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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 28 maggio 2012 alle ore 15:40
    Due Cento quarantasei

    Io suggo amore da letti sdruciti, da giorni disidratati di senso, di pena, di alterco. Sono paladina e bandiera delle anemie d'istinto . La mia sete non conosce domeniche, divieti di sosta, postille, clausura: rantolo per questa mia insonnia di sazieta' e alle porte della tua cecità mendico vigile. La mia questua non sposa la compassione: e' una livida verginella, comodo espediente al ventre acerbo.

  • 27 maggio 2012 alle ore 14:16
    Due Cento quarantacinque

    Vorrei sapere se c'è  una chiave che dia nome
    a questo mio male che non duole, che non sanguina,
    non inturgidisce, non infetta, non sporca, non taglia,
    non brucia, non escoria, non abrade.Io credevo
    che esistesse un modo per ottenerne lo sfrido,
    la cucitura secca di punti onesti aggrappati ai
    lembi violati, che dalla vita al bacino venisse
    una sola sutura a sanare il boato, l'orco,
    la botola. Ma niente è  arrivato a prelevarmi
    la spina, a sondarmi il divario, a frenarmi la
    ressa di matrici di nuove sventure, niente mi
    ha avuta intatta su più di un letto.
    Così mi tengo la curva che mi fa storpia all'impiedi,
    la  copro con un tetto di carne la creatura di uncini
    e parole e per quanto ammali è mia ed è mia
    nella foggia, nella mano, nel farlo, nel dirlo,
    nel tacerlo. Io sono ciò che mi affligge e si
    propaga con la liquida insolenza del contagio
    che non conosce altre case
    all'infuori  della mia degenza.

  • 26 maggio 2012 alle ore 13:53
    Due Cento quarantaquattro

    Tutti verranno a sentire la storia dell'orlo che  si fingeva  contenuto,
    la parabola del tarlo che voleva essere una iena e della gamba
    che si credeva ala. Ci sono cose che sono state messe in
    terra per non ardire al cielo: il tavolo non prende il posto della finestra,
    una candela non sarà mai goccia. Tutti verranno a vedermi  pasciuta
    del tuo desiderio, pascolata lungo il sentiero dei mesi  con la foggia
     di un cordone senza ventre, di una coda senza testa, di un alveare
     senza aghi. Io sono il mantice che ansima sudato nel guscio di una
    sera estiva: trattengo il vento gonfiando il petto e spero di trovare
    impiego ma è già fuoco ovunque e senza il mio respiro.

  • 25 maggio 2012 alle ore 13:32
    Due Cento quarantatre

    Ho un buco sotto lo sterno: ogni tanto anche le costole
    si affacciano a salutarlo. Sembra un abbaino, una soffitta,
    sta dritto, sta storto. E' morto. E' risorto. E' un balcone senza
    veduta, una croce da cui non si scende.  Nessuno sa quando
    è arrivato, non si conosce la diga che ha ceduto, la mano che
    l'ha traforato con finezza di cesello,sta lì aizzato come
    un pennacchio, ha la leggiadria della bandiera incitata dal vento,
    la fame del popolo, le fauci del nodo.Ho una camera oscura
    dentro la schiena ed è lì che si forgiano meglio i miei gusti:
    un treno di attimi tutti sbagliati, di sorrisi affaticati, di venute
    sfocate. Sono io il mio danno, l'affanno, la perdita, il groppo:
    non mi auguro mai di incontrarmi.
    Stia lontana da me la verità dello specchio.

  • 23 maggio 2012 alle ore 13:10
    Due Cento quarantadue

    Il mio indirizzo è oscuro, per questo quando verrai
    sarai già in ritardo, ti aggirerai con l'affanno e crederai
    di aver sbagliato  l'inizio. Se poi riuscirai ad orientarti,
    troverai la museruola alla porta e la via torta come uno
    spasmo.Le finestre saran già serrate, nessuno guarda
    dentro ciò che non può guardare fuori, le luci soffocate
    dalla mano che non vuole si alzi la voce. Questo è
    il mio ventre, inospitale e randagio, macchiato di una
    colpa caduta dal tavolo proprio nella sua direzione,
    rossa ma non di sangue e nera, degna del buio.
    Non so quante altre volte tenterai questa impresa
    che è un nodo e  ti porterà sempre al punto di inciampo,
    so la tua ostinazione lucente, ma la mia  fama più antica.
    Perchè vuoi una casa di chiodi se puoi ottenere una vita?
    Non si semina dove non si può spiare una virgola verde
    schizzare lenta dal terreno. Dunque vai via, sei ancora in tempo.
    Io mi trattengo ancora un poco questo nido amputato della cova.

