontaneo piacere di dare, sei la generosità, l'altruismo. E lo eri anche nella malattia, soprattutto nella malattia, in quel tuo soffrire in silenzio e con pazienza senza far pesare il tuo dolore, senza lacrime di troppo, senza falsi ipocriti lamenti, mai per attirare l'attenzione. In quel tuo preparare la pizza anche quando le ossa erano spezzate. E quell'ultimo bacio che ti ho dato l'ultima sera che ti ho vista ancora respirare, quel 16 notte maledetto, me lo sentivo che sarebbe stato l'ultimo, e sono felice di averti stretta a me ancora una volta.
E lo stagno a Cateora, ore a giocare con le rane e i girini che catturavamo con i rami raccolti per terra, in compagnia di amici, cugini, parenti, la mia famiglia. E per la mano con te a raccogliere i pomodori fra i prati, con le tue amiche di campagna, e la quercia amica mia, le risa e il cibo, tanto in quei giorni d'estate, con l'aria fresca e pulita che picchiava forte e dolce sui nostri corpi vivi e sani. E le messe con te, con il vestito della domenica, e le tue preghiere sottovoce, e le tue palme pasquali addobbate per noi, piene di dolci e regali e colori e benedette da Dio e dal tuo sguardo amorevole. E quel sorriso, uguale a tua figlia e uguale al mio. E quelle mani che guardavi spesso, quasi a controllare i segni del tempo che c'erano ma che ti rendevano solo più bella, più cara agli occhi altrui, più saggia. Per me sei tutto questo ma molto di più, non so scrivere la tua storia, non so rinchiuderti in queste righe se non in minima ridicola parte, non so esprimere ciò che sei per me come vorrei, perché l'amore si dimostra, si esprime coi gesti, con le carezze, con la bontà, e a parole perde tanto del suo calore, diventa limitato: il tuo amore invece è senza limiti e dura e continua adesso. Mi sono chiesta spesso perché è capitato a te, perché hai sofferto così tanto, ma così tanto davvero, fino a che quel male ha deciso di spegnere la tua carne. E forse è successo perché in qualche modo dovevi proteggerci, a volte penso che magari hai sofferto per evitare che soffrissimo noi di qualcos'altro, per salvarci insomma. Io non lo so, tu avevi tanta fede e io cerco con tutta me stessa di averne anche se ancora tanti sono i dubbi. Ma credo in Dio, perché credo in te. Non può non esistere e non mi serve averne prova, ne ho la certezza: ti ho conosciuta.
E ti parlavo nel buio quando mi hai lasciata, per consolarmi, per avere spiegazioni sulle insicurezze e sulle paure ingombranti che sentivo. E comunque ogni volta la tua risposta è arrivata in un senso di benessere immediato, che riesci a darmi con il tuo spirito di sempre.
E le camminate su quella salita di via Tiro a Segno, e le pizze da Concetta, le torte con doppia crema e i miei compleanni a casa con te. E le chiacchierate con zia Anna, i miei primi amori, il dialetto esilarante che mi circondava e che ho imparato. E le bistecche sulla brace, sottili, deliziose, che mi tagliavi con le mani nude, ruvide di terra, che mi davi da mangiare condite come solo tu sapevi fare, e quei sapori li hai portati con te perché mai mi è ricapitato di provarli. E pacchi su pacchi che ci spedivi dal sud ogni volta che potevi, pacchi carichi di cibo, di te, di affetto, stracolmi di tutti i generi alimentari che avevi a disposizione e per noi valevano oro, erano regali meravigliosi, insostituibili, era come accorciare per qualche minuto la distanza pesante che ci teneva lontane, era come se in quei pacchi ci fossero state parti di te, e c'erano. E le bruschette, il capicollo, il pane duro con l'olio e quello sì che era tutto biologico, e le galline, le tue, e le uova fresche freschissime, sbattute al mattino con cacao, che non ho più gustato così. E la tua pasta fatta in casa, e le mattine all'alba, chilometri a piedi perché era bello, perché si poteva, perché le gambe reggevano, perché la campagna aspettava te. E tutta la natura ti amava come ti amo io. E mi facevi sorridere quando ti vedevo senza dentiera e t'imbarazzavi, ti vergognavi forse ed eri più indifesa e più dolce del solito. E gli struffoli col miele a Natale e le lucerne che aspettavo tanto e che non mi sono più piaciute da allora. E i tuoi vestiti uguali, la tua camminata zoppicante. Grazie per i ricordi.
