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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 29 marzo 2012 alle ore 14:06
    Cento 71

    La mia migrazione era già stata fissata: di ramo
    in ramo non si squittiva altro che la storia dell'ala
    malata improvvisamente agghindata come una
    tovaglia nel cielo a dire la sua. Non sono mai
    stata cretura da stormo, mi sono sempre
    piaciute le file in disuso, il finto ritardo per
    essere incinta di un nascondiglio che mi
    tenesse buona e protetta dall'attenzione
    delle avanguardie. La coda, l'ultimo banco,
    la fronte appena accennata nella foto
    di fine anno. Come fossi stata aggiunta
    poco prima di ogni inizio ad accomodare
    meglio un  bordo che di me non aveva mai sete.
    La mia migrazione era già stata fissata: ho carburato
    le piume, rodato  le spalle, ingranato sul viso la marcia dell'aria.
    Ma non sono mai stata padrona del mio volo, piuttosto di
    strettoie, picchiate, cedimenti. Vorrei averti adesso qui accanto
    ad incitarmi il tuffo: vorrei che mi insegnassi la mia voce,
    dopo quella dei merli.

  • 28 marzo 2012 alle ore 15:15
    Cento 70

    Quanti rappezzi, quanti rattoppi, piallature e stondature
    fanno la mia carne: qui cadde Maggio e lì, poco oltre,
    sta ancora disarcionata la gentile baldanza di Aprile.
    Ho trovato anche la goccia di sangue che versarono
    due settimane d'inverno mai nate. E poi ho aperto
    la botola degli ultimi finimenti: gualdrappe, sellaggi,
    mostrine, alamari, ogni cosa al suo posto per ornare
    la stagione più vuota. Lo specchio corteggia la luce
    e, abbagliando, nasconde il difetto.Credevo fosse
    questa la vita, invece è solo vedovanza, follia, marciume
    che si imbelletta per fare parte del conto, ma senza sostanza.
    Quante cuciture di neve mi fanno le ossa, che come si  infebbra
    il dolore, mi piego, mi stendo, mi abbatto.
    Ma nel mio inventario di niente, sta solo sicura
    e salda una cima a cui mi volgo quando lo stormo
    dei venti migra a sfavore.  Se tu non fossi mai
    arrivato nelle mie distolte regioni, avrei perfino
    pensato di essere viva per sbaglio.
    Invece sei passato lungo il mio argine e dove
    adesso cresce un fogliame di speranza,
    riconosco il tuo calco.

  • 28 marzo 2012 alle ore 13:42
    Cento 69

    Quando il cielo licenzia le nubi, io non ho più il mio lavoro
    di appendere in alto il tuo pensiero, la foggia sfuggente
    del tuo ricordo e la gola che indossasti l'ultimo giorno.
    Il mio tormento ha una stanza più grande ed una forbice
    umida d'ombra fra i ciottoli e l'onda.  Adesso senza il tuo
    torace che come un torchio mi ha prestato la gioia
    cavandone da vinacce e lividi un sacco di cui non mi
    sapevo madre, sono come la foglia che aspetta
    l'appello di fine ottobre.  Me ne sto in un gomito
    di ramo, attenta  a quando farai il mio nome
    con la stessa voce del vento: anche l'addio
    sembrerà una festa, se sarai tu a volerlo,
    mi slegherò piano, scricchiolando appena la mia
    croce dorata, da tutti i giorni di cui mi hai nutrita.

