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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 24 ottobre 2012 alle ore 13:29

    Tutti vorrebbero salvarmi: mi allungano corde, tendono braccia, scongiurano la vicinanza alle mie ossa dell'acciacco imprevisto. Mi scansano dal morbo, scostano l'inciampo che il mio piede già annusa, ma poi mi accorgo che vengo indicata come la matrice del pidocchio sorpresa sul bulbo. Il loro tentativo e' ostensorio senza miracolo, una bandiera che non crede nel vento. Li guardo vestiti della rossa bugia del soccorso mentre annego con la mia carne legata alla gola. 

  • 16 ottobre 2012 alle ore 14:59
    Tre Cento quarantadue

    Sono sfebbrata, la mia fronte una scogliera che asciuga piano, ancora manda l'alito insano della costipazione. Ma non compaiono più i sintomi a meta' giornata: la nera urgenza che mi fiaccava, il delirante, stizzoso solletico che la pagina alleggeriva. Lentamente recupero forze, mi solevo forse a mezz'asta, tengo lontana la plancia dal contagio del verso, la mano dall'inguine caldo delle parole. Li' la colonia prolifica con il suo seducente richiamo, ma da tempo mi chiamano sana, ho sudato via nella notte l'ultima carica, sfinito la cartucciera che prometteva faville. Alzandomi ancora tento l'ammaraggio sul rigo, una certa debolezza mi fa reliquia del male. Così di mio resta solo un inchino , un inginocchiatoio a cui sono stata devota e punita adesso mi osserva e ride aspettando la mia ricaduta. 

  • 15 ottobre 2012 alle ore 14:04
    Tre Cento quarantuno

    Il  filo verra' via facilmente, la testa per prima, alunno fulvo e presuntuoso. Una volta  estratto, succhiato il perno dalla cavità a cui era abbinato, va disinnescata la vite che ancora mi assicura a questo o a quell'innesco. Poi disinserito il battito, rintracciata la perdita, scoraggiato l'intento. Solo così non scoppierà niente di cio' che ci si aspettava, sarò comunque io, funzionante e puntuale con il parassita nell'ingranaggio meglio oleato. Si noterà tuttavia una certa, malata costanza ad essere sempre imperfetta , tutto distorto a restare nell'ordine e l'unica rivoluzione e' un bullone ribelle che ancora non calza il meccanismo ma a cui troveranno presto una branda, a cui adatteranno con garbo la filettatura senza che gli venga torto un solo capello. 

  • 10 ottobre 2012 alle ore 14:27
    Tre Cento quaranta

    Al mio sterno non puoi appendere niente, questo sterzo secco  piantato a spiare la faccia  del cuore, fa già fatica a prestare il suo verticale, incassato servizio. Non contare neppure sui fianchi, troveresti appigli migliori nel primo, eccito roveto. Il mio ventre poi ha ben poco da dire, vangato da tempo sta a bocca aperta aspettando gli piova il finale: ogni tanto si irriga da solo, due o tre starnuti, ma senza far seguire il malanno. Un occhio distratto trova armonia perfino nel disincanto che viene da tanti pezzi in abitudinario, stordito assemblaggio. Bisognerebbe annusare più sotto, la' dove tutto sembra al suo posto: ci sono metastasi sane con tessuti in bugiarda baldoria e cancrene che non hanno infezione. E' li' che stanno ben mascherati gli invitati peggiori: si accomodano per anni alle  tavole oneste rubando, un sorriso alla volta, la vita del padrone di casa. 

  • 10 ottobre 2012 alle ore 14:27
    Tre Cento quaranta

    Al mio sterno non puoi appendere niente, questo sterzo secco  piantato a spiare la faccia  del cuore, fa già fatica a prestare il suo verticale, incassato servizio. Non contare neppure sui fianchi, troveresti appigli migliori nel primo, eccito roveto. Il mio ventre poi ha ben poco da dire, vangato da tempo sta a bocca aperta aspettando gli piova il finale: ogni tanto si irriga da solo, due o tre starnuti, ma senza far seguire il malanno. Un occhio distratto trova armonia perfino nel disincanto che viene da tanti pezzi in abitudinario, stordito assemblaggio. Bisognerebbe annusare più sotto, la' dove tutto sembra al suo posto: ci sono metastasi sane con tessuti in bugiarda baldoria e cancrene che non hanno infezione. E' li' che stanno ben mascherati gli invitati peggiori: si accomodano per anni alle  tavole oneste rubando, un sorriso alla volta, la vita del padrone di casa. 

