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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 16 luglio 2012 alle ore 14:11
    Due Cento novantaquattro

    Cosa ho che non ho? Forse mi manca
    un pianale, un fondale capiente abbastanza
    su cui poggiare la tua virtù, il tuo sangue,
    la piantagione della tua discencenza. Forse
    ho falle così generose che qualsiasi goccia
    mi attraversi, trova facilmente la caduta dal
    nido, ancora sfornita del getto capace di farla
    portata. Cambiami allora la vite sbilenca,
    il porfido incastrato al mio ventre e perfido
    per l'assenza di porte. Cosa mi manca
    per mancare? Una tasca da cui buttare
    via la chiave? Una catasta di ossa
    disposte a seconda  dei gusti, la pelle
    a rivestirla, tovaglia su cui vanno
    imbandite escoriazioni come graffiti,
    sbendate le poche carezze, bandite
    da una ferrea dieta di buona sorte.
    Sincerità: cosa metteresti sotto
    mio nome con sicurezza? Una stiva,
    un righello, una penna, una piuma?
    Che razza di custodia malnata è
    mai quella a cui viene meno il coperchio?
    A cui tutti possono sbirciare la polpa,
    ridendo ampiamente per la foggia che
    suggerirebbe certezza ed è  invece
    butterata da un vermaccio beffardo?

  • 14 luglio 2012 alle ore 15:12
    Due Cento novantatre

    Cercavo un soggetto da mettere in cima
    alla piramide, uno spaventapasseri per
    il mio orto di cinque punte, una giostra
    intorno alla quale far correre parole
    per il mio palio. Poi mi fecero notare
    che potevo essere io il giostrante,
    lo spauracchio, il soggetto e la carne
    cattiva addentata dal contadino. Io e
    le mie sanguinarie svendite di lettere,
    di predicati disossati fino all'anemia,
    di letti satolli di linee e trasfusioni.
    Io, dunque proprio io, posso essere
    a capo di questa masnada che schizza
    dalla mia bocca senza emettere neanche
    un suono, che si impala sulla pagina per
     poi essere disseppellita e sistemata
    in loculi chiamati chissà memorie, pensieri,
    distrazioni, detrazioni.Io devo redarguire
    il mio gregge quando starnazza cose che
    non dovrebbe ed imporgli all'improvviso
    una tosatura nel mezzo del gelo, vederlo
    rachitico e punirlo della lanugine in cui
    si insinuano le cose migliori, perle come
    zecche, espatriate da ribelli. Là, nella
    loro pancia nera di sangue starà
    tutto il mio discorso.

  • 13 luglio 2012 alle ore 14:35
    Due Cento novantadue

    Oggi non scrivo. Niente.  Oggi non ho doglie di
    parole ansiose di sbirciarmi dall'esterno, di
    provarsi fortunate o meno a seconda di
    cosa metteranno prima in bocca al mondo:
    la testa o le gambe. Avrei orrore se una sola
    di esse si voltasse nella mia direzione credendo
    di riconoscermi radice del baccello.No, oggi
    non ho febbre di punti e di lettere, sono nauseata
    da questi trabocchi che scaldano la pagina e
    a cui abboccano gli occhi in cerca di avventure
    nere. Ho la colla dei precedenti assaggi ancora
    inchiodata sotto le dita: hanno spaesato ogni
    mio pensiero accasandolo con un letamaio.
    Mai si sono chiesti se vi fossero boccioli
    da scrostare. No, oggi non scrivo.
    E questa che vedete: la serpentina di vagoni
    sputati senza tragitto, è soltanto un corteo
    funebre, potete anche leggerlo al contrario,
    cominciate dai partecipanti per arrivare
    ai tre rintocchi di campana. Giusto!
    Forse state cercando la salma.
    Sbagliate posto, sta dall'altra parte.
    Quella che dice di voler stare in silenzio
    e ancora sta alla cerimonia, quella là
    proprio è la morta.

