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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 18 aprile 2012 alle ore 16:51
    Cento 96

    Ci vedremo che le mie parole saranno cariate,  smussate
    dell'unica punta con cui potevano entrarti nel petto.Saranno
    invecchiate le belle stole di lettere con cui mi arrangiavo
    al tuo cuore sperando di trovarne l'intonazione, canuta l'arte
    nera che usavo come ostello quando, già nuda sulla pagina,
    aspettavo mi bussassi per chiedermi qualche ora di gioia.
    Sentirai l'olezzo dei versi in marcescenza, il putridume di ciò
    che, non detto, ha arrancato per giorni al bordo delle mie dita
    per poi rovinare in una nuova caduta. Ci vedremo che saranno
    irreversibili i nostri sbagli, tutti agghindati e sull'attenti
    a restituirci l'affronto. Dovrò chiederti nuovamente il nome
    e di quale santo fu devota tua madre, stilerò  in gran segreto
    la lista delle cose che mi sono piaciute fra il bianco e la
    stanchezza, la resa ed il rimorso. Festeggeremo la rimpatriata
    delle occasioni decomposte. Soffieremo dieci volte sulla cenere:
    esprimeremo l'abracadabra che spenga per sempre
    alla bocca il sapore avvizzito.

  • 18 aprile 2012 alle ore 12:50
    Cento 95

    Allora non ho forse spurgato bene la colpa?
    Sono stata capace? Ho estirpato con talento
    il traliccio ormai guasto.  Non cadrà più.
    Non cadrà più. L'ho redarguito, punito, invitato
    a cercarsi un'altra arteria a cui sbarrare il flusso
    di salute. Ora mi guardano, si passano la notizia
    del mio ritorno come il segno della pace, dicono
    che ho ancora addosso i vestiti. Mi toccano increduli:
    dove dorme il miracolo? Tutto è sano: la testa a nord
    del cuore, il cuore finalmente al suo pasto: poche
    carezze, un truciolo per albero, una tegola per coperta.
    La pialla? La pialla? C'è forse una pialla per sgorbiare
    al mio sangue il segreto? Ora sono tranquili:
    ho fatto il mio devo, placido mulo che annuisce e ringrazia
    al nuovo calcio. Tutto è sano: per quello che è stato,
    silenzio! Non va pronunciata neanche la coda del male
    che poteva finirmi. Sono scampata, io naufraga del morso
    che avrebbe annegato chiunque. Mi celebrano, mi osannano,
    ma la sposa è morta. Girano in processione con una salma
    sulle spalle: sono un corvo, il mio volo è lutto. Mi allestiranno
    una teca come nido: crederanno di vedermi là dentro guarita,
    come cercassero il solletico in una bara piena.

  • 16 aprile 2012 alle ore 14:48
    Cento 94

    Mi aiuteresti? Mi diresti dove si annoda
    la falla? Hai perizia di guasti, di buchi?
    Vuoi infilarci il dito per saggiarne l'irreversibilità?
    Ti suggerisco i sintomi, poi puoi dettarmi
    la posologia se trovi il verso della mia storia.
    Ti offro un veloce ragguaglio del mio sistema,
    appendi il tuo giorno alla gruccia ma solo
    per stare più comodo, il mio danno non
    impiegherà  molto tempo.
    Sono il neo di tutta la nidiata , difficile non
    notarmi, ho la forma del sangue rappreso,
    non sarà mai un rubino, piuttosto uno sputo
    stantio. Quando il feto è ancora madido
    di nascita e squittisce  ansioso di lancio,
    nella losanga tiepida di ali, nel padrenostro
    dei cuori implumi , io gestisco l'unica coda
    arruffata, il becco su cui nessuno punterebbe
    la posta. Certo potrei ordinarmi un vassoio
    di cielo, non sfigurare, ma è così palese
    tutto il rigurgito che al primo tentativo, credo,
    mi starnutiranno. Scusa se cerco  nelle tue
    mani il filo per riconciliare i miei arti alla testa
    che ancora sbava parole senza ritegno.
    Scusa se chiedo al tuo amore un armistizio
    fra le mie parti. E' solo che vorrei capire
    se sono più colpa o più abbaglio. Se
    almeno una volta il mio indietreggiare sarà
    per il rinculo del destino che ho finalmente centrato
    e non più un'altra fuga dalla sua infallibile mira.