  • 09 ottobre 2012 alle ore 14:24
    Tre Cento trentanove

    Fai conto mi sia ammalata alle tre, aggravata alle quattro, che abbia perso coscienza di te mezz'ora dopo l'insopportabile aggravio, che sulla mia pelle si siano posate più mani, come lugubri falene a testare l'arrivo del buio. Fai conto che la ta vce non mi sia mai giunta, il cargo dolciastro  e benevolo con cui mi chiamavi, che mai abbia riconosciuto le tue dita fra i fili e gli impiastri da cui doveva venirmi bugiarda la salute. Fai conto non ci siano mai stati un letto, un bacio, una parola, che solo passasti davanti alla mia vita, la porta socchiusa, come su altre cento e che sbirciasti distratto nel sonno  la curva del mio bacino ,  che mai quella scheggia potesse ispirarti una casa. 

  • 09 ottobre 2012 alle ore 14:16
    Tre Cento trentotto

    L' insetto mi guarda dal pavimento, manicomio a ghirigori bianchi e verdi, labirinto di polveri e molliche, supposizioni. Nella pancia del bicchiere lui e' il neo del vino, il traliccio che non passa la dogana delle labbra. Il mio piede e' il diluvio, la bomba, il cataclisma, in un istante potrebbe esplodere il suo percorso di sguattero a più mani. Mi chiedo che verso abbiano i suoi peli e come dormano le carni appiccicose dei suoi cari nell'orifizio sbeccato di un altro muro. Non vuole pietà la sua sorte piatta: mentre gli giro intorno scansandone la mollezza nera, agita un pezzo e cerca poi rifugio. Vuole vivere anche il degente dell'infima corsia. 

  • 09 ottobre 2012 alle ore 14:10
    Tre Cento trentasette

    Mi truccano che i solchi sono ormai crepacci,le loro mani come teche, da qui vedono le ossa, li' giace l'infortunio. So di marmo, non di sposa, mi lucidano una volta per trovarmi opaca dove più han sparso il tempo. Una lastra e' la mia carne, se mi toccano, la gamba non differisce dal costato. Interrogano il mio ventre con affanno, una cabala marcia e' tutta la stanza sotto l'ombelico, le viscere sono provviste accumulate invano, il cuore la data di scadenza. Tardi, e' troppo tardi per annodarmi il velo, la parola che vorrei arriverà che non saprò più udirla. Che buffa cerimonia mi offrono a poche ore dall'ultimo guasto, tutti vigili perché niente sfugga agli operai di questo inganno, presto tappato il mio lamento conn lo stucco. Dopo, solo dopo si accorgono del sangue, e non dalla ferita, ma dal conguaglio di dolori da saldare, si passano imbarazzati il conto di ciò che , annerito, ricorda il giovane rubino. 

  • 29 settembre 2012 alle ore 14:33
    Tre Cento trentasei

    Le esequie non hanno orario nè indirizzo, si dispensa dalla lettura, il manifesto è un palco a lutto che recita i pochi parenti affranti: l'indice ed il medio i più stretti, la conca della mano, la sinistra, che le abbracciò vergini, ancora sane.Alla bisogna si raccomanda non una prece ma una virgola, si spera accompagni le defunte al loro sonno.Le mie parole sono morte, ispirarono poi spirarono,il giorno è imprecisato. Dicono abbiano scontato una malattia lunga più dell'inferno. Hanno raccolto i loro grumi, lepidotteri strappati dalle ali, le ali sono tutte messe da parte, i vestiti si tengono ancora cari mentre macera la carne, i gusci sputati via dalle mie falangi. Metterò un cappello o un nastro intorno alla penna, sarà scuro, bordeaux come il vino, come un rubino. Una madre non dovrebbe vivere più del ripieno del proprio ventre, io invece sopravvivo e sono morta, uccisa dalla vita a cui ho dato vita, morirò in più occasioni. Adesso vado, ma non ho orario e non so quante saranno le bare per contenerle tutte. Hanno perso tanto inchiostro, brodo freddo nel piatto bianco.A chi ha parlato con loro nell'ultimo istante, hanno detto belle cose, anche di me.Ma io non c'ero, sono arrivata tardi, perciò adesso me le godo mute in fila verso l'inverno, e non piango. Perchè il mio dolore è sotto il palmo, dove ancora pungono nuovi e cento feti, ma come mi fosse morto il cane, quello che restava quando tutto andava, giuro, per carità, non ne voglio un altro.