  • 12 luglio 2012 alle ore 14:38
    Due Cento novantuno

    Uccidetemi impalando il mio sterno, anche io fuggo
    la luce. Sui miei seni stendete corone, croci e decapitazioni
    d'aglio alla bisogna. Infilatemi una pastiglia d'argento sotto
    la lingua, aspettate che deglutisca perchè lei cada a fondo,
    più a fondo del posto in cui meriterei di andare. Non sprecate
    pallottole, non scoccate grigi dardi lucenti contro la mia
    mutazione in una cosa da niente. Una pasticca che abiuri
    il suo talento,qualcosa che mi faccia catramare le budella
    e ponga fine alla mia stanza: basterà questo.
    Quando avrete fatto, spargete ciò che resta in maniera casuale,
    i grumi d'impasto, se correttamente reimpastati, danno figliolanza,
    proseliti ben disposti a lievitare. Voi abbiate cura anche di questo,
    che ciò che sciogliete e rinnegate, non abbia più prosieguo e se un
    po' di bene sono stata, conservatene la notizia solo per voi in un'ansa
    d'osso, in un fratino di tessuto. Di me rimanga solo ciò che arrivò per
    primo: bufera quando ero appena brezza,  siccità per una sola
    scossa di ardore.

  • 11 luglio 2012 alle ore 14:24
    Due Cento novanta

    Qui posso essere chi voglio: una brava Circe o una circense. Molti non sanno la fortuna apparecchiata per chi possiede una manciata di apostrofi e parole d'occasione, non sanno che minestre vengon fuori con gli ingredienti giusti, se dosati di virgole e parentesi. Ecco io oggi qui rivelo di esser stata per molti anni in una grotta, turgida come il gozzo di un ascesso , di aver pazientemente atteso rannicchiata che qualcuno mi cavasse fuori e mi dicesse t'amo più di quel che sta sotto la luna. Ho visto i miei arti andare a scuola, mettere fiocchi e i capelli bianchi, il mio ventre gonfiarsi e sgonfiarsi sotto vento e senza vanto. Ho aspettato e che resistenza! E adesso chi sta fuori mi punisce perché cerco un'altra uscita e sulla pagina nitrisco. Adesso vogliono legarmi perché si sono accorti che i miei zoccoli hanno tutto un altro dorso. Mi sanno ora capace di corsa: mai hanno letto le ali nel mio calcagno.

  • 10 luglio 2012 alle ore 13:23
    Due Cento ottantanove

    Ci sono tempi tecnici: un palazzo
    vagisce scrollando alla luce le
    fondamente ma tu vorresti già
    sgranchirne le finestre, hai
    appena innestato nell'ingranaggio
    della terra la marcia nera del seme
    e vorresti prematuramente correre
    intorno a piste di frutti.Le dita
    zoppicano sulle corde per anni
    per poi danzare e tu le chiedi subito
    agili a saltare il fosso. Ci sono
    tempi tecnici dalla mia carne al fiato:
    gli occhi sono appena adusi alle tue mani
    eppure già sanno dire se è tuo un respiro
    fra cento altri.Ma tu non aspetti e vuoi
    che impastino una decisione da
    dilettante. Considera questo il nostro
    apprendistato, ogni litigio un laboratorio
    di arti e giunture: io sono quella seduta
    in fondo alla fila, non mi faccio notare,
    in genere uso chi mi precede come schermo,
    ma ancor prima che entrerai scriverò sulla
    mia lavagna la larghezza del tuo cuore
    e la taglia dell'abbandono.

  • 08 luglio 2012 alle ore 14:28
    Due Cento ottantotto

    Il mio sangue è rosso come quello
    dell'altro, anche io gemo se mi tagli.
    Eppure sembra lecito tirarmi senza
    pietà una linea sulla carne per vedere
    se là sotto il gesso sta intatto, se il conclave
    dei fili senz'acqua ha ancora nostalgia
    del getto. Ogni abbraccio mi arriva
    con incarico di imbracatura: non lo fanno
    per sentire dove in quel momento sta
    messo il cuore, ma per evitarmi la
    caduta. Difficile trovarmi la smagliatura,
    l'impronta di qualcosa che  è uscito, un
    tessuto generosamente sboccato:
    sono solo vertigine su cui non va la piega.

  • 07 luglio 2012 alle ore 14:16
    Due Cento ottantasette

    Quando sarà le mie braccia saranno
    diverse, bacchette che dirigeranno il
    tuo nome alla bocca di chi non ci ha
    ascoltati. L'edicola resterà chiusa, saremo
    noi l'unica notizia, fresca mollica che lieviterà
    nel pane ancora ustionato. I colombi indosseranno
    la livrea cucita dal cielo per la cerimonia, un bargiglio
    bianco cotonerà la testa dei passeri, un cravattino di
    piume adatto all'occasione.Le rose ingobbiranno
    per salutarci e gli alberi, serie fedi di legno,
    si annoderanno alle dita dei giardini.Quando sarà
    dai muri verranno via ancora giovani le fragranze
    lasciate dalle mie mani bambine, quando cercavo
    una pancia vuota per arrampicarmi e testavo con
    piede la forza di quella falla. Poi, arrivata in alto,
    guardavo in basso, felice di poter
    vedere oltre senza dover crescere.

