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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 13 marzo 2012 alle ore 19:33
    Luna

    Un giorno forse imparerò che la felicità è la linguaccia
    di fuoco che amministra le sterpaglie, un coro di piume
    sui rami, buste di ali che fanno spese nel cielo.  E
    pozzanghere e fossi e salti senza cadute.
    Un giorno, forse. Intanto perdonate il mio guasto,
    l'assenza di remi, le pozioni d'amore a catafascio
    nel petto, il macchinario disturbato, la perdita
    di ovvio, l'ingranaggio svenduto, la molla morta.
    Un giorno non falsificheranno il mio cuore ma
    prenderanno l'impronta della mia anima forse
    per farne una parabola da non imitare.
    O  forse per dire: " Così è come non si dovrebbe
    essere, limate la punta che le somiglia, se mai
    vi dovesse spuntare, che da lì viene l'ago che tutto avvelena".

  • 13 marzo 2012 alle ore 13:59
    Cento 48

    Le parole non finiscono in pausa, stanno
    sui binari in eterna partenza. Anche le terzine
    di consonanti litigiose affiancate senza il tendine
    delle vocali fanno un organo, un osso ed un'arteria.
    Non smetterò mai di pregarle: vorrei edicole gravide
    di parole lungo le strade e dita prostrate e rosari.
    Le parole mi hanno dato il tuo miracolo.
    Credevi  che vi fosse un'altra Chiesa? O forse
    un salario che ci retribuisse meglio di loro?
    Sono nostre figlie: tu pettini loro le code nere,
    assicuri loro i bottoni, io ogni tanto lavo loro il viso
    e come spannassi uno specchio, ti leggo lì sotto.
    Le parole non ci lasceranno: sono forzieri per cui
    non serve la forza, destrieri in corsa da destra a
    sinistra, treni su cui io e te sappiamo salire.
    Così ci siamo trovati, fianco a fianco, nello
    stesso scomparto con due valigie identiche:
    sangue e poesia, sangue e stenti.
    Per questo ci amiamo: noi abbiamo la nostra
    progenie di versi che ci prepara il letto, che ci
    accudirà da vecchi quando la mano si sveglierà
    solo per un istante a chiedere se le parole sono rientrate.

  • 13 marzo 2012 alle ore 13:59
    Cento 48

    Le parole non finiscono in pausa, stanno
    sui binari in eterna partenza. Anche le terzine
    di consonanti litigiose affiancate senza il tendine
    delle vocali fanno un organo, un osso ed un'arteria.
    Non smetterò mai di pregarle: vorrei edicole gravide
    di parole lungo le strade e dita prostrate e rosari.
    Le parole mi hanno dato il tuo miracolo.
    Credevi  che vi fosse un'altra Chiesa? O forse
    un salario che ci retribuisse meglio di loro?
    Sono nostre figlie: tu pettini loro le code nere,
    assicuri loro i bottoni, io ogni tanto lavo loro il viso
    e come spannassi uno specchio, ti leggo lì sotto.
    Le parole non ci lasceranno: sono forzieri per cui
    non serve la forza, destrieri in corsa da destra a
    sinistra, treni su cui io e te sappiamo salire.
    Così ci siamo trovati, fianco a fianco, nello
    stesso scomparto con due valigie identiche:
    sangue e poesia, sangue e stenti.
    Per questo ci amiamo: noi abbiamo la nostra
    progenie di versi che ci prepara il letto, che ci
    accudirà da vecchi quando la mano si sveglierà
    solo per un istante a chiedere se le parole sono rientrate.

  • 13 marzo 2012 alle ore 12:39
    Cento 47

    Mia nonna era una stanza, un sonetto, un solfeggio
    di ossa brevi ed intonate. L'edera il pentagramma
    tra cui passavano il giorno e la burrasca.
    Nei miei occhi vedeva lo stomaco della conchiglia
    che non aveva ancora digerito il mare, quando mi
    calzava bene il fiocco verde della quinta, come
    un prato da cui fioriva il collo. Mia nonna era la
    stanza sorvegliata dal sole di Maggio, con il
    silenzio di piantone, un tremolio accusato e
    prigioniero a cui facevano visita la tosse e la
    lentezza.  Oggi le direi che non ho giocato
    bene le mie carte ma che ho raccolto un cuore
    dalla riva, bello come la Pasqua negli orti.
    Le direi che non insegno più il mare
    dagli occhi, ma ho ciglia ansiose di imparare,
    che nel mio petto la tristezza è già dietro la lavagna.