  • 15 aprile 2012 alle ore 15:18
    Cento 93

     Scrivere, bugiarda sutura tagliente, la cura che ammala.
    Io dormo artigli spuntati fino a quando ti dicono,  tiro parole
    dalla pagina, punta e croce, aghi con la cruna perennemente
    gravida del tuo pensiero. Non cuciono se non disfano e quando
    la tua stagione arroventa, friniscono una smagliatura nella
    felicità, la falce sotto la pelle, il nido sfrondato.  Un formicaio
    con il tuo nome come insegna, un'osteria che serve il tuo
    sangue, una cantina che imbottiglia il tuo ricordo come provvista:
    questo è divenuto il mio scrivere. Malato. Barricato nel tuo buio,
    sgraziato barbagianni di inchiostro,  un tarlo fra le stoviglie.
    La mia poesia non andrà da nessuna parte: ha  una tomaia
    di belle e nere mondine, ma un becchino per suola.

  • 14 aprile 2012 alle ore 14:53
    Cento 92

    Gli alberi non sono mai stati così dritti, la terra, che balordo
    puntaspilli! Se non mi  avessero iniettato le gialle parole
    dei limoni, sarei stata più amata? Gli alberi oggi sembra
    vogliano dire che non ci sarai. Sei venuto via, scheggia
    sollevata da un passo fallace, il sangue esiliato ha lasciato
    in patria altro sangue, l'anima saluta il corpo. Adesso è
    stordita la parte in cui sei entrato, forse inciampata sulle
    tue ossa, non ricorda  più il suo indirizzo. E pure incosciente
    ti cerca, come non si annoiasse mai del dolore: e ancora
    spera di sorridere perchè le concederai l'occasione di un'altra ferita.

  • 14 aprile 2012 alle ore 9:16
    Cento 91

    Vestitemi d'organza quando sarò impronta:
    non voglio mi pesi sullo sterno niente più del cielo.
    Lavatemi via dal petto i giorni in cui vissi di spalle perchè
    senta il freddo applauso delle migrazioni. Abbindolate
    il mio silenzio con le vostre allodole, fate un recinto di
    tutti i no che munsero la gioia ai si che avrei dovuto
    pronunciare. Mettetemi a guardia una stella, una strofa,
    un mercenario che scambi pane con sangue.
    Vestitemi di organza: credo si adatti meglio
    quell'ostia alla mia calce. E quando la spezzerete
    per offrirne le maniche, fate attenzione alle mie gambe,
    cucite là sotto, svernate dai passi.

  • 14 aprile 2012 alle ore 9:14
    Cento 90

    Un treno lo ingoierà e sarà senza colpa:
    intestino di vite in partenza, ambasciatore
    di latta con dentro il suo nome, il biglietto,
    il bagaglio. Un mago che sfrigge sulla
    serpentina del mondo. Io ho deluso tutto
    il cielo ma sarò  puntuale al binario, ho
    un cuore che è capo e stazione. Tutto ciò
    che ritarda non è la mia pelle. Un treno
    lo condurrà come un vassoio con la migliore
    portata: venite! Prendete! Occhi miei lividi
    di un altro digiuno, pupille, deglutitene bene
    le ossa, un bel panorama dal finestrino veloce.
    Il treno sarà boccaglio parsimonioso: non
    concederà durature immersioni. La bolla nera
    verso la superficie saluterà: una mano alzata
    a dire l'orario del mare.