  • 22 maggio 2012 alle ore 13:03
    Due Cento quarantuno

    Questa era la vita fino a ieri: una coda di gatto aizzata,
    un parafulmine a sentire la casa, il cappello di nubi
    dietro la schiena, cento paure ed una forca a cui
    accompagnare i desideri. Io credevo finisse tutto
    là dove stanno i cancelli ed i muri a secco, seriche
    gengive sulla corona delle strade, credevo che tutto
    fosse questo poco di cui mi dicevo sazia nella
    mia indigenza. Ma quando hai consegnato alla
    porta il tuo nome, ho visto come si scansavano
    i giorni dalla mia matrice per tentare una nuova
    versione, la svolta, la chiave.Così adesso non so
    se si può tornare a stare in attesa sul pavimento,
    padrona dell'ordine che chiamavo perfetto e già
    sbuffava con l'impazienza del bambino che vede
    il pomeriggio di giostre nella mano ancora vuota.

  • 21 maggio 2012 alle ore 15:09
    Due Cento quaranta

    E poi mi chiedo quanto tempo impiegherò ad impararti,
    a fare paginette del tuo corpo , a mettere esattamente
    in colonna le ossa per cui sono perduta. Se questo
    esercizio di lunga durata mi si addice o sono richiesti
    talenti superiori ed un bavero cucito inversamente in cui
    nascondere la soluzione che pacifica tutte le ipotesi,
    e le equazioni. Mi chiedo solo se ho gli strumenti adatti
    a disegnarmi nel tuo cerchio, a raggirare l'ostacolo
    che non so tradurre, la lingua che non posso parlare
    ma per cui fremo.E' sorprendente come ci abbia legati
    improvviso un solo dettaglio, un dettato di coincidenze
    di cui prendo ancora appunti che ripasserò da sola
    per dirmi pronta, un giorno, al debutto sulla tua carne
    quando, spellato il sipario, mi applaudirai alla tua vita.

  • 20 maggio 2012 alle ore 15:36
    Due Cento trentanove

    Che c'è ? Che c'è? Perchè mi bussi se
    non vuoi restare? Oltre la pelle il mio cuore
    ti abbaia e ti morderà il passo di troppo.
    Se non puoi sfamarlo con un pasto che pure
    lo assonni spero tu abbia almeno lasciato tre
     briciole o quattro  che ti portino al giorno in cui
    sei partito.Non aspettarti ricompense e i premi,
    quelli sono finiti, piuttosto ho una stiva di spine,
    cumuli di cose rovesciate a iosa e tu tenterai,
    e come se tenterai, di metterne la testa verso l'alto
    e i piedi piantati bene in terra perchè non ci
    siano altre capriole. Ma vedi, è questo di me
    che ancora ti attardi a sapere:  non faccio trappole
    per annusarti da vicino, io tengo la mira perennemente
    puntata verso me e se tu vieni a scansarmi dall'arma,
    sappi che io lo apprezzerò e forse ancora di più se
    tu mi guarissi e per sempre  da  marcia al mio 
    fianco accompagnando la gioia al feretro.

  • 20 maggio 2012 alle ore 14:13
    Due Cento trentotto

    A volte non so come chiamare le mie parole, eppure vengono,
    randagie su zampe alterne a cui basta solo un verso e non il
    nome sul collare. Sono una madre spezzata nella memoria,
    io ne taccio il sesso ma le ho curate e so come si concederanno
    quando la prima vampa le farà donne. Non do titoli alle mie cose,
    che siano nobili o popolane, hanno i capelli sempre puliti e le vesti
    in ordine, vengono fuori in file educate. Saranno da collegio o da
    panetterie e fanno di mestiere la verità, un ordito fine di ciò che sento, che
    mi cova in grembo con un'incubazione lenta per poi attaccarmi,
    veloce e sveglia. A volte non so perchè ciò che dico resta sospeso,
    forse non ho un bel cuore, o forse l'avevo ieri, e mi sembrava bello
    mostrarlo in trono con il suo seguito di ancelle in virgola. Io sono questo,
    la mia prole per cui non ho mai doglie, che tuttavia cresce, allattata
    appena e sgambetta nera sulla mia pagina: un formicaio senza battesimo.