E la tua stazza grossa che nascondeva una dolcezza intensa, i tuoi capelli arruffati, bianchi. con qualche ciuffo ancora colorato di nero come quando eri ragazza, e la foto di tuo marito, di quel nonno che non ho mai conosciuto, che era in guerra quando ancora io non ero nel destino di nessuno, quel nonno bellissimo come nessuno, con uno sguardo bellissimo, e lo so che vi amavate, me lo immagino, mai hai pensato di sostituirlo e farti consolare da altri visi, e ricostruisco un po' la tua storia anche se non la so, ma fantastico con i pensieri ed è bello. E quella figlia, unica in tutti i sensi. L'hai avuta, il nonno te l'ha lasciata da curare, crescere, educare, amare, e ci sei riuscita in pieno, e guarda che nipoti meravigliosi hai!Ma tu questo lo sai. Quella figlia che è vera e viva più che mai, che ha lo sguardo dei suoi genitori, porta con sè la loro sincerità che traspare da ogni sua parte e io la riconosco sempre, anche quando ci trattiamo male. Continuo ad amarla. Sempre. Come faccio con te.
E il tuo letto grande, il tuo profumo, e le lenzuola ricamate, l'acqua calda che mancava in quel bagnetto piccolo ma così famigliare. E quelle scale infinite per raggiungere la cucina di casa, il tuo affanno mentre le salivi. E la tua semplicità assoluta che ci hai trasmesso con naturalezza perché tu eri così, senza artifici, e le apparenze non contavano. Tu eri solo sostanza e che sostanza! E queste lacrime non te le dedico perché fanno parte di una mia debolezza umana. Io ti dedico i sorrisi e le mie risa e i miei abbracci a persone che amo davvero e le mie carezze spontanee, sentite, ed è come se le dessi a te. E quella sera che hai lasciato le stampelle e hai camminato col bastone, un miracolo forse, ma forse solo illusa speranza. E sei ritornata sulla sedia a rotelle, tu che eri fuoco, tu che eri forza, sei rimasta a letto, anche se di forza ne hai avuta fino all'ultimo. E non c'è bisogno di dire niente. La tua salma l'ho guardata, dopo il mio rifiuto, ho ceduto, e ti ho vista che eri andata via ma per me sei sempre qua. E in questi occhi ti rivedo ti rivivo e ti dedico sì la mia vita. E con te non ho paura di nulla. Mi hai fatto amare l'esistenza e il mondo, osservandolo e provando interesse e curiosità per ogni singola cosa. E perdona questa mia pigrizia, questo mio tempo, questa mia società, questa mia città che così poco ti somiglia. Perdona quest'egoismo che così tanto si allontana dal tuo modo di essere. Perdona questa fragilità che certo non mi hai insegnato. Perdonami tutto ciò che d'impuro porto dentro, ma i giorni passano e anche gli anni, i tempi cambiano, le persone, impaurite, induriscono gli animi per difendersi, e si cresce in modo diverso. Ringrazio il Cielo per essere cresciuta con te. Mi ricordi la bellezza della vita in ogni suo dettaglio, ed è per questo che, anche se spesso ingenuamente, vedo la bellezza riflessa ovunque e in chiunque. E so sorprendermi ancora davanti a un tramonto. Sei soddisfatta? Dovresti. Hai lasciato un ideale di perfezione prima di andartene, ideale che cercherò di trasmettere al mio prossimo e comunicare come posso.
Grazie per l'umiltà che ho ereditato. Grazie per l'infanzia che mi hai regalato. Grazie per il tempo che mi hai dedicato.
Grazie. Sarai sempre la nonna migliore del mondo, la mia.
 

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