  • 12 marzo 2012 alle ore 20:22
    Cento 46

    Oggi ho avuto pietà della neve, stanca e superstite
    moriva sull'unica cima che non l'aveva scrollata.
    Della neve conservo  l'odore sotto i piedi delle elementari,
    la giubba del primo giorno di scuola, un manto di storie.
    Io di quale disastro verrò a capo?Di quale matassa farò
    la bambola e il nodo? Perchè non mi hanno uccisa
    alla tristezza? Allora era il momento, l'occasione: e non 
    c'erano prove, testimoni, rumori. Il silenzio era il silenziatore,
    la mia pelle non avrebbe fatto la sagoma, era facile pulire
    la pozza ed il pozzo. Perchè mi abbiano fatta superstite
    del biondo massacro di male  di cui ero figlia, non capirò
    mai. Forse perchè possa tracciarlo con una lista
    di sette superstiti, dal punto alla virgola ognuno
    lascerà le sue impronte.  Sulla pagina un solo
    fiuto correrà mesto ad alzare l'indice, a stanare
    il colpevole. Ma condannerà me.

  • 12 marzo 2012 alle ore 19:23
    Cento 45

    Anche la carezza si fa spina se l'arroventi ed il petalo indossa il
    chiodo se l'insulti. La vita dipende da come cresce:  dal giorno
    che l'ha svezzata, dal legno e dalla nenia, dal bacio di cui è sporca.
    Io sono il resto o restia, il fardello e la pecca, mi mettono
    sempre in guardia dalla felicità perchè, dicono, covi sotto
    la gonna una spada con cui prende la gamba di chi traballa.
    Quando sei arrivato,  io stavo dove avevo sete solo di altra sete
    e,incontrandoti alla pagina, ti ho sposato con una vera di parolec
    che non sapevano da quale faretra sbocciare. Quella sera di rosso
    e di posso, ho ammirato la mia mira ed il bersaglio che diceva
    la tua lingua di guai e guaiti. Adesso, se mi guardi, sono ancora
    là che provo e calcolo la forza, la piaga del braccio, l'occhio è
    un orso in cerca del tuo miele, ma al mio arco non stanno bene
    le frecce ,la punta è un'onda che non sa alzarsi. Il mio arco
    è un agnello da corda,  cammina con il  capo basso
    e fa il sangue di chi lo chiede.

  • 12 marzo 2012 alle ore 14:14
    Cento 44

    Mi ammalerò, mi ammainerò, ammansirò,
    forse non ammaestrerò. Non importa, per averti sarò
    gabbia, capezzale, albero e registro.  Per averti
    farò il guasto al saltimbanco, il ritardo al trapezista,
    sarò la caduta del funambolo, la sfera sfuggita
    al giocoliere, il filo che ripudia la marionetta, la
    memoria vedova del suggeritore.  Tu sei il
    mio cerchio, in te sto raccolta, e io sono il tuo
    circo di guadi impossibili. Non basta un tendone
    se il mio cuore indossa la parrucca e fa un trucco
    per conquistarti: un triplo salto è immorale
    per sfida ma la morte è dove tu non mi guardi.

