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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 07 maggio 2012 alle ore 15:22
    Due Cento ventuno

    Ho sospettato venissi da catramature
    moleste, non mi piacevano i tuoi bordi,
    la flessione facile del tuo battere sul mio
    levare, il modo in cui torcevi ai giorni
    la parte malata fino a che non urlassero
    per quella forzata, violenta pigiatura.
    Ti osservavo come si osserva ciò che
    attrae per come allontana, con una spilla
    lucente di repulsione all'altezza del cuore ed una
    sete mai sazia del tuo respiro.Ho chiesto di te
    alle notti dei primi mattini insieme, come ad un marito
    si domanda della giovane sposa, mi chiedevo quante volte
    avrei dovuto  perderti per sentirmi monca e quante altre
    ancora recuperarti per essere così piena del tuo
    imbarco da non avere suggestione per altri porti.
    Ho provato, e sapessi quanto e come, a scusare il
    baccello che ha protetto la tua sostanza, a perdonare
    il lucchetto dei tuoi umori, la pula del tuo chicco.
    Ma forse la scommessa tinta del mio amore è
    questa ostinata agonia ristoratrice con cui tento
    di maledire le tue tempeste per poi accoglierle
    come il prodigio di una prodiga fiera dei venti.

  • 07 maggio 2012 alle ore 13:32
    Due Cento venti

    Verranno stagioni di tiepidi imbarazzi, il ballo in maschera
    dei venti sfoggerà nastri di partecipazioni consumate, regali in
    disuso confinati su un banco dei premi a cui nessuno vorrà
    gareggiare.Io porterò il mio inventario di sperperi venduti
    con un sorriso, una borraccia delle ultime gioie, lo zaino
    delle convenienze scadute. Da te vorrei una corda
    lunga abbastanza da farci una carrucola fra il mio cuore
    ed il tuo così che niente che mi sappia, ti sia sconosciuto,
    e niente che ti pesi, sia straniero al mio petto.
    Verranno cose a cui non sapremo dare nome e
    misura, forsennati stormi di giudizi, di perdite, di
    sentimenti ravveduti. Ma tu tieni il passo della
    mia mano, sai quella conca che si forma quando
    viene alle dita il solletico di una parola e sembra
    che non si riesca a dire si al sonno se prima non
    si lascia sgusciare dai polpastrelli la zampa
    implume che fa poesia il parto nero.

  • 06 maggio 2012 alle ore 13:15
    Due Cento diciannove

    Sono un buco, se mi dai qualcosa,
    dici subito dopo che è persa, se hai
    coordinate speciali, mi eviti: dentro di me
    si affolla un variopinto e curioso orfanotrofio
    di oggetti a cui morirono le mani sbadate.
    Intorno possono crescermi aureole di fiori
    e balde fontane, stagioni a falda larga, ma
    un buio è il mio stomaco, folle imbuto e
    geloso.Io stessa mi spavento di come
    ho inghiottito occasioni e candele, plotoni
    di carezze ancora ruvide sulla pelle in
    campagna di pubertà, tre nomi ed un amore.
    Più volte ho provato a guardarmi là dentro,
    cercando la posa degli smarriti, ma sono solo
    una soffitta girata verso l'inferno, di alto ho solo
    lo sguardo, di grande la fama della ragnatela
    che aspetta mimetizzata le prime luci dell'ala
    a favore d'inganno. Si, sono un buco, tutto ciò
    che mi offri è mio per sempre, non restituisco,
    contraccambio con un occhio che non si chiude,
    non faccio sorprese. Ho l'ingordigia di tutti i vuoti,
    sacchi di cose scivolate via dagli altri, pozzi
    divenute pance ma senza merito.