  • 19 maggio 2012 alle ore 22:19
    Due Cento trentasette

    Che vi piaccia o no, all'altare andrò da scuola,
    passando per il marcio, per la bacatura di certe
    sete esperte, per il confino che non è mai dato
    ai vermi, ma che alle ali è quasi sempre garantito.
    Che vi piaccia o no, il mio nome ha cento punte
    e su di ognuna sento sedersi il dolore di un nuovo
    invito, la gobba del giorno si scansa quando interviene
    la notte con il suo busto a correggere articolazioni affrante.
    E' così che mi vedrete: poco bianco, forse solo dentro gli occhi,
    ed una guarnigione lenta di posate con cui farò baldoria sola
    mentre i cancelli abbaieranno di cani che l'umidità fa cigolare.
    Ormai non cedo alle promesse che voltano le spalle
    ed agilmente se la speranza tossisce con più frequenza.

  • 19 maggio 2012 alle ore 14:05
    Due Cento trentasei

    Il tuo nome sta bene nel mio: gatto acciambellato
    nell'inverno della coda, quando si lacca il pelo
    della saliva già curiosa della pioggia in arrivo.
    Il tuo nome dorme nel mio: è girotondo di mamma
    sulla carne del figlio. Stanno concentrici: gli anni
    del tronco, i brividi dello stagno quando a tuffarsi
    di testa è la voglia del sasso, cucitura di arnie.
    Il tuo nome si mimetizza nel mio, breve seme
    appena sceso giù nel ventre, feto che nuota e
    si accuccia, rimpicciolendo, l'enclave della mia pelle,
    il naso di un si nella porta, la fede che arrangia all'anulare
    un brano bianco, il latte nella bocca ancora implume.
    Non abbiamo altra scelta che tenerci stretti e dire ai
    nostri nomi di finire ciò che hanno appena iniziato:
    di sfaccendare fioriture dalle aiuole di lettere
    magistralmente incastrate con un talentuoso innesto.

  • 18 maggio 2012 alle ore 15:13
    Due Cento trentacinque

    Di notte ti bacio in sogno: le nostre labbra
    litigano da due misure. Cresciute sulla stadera
    di tanti mesi, si pesano ormai insonni.
    Io sono una tara dalle belle maniere che
    senza il netto del tuo cuore, si sporca facilmente
    e cede al lusso di dirsi fiera con la bilancia in corto.
    Di notte ti accarezzo cento volte e cento volte mi
    ritraggo con la speranza che tu mi senta  e mi
    dica folle al passo che ci attraversa come una
    galassia spenta a cui qualcuno, un giorno,
    appiccherà il fuoco giurando fosse la più
    bella storia quella di chi si amava in sonno
    per poi sfuggirsi in veglia. Perchè è di
    notte che vengono meglio le vite , quando si
    ha più coraggio che sotto il sole di dire
    bianco il bianco e alla paura nero.

  • 18 maggio 2012 alle ore 14:28
    Due Cento trentaquattro

    No so cosa indossare per il nuovo primo appuntamento.
    Spero tuttavia ci sia un bell'angolo blu dietro la mia schiena,
    che tu mi confonda con una curva di cielo e mi dica stella
    prematura. Non ho grande scelta: di abiti e fogge a volte
    ho ribrezzo. Preferirei essere coperta del tuo immaginarmi,
    infilare la tua voce come un saio, ma senza obbedire e
    con la tua bocca cucire un nastro da annodare ai capelli.
    O forse potrei usare le tue braccia come scialle.
    Vorrei mi vedessi in tutte queste cose appena acconciate,
    sistemate secondo le tue ossa. Vorrei ti convincessi
    che esisterà sempre una zuffa dove riappacificarci, una
    culla scavata apposta per seminarci insieme.
    Che la distanza presto diventerà un gioco che ci
    solleticherà alla sete di una borraccia sempre piena.

