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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 22 novembre 2012 alle ore 10:07
    Tre Cento sessantasette

    Sono castana, e fredda. Un riccio con una sola spina, mai dritta ma di vedetta, puntura maestra. Ogni tanto mi stendono, cercano i miei bordi crucciati, aggrottati, e che fatica che fanno , puntati ai lati, come paletti. Ma io torno indietro, come la lingua che prova la fiamma, mi ritraggo , testuggine indegna di tanto coraggio. Sull'asfalto arrivo cadendo da un precipizio oscuro, qualcuno si chiede se venga da un albero, ma saprei di frutto. Invece sono solo la bacca ripudiata e randagia che mai andrebbe assaggiata. 

  • 22 novembre 2012 alle ore 10:03
    Tre Cento sessantasei

    So cosa vi piace e non e' la mia faccia, non il mio fiato ma la testa del nodo che mi ferma la carne, il gomitolo che mi riavvolge , malefica bobina, nastro iridato ma velenoso. Non certo le mie ossa ben nutrite o le mani che piano il piano sfiorarono . Voi amate i miei tasti neri, i nei che mi ammalano l'aria: senza questi neanche fareste caso al mio passo. Sarei poco più di un paio di piccole antenne cadute sott la suola. 

  • 22 novembre 2012 alle ore 8:55
    TRe Cento sessantacinque

    L'orologio e' malato, i minuti rinsecchiscono sul vecchio pendolo a guardia del corridoio . Nonna, non urtare la spalla della panca , sembra stesa li' appositamente a tendere il suo agguato legnoso. Muovi dritti i piedi nella guaina delle pantofole, la cucina e' la bocca perfetta dove stanno seduti i tuoi denti migliori. Nonna io nel tuo specchio arrivavo appena, ma mai sono stata più bella di quei giorni bianchi d'inverno. 

  • 21 novembre 2012 alle ore 12:39
    Tre Cento sessantaquattro

    Porta addosso il dolore riunito in piccole zecche : un solo conio, un solo taglio. La tosse il suo verso, zingara che gli legge l'errore, predicendone il gusto . Ha la testa in preghiera del cane che sogna il guinzaglio,che annusa i bidoni già madidi degli scarti altrui , libagioni in eccesso, affollati meeting di ossa, di carni e di carte. Dice che con la musica aveva un gran da dar, il suo ventre il bel mangiadischi, tutti imbracati in pile esatte sul cassone della spina dorsale, il coccige il bravo pulsante, in coda all ascolto il femore come puntina. Si usava così? Dieci anni per ponte fra il mio freddo  e le sue maglie: possibile esista esecuzione più scaltra di quella che non esegue la morte ma solo l'intona dipanandola su tutta la vita? Come alla sbarra perenne, alla piastra: bollente al cuore, gelida ai bordi. Le sue ginocchia di pini, di aghi , di brodo, le spalle come un grido. Chi siamo noi più di ciò che saremmo potuti? Raccattiamo l'amore appallottolato, addentato, masticato, maciullato , deglutito, convinti di farci del bene mentre puntiamo il cassonetto che meglio calza quel bolo, onesta carrozza spuntata da una zucca maleodorante. L'incantesimo e' nero se la strega ha le trecce di grano, se la bacchetta, vibrando, ci arrossa le dita. 

  • 20 novembre 2012 alle ore 17:34
    TRe Cento sessantatre

    Il destino non e' nelle parole : una gobba di "a" e' forse l'intestino della mia casa? Una parata di t il mio letto? Via le doppie, le storie di fame, di terreni scoscesi e franosi : così restano i punti sospesi l'azienda in alto, stelle ferite e coagulate. Il destino non e' nella bella poesia: le mie dita sono sciagure , dieci fortunali che portano in bocca l'osso per compiacere il padrone . Dovrei impiccarle, strozzarle, crocifiggerle , eppure ne temerei sempre un fiato, un fiotto improvvisi. Uno sputo nero il corvo gracchiante sulla messe della pagina a ricordarmi funesto: " Hai visto che hai fatto?" 