  • 05 maggio 2012 alle ore 14:27
    Due Cento diciotto

    Volevo comprare un po' di felicità nel giorno delle offerte,
    alle grucce del paese non  rimanevano che sensazioni
    già indossate, e tutte di taglie più grandi. Ti ho visto a fine
    percorso, il tuo indizio spuntava dietro la magagna
    degli amori venduti come freschi ma che hanno
    bacature da intoppi, da trasporto, da cadute.
    Invece il tuo cuore, pur passato tra diverse incaute
    mani, si mostrava con la sfacciata gioventù della
    primizia in una cassetta dai contorni sospetti,
    un'incubatrice ad una sola porzione che ne sanava
    le piaghe da gestazione mai avvenuta. Chiamava
    a gran voce e con intervalli regolari la finta disattenzione
    delle clienti da mercato, avvolte nell'ansia di un letto
    da riempire. Sul piazzale pendeva la bugiarda mattina
    dei migliori banditori, la folla dei sorrisi scontati, due
    al prezzo di uno, ed un'acida poltiglia di trattative
    non consumate che maceravano sotto il sole,
    scartate come figlie storpie dalle sane, bucce dal
    succo, ossa dalla polpa.Noi ci siamo guardati
    senza scommettere che tu saresti stato il
    nome del mio acquisto ed io la casa in
    cui infilarti.Eppure non rimangono più
    tracce del tuo giaciglio sul bancone, o del
    tuo numero: solo uno schizzo del tuo odore
    largo quanto una via di santuario a cui
    alcuni vanno in visita ricordando
    la forma di quell'affare.
    un letto.

  • 04 maggio 2012 alle ore 13:22
    Due Cento diciassette

    Vorrei essere stata i tuoi giorni di resa, quelli di vittoria.
    Essere stata scritta da qualche parte sui muri delle tue
    stanze, un piccolo appunto nero mai letto, l'orma di un
    chiodo non messo, il guanto di un lombrico non ancora
    svezzato.Starmene con il dettaglio di un dito sui piatti
    senza occasione, sulle posate senza ospiti, sulle lenzuola
    ancora rigide di verginità. Vorrei essere stata la profezia
    della mia venuta, portata davanti al tuo uscio,  preda nella
    bocca del gatto, a peccare sullo zerbino con un segno,
    un regalo ucciso per farmi regalare la tua attenzione.
    Vorrei essere stata ingoiata già ieri dalla luce tonda
    della tua casa, un'ostia offerta alle mie ossa in attesa.

  • 03 maggio 2012 alle ore 15:12
    Due Cento sedici

    Ora so che è una tortora il flebile manubrio a guida
    della mattina, quando i pini sono ancora irretiti
    dalla resina e la bocca della piazza mastica
    l'ultima fetta di buio prima di battezzarsi al giorno,
    e lo so grazie a te. Ora so il freddo colore del merlo
    che spettina le palme senza tregua, il carteggio di piume
    fra un davanzale ed un ramo, il traffico di becchi che
    stanano la stagione più dolce. Nessuno mi farà
    mai abbastanza domande sul tuo conto, non so schizzarti
    con parole che bastino a fare la tua forma. So solo che
    se mi allontano dal pensarti, c'è qualcosa sotto il mio
    sterno che fa fatica  a registrarsi correttamente, che
    stona la giuntura e sbaglia ruolo. So che ho provato
    a chiudere la porta al tuo nome, credendolo in combutta
    con correnti moleste. Ma di quel momento ho ancora
    ustioni a cui ogni altro tentativo simile va in pellegrinaggio.

  • 03 maggio 2012 alle ore 13:09
    Due Cento quindici

    La prima volta del nostro assaggio non ti
    sono arrivata al cuore: devo essermi fermata
    non più giù della tua gola, nell'angolo non ancora
    ripulito dalle voci che ti hanno fiutato, dal cordoglio
    di femminili brandelli, di bocconi gemmati dal
    pasto che sembrava infinito. Ti sono scesa
    dentro lentamente, non ho avuto pretesa di
    cura, piuttosto la coscienza di una spina
    accucciata nella portata facile, come un ago in un
    cuscino, una chela in una nube. La mia carne
    sarà una delle tue tante reliquie, una sindone
    delle tue mosse, una bottiglia in cui si sospetterà
    sempre il feto di un messaggio senza mai
    scoprirne la mano dell'innesto.