  • 06 luglio 2012 alle ore 14:41
    DUe Cento ottantasei

    Il mio nome ha foggia di pianura
    a metà della quale una "i" si alza
    impettita a far rilievo, un peduncolo
    sotto la pelle, è da vescovo il puntino
    sulla testa, arranca al pulpito per
    leggersi, sta al centro il vino nero,
    nella pancia del bicchiere. Se non
    ci fosse lei, banditrice snella, tutto
    avrebbe la stessa altezza, piallato
    dalla pacatezza di sei fiocine smussate
    che non sanno più il bersaglio. Io mi
    chiamo come sapete, ma mi dico poco,
    vorrei perfino tacermi, se fosse possibile
    non sentirmi più  pronunciare, forse pagherei
    per questo incanto. Di lasciare quei sei
    denti   tutti là a recitare muti la parte
    della fame, a mimare l'appetito
    che nessuno sa indovinare.

  • 06 luglio 2012 alle ore 13:16
    Due Cento ottantacinque

    Nessuno mi darà ragione: sono
    torta, ho pezzi che non si incastrano bene,  due
    o forse più stagioni di ritardo. Ho messo cose
    dove non andavano, loro hanno spinto per
    andarsene fino a soffocare, ho forzato
    l'uscita di altre, venduto alla luce occhi
    ancora teneri, mollezze che meritavano
    un'altra ora di durezza. Ho spaiato ali e
    braccia, ho finito prima di cominciare,
    cominciato con la fine. Insomma mi
    perseguiteranno per questa confusione,
    per l'affronto, l'affitto, di qualcosa sarò
    sempre sporca. Ogni tanto mi viene
    in mente  un campanile e come mi
    sentivo al sicuro sotto la sua faccia,
    pur non essendo la mia piazza là
    stava la mia ombra.Ciò che non
    voglio mi compra facilmente , sono
    svenduta perchè cara a nessuno.
    Ho appeso la mia pelle troppo in
    alto per recuperarla ed infilarla
    nuovamente. Adesso aspetto
    un colpo di vento per vederla cadere.

  • 05 luglio 2012 alle ore 13:04
    Due Cento ottantaquattro

    Mi sta annusando,lo so, già da un po'
    sono il suo piatto preferito. A volte dice
    che son pronta, altre passa oltre e
    mi dimentica. Ho trovato i segni del
    suo imbandire: lenzuola scostate,
    un tegame riposto in maniera inversa
    alla mia decisione, una perdita
    d'acqua.Io sento che sta appollaiata
    da qualche parte per me: a volte  è fra
    le tende, sotto il letto la bambina fugge
    l'ora dello sciroppo, sulle tegole sta
    la gatta nera, dentro il libro l'orecchia
    malata. La viscida tenia prima o poi
    mi arrancherà con il suo inchiostro.
    Quanto bianco ancora mi resta?
    Che importa. E' vicino il suo assaggio,
    prova se le piaccio,se può saziarsi.
    Ancora prima che mi morda
    lei ha già sotto la veste il mio sapore.

  • 05 luglio 2012 alle ore 12:32
    Due Cento ottantatre

    In fondo cosa chiedo?
    Un appendiabiti in tinta con il mio sterno,
    una pancia come di balena che abbia
    ingoiato gambe e braccia da risputare,
    un acchiappamosche che le lasci vive,
    una sedia spaiata per l'ospite inatteso,
    la tua mano sulla stessa forchetta
    per pugnalare la fame insieme. In
    fondo cosa pretendo?Tende come
    bandiere di tregua? Ripostigli per
    la noia? Confessioni come lavandaie?
    No, sono sciocchezze. Vorrei  una
    federa sgualcita ad incolpare il sonno
    di non essere in tempo ed il letto
    pieno di peso.Ma qui dentro ho solo
    una panchina su cui stanno  in fila
    bagagli e bazzecole: fischia sempre
    da un angolo la promessa di una
    partenza, il piede di un arrivo, qualcosa
    si muove e mi rincorre un crampo.
    Poi niente va e niente viene.