  • 20 novembre 2012 alle ore 13:32
    Tre Cento sessantadue

    L'infeltrimento sta in agguato da tempo, ha eleganza e discrezione di gatto, sta appostato l'avvoltoio dei tessuti piu o meno in direzione del cuore, cappotto smanicato e leggero. Il cambio di stagione ha impiegato un solo, volenteroso istante , talentoso nel sabotare ciò che sembrava in salute. Tolto il coperchio delle belle giornate, ora brulicano fori piuttosto caparbi , la fame di una tarma che produce in silenzio impronte, indizi  e ricordi. Dalle vene parte un ossobuco di località che il sangue già riconosce,come lambisse familiari sporgenze, una sponda che sa di casa, mai di sposa. Cerco senza sosta una manciata di rimedi : che sia la dimenticanza la naftalina perfetta? Il magico unguento in zolle amare con cui curarmi le rovine diffuse.

  • 19 novembre 2012 alle ore 17:42
    TRe Cento sessantuno

    Non appartengo, non richiamo, non riconduco. La mia radice e' un gomito senza polso, sono disossata da qualsiasi matrice, il calco da cui mi alzo imperfetto e sibillino, la motrice a cui mi ancoro cocciutamente sterile. Perciò mi chiedo cosa si possa dire del mio ventre se non che e' buia previsioneil suo nodoso ritardo, uno scongiuro sussurrato da tutte le ossa intorno, bianche comari, come civette issate a sbandierare la mia resa. 

  • 17 novembre 2012 alle ore 16:51
    Tre Cento sessanta

    Solitudine e' questa serra di fiori dai pistilli di stoffa, dagli steli all'insù, il Can Can di sedie che, alzando le gambe, seduce il tavolo. Rimossa la cucciolata di legno, il pavimento indica dove gli nuoce la macchia. Fa bene la guardia la mia nidiata, ma sono già troppe le bocche da riempire, così restano quattro bilance dall'ago eccitato ma senza un peso da pungere. 

  • 16 novembre 2012 alle ore 16:44
    Tre Cento cinquantanove

    La perfetta donna di casa sgambetta infelice c fra la credenza e le dicerie: il grembiule secondino del turno, il gas come incenso , uno sbadiglio per cresta. Guarda dalla finestra come vengono belli i figli degli altri covati dopo la scuola dal giallo condotto su ruote. La perfetta donna di casa non rispose in tempo all'appello, un seme per ogni ventre. Il suo, asciutto ed onesto come un imbuto, aspettava impaziente il roseo travaso. Consigliata male, comparve in ritardo , i ruoli già assegnati brulicavano sotto altre gonne. Ora  ripassa la parte , contando le dosi mancanti alla prossima leva. 

  • 15 novembre 2012 alle ore 8:59
    TRe Cento cinquantotto

    Accorrete: c'è cura? L'ingranaggio sta disossato nel piatto della disfunzione, due o tre viti seccano prima di girare la testa nel foro. Io sono il mio guasto, millanto ottime referenze per ogni mio pezzo: guardate che fianchi, il bacino un portento, il ventre più dritto della mira migliore. Io sono madre di avaria  e falla, le gemelle sgambettano bene, dalle vene fiorisce la febbre che inceppa e corrode, il cuore una turbina dalla dubbia fortuna. Perché assemblarmi d'inverno? Sprecate le possibilità , consunti i sistemi, tanti componenti sposati a casaccio per un meccanismo che e' marcio, verminoso fino dal vagito. 

  • 09 novembre 2012 alle ore 13:22
    Tre Cento cinquantasettea

    Questo il mio spurgo, fossa d'inchiostri, pozzo di non esauditi, audizione di mali. Inetta la soluzione che, sgorgando, non stura ne' cava dalle mia viscere la concrezione malvagia e supina. In punta di dita ho taniche scure, così mi riservo il percorso più serio, la mia mondatura longeva . La parola e'
    vanga, tutto il resto setaccio con cui eleggo, poi boccio. Io padrona di versi senza animali, la mia scrittura un imbuto, irsuto dall'imbarazzo , non rosso ma tronfio.Da un foro e dall'altro stanno più occhi che bocche a vedere come travasa il tuo nome. Solo che io ne tengo impegnata la pancia, intasato orifizio, oracolo senza più getto. Voglio allestirmi di te, pensare che peso per il tuo peso, che una sola tua visita mi curi col sempre mettendomi al pari di questo corsivo. 