  • 27 marzo 2012 alle ore 15:16
    Cento 68

    Nessuno ti merita per come meriti: loro ti
    offrono pastura sotto la veste di ambrosia,
    e tu ricambi con dosi appariscenti di miele.
    Ti adornano di fiele quando sposi il loro sorriso,
    ti concedono volentieri un giro di vento, venendolo
    caro, come fosse piglio di ali, passo di cielo.
    Nessuno ti merita: tu hai l'ingenua cura e generosa
    di tessergli una stanza di pose, una trama di applausi,
    un Ade di luce, un'ara per ogni bisogno. E loro?
    Loro vengono inginocchiati con la doglia del peccatore,
    mostrandosi poi abili e lesti nel pretendere incenso
    ad ogni parola.  E' tardi per imparare il tuo mestiere,
    dovresti solo startene lì, a smettere di bussare.
    Nessuno ti merita: abbassa la gonna ed alza la voce, mio cuore,
    ogni carezza ricevuta è sciatta copia e vile del tuo modo.
    Potranno spacciarla a droghieri di terz'ordine, a sensali
    dal gusto volgare: un giorno dal tuo setaccio non
    passerà più l' impura recita della gluma.

  • 27 marzo 2012 alle ore 10:13
    Cento 67

    Il mio guasto ha origini antiche, e c' è anche chi pensa sia giusto.
    Un catasto di mali è la mia carne quando sfasciata dagli orpelli
    dei fuochi di maniera, dalle contraffazioni dei modi, si mostra
    struccata, trafitta, tradita. Ricordo però la parentesi della tua bocca
    sui letti di febbraio ancora madidi d'inverno, ricordo mi aggrappai
    a lei per sollevarmi al tiro miope della felicità. Mi dissi: ecco, mi vede,
    mi raggiunge ed allaga, il suo bacino cede l'argine al mio colpo,
    come una terra allo straniero. Ma è stata resistente e balorda,
    è durata quanto dura lo schioppo che trova e deflora il cuore
    del nido. Ed io stavo là, tenera in mezzo alle ali, calda di
    ingenuo apprendistato: non era il mio turno
    quel giro a vuoto che mi sfidava a non finirmi.

  • 27 marzo 2012 alle ore 10:11
    Cento 66

    Ho una piega sotto la pelle, dite pure una piaga: un
    bordello dove tutti consumano senza pagare.
    La bolgia deve essermi stata cucita per rintracciarmi
    ed in una stagione di nascosto, di bosco, di fosco.
    Credete forse non avrei impedito una macchia
    in mezzo alla neve? Ecco perchè mi riconoscono:
    ho il marchio, avrò un maschio che non mi dirà mamma,
    un fondo di bottiglia dal cui collo non riceverò sollazzo,
    una culla senza gheriglio e campane di battaglia ma
    senza battaglio. Proverete a disossarmi la colpa per
    cui è più facile additarmi che amarmi, proverete come
    mi voleste salire da un pozzo. Ma io tornerei là
    sotto più in fretta di un pedaggio di nubi incalzate
    dal vento. Rassegnatevi: per vedervi ho bisogno
    di buio, di muovermi  e lesta dove tutto rallenta o finisce.

  • 25 marzo 2012 alle ore 13:55
    Cento 65

    Il mio cuore ha cateratte inguaribili: forse
    per questo sbaglia mira e si uccide.
    E' una carretta del male, un asino che non sa guidarsi,
    è catramoso e in cagnesco, castigato, un Caronte annegato.
    Meriterebbe tre chiodi sul  muso quando annusa una via che
    gli sembra perfetta. E tu lo eri: perfetto, predetto, prescelto.
    Lo tenevi bardato al tuo verricello e lui guaiva sperando una sella,
    una storia di redini. Poi gli hai visto la schiena e quanto era ingobbita:
    il feto del volo  arricciato in un buco. Allora mi hai chiesto quando
    erano morte le ali, se tu c'eri, se sapevi fermarmi.

  • 25 marzo 2012 alle ore 13:53
    Cento 64

    Vorrei sapere perchè sono nodo se potevo
    nascere nido e croce se potevo essere foce,
    o bivio e non rotta. Vorrei sapere chi teneva accesa
    la luce nella bocca di Febbraio e come mi fecero
    congedata dalla felicità antitempo. A volte credo
    di essere l'intoppo che la chiave incontra quando,
    girando, ritarda al bacio la sua lingua. A volte
    credo di essere un rigurgito di inchiostro, una buca
    che allarga, una tomba dissodata davanti alla quale
    le parole si segnano il petto. E' come se la penna
    mi avesse partorita con un conato.