  • 17 maggio 2012 alle ore 14:40
    Due Cento trentatrè

    Non tutti hanno questa febbre che sale alle dita
    a giorni alterni, l'albero di Natale sui polpastrelli,
    dieci plettri per una stessa corda, stesa
    e bianca. Solo forse amano come ci ammaliamo
    di rigo in rigo, il contagio è nero, virulento, una piccola
    peste per cui non c'è balocco che soddisfi o cura
    che badi alla piaga umettata.Si passano di bocca
    in bocca la storia di un bacillo tenuto al caldo,
    venuto su probabilmente fra una virgola e la gola.
    Ci sono stati degli immuni, perfino qualche sanato,
    ma altri non hanno difese e si lasciano dare.
    Io ricordo  come incubò nella mia carne: tutto
    inizio quando arrivavo appena al foglio. Ma già
    mi piaceva quel letto perennemente disfatto e
    mi sentivo attratta al sonno che mette i versi
    sotto i cuscini, come spuntoni per non trovare pace.

  • 16 maggio 2012 alle ore 14:50
    Due Cento trentadue

    La notte è già scorsa: scarsa, scaltra. Una crosta di limone risale da china, pecora gialla che ha per pastore una rete. Mi manca la tua voce andata in giro per il parco a cercare la sua Parca: ma non è tempo di fili, forse neanche di filastrocche. E' il tempo che sta bene addosso ai bugiardi, ai figliastri, alle megere, ai saltimbanchi, ai furfanti, è il tempo delle cose che non ci toccano mai. Allora io, come te, volto gli occhi alla volta e mi chiedo quando verranno giù le piogge che aspetti, quelle che lavano via i disastri e le pupille appiccicose dei brutti ricordi arrivati contromano. Io non so stare da qualche parte senza sapere che busserai per entrare, per vedere dove vesto.Vorrei non smettessi mai di fare il giro che fanno le nubi quando dalla terra si scommette che tuonerà, ed è così facile vincere ma poi una sola, alzando la coda dall'ultima fila, cede, il calamaio si crepa: ed eccolo fuori l'inchiostro che scalda.

  • 16 maggio 2012 alle ore 14:03
    Due Cento trentuno

    Io so che nella mia vita manca un passante:
    è difficile tenerla su senza il binario per la cintura
    delle mie insicurezze. Forse fu di giovedì, o forse
    di Ottobre, o di cenere e Pasqua. Certo la felicità
    dovette attraversare le strisce mentre ero distratta
    perchè le ho ricamato addosso il mio calpestio
    e lei, monca, ha tranciato gli alimenti necessari
    a dirmi sua figlia. Adesso la piango, sul ciglio
    del mio bacino stagnano tre fiori in ricordo
    del rancido passo. Nella mia vita manca
    un anello, una mancia: una catena che difetta
    di agganci ha poche speranze. Ma poi mi
    ha sorriso un sorriso più raro del mio e allora ho
    capito che quel che mancava mi sta ritornando,
    che per contratto ho diritto ad almeno un testimone
    che scagioni  il mio sangue senza più gioia.

  • 14 maggio 2012 alle ore 13:54
    Due Cento trenta

    Non sono pronta all'estate: la vorace badessa
    avanzerà con l'innocenza di giugno per poi
    tingermi il fianco con una pennellata di agosto,
    fischierà luglio, arbitro di reti e  boccagli.
    Non ho ancora cucito i costumi di scena,
    la mia armatura mi annegherà fra i flutti
    dell'afa.Ma lei, frivola, scioglierà la riserva,
    la clausura dei suoi seni sudati durerà
    meno di un giorno poi, abiurando,
    mostrerà le tremule grazie.
    Non sono pronta all'estate, non ho pazienza
    per i lavabi asciutti di gerani, per la cordata
    di cicale in passione, ho bisogno di stazioni lente,
    coperte, di uno scudo per non attaccare.
    Forse non sarò mai pronta ai semitoni neri
    che suonano alla nuova stagione, io sono di
    vecchie credenze, di porte sbattute dal vento,
    mi piace avvolgermi nell'ombra pacata di ciò
    che non urta.  Forse anche Dio sa quanto
    il mio mentre sia angusto:
    per questo non mi affiderà semi.

  • 13 maggio 2012 alle ore 13:39
    Due Cento ventinove

    Avevano ragione i monti e le strenne,
    le stalle di stelle a favore di mungitura,
    la cancrena di nebbia sforzata sul polso
    dei campi. Avevano ragione le tegole
    e i liquami degli ultimi litigi, dei pianti,
    degli annegamenti saltuari di licenze,
    di sporgenze, di sogni. Avevano ragione
    a guardarmi come un baffo di fango
    sul bianco, come un pugno di morte
    sul faro: io sono il battibecco fra le
    ali, il vento nell'ampolla, il groppo
    sul glicine, l'inchiostro nel piatto.
    E tutti, potendo, evitano la macchia
    ed occhieggiano al buco perchè vada
    sul retro e non mostri sfacciato
    la carne  e la fame del tarlo.