  • 29 settembre 2012 alle ore 8:45
    Tre Cento trentacinque

    Il giorno in cui sono stata fatta era un girone perché mi porto ancora intorno alla vita certe smagliature  da unghiate, come avessero voluto ricacciarmi dentro . Al gorgo, all'imbuto da cui sono inopportunamente passata. Io che ho gabbato il setaccio scendendo a valle con l'oro, con i semi già battezzati, io andavo mondata, messa a bada, legata, corretta. La mano dietro la schiena, la voce modulata sul vento. Il giorno in cui sono arrivata avrei dovuto smettere subito. Ancora non ho chiaro il senso di questo incedere che inciampa, del sollevarmi che mi scava, del cercarmi che mi smarrisce.

  • 27 settembre 2012 alle ore 14:37
    Tre Cento trentaquattro

    Io sono ciò che sollevi con la voce,il mio oracolo è la pagina. Se mi chiedi il nome, arrossisco, se mi fissi, inginocchio gli occhi, ma quello di cui sono capace è il riccio nero sul cuoio del bianco,lo scuro corrimano a cui assicuro le mie vampate, i dissapori del mio esterno, la cecità delle mie gambe quando sfuggono la gioia per sedere puntuali al pianto. Non ho grandi bagliori, il sapore del mio viso è discutibile, ma le mani no, quelle non fanno una piega e si acconciano da dive quando offrono il loro parto a chi non scommetteva niente su tutto quello a cui sono attaccate. Allora sorrido della sorpresa che non viene dal mio ventre, e neppure dalla gola, ma che sta dimessa ed in cenci fra polso ed unghie. Là proprio ho delle bighe, no piuttosto degli aratri e con quelli vado seminando il mio dire silenzioso.

  • 27 settembre 2012 alle ore 8:54
    Tre Cento trentatrè

    Io scrivo cose semplici, in fondo io scrivo cose da tutti i giorni, le mie parole sono casual. Che c'è, dimmi, di complicato in un dolore, in una lavagna, in un lavatoio e in un osso? Niente, mi risponderai. Appunto, niente. Io scrivo di tavole apparecchiate dalla pena, di letti in piaga e di ricordi che intasano il respiro come tronfie tonsille in fuga dal bisturi. Questa è la capacità della mia mano: non ci si aspettino astrusità o artifici. Solo che tu stai dovunque ed allora là viene il difficile, che il tuo nome sta confuso alla tovaglia, alle briciole e al bacile in cui sputare il sangue. Perchè tu sei punta e fondo, freddo e giacca, malanno e medicamento e se potessi augurarmi vita lunga, mai mi vorrei più orizzontale di adesso, così, meravigliosamente allettata dalla tua cura.

  • 26 settembre 2012 alle ore 14:53
    Tre Cento trentadue

    Meno cuore , magari un osso succedaneo della polpa, o una scheggia generico dell'atrio, una pinna di vetro che affiori dal ventricolo. Questo chiedevo: meno cuore. Un arreso e' l'oscuro inquilino alloggiato tra le mie costole, un terrificato imbolsito pennuto che scalda la sedia in cui sta incavato da anni. Adesso che una mano tenta il varco e saggia la breccia fra il dondolo e l'abbeveratoio di poche , impure emozioni, lui, poveraccio, neanche guarda l'inaugurazione della falla , anzi indietreggia. E si accontenta del suo battito da una faccia all'altra della gabbia e  porge ancora guance, che quello in fondo e' il suo mestiere, divertire chi lo guarda con il numero dei tonfi. 

  • 25 settembre 2012 alle ore 11:19
    Tre Cento trentuno

    La mia casa non ha culle, la mia pancia
    è senza nomi. Sono passate di qui tante
    mani ad impastarmi con ingredienti
    spenti e dosi confuse. Adesso vorrebbero
    mi tenessi la loro elargizione bastarda.
    Ma a cosa serve un guscio senza
    gheriglio?Una morsa senza denti?
    Ciò che fa male deve far male e ciò
    che è pieno non può esser leggero.
    Ditemi: sono forse una stiva?
    Uno scantinato, un ripostiglio a cui
    affidare l'antico ed il troppo?
    Andate via se non sapete risparmiarmi
    almeno una bugia, sloggiate in fretta
    e fate i bagagli. La mia pancia non ha
    nomi ma il mio  petto ricorda la vostra
    faccia, sa additarvi e la paura
    non avrà mai tane.