  • 03 luglio 2012 alle ore 13:59
    Due Cento Ottantadue

    Se dovessi innamorarti ancora, assicurati
    che non abbia il mio numero di scarpe, la
    pastosa calzata con cui me ne vado in giro
    per la vita, verifica che non possegga il
    grimaldello con cui mi hanno aperta un
    dì per mettermi dentro centno pose di
    disagio. Che sia tutt'altro dal mio calco,
    che non conosca la fonderia da cui
    sono venuta via ancora molle, il ritardo
    del battaglio con cui non faccio mai
    in tempo alla felicità.Insomma se ti
    urtasse ancora la scocca ruggente
    del desiderio, la testuggine infuocata
    di un'imprevista passione, metti in conto
    la possibilità di evitare ciò che ricopia
    il mio orlo, ciò che entra bene nelle mie
    impronte, che è intonato alla tintura
    del mio affanno. Tieniti alla larga dalle
    gonne che avrei indossato anch'io, dalle
    falde sotto cui mi sarei protetta dalla troppa
    luce, dalle maniche che anch'io avrei
    arrotolato fino a quell'altezza. Ti metto
    in guardia e ti rimpiango. Sai? Credo
    mi accadrà qualcosa: lo sento come
    arriva questo imbroglio. Perciò ti allontano
    e mentre vai, mi maledico un poco.
    Perchè vorrei tutto il mondo mi somigliasse
    e tu mi scegliessi ancora senza scampo.

  • 02 luglio 2012 alle ore 13:05
    Due Cento ottantuno

    Vi capisco e non vi biasimo quando provate
    a rivoltarmi per vedere se ne esce qualcosa.
    Se non avrò tasche quando lo rifarete, spererò
    almeno che in un'ansa di pelle sia nascosta
    un'inezia, che so, un talento seminato dieci
    anni orsono, o anche una gruccia, un baffo,
    uno stiletto.E comprendo oggi meglio la
    vostra delusione quando, dopo avermi
    scrollata non so quante volte, contate sul
    pavimento le stesse fratture, i ciottoli  che
    erano già nell'appello e polvere di routine,
    ma niente di nuovo, un paletto, un giorno
    di festa, un grembiule. Non posso lamentarmi
    certo della vostra costernazione: anche io spesso
    mi chiedo come chiameremmo bordo il bordo
    senza il bordato e buccia la buccia senza ciò
    che là dentro va sbucciato. Dunque che nome
    spetterebbe a me che sembro pesante ma che
    a testa all'ingiù mi rivelo più vuota del vuoto?

  • 01 luglio 2012 alle ore 14:25
    Due Cento ottanta

    C'è una parola che non vorrei dire e che fa rima
    con inferno, pur non possedendone le stesse gambe,
    il timone o la plancia: l'ho spiata a bordo di un giorno
    qualunque, aveva la posa di un viola violento, un livido
    in mezzo alle altre, come se tutto inciampasse in quel
    punto, la frattura scoppiata la' proprio, una carrozza
    ribaltata sul masso, una diligenza assalita.
    Ed è quella che invece mi viene spesso alla bocca
    con l'urgenza di un impropero, la bruma di una
    maledizione. Ma quando la dico, io strappo il
    focolaio del mio male, disinfetto la giunzione
    traballante, ripulisco il mio scempio.
    E mi sembra di tornare innocente.
    Forse perchè per ciò che ho ucciso dicendo,
    non piange nessuno.

  • 01 luglio 2012 alle ore 13:44
    Due Cento settantanove

    Grazie di essere venuto
    perchè adesso so quante volte
    la mia lingua, onduccia di carne
    senza pretese, si è infranta per pronunciarti.
    Si fosse almeno ferita! Le sarebbe rimasto
    il seme della tua stessa taglia, magari una
    lampo per chiudere il conto, tu hai spalle
    che sembrano monti ed io ho freddo più
    spesso degli altri, se mi dai una mano
    posso rifarmi l'orlo.Ma ecco qualcosa è
    ancora qui, sta come un relitto, ha le
    vesti stracciate, è un granello nell'occhio
    della mia bocca, un souvenir la conchiglia
    da cui sento il tuo odore. Il mare  è una bugia
    raccontata male, alle reti che imbandiscono
    prigioni, preferisco il tuo nome.