  • 02 maggio 2012 alle ore 14:57
    Due Cento quattordici

    Primo giorno senza calze, ho scoperto le carte,
    ma non ti ho vinto.Ti ho sollevato dalla pelle
    che avvampa, la strega ancora bianca si abituerà
    al rogo della nuova stagione che abiura la nostra
    pazienza. L'estate avanzerà con un passo
    sciancato di fusa, con una rima sbadata,
    con la bordura dell'orizzonte sfavillanti
    per l'afa. Sono pronta: ho già congedato
    per un giorno le parole dalla pagina, ho interrotto
    l'inutile pastura che vorrebbe  pescarti con un
    amo smussato. So dal formicolio del mare
    che arriveranno altre reti, si ammaniglieranno
    a largo, un solo abbraccio ti prenderà meglio
    e più a lungo del mio aspettarti invano
    sul binario di un'onda  a favore.

  • 30 aprile 2012 alle ore 15:43
    Due Cento tredici

    Avrei voluto un gomitolo tessuto ai ventricoli e agli atri comead
    un fuso, magari una matassa, venuta in una sera di lana piena,
    di afa, di maniche corte e cocomeri spurgati dalla lama della nera,
    ossuta vitiligine. Avrei voluto essere nata quando il cielo è un monumento
    alle stelle cadute e tante piccole croci scivolano giù senza impalare
    la terra, una processione di lapidi lucenti su cui pregare i desideri.
    Invece sono stata piantata con chicchi di gelo, pensata nei giorni più
    brevi, servita con uno sparuto contorno di luce forestiera dopo il tiepido
    galeone del mezzodi.  Mi hanno cucita senza fretta, come non vi fosse
    bisogno della mia carne entro una certa ora e potessi essere chiamata
    in scena solo in caso di gravi guasti del protagonista. Ho la vita sospetta
    di una nota a margine, sono una lente per stanare il neo dal rigo, se la
    parola soffre, intervengo, ma non ho bende nè musica 
    se l'esecuzione è in salute.

  • 30 aprile 2012 alle ore 14:25
    Due Cento dodici

    La mia felicità dura un giorno: fa una muta
    veloce e senza preavviso. Dalle fasce al sepolcro,
    dal roseo vagito alla canuta stanchezza, è una cima
    d'improvviso innevata nel calcagno d'Agosto.
    La mia felicità è carponi, poi curva: dalle gambe
    inesperte arriva lo stridore di giunture scolate
    dall'unto della giovinezza. E' una fiamma condannata
    alla pioggia che alza per un istante la testa a
    ravvivare la sfida e non sa di agevolare
    la ghigliottina al liquido boia.

  • 29 aprile 2012 alle ore 16:36
    Due Cento undici

    Ho trascorso la notte sulla pagina, le parentesi
    sono stamberghe con un letto a buon prezzo, le parole
    fanno cuscini d'ombra eccezionali quando la luna perde
    inchiostro, l'alloggio è scomodo solo per chi non trova
    posizione, ma io ho la pazienza di chi sa accontentarsi.
    Ho diffuso circolari ed indizi, basterebbe operare tagli
    diagonali e precisi per strapparmi dal cuore il tuo nome.
    Cesoie o bisturi non ha importanza, l'arma migliore è
    quella che sa il tuo indirizzo.Alle mie lettere faranno
    un giusto processo, prima un interrogatorio di rito,
    a punti chiusi, solo qualche virgola come spia.
    Se punteranno la luce sulle "e", quelle canteranno
    per prime, si venderanno il sereno per la libertà,
    per un'altra stagione di versi. Non hanno grande educazione
    al segreto, credo non sarà difficile estorcere due o tre sogni
    particolari per individuarti. Ho trascoro mesi sulla pagina, la
    mia galea di rami neri  mi imprigionava sempre verso il tuo corpo,
    non c'erano altre correnti, non una stiva dove accumulare nuove
    versioni. Per questa ragione mi arrendo, e lascio che questa mappa
    senza viaggi, si faccia spogliare del suo finale. Verranno a svegliarmi
    con una prova decisiva, trionfanti del loro ingegno, come avessero
    scoperto il sole in un giorno di sole. Io non ho mai nascosto, ho
    avuto la cura del contadino che mesce la semenza senza saltare
    un solo bicchiere della giusta stagione, che sa cosa seppellisce.
    Solo chi non sa ancora non vede e si industria ad indovinare
    dalla bugia di una torta radice la bella forma che sospetta.