  • 08 novembre 2012 alle ore 20:23
    Tre Cento cinquantasei

    Sa che non dormo ancora felice: il venerdì , quando accosto la sedia al tavolo inerme, come il primo piede che saggia  la pelle del letto, a digiuno da carne che non sia la sua, mi sorprende il vendesi rosso bruno del vino, il cui secco martirio gocciola dal becco all'altare candeggiato da poco. Il coltello, piccola scure sul pane, aspetta il gong delle mani e le domande gozzovigliano alle mie spalle, interrogativi avvoltoi. Il padre fu   alto quanto in alto e' il suo cuore? Smesso la', combinazione perfetta nell' incasso di cui sono ghiotta. E quante gambe? Di nebbia, di seta , di sfriso, di piana. Mi chiedo la forma dei suoi imbandimenti, due puntate per giorno, a mezzodì, poi la sera, se cala sui vestiti un respiro. Ed il verso del bastimento che scarica dai suoi occhi il mio refluo e di lui stipa nei miei ancor più meraviglia. 

  • 08 novembre 2012 alle ore 20:22
    Tre Cento cinquantasei

    Sa che non dormo ancora felice: il venerdì , quando accosto la sedia al tavolo inerme, come il primo piede che saggia  la pelle del letto, a digiuno da carne che non sia la sua, mi sorprende il vendesi rosso bruno del vino, il cui secco martirio gocciola dal becco all'altare candeggiato da poco. Il coltello, piccola scure sul pane, aspetta il gong delle mani e le domande gozzovigliano alle mie spalle, interrogativi avvoltoi. Il padre fu   alto quanto in alto e' il suo cuore? Smesso la', combinazione perfetta nell' incasso di cui sono ghiotta. E quante gambe? Di nebbia, di seta , di sfriso, di piana. Mi chiedo la forma dei suoi imbandimenti, due puntate per giorno, a mezzodì, poi la sera, se cala sui vestiti un respiro. Ed il verso del bastimento che scarica dai suoi occhi il mio refluo e di lui stipa nei miei ancor più meraviglia. 

  • 07 novembre 2012 alle ore 18:21
    Tre Cento cinquantacinque

    Il seme mi scansa, la culla ribalta sul dorso, dondola a morte l'insetto sul guscio. Nel mio ventre manca un inserto, sono numero di pagine uguali, peso solo ancora del netto, il lordo dispensato più in la' e sgualcito . Cordoni e vagiti non sanno la mia dedizione, il sedimento con cui preparo le salse danza al disagio che chiamano acerbo . Un saio mi svasa dal genere fertile, non sono perpetua, forse solo nociva se insisto ad averti . Il mio voto sospeso ad un ramo non ha più di un nodo per monito , da tempo mi varano perché prenda il largo e non fanno attenzione alla macchia che ingravida lo scafo. Un aperitivo prima di cena tra i tavoli dove chiacchiera l'ultima sera: io sento la differenza di tutta la folla in questo galoppo per cui non ho sella. 

  • 07 novembre 2012 alle ore 12:44
    Tre Cento cinquantaquattro

    Chiamatemi allora come il suo nome, infilatelo bene questo perno nel vuoto, gli incastri distratti. La vite ritrovi  il suo innesto, non parlo di innesco ma esplodono bugie sulla lingua se mi fingo completa senza il suo estremo. Lui e' di tutte le cose la cosa più vera, cara fino a dilapidarmi, iniettata per dissanguarmi, sostenuto salasso. Lui, sfuggente e padrone, ridente e disperato sorpasso con il muro di mira. Non ci accomuna che un varco, da li' transitano le nostre provvigioni , nere fattucchiere ordiscono la grama predizione. Chiamatemi soltanto per dirmi sua: voglio imbastardirmi alla corte dei giorni, smettere anche la leva che mi fa in piedi se non avrò la sua carne a finire la mia nella mia. 