  • 11 aprile 2012 alle ore 13:29
    Cento 89

    La mia fabbrica di parole chiude per ferite: il
    morbo stava dentro e si fingeva paziente, così
    tutti gli sono accorsi intorno e mentre disperavano
    la sua salute, si contagiavano allegri. Hanno scardinato
    l'inizio, la defezione è venuta dalla pancia, fra un rigo ed
    il secondo, albeggiava virulenta l'ultima infezione. I ribelli
    hanno occupato tre scanni, fuso l'orario di lavoro in una
    medaglia al dolore. Non mi hanno rispettata, proprio loro
    mie fide! Menestrelle e megere, tabacco di scarsa
    qualità che esalava un bel fumo. Ma sotto stavano
    già tramando la fine, una carboneria scritta, la spranga
    sulla bocca. La mia fabbrica di parole saluta gli astanti,
    ringrazia lei per l'impiego che ha dato, lamenta che le sue
    operaie, impollinatrici di bianco, untrici d'inchiostro, si siano
    ammutinate senza un giorno di preavviso. Era una rivoluzione,
    un censimento di rabbia. Non so dove andare: io stavo bene
    là, nella mia cabina comando, seduta in alto, come il cielo sta
    seduto sulle torri. Adesso la pagina è violata, spalancata, ha il
    costume stracciato di un cancello divelto. Vado anche io.
    Ma la libertà era quella che stava fra un turno e l'altro di versi:
    e' l'ora d'aria più lunga ad ammutolirmi.

  • 10 aprile 2012 alle ore 15:13
    Cento 88

    Le tue parole sono il mio trabocco
    quando mi tirano all'asfissia di una nuova
    retata. Non ho commesso crimine più
    grave di questo:aver stemperato del cuore
    la polpa fino all'osso. Dall'ultima spina ho
    ricostruito tutta la lisca, indagando  un bel
    purgatorio di morte. Qui sto bene, là
    conviene salire a bordo l'orlo per non
    inzupparlo se il mare assale. Ho anche
    trovato le branchie da cui sei entrato: due
    ridicole porte che a te son bastate. Io sono
    la muta della tua stagione, l'unica ciarla
    sotto vetro. Sono il bricco ed il suo genio:
    vorresti fosse vino per sanarti la coscienza.
    Vorresti io fossi quello che mi hai dato da
    bere, ma io cambio le sorti del mio contenuto.
    Mi hai affidato un uncino:
    scommetti che ne cavo una rosa?

  • 09 aprile 2012 alle ore 15:51
    Cento 87

    Il nostro amore cammina accostato ai muri: forse ha rubato,
    ma non è mai colpevole abbastanza. Sta in punta di piedi
    ma non fa piroette, poggia appena il tallone e lo redarguisce
    se tenta un rumore.  E' in equilibrio perenne per prepararsi
    a cadere. E' un mulo senza zavorra, un'ancora astemia.
    La sua occasione è ammuffita al banco dei pegni:
    io ero là imputata della nostra amputazione avvenuta
    quando ancora non ci sfioravamo. Le nostre pelli
    erano vicine di casa  ma le hanno condannate
    all'esilio perchè l'ingranaggio obbediente spaventa.
    Meglio ciò che incancrenisce di ruggine, che dissipa
    l'oliatura come un peccato guarito. Il guasto
    rassicura, commuove.  Ci  dicono mal funzionanti
    e sono pronti a redimerci, ma del loro dissesto.

  • 08 aprile 2012 alle ore 15:57
    Cento 86

    Allora mi hai portato la cura? L'antidoto, il siero?
    Non venire se non hai trovato il rimedio.
    Spero almeno tu abbia fatto scorta di punti e suture:
    ho da accomodare tre tagli in disgrazia che aprono
    la bocca ogni volta che vivo.  Hai molato bene gli
    arnesi? Non sai quanto sia doloroso il morso che
    prova e non riesce, che riprova e sfinisce.  Ti dico io
    la piaga, e dove punge, dove strepita, esonda: tu prepara
    l'ago, il filo, la fiala, la benda. Devi rinacciarmi il cuore, riallacciare
    il tessuto smagliato da parte a parte, rassettarmi il respiro,
    limarne la gobba, lo sconquasso. Allora mi dici la formula per vincerti?
    E la ricetta? Quante dosi di sangue e meno quante di attesa?
    Funzionerà? Sono qui che pretendo appunti, ho ancora un arto
    da recitare e confido mi basti il tuo rammendo.
    Ma appena volterai le spalle mi scucirò la parte
    più accorta: ti faccio strada con il mio infortunio
    perchè tu possa ammalarmi in tempo.