  • 19 settembre 2012 alle ore 14:25
    Tre Cento Trenta

    Non so cosa cerchino a turno nella mia iride:
    perdono qualcosa e  poi me ne regalano una
    copia. Ecco, sta là la gioia che non c'era prima,
    più sotto uno stiletto, e la cura e la magia, e
    l'irruenza sopite. Vuoi vedere che tutte le cose
    stanno acquattate fra le mie ciglia e le
    lacrime?Io sto sempre spalancata, il
    mio sguardo è una fiera puntuale, l'allestimento
    costante. Eppure è come se mi portassi
    nell'azzurro una croce, un ago che impala
    l'età del mio peccato. I miei occhi sono una
    casa scoperchiata, un tronco senza più
    busto a cui si viene facilmente a contarne gli anelli.

  • 17 settembre 2012 alle ore 14:21
    Tre Cento ventinove

    A volte è di lunedì, a volte di sabato:
    non importa, ciò che conta è che ci provino.
    Mi imbandiscono come una tavola, fanno
    attenzione ai dettagli, a non importunarmi
    la faccia di briciole. Poi tirano una linea lungo
    i miei crinali e si interrogano sulla tana
    dell'infezione, sulla posa del morbo, sul sesso
    della macchia in cova perenne. Li vedo arrabattarsi
    in supposizioni dell'ultima ora, curcciarsi sulla
    direzione e l'incrocio. Ed è forse quello l'unico
    istante in cui tutto il mio malanno si cura, quando
    li sorprendo naso all'ingiù e testa pensosa, a
    stanarmi il difetto,la pena di cui sono composto
    ventriloquo, mentre poco più in là, dove credono
    niente sia storto, già cresce gibbosa una forma
    dolente. Quella che domattina, rinforzate le
    gambe e disossata dal sonno,
    impersonerà  il mio nuovo dissesto.

  • 13 settembre 2012 alle ore 15:19
    Tre Cento ventotto

    Mettete da parte il mio cuore, come il fiele pulendo le viscere della portata, come un peccato dall'abito bianco. Porgete una museruola all'infetto, che gli calzi a mo' di sudario e lo copra per bene, pietà per il dente che offende. Perche ' la bestia, rossiccia e già tronfia, quando batte di gran lena poi morde e alle ferite non bastano mai le suture. Stendetelo al sole, spaccategli la faccia in due meta' come un ortaggio qualsiasi a cui essiccare la forza e vedete, vi prego, se solo un insetto vi posi a saggiarne il deserto.

  • 12 settembre 2012 alle ore 13:09
    Tre Cento ventisette

    Di tutte le voci, dai mercati alle esequie, dai banchi alle corsie, dagli asili ai ricoveri, mi resta conficcata solo la tua ,comparsa nel teatro di un giovedì o forse della domenica che lo corteggio' senza insistenza. Adesso sento gocciolare ovunque il suo rumore e se sollevo le assi dei giorni che restano per stanare il cigolio abituale, non trovo che un perno svitato, il matto che senza te non sa stare al suo posto.

  • 03 settembre 2012 alle ore 14:07
    Tre Cento ventisei

    Verrà un giorno in cui le mie parole vi
    mancheranno. Voi che le sbugiardaste
    di qualsiasi alibi, voi ne sentirete il peso
    dell'innocenza, la verruca della loro
    assenza vi solleticherà l'anima ed
    incallirà di colpa ciò che siete.
    Perchè strappare figli ad un
    grembo è schiacciare alla
    radice la prima dentizione, è
    sputare il seme nell'aridità,
    fare un moncherino dell'ala
    ancora informe. E questi sono
    delitti che non fanno sangue ma
    che trascinano la vittima da una
    buca all'altra, senza mai trovare
    posto alle quattro ossa che non
    avevano nessun peccato se
    non quello di reggersi in  piedi
    quando erano dette, di camminare
    in silenzio più  potenti di qualsiasi grido.

  • 01 settembre 2012 alle ore 13:49
    Tre Cento venticinque

    Anche io dovevo esibire un filo di
    perle alla gola, agitare lievemente
    e per dissenso la coda di capelli,
    l'educata puledrina faccia a faccia
    della nuca sempre bianca. Dovevo
    vestire di merletto, bottoni seriosi
    a guardia dello sterno, la vita in
    risalto, come mi avessero stretta
    abbastanza da imprimermi un sigillo,
    una reliquia nel busto, un fossile
    nel torace. Invece i miei capelli
    sono una corona di spine, vanno
    a dormire irti e si svegliano appuntiti,
    di notte ispessiscono la buccia.
    Se mi osservo so che in fondo sono
    questo: una croce con gambe e
    braccia come pali, pochi nei per
    chiodi, la vita piantata in basso
    e sopra tutto il cuore steso,
    e condannato.