  • 06 novembre 2012 alle ore 17:26
    Tre Cento cinquantatré

    Tu hai il suo bel tavolo tedesco, nazista senza pedigree a quattro zampe nel lager del ritorno. Tu hai una dama di mattonelle smeraldo , il giacimento sta sotto, la miniera promossa tra canali di cui non so il nome, che non posso cambiare. Tu hai una porta,non conosco i tuoi piani, so che ti occlude un giardino, che non sarò più bionda, del grano ho rispetto, e catrame nel cuore . Io cosa ho? Una casa che non sta in piedi da quando l'hai urtata, non riesco a passare dal corridoio alle stanze, tre bocche senza più lingua, senza più baci. Io cosa ho? Un materasso che non Ha toccato la mia schiena dopo le  tue dita, un fosso sotto il pavimento, una botola, una trappola, una morsa più astuta. Mi hai dimenticata? Forse nel tuo lavello sciogli gli incarti dei giorni che ci cuocevano amanti, le prove sono in scadenza , i piatti già nuovi. Io vorrei appendermi ad un quadro ed arrestarmi, essere foto segnaletica del mio dissesto, un foro sulla tua parete, una crepa in cui addormentarmi per sempre. 

  • 06 novembre 2012 alle ore 14:35
    Tre Cento Cinquantadue

    Due cani: siamo così. Le nostre gorgiere impiccate dai nomi, i  collari gli astiosi sensali. Mai bastardi, solo razze incurabili. Ci abbaiamo dai nostri supplizi, un po' di pietà anche dalla punizione e si scarcerano le cose non dette, i non dispiaceri. Così ci raggiungiamo e scuoriamo: io tocco il tuo odore, più bello del mio, tremo, la correzione del ritorno scuoia la gioia della distensione, l'elasticità la nostra matrigna . Indietreggiamo fino al punto di "osammo", ci siamo annusati, ognuno riprenda il suo pasto , a fare la guardia. Due infelicita' per padroni.  

  • 06 novembre 2012 alle ore 14:23
    Tre Cento Cinquantuno

    Improvvisamente sono calma: come una stoviglia ancora tiepida, sgocciolo il mio disappunto. Il tiro alla fune dei nervi ha un vincitore, glissano le nubi sulla mia ressa, non sono armonica. Ho gambe avvitate per fare passi spiacevoli e braccia intessute con fili di rame, squame come coppi fra l'addome e i capelli. Sono calma da due ore, la cartucciera di minuti in cui dormivi spara a salve: cado , mi rialzo intontita. Sono una sagoma dai passaggi alterni, tanti hanno preso la mira, tu solo conosci la direzione selvaggia del mio ticchettio. La', dietro quel tornante e chiuso in gabbia sta un merlo irrorato dal tuo pensiero. Se solo sapessi come mi imbratti il sangue, mi taglieresti una fetta alla volta e dalle mie vene riconosceresti tutto l'odore della tua specie. 

  • 06 novembre 2012 alle ore 13:16
    Tre Cento Cinquanta

    Di acciaio, così mi vorrei. Acciaio le ossa, architettura repellente al collasso, acciaio sotto la gola e. Anche poi giù, tra i seni e le ginocchia , il cuore una vite, un bullone,una lega. Così ripudierei questa serica natura che mi spennella di attenzioni dagli occhi agli alluci, la pelle sgranata dai troppi contrasti, abbocca distratta a mille spuntoni, qui una slabbratura, li' un rappezzo . Acciaio dalla fronte ai calcagni , i miei finimenti più seri del cemento . Ma poi ci penso , guardo l'oblò di un altro giorno: non sono immune. Sono assemblaggio di più razze di acrilico, le mie scintille danno il verso in cui mi rivoltano, una fiamma soltanto riesce a finirmi . Sono impura, io peso ,copro ma non riscaldo. Un tetto butterato. Insincero. 

