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Autore

Emanuele Renda

in archivio dal 08 mar 2010

20 settembre 1982, Torino

15 giugno 2010

Problemi banali

Intro: Uno di quegli “incidenti” che sono capitati a tutti su un marciapiede portati all’esasperazione seguendo le “regole” che ci impone la società. Benvenuti nell'“ufficio complicazioni affari semplici”. Buona lettura.

Il racconto

Due uomini si incrociano per la strada. 
Poiché la via è stretta, uno si scansa per evitare l'altro. Contemporaneamente, però, quell'altro si scansa nel tentativo di evitare il primo, ma per errore si dirige dalla sua stessa parte. 
È una cosa che capita spesso, come ben sappiamo. 
A questo punto, allora, il primo si butta sul lato opposto, pensando che l'altro continui a procedere diritto. 
Evidentemente l'altro fa lo stesso identico ragionamento, perché lo vediamo buttarsi nello stesso istante sul lato opposto della strada, ritrovandosi così faccia a faccia col primo. Nessuno dei due riesce quindi a passare. 
Il primo allora esita qualche istante, dopodiché, cercando di anticipare l'altro, prova a portarsi al centro della via, non troppo vicino a un margine né all'altro. 
A volte si parla tanto di telepatia. Quasi a dar la prova ch'essa esista davvero, vediamo l'altro uomo porsi al centro della strada, proprio come aveva fatto il primo. 
La situazione adesso rischia di diventare ridicola, ed infatti ad entrambi viene da ridere, ma poiché sono due perfetti sconosciuti e la società impone un certo contegno, entrambi fanno finta di niente e continuano a mantenere una certa serietà. Ma non possono evitare di guardarsi, ovviamente. 
Adesso vediamo il primo uomo buttarsi sulla sinistra, sicuro questa volta di spuntarla. 
Ma ha appena mosso la gamba e già l'altro si butta alla propria destra, ritrovandosi così nuovamente di fronte all'altro. In poche parole, sono ancora bloccati, non possono proseguire, eppure ognuno dei due è un uomo apparentemente libero, benestante, con un lavoro importante ed una gran dignità sociale e umana. 
Se entrambi si fermassero per un attimo e si lasciassero andare ad una risata, la faccenda sarebbe chiusa in pochi istanti, e ne rimarrebbe anche un simpatico ricordo. 
Ma nessuno accenna a mostrare il proprio disagio, come se il fatto che non si riesca a passare debba essere tenuto nascosto. Infatti ciascuno dei due uomini, ad ogni tentativo fallito, temporeggia aggiustandosi la cravatta, accarezzandosi il mento o guardando l'ora, come per far capire all'altro - cosa ridicola, perché entrambi sanno benissimo come stanno le cose - che egli si sia fermato di proposito, che non continui a camminare soltanto perché non vuole, e non perché materialmente non può. 
Ad un tratto, il primo uomo ha un'idea: fingerà per un istante di buttarsi alla propria sinistra; dopodiché, lestissimamente, si butterà invece sul lato opposto, ed elaborando questo piano non si rende conto di star cominciando a considerare assurdamente il tutto come una sfida tra sé e l'altro uomo. 
Quindi tenta di mettere in pratica la propria idea, ma accidentalmente si confonde e si ritrova ancora una volta faccia a faccia con l'altro, senza che quest'ultimo si sia mosso minimamente. 
Adesso il primo uomo ha irrimediabilmente peggiorato la propria situazione, rendendosi parecchio ridicolo, e ciò gli fa nascere dentro un intenso sentimento di frustrazione e rabbia. 

Dopo l'ennesimo tentativo - naturalmente vano - di passare, si vede uno dei due uomini fare qualche passo indietro, quasi barcollando, sotto gli occhi incuriositi dell'altro. 
Raggiunge il marciapiede e si lascia cadere, sedendosi malamente e senza più alcuna cura per il vestito. Poi, fissando il compagno di sventura, si porta le mani al viso. Ha gli occhi arrossati. 

L'altro, dopo pochi secondi, chissà perché, lo imita. Fa anch'esso un paio di passi indietro e si abbandona sul marciapiede. 

In pochi minuti, benché la situazione sarebbe da ridere, entrambi scoppiano in un pianto disperato, continuando a fissarsi reciprocamente, mentre la sera con lenti passi invisibili scende.

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