  • 29 aprile 2012 alle ore 15:17
    Due Cento dieci

    Di te mi diranno le solite cose, che hai uncini, pozze
    seminate nel sangue con talento di trappole, divieti
    ai giorni di festa,  naturale inclinazione per quelli
     di tormento. Ma più mi inibiranno alla tua carne,
    più verrò nuovamente alla tua traccia.  Che strana
    combinazione ci ha uniti! Ancora si interrogano
    sulle rotazioni da compiere per scassinare il
    segreto di tanta resistenza, li vedo delineare
    le nostre sagome ed una rosa di gesso
    dove cadde il mese del nostro incastro.
    Giustappongono i bordi, tentano di sovrapporci
    e combinarciper incriminare la sbavatura
    con cui una  rientra nell'altro. Ma cento delle loro
    mani non basteranno a trovare l'angolo che ci
    pareggia ed aziona il funzionamento.
    Di te mi faranno le solite dimostrazioni: qui
    nasce l'inganno, lì la breve durata. Ma io
    ti voglio per come mi sfuggi, per il tuo segnale
    di attacco, quando sleghi i tuoi mali come una muta
     di cani sguinzagliata a stanarmi. E, scioccamente,
    tu credi ti stia correndo davanti quando invece ti
    seguo e già vedo le mosse di cui innamorarmi.

  • 28 aprile 2012 alle ore 15:24
    Due Cento nove

    Tu sei una certa ora, quando vengono al pettine
     i ricordi ed i nodi prendono il largo, quando il letto
    è così irsuto da iniettarmi lente dosi del tuo impiego.
    Ho fornito dettagli precisi della tua pelle, il sistema
    delle ciglia, la portata della bocca. Ho anche saccheggiato
    dal tuo sangue qualche ricorrenza,  possibilmente coincidente
    con santi diversi dal mio. Munita di vanghe, di pale, di sacchi
    capienti abbastanza, ho raccolto tutte le parole che non
    remano con me. Più avanti, sulla testa, troverai una incidentale
    aiuola di sterpaglie, andranno a fuoco le streghe suddivise in
    gruppi ordinari: le domeniche senza la mia mano da un lato,
    i tuoi lutti dall'altro.Al centro pane e firmamento: avremo sempre
    fame di fatica e di stelle.  Pretendo non ci siano virgole fra
    i nostri nomi, che ci pronuncino senza prendere fiato, così
    come ci vogliamo: due giorni di festa abbracciati, due 
    onde senza la pausa nera della risacca.

  • 28 aprile 2012 alle ore 15:21
    Due Cento otto

    MI piacciono le case di primo mattino, quando
    aprono le bocche e posso spiarne il bolo di
    letti smantellati, di sedie a cavalcioni dei tavoli,
    di ombre faccendiere, di lenzuola battute all'asta
    del sole come ostie. Dentro si logorano le ultime
    resistenze della notte, passata con il decorso
    di una malattia, ma ai pomelli, alla lanugine
    tosata dagli angoli, ancora si annidano gli
    odori degli avanzi, di una sigaretta, di quattro
    braccia che si sono moltiplicate per fare tre.
    Mi piace l'Ave Maria delle persiane sui muri,
    sembrano pettegole ansiose di affiggere al
    nuovo giorno l'epitaffio di quello già consumato.