  • 06 aprile 2012 alle ore 14:46
    Cento 85

    Te ne intendi di solchi, per questo mi pianti da mesi ed ora
    pretendi di smascherare il trucco che traveste il germoglio
    e lo attarda. Non buciarmi: ho dormito scoperto dalla semenza,
    con una vanga per culla. Cura la mia vermiglia acerbezza e
    spazza dai viali la matassa dei giorni con  uno schiaffo alla
    morte che mi procuro. Se sai come si corteggiano le stelle
    senza ingelosire la notte, come spinare le parole appuntendole,
    tirami il cuoio dal cuore per farne una redine  che tagli il galoppo.
    Tu sai di me quello che non conosco, la fortezza del mio pudore
    si è arresa in tre parti per compiacerti almeno con una.
    E più  mi rinchiudo in una segreta, più mi volto sperando che
    tu mi abbia seguita e spiato dove pende la chiave che mi evade.
    Sono carceriera e prigioniera, mentre sconto la pena che mi
    sono assegnata, ti taccio la falla perchè tu la dica una porta.

  • 05 aprile 2012 alle ore 14:35
    Cento 84

    Non indovinarmi, non sono facile, ma
    mettimi in croce se sai la definizione del mio diaframma.
    Tutte le lettere che ho sulla testa sono aureole spente
    e ti danno la mia chiave, tu girala bene fra le dita , attento
    alle doppie, alle camere con vista sul retro se la soluzione
    ha una scala antincendio. Ho un solo bersaglio, ed è quello
    che hai appena sfiorato: sta sotto i miei occhi che sembrano
    sue sfingi se non hai almeno il garbo di una risposta.
    Vuoi vincere il premio che sta nell'ampolla? Hai contato
    tutti i tuoi passi? Sei sicuro di volere questa posta o hai
    semplicemente sbagliato il tavolo? Io di verticale ho solo
    la speranza, tutto il resto è orizzontale ed ha odore di salma.
    Non vedi che la mia casella è nera?
    Sono l'unico spazio in cui non puoi scrivere.

  • 05 aprile 2012 alle ore 13:22
    Cento 83

    Non dovevo esserci, non quel giorno,  entrare nel tuo camerino
    per addossarmi la veste sguaiata della colpa, o scostare
    i capelli dal viso perchè lei, eccitata, mi riconoscesse e
    timbrasse con il suo indelebile marcio.  Ma dove avevo la festa?
    Era poco più avanti, tra la curva e l'onda, l'oleandro e la bifora,
    il parto e la giostra. Quella era la mia destinazione, lo scalo,
    il tragitto, la pensilina. Non dovevo infilare la testa nella cruna
    credendola una collanda di copie irripetibili, oggi la tua lingua
    è scesa come una mannaia a tagliarmi da chi sono, a disossarmi
    da ciò per cui ho vissuto. Forse per il mio buio, per la porta socchiusa
    che tutti gli altri dicono un'orecchia sul cuore a tenere il segno,
    così che possa rileggermi ed arrossire all'errore. Ma non mi si
    intona più ciò che non finisce in lacrima o sorriso e barcolla
    sbronzo di inezie, di inerzie: non mi fido della luna quando ha voglia
    e sceglie quale parte offrire nuda alla fame del cielo.