  • 11 marzo 2012 alle ore 19:50
    Cento 43

    La paura è venuta  a farmi visita: a quest'ora la strada è sgombra.
    Le ho preparato una sedia, una pausa di legno che non usavo più,
    ho spalancato la bocca solo una volta per provare il saluto.
    La paura vuole rispetto. Mi sono vestita con cura, noi siamo il
    lume e la candela, lei è seria, io pure, lei vince, io no.
    Ci sono tante forme fra i rami stasera: alcune ricordano il
    mio banco di scuola, altre sono lavagne, due nuvole
    sono state bocciate. Alla paura ho detto di te e di come
    mi ami, lei ha festeggiato una smorfia e bigiato la gioia,
    mi ha detto che ti spingerà più in là del mio cuore,
    perchè tu hai ali, io ganci.  Allora ho urlato e le
    ho rotto una gamba con i denti e le ho rotto la rotta
    con cui mi puntava. Voglio imparare il tuo volo e
    anche se la vita ha licenziato le mie piume, so che
    da un angolo della tua mano assaggerò il cielo.

  • 11 marzo 2012 alle ore 14:30
    Cento 42

    Eccola qui la stagione che balla, che ticchetta
    i solai con il passo piatto delle lucertole, con
    l'impiccagione dei glicini e delle foglie rinverdite.
    Ci sono tre croci sotto la voglia del cielo: una dice
    chi sono, l'altra il tuo segno, la terza ci aspetta
    ed è a forma di casa. Tu aprirai la porta e starai
    dietro con il cuore già caldo e la distanza
    andata ormai a male. Indossa la maglia
    che sai, quella dove sta scritta la mia prima
    parola, che inciampò facilmente fra il tuo braccio
    ed il petto, metti il sorriso di allora, quando  eravamo
    una prova già vinta. Non portare biglietti, orari e rientri:
    sistemati comodo fra il mio oggi ed il divano, lascia
    chiusa la finestra. Sarà così il nostro letto: una
    ciurma di lenzuola tenute per giorni al guinzaglio
    che finalmente ci portano indietro le carezze lanciate per gioco.

  • 11 marzo 2012 alle ore 13:28
    Cento 41

    Questo è il mio ragno, il mio danno, la botola, il cappio.
    Io sono sette sequenze sbagliate ed accordi in disaccordo,
    un tetto senza più mestiere, il gradino maciullato dal tempo,
    la stanza imputridita e la bocca di umido.  La tristezza a volte
    è il mio sensale,  mi compra bene una dose ogni giorno,
    quando tu volti il sorriso e dici che è tardi, quando non
    credi più santa la domenica della mia schiena e pensi
    non sia venuta a battesimo la stella che cerchi tutte le
    notti. E lei invece sta lì, già piano arrossendo.
    Questo è il mio anno, la mia casa non ha fondamenta,
    questo è il mio cuore e non ha orfani, solo un atrio
    che ti aspettava contrito, come una camera
    ardente già allestita alla veglia.

  • 10 marzo 2012 alle ore 17:33
    Cento 40

    Di me non resterà carne ma una nera architettura di ossa
    a cui tenteranno invano di fiutare l'inchiostro spremendo
    fra il femore e la spalla. Di me non resterà  un bargiglio,
    nè un sonaglio o una culla, ma una parete di lettere
    occhiute dall'insonnia procurata. Un giorno diranno:
    questa è sua figlia, vedova e sposa, una piana comare,
    una tetra creatura zoppicante sul rigo con due stampelle
    di versi e la foga. Ma l'ha cresciuta bene, noteranno,
    impastandola con ventosi rimasugli abbarbicati
    fra un verbo ed una virgola. Di me non resteranno
    venute pacchiane, piuttosto sedie fiere di silenzi
    e pianti appartati in condanna.  Riesumeranno alla pagina
    un paio di segreti, forse anche una spina, poi rimetteranno
    tutto in ordine, lo faranno di fretta, in paura.
    Così sapranno che la parola è una lapide
    su cui ognuno legge le proprie esequie.