  • 24 marzo 2012 alle ore 13:24
    Cento 63

    Me ne intendo di cancellature, di strappi ed abrasioni,
    di sospensioni, di stasi, di abbandoni, di fasi.
    Sono esperta e rodata all'acciacco, all'addiaccio, molto
    meno all'abbraccio, alla sutura, alla riscrittura, al ripristino.
    Si, faccio bene tutto quello che viene sotto la gomma della
    dimenticanza come un collo alla ghigliottina, solo che non
    ricordo di quale rivoluzione sono asse o fautrice: tutti hanno
    fauci più grandi della mia corresponsione di dazio e raccolto.
    Mi guardo intorno e non vedo il mio girotondo, le altalene sono
    incinte di altre voglie, le doglie sono bambole. Lo scivolo è
    invecchiato: sono in ritardo per i giochi e dove arrivo io,
    arriva sempre un'ombra, come quando il sorriso rincasa
    fra le labbra con la molle velocità della lumaca.

  • 24 marzo 2012 alle ore 12:37
    Cento 62

     Verità o incongruenza: dei nidi rimane uno scheletro, una gittata
    di ossa fra  i rami. Io credo che a volte anche i monti cinguettino
     una strana finitura di amplessi mal riusciti, di incontri mancati.
    Al nostro primo incontro il mare era piombo, un infermo fra le
    braci arrossate del golfo, tonsille febbricitanti di sole.
    Io non riuscivo a mettere in ordine i piedi con la battitura
    che il mio cuore cuciva da giorni. Ma gli dicevo: non correre,
    inciamperai, non correre, sbanderai, sbaverai il bordo con
    il dorso del tuo desiderio. E lui niente: testardo, infantile.
    Adesso cosa rimane? Solo un alterco fra due
    giostranti che si contendono l'ultima festa.
    Forse dovrei fare come fanno ai limoni:
    indossare un telo nero sopra la testa e ,
    confusa alla notte, dormire. Che vedova bizzarra
    quella che porta il lutto senza aver mai provato la fede.

  • 24 marzo 2012 alle ore 12:34
    Cento 61

    Prima la carne, poi anche la voce:
    le dosi vanno sfilate, sono steli in marciume,
    sbavature moleste. Troppo in fretta è passata
    la sua ombra alla mia tavola: due pasti senza
    saziarsi e sedie scostate in attesa di leva,
    come ancore del tuffo. Forse se  gli avessi
    trattenuto un polso o costretto lo sterno, o magari
    inciso la pelle con un grido, forse sarebbe tornato,
    quantomeno a reclamare il suo posto. Invece ho fasciato
    bene le mani e punito la bocca: non si parla mentre si mangia.
    Non ho più ospiti e la mia porta sono io, ho girato il cartello
    che mi diceva felice con un chiuso per fine. Dentro preparo
    pietanze discrete che non fumano e non corteggiano le
    gole di passaggio. Di tanto in tanto solo alzo
    lo sguardo e mescolo i giorni: da qualche parte
    deve essere rimasta la macchia del nostro sapore.

  • 22 marzo 2012 alle ore 14:32
    Cento 60

    Non so quante cose debba ancora sbagliare
    per essere retta, per somigliare alla folla,
    alla tribale assonanza dei gusti, dei mosti,
    delle essenze. Forse dovrei slacciare meglio
    le caviglie dai pensieri,la pelle dall'antefatto
    del cuore che quasi sempre confessa dopo
    la terza domanda e, condannato, fa più
    bella figura. Forse dovrei sistemare meglio
    le ossa, che così fanno troppo rumore,
    giunture  poco disinvolte e di natura scansate
    dal riposo di cui godono i giusti. Forse dovrei
    lisciare meglio le grinze della mia mente, imbarattolarle,
    sezionarle, chiuderle e farne conserva e monito
    per i futuri avventori.  Va bene, adesso basta,
    metto nuovamente a letto le parole: hanno dormito
    senza dimenticare e solleticate dalla mia smania,
    sono sbucate solo per un breve buongiorno.
    E la stagione è già cambiata, senza cambiarle.