  • 13 maggio 2012 alle ore 12:45
    Due Cento ventotto

    E' bello vincere un premio, tumularlo sulla mensola
    che fa da indice al merito: qui giace il mio talento.
    Io non ho premi, nè podio o coccarde. Alla tua
    gara sono venuta male, un po' sfoata, mi hanno
    rammentata ma senza cucirmi. Varata per
    ultima, squalificata per prima, al taglio del nastro
    io ero già piombo. D'argento la luna, una freccia,
    il sinistro. Non sono da competizione, il mio
    circuito fa capricci quando ti acclama, l'alloro
    mi punge, sanguino una corona di sfide.
    Non so indossare la pergamena, la mia
    vita non ha targa. Ma ti amo e potrò
    vincerti solo con un vantaggio di molte
    suture che avvicini al traguardo la mia metà.
    Non userò raggiri, mi spezzerò prima
    dell'arrivo, dagli spalti urleranno la mia
    piaga. In questa arena di mesi saremo
    pari solo nel respiro: tu vincitore mentre
    io mi consumo nella tua inquadratura.

  • 12 maggio 2012 alle ore 14:46
    Due Cento ventisette

    Tutto va via da me con la logica leggerezza della porta
    che chiude dietro una festa in congedo, liturgia di vassoi ormai
    nudi, di voci già offerte e divani sfioriti dalle parole ascoltate. 
    Che sia un abbraccio, una lettera, un ricordo o un recapito,
    tutto da me va via senza lo scrupolo di slabbrare la carne
    in cui si è cucito con grande talento e pronta accoglienza, una
    tasca interna rimossa con una combinazione di ingegno e
    dimenticanza, con uno strappo deciso.Sono la camera occupata
    per il tempo di vacanza, fatiscente e spolpata dall'impazienza, a cui
    rassetteranno il trucco quando resterà sola. Io raccolgo dettagli
    della durata di cura, del modo in cui si attengono alle premesse di
    sosta, di attenzione, di impegno.Ma tutto si sfalda, si sfila con la  sequenza
    brumosa delle foglie tosate dal ramo. Tutto ha una scadenza che nel mio
    caso è frettolosa e caduca, la longevità ha quasi sempre altri nomi,
    articolati, sfacciati. io sono di quei fuochi che bruciano la fame in fretta.
    Io non so trattenere quando è il tempo del taglio ma lascio  di vedetta
    l'attesa: se qualcuno  dimentica un osso, un bottone, una tegola o un filo,
    lei sta là, con lo smarrito di fianco. Vigile e speranzosa che,
    prima o poi, chiederanno di lei.

  • 11 maggio 2012 alle ore 14:20
    Due Cento ventisei

    Ho messo il cuore in calce, credo ,sento, lo vedrai.
    Risalta dal fondo della mia gabbia da cui ha squittito
    per oltre venti anni fino ad ingoiare il canto con un boato.
    In altorilievo è un Marte assetato di prove, ma davanti
    alla scelta, ruba i calzari al mercurio, ha la febbre dei
    codardi, l'autostima di un pagliaccio, l'integrità
    morale dello spaventapasseri quando i corvi,
    mangiato l'inganno, fanno nere risate e ne deflorano
    la virtù di guardiano. In bassorilievo il mio cuore è
    un sarcofago, dentro vi dorme il sospiro di chi non
    ha mai regnato, una stagione di lutti, una svernata
    di tentativi mozzati, abrasioni di alfabeti balbuzienti.
    Ho messo al cuore in  potenza un asterisco, così
    lo vedrai impiccato ad una stella solo punte,
    così ne dirai coraggio quell'impalamento asciutto.
    Morirà. Morirà.Ho messo il cuore dalle tue parti,
    se ari l'ara di una zolla, ti verrà fuori un cadavere
    non ancora appassito. Riconoscerai le sue sembianze
    da come si sono estinte, senza onori.Te l'ho messo
    davanti tutti i giorni, una portata sugosa, un calamaio
    di cose già intinte. A tuttotondo è la tua copia, lo stampo
    della tua bocca è ognuno dei suoi ventricoli, le  venuzze
    sono le tue gambe. Quando avrà smesso il suo sfarfallio
    farà il tuo nome, ma non per accusa: perchè
    qualcuno preghi sulla sua croce.