  • 25 aprile 2012 alle ore 15:15
    Due Cento sette

    Di me non avranno che questo: trenini di bocce nere,
    binari senza scambio, colonne di parole in perenne
    assedio, come scarafaggi a zonzo, la pagina contenta
    del suo formicolio di blatte che, dette insieme, daranno
    la fuga di una vibrissa molestata, la pugnalata dell'alveare
    interrotto nel sonno. Si aspetteranno per anni la rossa
    monotonia di un bel salotto, con i divani passati di vento,
    la foto della festa, il divaricatore della tavola imbandita
    come una tregua fra due giorni di turno. Pretenderanno
    lenzuola confessate dalla macchia con dovizia e scadenza
    regolare, pietanze viziose di fumo, calde come spose
    insaziabili, gendarmerie di stoviglie in ordine di arruolamento,
    fiori imbelli a macerare la bellezza in vasi da poco.
    Niente di tutto questo abiterà le mie tasche: io sono quello
    che leggete, ho nugoli di larve ancora in fasce, come stoppini
    in attesa della fiamma, corpi ad antenne dritte
    ad indovinare il segnale dell'infestazione.

  • 25 aprile 2012 alle ore 13:41
    Due Cento sei

    Quanto sono orgogliose dei loro sistemi!
    Hanno le bocche già intrise del nome,
    festeggiano la presa dell'intonaco, per insegna
    la coccarda sessuata sulla porta. Come sorelle
    si scambiano complici pozioni, dosaggi e dispense,
     ammiccano nel loro alfabeto, mescolano carte
    di rosee previsioni: il naso da dio, la fronte da dama.
    Poi mi guardano: hanno fiuto per il mio neo. Mi puntano
    il ventre come fosse uno storpio in una classe di sani,
    infilato per sbaglio nell'ora del banco.  Tentano di rivoltarmi
    cercando il verso del mio montaggio, non leggono le
    istruzioni della mia lingua, così fanno a turno, ognuna
    ha il suo metodo. Se farò rumore, sarà certo per una
    vite molliccia: non posseggo i dettagli della loro fortuna.
    Mi annusano con il ribrezzo di un pasto morto: non c'è
    niente più da cacciare in una carcassa. Girano a largo
    come potessi contagiarle della mia acerbità: smontarne
    la culla, il solaio, perfino la casa. E non sanno quanto
    vorrei meritarmi il segreto della loro cuspide di carne.

  • 24 aprile 2012 alle ore 15:48
    Due Cento cinque

    Ti aspetterò sveglia, non ho altri
    incarichi, sono stata radiata all'alba,
    scartata da tutti i mestieri che implicavano
    la gioia come prima esperienza.  La mia carne
    non sa dire due di se stessa, ha una sola piazza,
    un desiderio che le squilla come un campanaccio,
    eppure è già persa.  Non ha altre stesure, rientra
    sempre agilmente nello stesso contorno.
    E' un seme piatto della sua recrudescenza che qualche
    volta compie lo sforzo di controllarsi la plancia e guarda
    ai bagliori come a conferme di rotta. Non ha attracco, ma
    una stiva leggera ed un muro come culla.
    Ti aspetterò sveglia, non puoi toccare la mia attesa,
    ma è l'unica a cui posso preparare il corredo,
    allestire una stanza dei giochi. Non vagisce, ha
    pochi mesi di impasto, certo meno di un feto, ma porta
    il tuo segno, la lezione degli occhi.  Io le conto i battiti
    come fossero un solfeggio di ali, bramo i suoi calci,
    fremo di indicazioni su come inventarne il cordone.
    Le canto qualcosa che non l'addormenti: voglio senta
    tutto il dolore con cui verrà al mondo
    cercando l'intaglio che le corrisponde.