  • 04 aprile 2012 alle ore 15:47
    Cento 82

    Questa poesia non è mia figlia, portatela via. Cavate gli occhi
    alla croce travestita da cicogna che la recava ancora in bacca.
    Se non lo farete voi, sarò io a gettarla dalla pagina, rupe Tarpea
    delle parole che mai andrebbero scritte. Guardatela! Non ha i
    miei rintocchi, è butterata di bulbi senza pubescenza, squarci
    che arrossano sotto una spanna di catrame, gonfi come la
    preparazione di un gracidio. E non ha certo il senno delle mie
    mani! La quiescenza delle mie iridi, stagni che dite mari
    solo per la veste, ma più fermi della fanghiglia.  A volte io
    stessa dimenticherei il mio sguardo  se non mi accorgessi
    del ticchettio delle pupille. Non ha le mie gambe: dovunque sia
    stata pasciuta, ha messo fuori due rostri, gemelli di gramigna.
    Non è mia. Non cercate per favore di ricondurla a me leggendone
    il cordone come mappa.  Non le avrei certo fatto quei burroni, quelle
    stive, quei fraintesi. Portatela via, vi scongiuro. Prima che ripensi
    a come l'ho avuta scambiando per amore un giogo.

  • 04 aprile 2012 alle ore 14:05
    Cento 81

    Devo trovare il verso nel letto, anche solo
    quattro lettere che dormano bene: forse
    tace, meglio pace. Cambiarne la testa
    non ne modifica la reputazione. 
    Ho bisogno di girare le ossa nella direzione
    che le acquieti, assordando la fitta
    che mi morde il sangue.  Devo soprattutto
    coprire la macchia, sto a  pancia in giù
    e se qualcosa deve nascere,  verrà buia
    come la manna di cui si è saziata. Mi hanno
    colpita in un giorno d'autunno, hanno girato
    tre volte intorno al mio nome per trovare
    la porta distratta, io credo sia stata la "e",
    la " a" è sempre stata un'onesta badante.
    La " E" è giovane e poco scaltra, arrossisce
    alle lusinghe da stagione inattesa. Così mi
    hanno scardinata, l'effrazione  ha un'arte di mesi.
    Ma adesso che ho dato ciò che dovevo, più non
    ricordo la combinazione del mio inchiostro,e come
    si mettono i punti dove la frase ha i vetri infranti.
    E la vergogna che sento mi avvicina le ginocchia
    allo sterno come guardiani, fa un elmo dal palmo,
    una lancia dagli occhi.  Non guardatemi, non
    chiedete. Non ho colto in flagrante il più
    abile fra i ladri, o forse si. L'ho visto, conosco
    il suo volto, la destrezza, il suo indirizzo ha
    chiodato la mia pelle, ma non ne darò l'impronta.
    Che venga pure a farvi visita: io non confesso.

  • 04 aprile 2012 alle ore 14:01
    Cento 80

    Conosco tutti i versi di queste onde: il dritto ed il rovescio,
    la diagonale, la razza, il romboide, la liquida Bibbia scritta
    da innumerevoli fasciami, dalle reti, dalla gobba di un amo.
    Ed il  patto dei fondali annodati come mosaici.Il loro garrito
    era nella mia culla prima del mondo. No, non ovunque
    il mare si abbiglia allo stesso modo: qui è roca
    masnada di ricci, saraceno senza pula. Io so dove
    passa la notte,  quando all'orizzonte sembra colla
    e dietro si muovono i divertimenti della brezza, la
    psidechelia silenziosa delle lampare che solleticano
    il buio. Come ho potuto  pensare di dimenticarne
    la direzione non so. Ma adesso, finalmente, torno a
    casa, all'unica riva che sa quando i miei piedi
    l'adombreranno. E non importa  se l'amore sarà
    avaro, dimentico, lontano,  impegnato in tessiture
    di cui non terrò più la testa: dove non toccherò
    allargherò le braccia. Le ali verranno
    quando non rimpiangerò più il passo.