  • 11 maggio 2012 alle ore 13:14
    Due Cento venticinque

    L'autunno è la traccia, l'inverno il maledetto,
    stordente svolgimento.D'inverno mi copro
    di sbagli, ho un ombrello che pare un'imbuto.
    Ma è d'estate che mi perdono, che mi scuso
    per il freddoe mi concedo una tregua, una
    sedia, un portamento.Mi giro tre volte
    nell'afa e caustico urlando le porte
    da cui è entrato l'errore. D'estate condono
    le mie ossa venute su abusate dall'illusione
    di essere  ben incastrate. E mi confesso:
    per penitenza devo recitare la mia condotta
    sturata dalle scaglie del dolo.
    Si, forse solo così non brucerò all'inverno.

  • 09 maggio 2012 alle ore 13:24
    Due Cento ventiquattro

    Nessuno vuole un cuore come il mio, se non
    per poche battute d'ingresso, per la prefazione
    al discorso che pulserà sul podio dei giusti.
    Lo richiedono  solo per la frase d'occasione
    al genetliaco, all'anniversario, per la ricorrenza
    della disgrazia, in memoria del fuoco, del primo
    salario, di un bacio, del letto macchiato. Nessuno
    ci starà comodo per più di un millennio, dicono
    dovrei limarne gli angoli, coprirne gli spigoli
    con un paio di bugie perchè è facile urtare
    quando il moccolo muore. Poi lo lasciano là,
    vecchia lampada punita dell'età con una soffitta:
    ha il cappello ormai sdrucito ed un filo di luce
    che non basta a far giorno. Ogni tanto vanno
    ad accarezzarlo come si accarezza il pelo
    di una creatura che sta per spirare.  E fingono
    di pregare mentre aspettano solo che il freddo
    diventi marmo per annidarsi altrove, nel cuore
    più incline all'affitto.

  • 09 maggio 2012 alle ore 13:21
    Due Cento ventitrè

    Vorrei stingermi questo colore dagli occhi che non mi si
    addice, non si confà ma autorizza chiunque a tentare
    l'ammaraggio. Vorrei estinguerlo, cavarlo, nocciolo dal bulbo,
    pagliuzza dal granaio. Anche le stelle andrebbero stinte
    ogni tanto del loro bugiardo turgore  quando si fingono
    grucce a più bracci di desideri a buon prezzo ma poi,
    amputate dal giorno, si riordinano spente secondo stagione.

  • 08 maggio 2012 alle ore 16:08
    Due Cento ventidue

    Prima di ogni cosa, mi vuoi?
    Perchè volermi non è come saltare la colazione,
    timbrare con un dito nel bianco la partecipazione
    al peccato, aspettare che asciughi la biancheria, che
    dai capelli venga giù il nodo come un pidocchio
    che non infesta. Non è fare festa nei giorni
    comandati, rassettare il divario, scucire la cruna
    dall'ago, mortificare la morte per la sua grottesca,
    imprevedibile puntualità. E non  è neanche evitare
    il guasto, insabbiare la coda, crollare dalla cima,
    inguainare il desiderio. Volermi è prendersi cura
    dei troppi me che fanno la fila davanti ai miei occhi
    scegliendo cosa indossare e come avanzare.Prima o
    poi vincerà uno dei tanti , sarà funesto o maldestro,
    invincibile o zoppo, furente o rassegnato, viziato
    o sconfitto. E tu potresti dire di essere stanco dei tempi
    di posa, della giostra dei cambi, potresti dire di averne
    voluto un altro, di avergli chiesto di aspettarti mentre
    passavi il lucido alle scarpe e di trovarti adesso mano
    nella mano di un gorilla, di voler sterzare intuendo la
    manovra più giusta. Prima di tutto, mi credi?
    Perchè se smetto di farlo io, avrò bisogno di un bilanciere,
    di un proiettile che mi uccida l'angoscia, di tre suture larghe
    quanto il lago che ne verrà fuori, di stringere qualcosa tra
    i denti mentre, con un taglio a vivo, estrarrai
    la sagoma che hai  finalmente  centrato.