  • 24 aprile 2012 alle ore 9:49
    Due Cento quattro

    Ti tengo il cuore pronto, una tana arredata senza
    tante ambizioni, forse a gusto dei predatori.
    Non godo di raffinate finiture, i bordi emaciano
    la gioia in oblunghe chiazze d'attesa, dentro tutto
    si annida come un malanno, ho lente stagionature,
    stazioni in ritardo,  una familare gestazione  di errori.
    Al posto di sedie ho sparpagliato tagliole, somigliano
    a cani che mordono per trattenere. Ho fatto confusione con
    i giorni di pulizia, conservato la polvere come testimonianza
    degli ospiti, ho lasciato spalancati gli atri ingenuamente
    giudicando giusto il primo ingresso, poi ho lavato via
    le orme che non mi hanno soddisfatta.Adesso sistemo
    il transetto che faceva da passaggio a livello ai candidati
    migliori: lo tengo come ricordo, un confessionale senza
    più mestiere, un mulino che non produce che scorze.
    Lo sento il suo lavorio, gracchia e macina su belle,
    adulanti proposte, divise in file ordinate, una lavagna
    di buoni e cattivi. Ogni cosa qui dentro è impaziente di
    essere usata, ha l'eccitata vergogna del ventre ancora
    vergine e sta lì con la gola tesa come volesse infilare
    la vita a mo' di collare. Di tanto in tanto ancora si offre
    e crede sia amore il segno sulle lenzuola, esterrefatta
    come fossero stigmate quelle due pieghe già in guarigione.

  • 23 aprile 2012 alle ore 14:43
    Due Cento tre

    So di ossa stese sul letto senza annusarsi,
    solo per non vacillare in licenza di peso, so di pelli
    che hanno pigiato la notte e lavorato a spartirsi
    l'insonnia, ma senza cullarsi. Gracidio che espande,
    dilatando in circo le vecchie abrasioni. Io so come
    si muore ostinando il respiro, il tiro alla fune del
    disincanto, un trapezio al cui esercizio nessuno
    sarà puntuale, si guarda lo scempio della
    caduta, domani il varo di un'altra sventura.
    So di terre che non hanno approdi, di naufragi
    senza inversioni, di crocifissioni a cui mancavano
    l'accusa, la corona, le spine. So tutto questo, ma
    non ti basta. Certo non ho fama di resistenza, forse
    neanche di lotta, tutto ciò che mi somiglia sta
    dritto per un giorno e poi lo  si piange orizzontale.
    Tu mi vorresti argano ed organo, forte come la
    portata del vento a gennaio e santa nei miei accordi.
    Ma io pecco di buio, puoi anche restare in piedi,
    non fingerti ostacolo: io so che oltre le mie spalle
    dorme un gigante dagli occhi affamati e la bocca
    già miope. Quando preparo il suo pasto scarto
    con attenzione la prelibatezza dei morsi ma poi
    sbaglio condotta:  mescolo parole senza salarle.
    A chi vuoi che serva una bella ed inutile vista sul male.

  • 22 aprile 2012 alle ore 13:47
    Due Cento due

    MI piacevano i pomeriggi di votazioni, la x che cambiava
    la giostra, la scuola bardata a giurato, la freccia di piume
    a divinare il verdetto. Io stavo incastrata nel rosa della mia
    gonna, le gambe puntavano in alto, le ginocchia frenate
    dall'orlo, due ostie ossute sotto copertura.
    Il giorno finiva allora bandito dalla voce dell'afa, io ancora
    non conoscevo il tuo nome, ma sapevo di certe rapine
    fatte dalle nubi ai danni del cielo. La gente si teneva
    stretta la giacca nuova della domenica dopo la muta
    della settimana, lo sferragliare dei turni, se i bambini
    passeggiavano sotto il pino, era in attesa di una
    confessione senza più fede. MI piaceva essere imbelle
    alle stagioni, le amavo già tutte, ignoravo il baro degli
    inverni e la scarsa educazione dell'estate. Mi avevano
    però detto di un autunno che sarebbe venuto ad allestire
    la scena, dicevano avesse fattezze d'azzardo.
    Mi piacevano i pomeriggi di votazioni, il profumo
    di legno sulle mani uscite dalle cabine, l'ultima finestra
    tacitava il risultato, una tombola vinta dentro il paniere.
    Due bandiere erano stese ad asciugare l'impazienza e
    l'aria era più astuta del tempo. La sorte metteva
    una taglia a chi sapeva indossarla meglio ma io
    non avrei detto il tuo nome che anni più tardi
    con la lentezza che mi compete di procastinarmi
    la gioia indovinandone la carestia.