  • 22 marzo 2012 alle ore 13:51
    Cento 59

    Non fate più il mio nome, oppure fatelo
    in modo che non somigli all'ombra che gli
    dava il suo sole.Chiamatemi fosso, danno,
    sventura, ritirata o taglio, trovatemi un gancio che
    tiri su bene la mia carne senza ricordarmi come mi
    battezzarono e con quale lettera s'apriva la mia croce.
    Non fate più il mio nome, non voglio sentirne calzare
    la pronuncia, piuttosto svernarne il senso ed il sapore.
    Voglio voltarmi a mille altre insegne che mimeranno
    il mio esercizio di braccia e pensieri invenduti.
    Che il mio nome lo prenda il vento: che vada in giro
    a beffarsi di quanto poco gli sia costato
    quello straccio fatto  di sei toppe.

  • 20 marzo 2012 alle ore 14:07
    Cento 58

    Sapevo di morire giovane: avevo
    trovato un indizio sotto la maglia,
    fra la pelle e l'inguine, come una lingua,
    una smorfia, un'ugola che già scampanava
    la mia condanna. Solo non pensavo di morire
    viva, con il sangue ancora in circo ed un equatore
    di malanni troppo codardi per alzare la scure e
    finire il lavoro. Credevo di tenere per sempre
    al caldo le pupille sotto le palpebre, di dire
    alla bocca l'occasione del silenzio, invece mi vogliono
    ancora in piedi con l'indole della stesa, con il
    cuore che impasta un altro battito ed i polmoni
    accesi o spenti come una manica del vento.
    Sapevo di morire giovane, ma non di vivere da morta.
    Adesso però almeno so perchè la vita, incontrandomi,
    mi evita come fossi un fantasma e perchè la morte,
    dopo avermi pesata, mi ripudia: ho ancora troppa
    carne a vista per meritare la terra.

  • 20 marzo 2012 alle ore 14:04
    Cento 57

    Hanno legato al mio cuore la
    mano dietro la schiena: è mancino
    e disturba quando scrive, urtando
    chi è retto. Dovrebbe essere destrorso,
    non estroso, giammai rissoso. E poi
    non ha un destriero,è goffo e disarcionato.
    Neanche è un purosangue, piuttosto un
    meticcio, un innesto e sbranato.
    Allora ho chiesto aiuto al fegato, ma lui
    non vuol sapere niente di riti e roghi e poi
    confonde sempre la bile con l'inchiostro.
    Ed il mio ventre allora? Non sa ospitare una
    culla, figuriamoci una cordata di crampi
    iniettati dalle vocali avvolte all'intestino.
    Allora ho bussato alle gambe, ma loro
    sono ingessate da vecchie e cadute.
    Il mio collo, invece, è analfabeta:
    un Pilato che sta bene sotto la testa
    e le lascia il giudizio, lavandosene le vene.
    Hanno legato al mio cuore la mano
    dietro la schiena, e la penna  è morta
    da qualche parte, fra il banco e domani.
    Farà tanti esercizi per imparare la postura,
    la forca e l'astinenza: avrà il battito
    come sussidiario, il silenzio per precettore,
    forse un infarto come lavagna.
    Ma nessuno dovrà più aspettarsi vasi di versi.
    Un giorno rigurgiterò le parole dagli occhi:
    piccoli aborti neri come spezie, usate quanto basta.
    Feti ancora informi che chi uccise credeva infermi.