  • 04 novembre 2012 alle ore 15:20
    Tre Cento quarantanove

    Mia madre dice che invecchio: ogni tanto mi scuote, cerca il battaglio, tondo e codardo pipistrello annodatosi nella mia pancia inverni fa. Com'è che non suono? Il mio dong non sa parlare , c'è forse qualcosa che mi riesce meglio? Al carillon hanno strozzato la molla, se mi aprono gratto, poi gracchio, la ballerina amputata, sul binario c'è un guasto, una certa fanghiglia ha bloccato la strada da cui si passa per essere donna .Mia madre mi tocca la guancia, spolpata ma tonica, un bel mantello sopra lo scheletro incipriato, una mummia la fronte con due, tre sbavature, poi sale. Fa un inventario, io tremo, tra i miei capelli non un neo bianco, tutte le voglie sono ancora più nere. Che sia questa la mia punizione? Fare tutte le stagioni con la faccia della prima? Con il ventre piatto sul collo del mondo: la' ds dove viene la vita, io tengo una cuccia, una camera sempre imbiancata e sopra, esposta, la bomboniera di un'altra festa ancora nel tulle. 

  • 04 novembre 2012 alle ore 14:32
    Tre Cento quarantotto

    La morte profuma, acido. La stanza e' una viola, muri per corde, piccole labbra infreddolite alle pareti, tre bocchettoni da cui sbucano lampadine come pistilli a cui va il pungiglione della buona avvitatura. Fotografano messi che non danno più frutto: sfilano intanto gli occhi delle prime preghiere  nel corridoio di cose non dette , di mani mai arrivate. Le parole affrancate in ritardo, le dita pigre. 

  • 04 novembre 2012 alle ore 14:26
    Tre Cento quarantasette

    Improvvisamente il solletico tace: la', sotto lo sterno, la festa finita e' un ateneo di ossa a cui non va alloro. Mantengo rigida la postura del mio disincanto, mi illudo che ai piedi faccia ancora gola qualcosa, ma la fame ha smesso il suo turno da tempo. Ora svezzo digiuni e alla mia carne concedo un premio già consumato. 

  • 02 novembre 2012 alle ore 8:55
    Tre Cento quarantasei

    Passera' questa febbre che mi caria l'occhio e all'udito porta miopia, che assorda la lingua. Uscirà dallo stesso foro d'ingresso il colpo ben assestato, verranno a toccare l'ogiva ancora fumante, la bocca d'oracolo, renderanno omaggio al mio sconquasso. Passera' la peste che porta il suo nome. Un monatto rovista anche in questa poesia e scuotendone la carcassa indurita, compila il tetro inventario di cosa respira, e cosa non più. 

  • 01 novembre 2012 alle ore 12:48
    Tre Cento quarantacinque

    L'ambulanza urla, la rigida infermiera scivola sulle rotelle con l'indirizzo nel becco: la' sotto sta la morte e tenta l'affondo , chi prima tocca porta a casa il premio che più non batte. Il meccanismo, alleggerito del suo tic tac, e' scartato in fretta, adesso gli stracciano le vesti per trovarne il guasto. Si aprono le vie al metallico soccorso, la barella fa la linguaccia, poi si nasconde. Ma e' solo un attimo : una nidiata di aghi sporca la sera mentre la nera uccella festeggia il nuovo pasto. 

  • 26 ottobre 2012 alle ore 16:31
    Tre Cento Quarantaquattro

    Vi auguro di essere voluti subito, ancora e sempre . Di essere voluti Sin dalla prima semina , che se la semenza  ha già memoria e cuore per voi, il raccolto non potrà che frinire come e più della secca cicala sotto l'ala rossa di agosto. Di essere voluti mentre trottate senza zoccoli nel ventre che vi maneggia e ancor prima , che il vostro morso non sia accomodato da un governo dubbioso e le redini fatte incerte da una mano tremante. Vi auguro questa che e' la falla che mi allaga, la spina che mi rallenta, l'orfanezza che mi alleva.