  • 03 aprile 2012 alle ore 13:36
    Cento 79

    Molti credono che per farmi felice serva
    la coda di una stella comprata a buon prezzo
    nel giorno di miglior affare, magari incartata
    in un tulle di buio arricciato per l'occasione.
    Credono mi serva quello sforzo sudato da
    bugiardo banditore o il gesto che non rincasa
    finchè non è visto ed acclamato. O forse si
    illudono che il mio sorriso abbia la foggia
    dei portoni spalancati a mezzodi ad inghiottire
    il sorso più denso di sole, come fossi brava
    a corteggiare e portare a letto il raggio ben nato.
    La mia gioia è la sedia accostata al muro,
    un pensiero lasciato nel piatto a dirmi che sono
    mancata alla fame, la finestra che non bacia
    il suo incastro fino all'attimo della mia mano.
    La mia gioia è quando ti svegli con il mio nome
    ancora sulla bocca, come l'ultima cosa assaggiata
    da cui non hai fatto in tempo a pulirti le labbra.

  • 02 aprile 2012 alle ore 15:41
    Cento 78

    Più non so il tuo nome da quando ripeterlo è il mio
    scanno, il letto, la tavola, il patto.Una zappa che
    vanga lettere alla rinfusa  senza mai dissolverne il senso.
    E' come se alla memoria venisse meno la tua carne
    ogni volta che ti assaggia. Più non so se hai macchiato
    tu la mia anima o se fu lei, inciampando, a tuffarsi nella
    pozza del desiderio che non andava espresso, piuttosto
    circoscritto: testa di suora spaiata dalla clausura, educanda
    in marcia senza condotta.  Più non so come tante cose
    si erano prese la briga e la briglia della tua pelle, che io
    so evasa da crateri e non da carceri.  Al tuo cuore
    da mangiafuoco avrei trovato un antidoto: vorrei  venisse alla
    mia festa di saltuarie inondazioni, di epidemie e candele.
    Vorrei mi vedesse imbarazzata dai numeri che osservo, con i dadi
    stretti in una mano a supplicare il giorno della mia mossa.

  • 02 aprile 2012 alle ore 13:07
    Cento 77

    Volevo provarti, sentirmi aggiustata sotto il tuo petto,
    essere il peccato e non avere soltanto fama di penitenza.
    Volevo assaggiare la resistenza del cuore, scorticarne
    il filo sconnesso ed accomodarlo al mio telaio per
    farne la trama che sai. Ho recitato la gioia a lungo,
    mi venivano bene certe pose, le moine scontate
    da fine sipario, poi tu ti sei messo lì come una scheggia
    alla replica del mio inutile volteggio ed io ho capito l'assenza.
    Sono corsa a struccarmi, ho congedato dal viso la seconda
    stesura. Non credo  ci sarà mai rendiconto per il mio osare,
    il ricordo è una vestaglia smessa fra la notte ed il giorno.
    Di me si parlerà in un corridoio della tua vita, un rumoreggiare
    che seguirà le lotterie sul tempo. E tu vi parteciperai con il rispetto
    distratto di chi vuole esserci perchè tutti ci sono:  avrai l'attenuante
    del cordoglio pacato per uno spegnersi a cui non hai mai assistito.

  • 01 aprile 2012 alle ore 14:18
    Cento 76

    Una bella sartoria è il mio cuore, dai rattoppi ha fatto
    una catasta a cui neanche il fuoco appicca il litigio.
    Una fonderia di maniche, uno spesso tracciato
    di punti a giorno dati di notte, una macchina che
    sbava la cucitura portandolo lontano dal bordo,
    dalla merlatura del lavoro finito, ben fatto.
    Lo facevo più cartomante, credevo gli girassero
    nei polsi certe strategie di previsione che potevano
    darmi ragguagli sulla mia slabbratura, sugli occhi
    smagliati da troppe vedute gettate a caso nell'otre
    dell'oltre. Ma sta ancora lì con un metro fra le valve
    a scegliere la portata del suo mestiere: accorcia,
    sminuzza, poi orla e ricomincia.Quanto mare stia
    dentro uno scoglio, non si può dire: sembra che abbia
    sempre la faccia pulita nonostante ne sia
    mira prediletta dello schiaffo.