  • 30 giugno 2012 alle ore 14:54
    Due Cento settantotto

    Carne, non inchiostro: questa dovrebbe
    essere la mia eredità lasciata con cura
    a chi diceva che non sarei durata abbastanza.
    Come testamento una culla, non certo una
    pagina. Tutti dovrebbero sapere che ho avuto
    per nome un punteruolo ai cui lati nessuno
    si acconciava sicuro, la paura rende più
    avari.Carne, non parentesi, parole, frasi
    addobbate da marionette, versi starnazzanti,
    ochette dal fine piumaggio, niente di tutto
    questo, ma ossa e pelle e due piedi che
    somiglino ai miei, ed un neo arrotolato
    da qualche parte che ricordi la mia voglia
    a sinistra. Il distretto delle mie vene echeggiato
    da una postura, una movenza. Questa dovrebbe
    essere la mia vecchiaia: non una conta di linee
    occupate da letti che chiamano lettere, ma un
    pomeriggio seduta intorno ad un tavolo con le
    mani sostenute da altre e la notizia che una
    custodia ancora giovane porta il mio sangue
    in giro per il mondo mentre io mi asciugo.

  • 29 giugno 2012 alle ore 14:15
    Due Cento settantasette

    Venuta la sera stiamo io e le mie mani. Altrove
    è ora di bocconi acconciati da nani per essere
    innocui.  Non un cigolio sulla savonarola delle
    mie braccia, il netto ancora mi manca, sono
    tara a digiuno, non una costola che venga via
    dal mio incastro per farne un'altra più piccola
    e nuova. Non uno sputo sul fango.  Se conto le
    ossa, sono le stesse, la  carne sopporta una
    clausura affacciata, i malleoli dragano passi
    che nessuno ricopia. Il cuore è sempre puntuale
    al dovere:  il rubicondo impiegato sta fuori da
    anni, aspetta e solo vorrebbe che al suo
    toc rispondesse qualcuno, che finalmente
    là sotto, nel ventre, si aprisse una porta.

  • 28 giugno 2012 alle ore 15:04
    Due Cento settantasei

    Un tempo sapevo scrivere meglio: è stato
    quando ti ho toccato. Tu, scrittoio di onesta,
    superiore fattura dai cui fianchi zampillavano
    inchiostri come sputi leggeri di puttini, dalle
    tue braccia veniva  un'antologia di stelle, una
    calda mietitura di accenti che facevano la
    mia lingua veloce.Dicono la distanza una
    musa sempre gravida nelle cui viscere
    stazionano versi glabri in questua di una
    veste: io invece trovo solo mostri, brandelli
    secchi di parole già abusate, adultere stese
    sbronze in troppe pagine. La loro verginità
    andrebbe rammendata, calata una diga sulla
    loro bocca, un levatoio dalla facile ossessione,
    risparmiate ad un nuovo amplesso dalla tua
    presenza. Vorrei chiamarle pure mentre
    mi sfiori senza dire e dici tutto.

  • 28 giugno 2012 alle ore 13:12
    Due Cento settantacinque

    Un po' d'imbrunire, una squama di rosso, i giardini
    imbrattati dalla sera, rughe appena scartate, qualche
    spina eccitata qua e là. A cosa mi serviranno altri dieci
    anni, la porta obbediente all'accoglienza, le tende pulite,
    i fiori freschi di cura, il beccuccio sgombero delle grondaie,
    i quadri in riga sulla fronte delle pareti senza il tuo scasso?
    Ladra  l'impronta con cui forzasti la mia debolezza mettendomi
    fra le braccia il figlio del furto, con te ho finalmente rubato
    alla gioia, violato il mio livido. Suona allarmata la paesana
    tristezza accoccolata sotto il mio sterno a fare
    baldoria, nessuno si era accorto di me prima che
    tu mi fermassi, adesso sono loro ad
    urlare mentre io mi addormento.

  • 27 giugno 2012 alle ore 14:41
    Due Cento settantaquattro

    Due mani, quale spreco! Popolazione di
    dieci dita che andrebbe sterminata, un'esecuzione
    perfetta, a dieci fermarsi, un muro è il tuo palmo a
    cui affiggere la solitudine: leggete quanti siamo.
    Ho una zolla che va punita ad un vomere disoccupato,
     faccia pure capriole nella terra e scavi il solco
    buio come le venti a Novembre.  Due gambe sono
    una burla: spesso incinte della stolida curiosità
      che hanno tutti i passanti, poi partoriscono la nuova
    distanza per chilometri di doglie, ricusando il nato.
    Il giorno è un taglio, si alza giovane, eccitato ed irsuto,
    io perdo sangue allora ed il rammendo è tutto nel
    tuo ritorno, l'ombra alta e seria coagula
    il sole che non voglio.