  • 10 marzo 2012 alle ore 14:29
    Cento 39

    Hanno provato a guarirmi, e con grande ingegno.
    Mi hanno esposta alla mite corrente del sud,
    iniettato i polmoni di destrezza e coscienza, passato
    sul petto circa otto vettori di pace. Ma rimaneva sempre
    fra il battito e la morte uno spuntone, come in un campo
    arato una zolla capricciosa e furbetta, una volpe di
    semenze riemerse.  E più hanno tentato di sgorbiare
    quella promessa mancata, più mi sono involuta
    al desiderio di malanno. Fino al giorno del tuo
    compenso: venivano in cielo le solite storie
    di luce deflorata dal corteggio del buio.
    E poi eccoti: sull'uscio di una stagione che
    non sapevo a dirmi che non ero infinita
    nel morbo, ma solo in attesa del giusto
    trapianto di gioia, di farmi piagare
    nel verso che mi appartiene.

  • 10 marzo 2012 alle ore 13:23
    Cento 38

    Ci siamo detti l'amore prima di amarci e dati
    alla carne senza averne assaggiato la forca
    irrorata. Tra di noi è morta la distanza con cui
    confinavamo e le parole hanno capovolto i
    mestieri. Siamo un fondo senza più orlo
    e ci saziamo dell'ultima spillatura. Niente
    ci vince quando tagliamo al destino la
    coda con cui vorrebbe dipanarci su
    telai contusi. Troveremo sempre un nodo
    fatto dalle nostre braccia che qualcuno
    diceva più facili a sfilarsi che a
    tendere un agguato al dolore.

  • 09 marzo 2012 alle ore 18:55
    Cento 37

    Ho deciso di prendermi la tua voglia, impressa ma nascosta
    sotto la vetta di tante ragioni. Io non ho mai avuto labbra così
    divaricate a nord ed il piglio che fa  il desiderio insaziabile
    fra le tue mani, tu legno e scintilla,  miccia e poi cenere.
    Ho deciso che avrei dovuto incontrarti prima che fosse notte
    se certe volgari curvature dei sentieri mettono in ombra
    la gioia e la stanano tardi. Ma io ti ho avuto nel tempo
    che era più giusto, come un frutto che attende e poi mestrua
    il suo succo, patita a lungo l'acerbità sui rami, poi spacca,
    promosso dall'umore del sole. Io ti ho avuto in un giorno
    di malaffare, quando pensavo mi fossi svenduta alla
    tristezza per sentirmi coperta dalle piogge e dai solstizi
    e non sapevo che arrivavi ad allungare la mia vita
    della spanna con cui si vergano i sorrisi.

  • 09 marzo 2012 alle ore 13:17
    Cento 36

    E' vero: ti sono gemmata a bordo mentre scioglievi
    il cappio alla prua e non mi sapevi creatura di arrembaggi
    se distratto o arruffato tagliavi alla tua strada un altro giorno.
    Forse non ti aspettavi la ressa che avrei fatto alla tua bocca
    per prenderne il gesto vacante e quanto avrei bevuto
    della tua bora di parole. Io non ho mai goduto di grandi
    certezze e tu mi hai invasa con la bonarietà della bella
    stagione quando lascio giocare ai pensieri una partita
    di sole ed attendo che si stacchino a morsi le sconfitte,
    quando sui muri soffia a mezzodi una sola impronta di afa
    e guizzano vivaci code e pistilli. Tu mi hai preso
    ciò che ancora non avevo, hai improvvisato un numero
    dalle mie ossa arrese: così mi hai insegnato che la
    felicità non replica dove è scritturata in ritardo.

  • 08 marzo 2012 alle ore 15:08
    Nel nome di te

    Il mio voto è la tua scoperta: tu sei una folata di rondini
    sparate e mezz'aria, il gorgheggio di bandiere tessute
    dalle nubi, un gagliardetto di mire precise, un mulino e una corda.
    A novembre ero in fila al tuo miele ed aprivo la bocca all'ostia
    di inchiostro, dalla tua pagina saliva incensato l'offertorio
    ed al battere del pomeriggio immaginavo che se fossero
    state pronunciate per me quelle promesse, di quel pane
    e di quel vino sarei stata eternamente sporca ed intinta.
    Così ho iniziato a pregarti, nel giorno in cui svelavo sotto
    il calice che versa il tuo collo alle spalle la mia passione,
    e le stazioni. E se dovessi cadere vorrei fosse dove
    mostri la piaga che ti hanno dato certe notizie,
    confessatesi tardi. Per risorgere mi basta
    almeno una croce che faccia il tuo nome.