  • 01 settembre 2012 alle ore 13:32
    Tre Cento ventiquattro

    Non mi vogliono i frassini, le liste
    di cipressi a bordo camposanto, sono più
    indigesta di sughero e corteccia, rigurgito
    per qualsiasi fame.  Un bolo infinito,
    sapore che non trova casella.
    Non mi vogliono nè il chicco nè la pula,
    sono scarto o seconda scelta.
    Niente mi vuole per come voglio io tutte
    le cose, così, fino all'osso, senza dimenticarne
    o sprecarne niente. Mie più del sangue,
    della carne stessa,della stazione dei
    tendini, del decumano dei peli. Io so
    volere solo così, fino a sfinirmi.
    Invece sono voluta come l'ospite di
    passaggio: mi accomodano sedia e
    pietanze ma mentre mi sorridono e
    servono, bramano l'ora in cui andrò.
    Non mi vogliono e questi tessuti li
    sfiorano appena e nemmeno ricordano
    che odore facevano, se di caldo,
    o di buio.

  • 01 settembre 2012 alle ore 13:28
    Tre Cento ventitre

    Questa notizia di pioggia in visita
    passa di bocca in bocca con la foggia
    del pettegolezzo. Dalle labbra indurite
    degli anziani scivola alle culle su cui una
    mano tira il lenzuolo accantonato.
    Lo dicono due donne e si augurano
    il contrario,  come auruspici scommettono
    sulle viscere del cielo: non può tuonare
    se ritardano le nubi, prime , furiose
    commensali. Ma c'è una portata che
    è imprevista:oltre il ricamo della giornata
    azzurra è là che va cercato l'ospite nuovo.
    Adesso anche io siedo e con tutti gli
    altri aspetto scappi all'estate uno
    starnuto:se guarirà, è da vedere,
    intanto, previdenti, le accomodiamo il letto.

  • 25 agosto 2012 alle ore 14:52
    Tre Cento ventidue

    Sono stata felice. Anche io appendevo
    alla faccia file di sorrisi, potavo le seccature
    della facile tristezza, attendevo la riconoscenza
    dei semi conficcati con grande garbo nei
    mesi di benevolenza. Mi svegliavo con il cuore
    imbolsito fra le costole, rosso patrono e gigantesco
    in un duomo improvvisamente stretto e mi dolevo
    per quella sproporzione che avrebbe creato
    brogli. Anche io seppellivo dosi di ricordi
    e ne sfilacciavo i tendini così che niente si
    muovesse a farmi danni. Così credevo mi
    durasse il tempo. Ma poi sono venute due
    stagioni per cui non avevo ombrello e
    sufficiente insolenza. E tutto ciò che arriva
    adesso è un fortunale. Un livido di pioggia
    di cui il sereno conosce l'origine e si vergogna.

  • 25 agosto 2012 alle ore 13:35
    Tre Cento ventuno

    Sono in ritardo. Alla schiusa del bozzolo, al pigolio imberbe, al primo vagito delle pupille, allo scroscio del nome sulla testa dell'innocente, al sillabare, al fiorire di molli canini. Sono in ritardo al grembiule, al gessetto nascosto nella tasca, al fiocco a guardia del collo, alla merenda bendata la sera prima.Io che ho sempre avuto l'inutile smania che mai di me si dicesse: " Dov'è?", io sono in ritardo.E tutto questo battere di ciglia e di mani, di cuore e di gambe talvolta mi opprime. Meglio sarebbe stato smettere prima con la mia fretta di arrivare più tardi.

  • 23 agosto 2012 alle ore 15:05
    Tre Cento venti

    I miei piedi non vanno d'accordo: litigano il passo, si contendono l'inciampo. Così è con le mie mani, spaiate e distratte ad afferrare la stessa speranza che, puntualmente, scivola altrove. Anche l'inguine ci mette del suo, così disgiunto dal resto del corpo, così tumefatto dall'inutile speranza che pianure confinanti diventino monti. Forse solo gli occhi sono in pace, fratelli di mare, redarguiti dalla giusta dose di ciglia, spartitraffico nella carreggiata confusa della mia visuale. Sanno bene cosa guardare e desiderare, ma è tutta la carne che non collabora, frettolosa e dimentica del ruolo e del dovere. Per questo il mio sguardo è talvolta pieno di gioia: la felicità mi arriva da un sasso, da un nome, da una trave, da un riccio già pieno, da un frullo appena partito di ali. Però poi bisogna accordare tutto il rimanente, il rimanente che stona, che tuona la mia maledetta lentezza a deglutire una scelta e, finalmente, a sfamarmi.