  • 16 marzo 2012 alle ore 17:58
    Cento 56

    La mia gemella è arrivata che il mezzogiorno
    era già morto nella fonderia della sera, liquefatto
    e sgorbiato dalla comunella scialba delle stelle d'autunno.
    La mia gemella ha infilato per prima  i pedali, cadendo
    per gironi di poche rose e troppo rame. Ha assaggiato
    il mare mentre io guazzavo nella tinta del grembiule
    di mia madre, stanato un telaio di lettere rachitiche
    mentre io ancora ne fiutavo il fuso. La mia gemella
    mi ha trovata con la gola incatenata ad un unico
    sapore, con le gambe ammanettate ad una cella
    di collina. Ha riconosciuto dalla forma della
    pagina i miei occhi e con le labbra, a tentoni,
    ha interpretato il mio cuore balbuziente.

  • 16 marzo 2012 alle ore 14:42
    Cento 55

    Sono stata un buon ventriloquo al dolore: gli ho
    fatto da spalla e da frattura, ne ho fornito i connotati
    senza scomodare una porta fra le labbra.
    Nei miei numeri randagi, devo aver crocifisso
    la felicità un paio di volte: era un aliante e una peste,
    una foglia ed uno stambecco. Lei mi ha vista ma
    non ha sorriso: aveva una faglia per cappello
    ed una lancia come bastone. Ha sgambettato
    a lungo per trovarmi, io le ho coperto gli angoli
    delle mie ossa con la mano perchè non fosse
    offesa dal mio corpo, eppure mi ha accarezzata
    solo di striscio, come un proiettile che non mi voleva.
    Più volte mi sono messa in posa come una
    fila sdentata di mattoni perchè mi spuntasse al
    mio carceriere,  ma ne ho sentito fastidiosi
    il rigurgito ed il ripudio. Era pomeriggio, grigio
    e novembre quando  poi si è decisa a
    riconoscermi un pezzo della sua carne.
    Ed è stato quello il giorno del tuo cognome.

  • 16 marzo 2012 alle ore 13:21
    Cento 54

    Forse è così: le mie parole non
    hanno suture, sono stelle slacciate
    da troppo tempo, novizie dalla clausura
    sbadata. Tutti credono le abbia tranciate
    per darmi una fine e di nascosto, che
    ne abbia potato il nervo mentre la pagina
    cuciva un'altra portata di versi. Ed invece
    non sanno che le parole rassettano la
    mia casa, che quando spalanco una finestra
    sento il cinguettio dell'alfabeto, che ho tre
    punti esclamativi come sveglia ed una virgola
    per gonna. Non sanno che le mie ossa stanno
    bene fra parentesi, che la mia carne è punteggiata.
    Ignorano  che le parole ti hanno chiesto anima e
    nome, offrendoti da bere, che al primo appuntamento
    sono venuta sporca d'inchiostro e sulle mani avevo
    ancora il sangue dei miei pensieri.

  • 15 marzo 2012 alle ore 19:11
    Cento 53

    Ho un camerino al posto del cuore: conto
    parrucche più che canarini squillanti di sentire,
    si imbellettano da usignoli ingobbite civette,
    provano la morte lingue pagliacce e sguardi
    da bottegai artritici. Lo specchio è un'aiuola
    in cui ho perso conoscenza. So che hanno
    lasciato incustodito un copione a cui, volendo,
    il battito potrebbe ispirarsi, non tutti i giorni,
    ma almeno quelli glabri di sonno.
    So che è un canovaccio complesso di arabeschi
    e sfortune, un alterco di date, capelli, di sogni
    schiantati nella cruna di un boia. Ho una
    replica al posto del passato ed in programma
    un cartellone di battute rimandate. Ma amo
    quell'attore che sta in disparte, che sembra
    dire bene quando non dice, che tace
    magnificamente, che quando affonda le parole,
    sono strali che lievitano un pane. Io vorrei
    dare a lui tutta la scena, dedicargli i trucchi ed
    il sipario, incidergli il nome sulla porta a cui
    busserò con la felicità che aspetta per congratularsi.