  • 08 marzo 2012 alle ore 13:15
    Di luna

    L'ho scelto: ora ho il mio banco, la sedia, il taccuino, il tarocco.
    Un vicolo di vento è il suo cuore, ma so ripararmi e l'angolo è mio.
    L'ho scelto per come mi specchio nella sua bocca da cui divino
    quante gambe e guai fanno la mia vita.
    L'ho scelto e sarò puntuale ad ogni istante della sua pelle, laverò via
    il ritardo accumulato ai bordi, dalle sue braccia inizierà il mio calendario
    finendo ai suoi premi. Il suo sangue sarà i miei giorni di festa, il suo petto
    il lavoro, sul suo sterno la messa, spargerò il lutto dalla sua gola arsa
    di un tetto ed un ricordo. Lui sarà la mia mensa, l'ora d'aria ed il buio,
    la rotta, il passaggio, la stretta, il ponte e la misura.
    La punizione, il fomento, la tregua.
    Un solo corpo per sempre, dove pregare e morire, dove sta la culla e va anche la tomba.

  • 07 marzo 2012 alle ore 13:12
    Cento 34

    Non sono sposa, non di questi bordelli, non per questi badili.
    Non merito una giumenta che abbocchi a caricare la bugia,
    sul mio petto imbastardisce una macchia figlia di liti.
    Non sono miei l'orpello di bianche promesse, l'aureola all'anulare,
    la viola lamentosa alle navate.
    No, non sono sposa: ma fino a ieri avevo un corteggio di veli,
    dall'armadio spuntava uno stelo da acconciare a diadema,
    mi sentivo dritta e spina all'altare, invitavo il mio scanno
    ad inginocchiare il silenzio. Oggi non sono sposa,
    ma solo un nodo, un voto senza più grani.
    Vedo tornare scalzo  il mio cuore da un altro assaggio:
    ha tolto il battito per non svegliarmi, sembra più stanco, ha giocato abbastanza. 
    Fuligginoso ed affranto  come fosse scivolato in bocca alla notte.

  • 06 marzo 2012 alle ore 13:11
    Cento 33

    Sono macchiata di rosso: mi distinguerai facilmente.
    Non è una mostrina, piuttosto un'infamia, un fardello,
    un avviso.  Dal mio sentiero si svegliano fiamme,
    non venire se non hai acqua, se un battesimo
    non ti protegge.  Tu mi diresti indifesa ed ingenua,
    forse anche di modeste pretese, mi vedresti  con
    un'andatura da saio a calzare nuda la vita.
    Ma dietro il mio angolo stanno tante borracce
    a cui spillo inferni o desideri, promesse e
    fanghiglie che sanno di mare, a volte di male.
    Sono venuta su ingobbita da un peccato che sa il mio nome da sempre.
    Quando mi guardano, nascondo il reciso , tengo calda la mia scure
    e l'inciprio con un taglio ricevuto.
    Mi fingo boia ed affaccendata,ma sono io la mia morte.

  • 05 marzo 2012 alle ore 17:29
    Cento 32

    Vorrei che ogni tanto ci fosse lo stelo nella tua vita, e non solo la rosa,
    il garrito e non la rondine, il tralcio e non la foglia, il gomitolo ma non la matassa.
    Tu ti circondi di femminili bordure ed organze, di maliarde vestizioni ed agguerrite.
    Dovrei pensare che in questo modo sono arrivata anche io, ma in me portano
    la gonna solo l'insicurezza e la paura, per il resto ho un embrione codardo,
    un ombelico ed un rischio. E' maschio l'orlo della mia vita e non posso amarti
    se io presento un osso dove tu accudisci la carne.