  • 21 aprile 2012 alle ore 14:56
    Due Cento uno

    Faccio parole come vestiti: maniche, orpelli, tasche e tutto l'occorrente.
    La mia sartoria è audace di inchiostri, ognuno ha la sua foggia,
    la sua prescelta e calza, calca, tenta: la pagina è il camerino.
    Tiro pieghe a regola d'arte, i miei orli sono famosi da qui
    all'asola dopo, fornisco bottoni per punti e punti per spille, ogni capo
    è di tendenza, io studio le more della moda, e quanto  ritarda il suo finimento.
    Ricordo, apostrofo, taglio, sfrondo, balbetto. La taglia è quasi sempre
    quella giusta, a chi spende di più,
    regalo in omaggio due brevi  e una linea.
    Dove ho imparato a cucirle? Ah, non saprei.
    Mia nonna non mi ha mai legato la mano, nonostante la sinistra
    arraffasse il posto alla destra ogni volta; a scuola mi dicevano
    strana, la testa impiccata al rigo, un presepe fra parentesi.
    Il mestiere mi è venuto di notte, come un'influenza in pellegrinaggio
    verso la casa più debole: si è presa la mia carne, la penna
    mi ha circoncisa. Adesso vi mostro i miei ultimi modelli, scommettiamo
    troverete ciò che fa a caso vostro? Sono io a non avere più niente, sono glabra
    ogni volta che mi dite, un fagiano spiumato, vergine davanti alla voce.
    Vi ho dato tutto, le  stoffe già logore non vanno buttate, daranno altre
    stoffe, i ritagli al fuoco, le lettere fanno calore.
    Ed io sarò ancora nuda, una pelle di o basterà a coprirmi, disegnerò
    stormi e alfabeti, vi vedrò sfilare con le mie parole sulle braccia,
    sulla pancia, sulla bocca.
    Che orgoglio di madre sarò quando  le molli gambette
    della mia prole  scriveranno il primo passo.

  • 20 aprile 2012 alle ore 14:17
    Due Cento

    Ho visto le nostre rovine, mi hanno guidata lì
    al tramonto. Una visita veloce perchè non
    ricordassi abbastanza. La memoria, la memoria,
    che pigra megera, che madre spietata che allatta
    fino a strozzare.  Ho visto quello che dovevo vedere:
    tre colonne di ossa, un prologo all'ara,  il nostro letto,
    la sedia che avrei voluto, un giardino, una stiva.
    Una giugulare per capitello, tonico l'affronto come
    un frontone, un rosone in mezzo ai roseti.
    Tu non ami le rose. Non sanno come sia venuta
    giù questa civiltà di due corpi dai grandi impieghi,
    dalle dita voraci: dicono che io ti abbia voluto
    così tanto da dimenticare la moltiplicazione con
    cui il sangue diventa più rosso, che ti abbia
    benedetto al punto da trascinare i pensieri
    come agnelli a cui molare bene la testa,
    una mannaia come mandriano.
    Ho visto le nostre rovine, e l'antro che ti ho dedicato.
    Sta proprio qui dentro, lo tengo nascosto,
    è timido il tuo santuario, non ha oradi di apertura.
    Un piccolo dio di poche preghiere e sconsacrato,
    che non da miracoli e chiede perdono
    per l'ingombro della sua aureola.