  • 31 marzo 2012 alle ore 14:15
    Cento 75

    Ti vedo arrivare  che la sera non ha ancora
    grugnito, una mela di gesso è la luna e violenta, sta
    sola in croce in un cesto di rondini, in un ghetto di buio,
    in un gesto di azzurro con cui le nubi fanno finte di nidi.
    Tu hai fama di grande solitudine, dicono vieni a bere
    la vita dal pozzo più sciocco, ma meno sguaiato.
    Dicono di averti svestito tante volte per darti calore,
    hai stima di ferro battuto da freddo, che non hai
    mai preso la piega, la via del ritorto.
    Di te dicono una storia di mare sporgente, di
    finestre assordate dal sale, di funi e di fughe.
    Io ti riconosco più facilmente la sera se ti vedo arrivare
    e non c'è boria nella tua bocca, ma il gomito di un vento
    educato che ha la faccia di Abele.

  • 31 marzo 2012 alle ore 13:24
    Cento 74

    MI curano la tristezza come morbo, ogni tanto
    scostano il bacillo sul comodino, virulenta
    abatjour e credono in questo modo di allentare
    il contagio, di sciogliere la pustola  che mi attracca
    sotto l'anima un'altra pizzuta dose di veleno.
    Poi hanno un lampo di genio: prendono bende e bande
    come grano e le stendono attentamente sui miei giorni,
    forse pensano sia una rottura da assolvere, una perdita
    da educare,  un guaio momentaneo. Non hanno in effetti
    manuali di pronto uso alla mia stregua, il montaggio è
    stato frettoloso e casuale: così provano rimedi che durano
    una notte. E quando si alza la febbre di un'altra sconfitta,
    accendono un moccolo e non sanno che così non allontanano
    niente, solo mi tradiscono ancora, che non possono pretendere
    un sorriso se non gli procurano l'invito.

  • 30 marzo 2012 alle ore 14:53
    Cento 73

    Adesso che sei invischiato nella mia stagione
    come in una cuccia di miele il muso dell'orso,
    come una lingua nel muschio, adesso che hai
    fatto il biglietto per portarmi via un'altra parure
    d'inchiostro che adorni il tuo nome, adesso
    mi chiedo quale fra i miei angoli credi
    sia ancora da calcolare? Forse non ti piace
    il mio neo, quel corvo senza becco che mi sta
    sul seno come fosse un pulsante dove riaccendermi
    il cuore, forse non ti piace il nodo del mio ventre
    arrossato da troppe incuranti settimane di attesa.
    Ecco perchè tengo lo sguardo puntato là
    sotto come una balia: da sempre mi chiedo
    se ho forma di tana o di rovo, se metterò più
    piume o più spine.E tu che ti sei imbarcato
    su una zattera che si è finta scialuppa,  non
    hai a volte nostalgia della gomena? Se così
    fosse, non darmi quel giorno:  prendi il largo
    o attracca e lascia che trovi la tagliola
    in cui ti ho insanguinato il passo slacciata
    come un bottone di sole sfuggito all'asola della nube.

  • 30 marzo 2012 alle ore 13:26
    Cento 72

    Vorrei venisse e adesso il giorno
    in cui il tuo cuore sarà la mia stanza
    e rassettando le vene e gli atri al tuo
    prossimo passaggio, mendicherò un po'
    di oscurità su, dalla feritoia sguaiata dello sterno
    per prepararci il letto, un assunto di carne e sudore,
    madido da mattina a sera dei nostri pensieri.
    O dei peccati.I ventricoli saranno ventriloqui
    del mio battito: non mi sforzerò mai più
    di vivere e stendere la bianca libagione
    delle mie passioni stentate alla gogna
    del pubblico giudizio, nell'arena degli sguardi
    indiscreti che mi dicevano piena a metà,come
    un bicchiere mai generoso, dissuaso dall'essere sazio.
    Vorrei venisse e adesso il giorno in cui il tuo cuore
    sarà il mio ultimo pasto, la candela, la data di inizio e
    di fine, il giaciglio, il bastimento dei fiori,la preghiera
    detta mentre  si spengono gli occhi ed il sonno è
    così distratto da dimenticare il risveglio.