  • 05 marzo 2012 alle ore 14:12
    Cento 31

    Venite a vedermi: ho ucciso il chiavistello al mio ventre.
    Adesso sorride e beffeggia le tegole strette
    come denti che preparano il morso.
    Sembra una tenda e sotto stanno le dita che mi hanno vinta,
    tre carte e una sfera.  Venite a guardarmi:
    non ho una teca per proteggermi dal fiato
    che lascerte dicendomi peccato e straniera.
    Ma voglio sappiate come si spoglia improvviso
    dal foglio l'autunno, come l'albume dal tuorlo.
    Che la tristezza è solo un guanto.

  • 05 marzo 2012 alle ore 13:35
    Cento 30

    Ho un ricordo che strilla, che squilla, che stride.
    Di gabbia che cantano fino a sera, dei miei piedi bambini
    fra i gerani a cercare il primo giorno di scuola, del giardino
    infilato come un banco nel chiostro del pomeriggio.
    Non si può raddrizzre la spina della terra ingobbita.
    Poi la fuga, e la notte. E le finestre già zitte mentre la
    luce ancora parlotta. Ho espiantato troppe radici
    per dirmi sanata, vezzeggiato la vita di sterni a cui
    non avrei dovuto affittare il mio cuore. Ma so che mi
    guariva una penombra di mosti e libri già pronti,
    quando mi voltavo a crescere per vincere il davanzale,
    credendo fosse gioia lo sguardo che saltava l'ostacolo,
    e ancora non sapevo che la felicità è non vedere abbastanza.

  • 05 marzo 2012 alle ore 13:32
    Cento 29

    Sono sicura che sarà il vento, la sua
    furfanteria mi da già l'indizio, il crimine
    è scontato. Sono sicura che sarà la
    gualdrappa lattiginosa di Giugno o forse
    l'aureola focosa di Agosto. O forse sarà il sale.
    Sono certa che sarà una sera , di luci e vedette,
    di fari e specchi, oppure di una gonna e di un crine,
    o forse sarà un'alba, una caduta di reti.
    Cerco sempre di dare una colpa alla mia colpa
    di aver paura di perderti e poi mi accorgo
    che quanto ti amo è follia adatta a tutte le stagioni,
    è desiderio e mancanza, è altaleva fra il resta ed il vai.
    Mi accorgo che accusare anche le stelle di questo
    trapasso fra la vita e la morte che fanno la tua
    mano o la tua assenza, 
    è da viandanti irretiti  dalla strada che avanza

  • 04 marzo 2012 alle ore 15:25
    Cento 28

    Non ho tafferugli a ricordarmi come ti ho incontrato:
    improvvisamente sei spuntato  a bordo dell'autunno
    ancora novizio. Stavi dietro l'anta socchiusa del pomeriggio,
    sotto cento lenzuola non più vergini. Io guardavo le culle
    come scafi senza colatura, contavo il numero della gioia
    negli occhi altrui e delineavo la mia bocca in una bocca
    più piccola. Ma chi poteva suggerirmi la scorta della tua voce?
    Io non so mettere due passi nella stessa direzione con talento,
    io ingaggio bene la paura ai miei spettacoli e calpesto l'applauso.
    Non potevo immaginarti alla mia ora, ma adesso sfebbri
    come le forbici rosse che ritagliano dal giorno la sera,
    quando il cielo mestrua, felice di crescere in notte.

  • 04 marzo 2012 alle ore 13:19
    Cento 28

    Settimane da qui ero inesplosa e tardiva
    a certi guizzi di cui sono madre in tua frenesia.
    Continuavo a chiedermi quante stagioni avessi mai perso
    nel nido che accomodavo a galea, e di quale infiorescenza
    avessi ingerito il figlio esacerbato.
    Settimane da qui  ero come sarei se fossi ancora tua orfana:
    una lenza che si annoda alle rocce, forse un mandriano
    che insegna alle onde l'assetto del gregge.
    Adesso sono tutto e ho paura quando perdo porzioni
    della tua bocca. Ma ho più vita in questa confusa
    epidemia di guarirti dalla folla di quanta ne abbia
    mai avuta seduta al cospetto dei miei giorni di cera
    che guardavo come ne avessi spurgato l'anima in un battesimo precedente.