  • 15 marzo 2012 alle ore 18:02
    Cento 52

    Ho un passo che non sa stare in Quaresima,dovrei farmi
    amico il digiuno e corteggiare  da tre venerdì.
    Nelle mie stazioni non ci sono panchine, direzioni ed orari,
    tutto procede alla rinfusa sgattaiolando fra l'incerto e la fretta.
    Credo mi dicano bella perchè non trovano il fiato per
    finirmi con lo sguardo, ma in fondo  tutti sanno del mio guscio,
    di come infilo male gli anni,di quanti portoni mi hanno travolta
    con l'insolita scusa di non avermi contata. Ecco, forse è
    proprio così: io  a volte della vita perdo il vanto ed il canto
    per quella strana creatura che mi hanno cucito  come
    un voto sotto la pelle. Ogni volta che trovo il fiore
    complice della mia fame,  poi ho paura di ingaggiare
    le dita. Allora torno il giorno dopo, armata di un pensiero
    che sa di forbici e di lama, io offro occhi di purgatorio
    dove l'inferno è già passato a fare scorta.

  • 15 marzo 2012 alle ore 14:14
    Cento 51

    Verranno a prenderti: sarà con lo sbadiglio di giugno, o
    forse con la coda di agosto o con il cielo butterato
    di ottobre, ma verranno. Credi non mi accorga
    di come ti guardano le stelle?  Di come si voltano
    al tuo passaggio i giorni di festa e quelli di mercato.
    Di quante finestre e falene, e stuoie ed ali potrebbero averti?
    So che verranno: tu sei creatura di affanni e sospiri,
    di cuori temperati appositamente  a pungerti
    con un segno, un indirizzo, una sosta.
    Certo, io potrei stancare la porta ad una maratona di sigilli,
    seppellirne i guadi privandoli anche della dignità di una croce,
    potrei ingombrarne la soglia  con una zavorra di scuse,
    ma fino a quando? La tua luce è sboccata e vistosa , non ho
    ingegno capiente abbastanza per innestare alla tua bellezza
    un uncino, un germe di imperfezione. Ecco perchè di tanto
    in tanto ti guardo più a lungo e mi soffermo sullo scoglio
    che ti sta fra le labbra quando sei vinto dalle maree eppure
    ti fingi sorpreso di un'altra vela.  A volte vorrei dirti che anche
    la spina più agguerrita ,ti meriterebbe più del mio istante
    di petalo,che io sono la tua prigione e dentro ti ho allestito
    tutto con grande garbo, ma se  poi la chiave, anche lei donna,
    ti sorride maliarda, io , d'improvviso, ricordo la mia fama.

  • 14 marzo 2012 alle ore 18:36
    Cento 50

    Il terzo giorno non sorgerò, inutile aspettare la festa,
    prenotare sul ciglio della strada un becco di panorama.
    Sono un Lazzaro disobbediente, un infermo gaudente
    nella posa che lo fa tegola di un nuovo dolore, un'insana
    ostentazione del malanno annunciato.Il terzo giorno
    sarà un abracadabra pronunciato da un balbuziente,
    un podio che aspetta lo zoppo. Non fate ressa e
    non tenete i confetti accecati nel tulle spinoso,
    piuttosto mettete una guaina al sorriso, chiudetelo
    accortamente in un momento qualunque.
    Gesticolate poco e di nascosto: guai dovessi
    sorprendervi a benedire quel pasto. Mi conoscete:
    non so dire bene il mio male, piuttosto lo mimo
    e sembro una mantide prima del morso.
    Mi conoscete, o forse no: ho una novità
    incartata come un feto lo è dalla pancia.
    Ha un cuore che pare d'avorio, ma vorrei
    avesse zanne per mangiare alla vita
    il bolo rubato. Ha una bocca che fa
    dire alle mani cose che mai saprò più belle.
    Il terzo giorno non sorgerò, ma portate al suo
    cospetto la mia pagina come sudario: che sappia,
    grazie a lui, quante volte non sono morta.