  • 26 giugno 2012 alle ore 13:30
    Due Cento settantatre

    Un mucchietto fumante di parole giù dalla pira
    del letto sarà tutto quello che meriterete di me,
    la mia cenere ciarlante. Lo tumulerete sotto un
    tappeto, come si fa con la polvere disonesta
    allo sguardo dell'ospite, non renderete omaggio
    agli avanzi della mia scena. Quello sarà lo sfriso
    delle mie ossa, ogni lettera una vena e tutte le altre
    cose dell'alfabeto firmamenti di tendini, stelle ormai
    slacciate, rimasugli asciutti di carne disadattata alla
    posa. Un organo qui, un orfano là.  Non sarà necessario
    sprecare lo zinco, il legno tornerà agli alberi, la pagina
    sarà la migliore sepoltura, una bella barella dritta
    verso il Creatore, una missiva puntuale. Se spulcerete
    bene in quel disavanzo, mi toccherete ancora un giorno,
    l'ultimo. Forse capirete che ho scritto solo ciò
    che volevo, che tutto il resto è fandonia, che ho
    raccontato cento volte come sarei andata
    via e voi, annoiati, cento volte vi siete distratti.

  • 25 giugno 2012 alle ore 14:11
    Due Cento settantadue

    Io non sono di questa stagione, farsa
    di gatti ammaestrati alla noia, di magistrali
    canaglie, di fomentazioni che brulicano nella
    gola degli archi. Si passano il mio nome
    da giorni, si dicono: " E' lei che non sa contare,
    che smercia sorrisi senza pesarne le dosi".
    Ma io non sto neanche là dove i muri hanno
    tasche in cui i bambini infilano farfalle e
    sciupano il volo nero in un fazzoletto.  Non sono
    più sotto l'oleandro e la squadra severa dei tetti.
    Io ho il mio rifugio tra braccia che tremano solo
    una volta e chi vuole trovarmi bussi pure a quel
    fuoco che non dissipa una scintilla, che separa
    la gluma da cui provengo promettendomi gialle
    bevute, una marea asciutta fatta apposta per me.

  • 24 giugno 2012 alle ore 15:06
    Due Cento settantuno

    Chi vuoi che prenda mai in gestione il mio affanno
    di poche camere? Tutte hanno almeno una svista,
    la felicità è l'ospite attesa, in congedo da cento e
    più giorni. Ognuno prenota da me la migliore
    partenza, sono in questo tutti puntuali, sembra
    ci siano troppi spifferi nella mia carne, che il riposo
    sia  un precario , un disturbato da cui è meglio
    sloggiare.  Chi vuoi che si accorga della preparazione
    di morte di cui gode tutto il mio corpo? Non vedi?
    Sta immerso in un sogno mostruoso, si pasce di
    rese, di angosce, di vecchi, ossuti talenti.
    Ma dentro non custodisce, non cova, non cela.
    Che vuoi che sia per me un'ora in più in
    verticale se non la prova di una seconda
    finzione? Ecco, inciprio il mio fosso e taglio
    il nastro dell'impazienza. Alle porte delle stagioni
    io sono sempre la stessa: una sola valigia,
    non una macchia, un ritardo, non una voce più
    tenera, una primula o anche solo una stella
    a cui la gente dica che è mia per come sbadiglia.

  • 23 giugno 2012 alle ore 14:18
    Due Cento settanta

    Il mio cuore non ha buone maniere:
    è da rigattiere la sua scuola quando
    accoglie il ciarpame e aspetta una
    novella fermentazione, un tino assurdo
    che sugge dalle vinacce come cercasse
    sangue nelle pietre. Colleziona monili e
    moniti, munizioni per guerre ormai spaiate.
    La sua educazione è da monatto: trova sempre
    un angolo di ossa, una tara bianca da sollevare.
    Così si carica paziente, bandisce il malanno
    e si spergiura sano ma si tace, povero illuso,
    di esserne lui l'untore, la prima tosse.