  • 20 aprile 2012 alle ore 13:25
    Cento 99

    A domani, sono stanca. Se non apro,
    hai la chiave. Anzi due. Una prova, l'altra riesce:
    è questo il segreto per esaudire una porta. 
    Il nostro appuntamento finisce sempre con un forse, un
    roveto a cui appendiamo le possibilità ad asciugare,
    il dubbio è una bella sibilla a due sillabe, un cerbero monco:
    vinceremo, ci perderemo. Io ci metto gli occhi, tu aggiungi
    le gambe e, ti prego, le tue spalle, la lingua.
    Verranno bene i nostri figli. Ci somiglieranno all'alba:
    avremo un tavolo grande abbastanza per passarci
    la fame e coperte per coprire. Non allarmarti se
    tarderanno: ti ho insegnato la pazienza, te l'ho
    dettata. Ricordi? Tu mi volevi ancora bollente
    del primo fulmine, io raffreddavo agli angoli
    dei nostri incontri.  Quando entrerai, non accendere
    la luce, boccheggia al buio, urta se necessario.
    Mi piace il passo delle cose cadute, l'inciampo
    che fa l'insicurezza, almeno saprò quanta
    folla ho in casa.  Non parlare. Non mandare la
    voce in avanscoperta. Solo trovami ed usa la mano
    come segugio. Non anticiparmi più niente,
    non prevedere, scommettere:fammi regali
    senza biglietto.Dammi nome solo guardandomi:
    cerca bene sulla pelle la marca del mio fabbricante.
    Deve aver lasciato fuori una vite: il difetto è la mia garanzia.

  • 19 aprile 2012 alle ore 15:18
    Cento 98

    Sono impiegata nel laterizio dei versi, la mia casa è buca
    per compagne di parole arruolate: arrivano come spose
    che temono il lutto, ognuna infila una missiva pesante
    di presagio. Sembrano numeri con in alto la potenza
    e la portata del loro messaggio. Venite! Edito dolore!
    Spedisco segreti senza la noia di trovare una bottiglia
    ed un'onda a favore, spennello sulla pagina un unguento
    che fa rima con inchiostro ma che ha orribili fattezze, che spaventa
    i sogni buoni, che viene meglio se ripreso al buio.
    A volte mi chiedo quanto ancora dovrò essere vuota per
    fare da recipiente, ho notato che niente si abita meglio
    di un vano predato. Io sono quasi sempre la noce senza
    gheriglio, quella che al tatto potrebbe ingannare una sorpresa
    ma che, spaccata, presenta due covi cavi, due letti analfabeti
    di peso. Smettetela di agitarmi per sentire il mio rumore:
    le mie ossa non fanno musica, ho sbagliato intonazione.
    Ho una sola corda che mi attraversa in lungo, un binario senza
    raccordo: inutile percuotere la morte  per chiederle come è nata.

  • 19 aprile 2012 alle ore 13:50
    Cento 97

    Troveranno l'indizio, ho requisiti sfacciati che
    denunciano la tua carne. Faranno indagini di routine,
    una scuola per topi, se si soffermeranno sulla mia gola,
    scorgeranno come sotto la pelle ancora punge la lettera
    che inaugura il tuo nome. Sta dritto là, lo spuntone che ti ricorda,
    l'albero maestro dove dirigo l'onda della saliva e tutto ciò che
    mastico ci gira intorno, lo scafo sente gli scogli.
    E' un boccone che pasteggerò fino a demolirne il nervo , per sfiorirne
    ancora un poco la resistenza e cavarne avida l'ultimo sapore.
    Cosa credevi facessi quando maciullavo in silenzio? Ti tengo
    come un bolo, ho fatto incetta dei tuoi odori, memorizzato la piega
    del tuo braccio, so l'origine di tutti gli angoli,  l'ombra pia delle
    dita inginocchiate al palmo, ho fatto scorta delle tue mosse
    velocemente, come prima di un assalto, di un cataclisma previsto.
    Ho fiuto di cavalletta.  Chi arriverà dopo non lascerà  niente,
    sei pietanza che non si concede e non si divide. Chi assaggia
    si sfama solo fino al prossimo morso.  Presto, presto, bisogna
    far presto! Ho ripulito bene la scena del relitto: adesso anche il
    letto mi sembra colpevole, una  badante distratta a cui sei sfuggito.
    Sono stata brava? Le lenzuola che sanno? Il cuscino sa addormentare
    un segreto? Questo  è il reliquiario a cui lucido la faccia:
    io sola  so dentro il miracolo della tua comparsa.