  • 14 marzo 2012 alle ore 14:57
    Cento 49

    Sono stata invitata ad una morte improvvisa, non al corteo
    funebre e fune, ma proprio alla morte. Mi hanno messa
    in panchina, uno scanno era di tradizione, il nero un richiamo
    scontato per la caccia alle lacrime. Invece era tutto varipinto,
    se la morte è improvvisa non serve neanche una dose di
    allestimento. Mi sono seduta, ho accorciato i pensieri,
    una sartoria del linguaggio è stato quel giorno, sfilava solo
    il silenzio. C'erano tanti invitati, ognuno al suo posto:
    il mare, la Costa,  i bracci di una vite che pareva una gru.
    Tutti presenti, l'appello è durato un secondo. Una bella
    cerimonia è la morte improvvisa di me, avvenuta che
    avevo appena steso al mondo le gambe, ma si sa,
    esistono eventi che ci mangiano in fretta.  Mi hanno
    invitata forse per dirmi come sono davvero, stesa o
    all'in piedi non fa differenza, che sto sotto il cielo
    curvata come mi pesasse ogni volta, e mi tengo
    in bilico per non addormentarmi.  Tu sai
    distinguere un ulivo da un leccio, forse anche da un
    pioppo, io so solo il verde, tu hai le mani d'artista
    e gli occhi di un bambino che non ha ancora
    fermato il suo triciclo: io sono creatura di veglia,
    di feretro e luna. Ma se potessi amarti un giorno
    ed un altro, credo metterei le ossa per sempre
    al riparo dalla falce che ancora le annusa.

  • 14 marzo 2012 alle ore 13:31
    Cento 48

    Tutti mi dicono come tenere ferma la bocca
    mentre il giorno impasta un'altra porzione di vita
    svariata, tutti mi fanno segnali di crudo, di male,
    anche di fame per illustrarmi come piegare
    il capo, la schiena, come flettere il sorriso,
    sbattere poco le ciglia per non assentire
    ed appagare il dissenso, come annidare la
    pupilla ad uno sguardo incapace. Tutti sono
    bravi ad indicarmi la corretta postura per
    essere pronta ed in carne quando arriverà
    la sbandata, la tossica, l'irrisolta, la sfregiata:
    si lei, la felicità che, secondo natura, doveva
    starmi da qualche parte fra il ventre e la mente.
    Fanno grandi discorsi, panegirici e si perdono
    la mia attenzione, il mio malumore da ultima del
    registro, da ultima della fila. E poi mi chiedono
    anche di ripetere la lezione, la dizione, quell'ottuso
    falsetto di una contentezza sparata a salve. No,
    non posso imparare, non certo così: sono già
    bocciatura di me stessa, la mia campanella suona
    sempre in ritardo e mi promuove solo l'angoscia.

  • 13 marzo 2012 alle ore 20:28
    Solo

    L'amore è sfinito, perde sangue dalle tempie, perde tempo.
    Non corre: ha una gamba bruciata, l'anima lussata, un dente
    contuso, fratturata l'ultima ala da cui aspettavamo il viaggio.
    L'amore è minuto, è ora, e l'anno che tu eri in montagna
    ed io davo un esame. Maledetto il destino che tesse
    l'incrocio perfetto su fili spaiati.L'amore è questo
    calderone di specie maldestre, di braccia che si
    toccano dopo essersi  strofinate a lungo
    l'infelicità come abitudine, la sopravvivenza come contorno.
    A volte vorrei allenarti ad odiarmi, insegnarti dove
    colpire per abbattermi. Vorrei questo perchè io sono
    senza premio: io non merito niente di più
    che la fine di tutti gli inizi.