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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 04 marzo 2012 alle ore 12:33
    Cento 27

    Vuoi una prefazione: al tuo cuore, a Novembre,
    ai tuoi detti, ai dettati. Ma io non so inaugurare:
    sto meglio alla fine, lì mi accomodo bene.
    Non sono perfetta, mi sfilo facilmente: ho
    ovunque rappezzi che non fanno sicuro un solo
    passo di pelle. Eppure ti amo e mi cucio ai tuoi
    giorni una sagoma affine.  Ogni tanto la provo,
    a volte mi calza più grande ed ingoia, a volte mi soffoca.
    Su di me è messa una taglia, ed è pure sbagliata.
    Ma per averti indosserò la scomodità
    come divisa. Se mi terrai accanto
    da un cencio allestirò la sposa.

  • 04 marzo 2012 alle ore 12:31
    Cento 26

    Lui è un giorno che cade a volte:
    è marzo quando finisce aggrottato nell'afa
    ed aprile che sbadiglia dal tetto della tramontana.
    Lui non potevo prevederlo: ha occhi che diresti di nord
    se non soffiassero come mandorle gravide di scirocco
    in cui stanno stivati monti e sabbie, nomi e gemme,
    lacrime senza candore e mani che hanno arato al destino
    trabocchi inconsueti. Lui è arrivato quando avevo ordinato me
    stessa alla porta e non mi aspettavo dalla mia ombra
    una spalla. Forse teneva nascosta una chiave, o una radice,
    perchè è con quella che mi ha scardinato il deserto.

  • 04 marzo 2012 alle ore 12:28
    Alla luna ancora

     Il mio amore  è di strada: posso mostrarlo.
    Dove il mattino ha meno ru more e la riva
    ingrigisce aspettando l'eterno varo del mare,
    lì sta la sua schiena, stesa fra i corti che la luce
    gira prima del sipario di Aprile.
    Tutto intorno le reti sono iene che razzolano le onde
    mentre il pomeriggio spegne il rossore delle nostre carezze.
    Il mio amore ha issato a bordo la mia anima: ho vissuto
    da naufraga tutta la traversata, piangendo la felicità
    che annegava a distanza. Ma adesso ho nel mio ventre
    il suo attracco: un'ancora è la carne che ti bagna per sempre.

  • 02 marzo 2012 alle ore 13:52
    Cento 25

    Amarti è difficile: non sono affannata,
    ma forse mi abbino in modo sbagliato.
    Io sono: mi vedi? Una curva sotto
    la roccia su cui sporge la luna e stendere
    i danni, a volte curiosa, a volte nodosa.
    Amarti è difficile: hai tante tane
    in cui provo la vita ed aggancio una corda
    per assicurarmi al tuo cuore ma l'ala
    sbuffata dal cuoio mi solleva appena
    dal dolore in cui sono di casa, indicandomi
    la felicità che è così bella da chiudermi gli
    occhi per perderne traccia.

  • 01 marzo 2012 alle ore 14:51
    Al tutto

    Dicono che impazzirò,  che sul mio sentiero
    è caduta la follia e si è azzoppata la sanezza,
    stanco destriero dallo zoccolo incrinato.
    Dicono sarà così perchè amo il poeta e come
    curva le spalle per entrare meglio le parole,
    l'amo per come tenta la quadratura delle pance
    che fanno le lettere dispettose comari dalla
    bocca torrida e dal frutto sacro.
    Dicono che non conoscerò più arrendevoli messe
    in suffragio della mia quietudine.
    Ma io non ho altro talento all'infuori della piega
    con cui atterro i pensieri al suo petto: ara dove
    fallirono molteplici sacrifici eppure già madida
    dell'impaurito agnello con cui l'amo.

  • 01 marzo 2012 alle ore 14:48
    Eccolui

    Tu mi insegni a non guardare in mezzo, dove posano tutti,
    ma ad alzare la bellezza per cercare venere ed un pallido corteggio
    di luna , o ad abbassarla per fiutare il roco palpito della terra.
    Tu mi insegni che l'amore non chiude le porte, non sorride con un
    repertorio, che non sa fingere un nervo tranciato.
    Tu mi insegni che l'amore non ha un'ora di impegno, un'attesa per fila,
    ma che camminerà un giorno con i tuoi occhi scuri di angoli mai
    utilizzati e con la curva dei miei riccioli.
    Mi insegni che insieme cureremo la goffa, sciocca abitudine a dire bianco
    il foglio non più vergine ma solo ignorato.

  • 29 febbraio 2012 alle ore 17:32
    Cento 24

    Tutto quello che ho negli occhi, non è nel cuore.
    Io non sono cielo, piuttosto una stiva di cose malmesse,
    di dosi sbagliate, di pezzi sconnessi, di incastri smussati.
    Tutto quello che ho negli occhi finge un colore che non
    mi appartiene e questa recita azzurra smette quando
    apre la bocca un sipario di ottone, di figurine arrangiate
    dalla scena catrame, di cui, all'improvviso, ricordo
    di essere legittima e figlia.

  • 28 febbraio 2012 alle ore 15:36
    Cento 23

    Il tuo nome ti piace smembrato da bocche leggere
    e facili al lucchetto delle parole che impasti
    con audacia e talento. Loro pescano bene
    all'amo che tendi,emergono solleticate dal
    luccichio sgusciato dal fondale dei tuoi inferni.
    Il tuo nome ti piace diviso in due passi uguali:
    germoglio e germoglio, fumo più lento
    da comignoli della stessa misura.
    Ma io voglio dirlo con una fiocina d'uomo,
    voglio prendermi ciò che mi spetta dalla tua carne:
    il bulbo dallo stelo, la radice dal tronco.
    Non mi sfamano le forme, io non affiorerò improvvisamente,
    piuttosto la mia tana godrà in basso del favore
    che non arriva, forse anche dell'abbandono.
    Voglio stupire la mia vita con un balzo che metta
    la tavola a gambe in aria e pronta all'amplesso di un nuovo digiuno:
    innamorata lo sono, adesso aspetto solo che passi questa stazione.

  • 28 febbraio 2012 alle ore 13:37
    Cento 22

    L'ultima poesia avrà i tuoi nervi,
    tronfia giugulare che non sta più alla catena.
    Avrà il piglio della tua bocca quando si addormenta prima degli occhi
    bella ed imperfetta trina di cuciture , oscena gonna di tendini,
    eccitato capillare profumato di nuove stesure.
    L'ultima poesia avrà il tuo sterno, i tuoi femori:
    batterà se lo chiedi, camminerai se l'aspetti.
    Avrà la memoria indisciplinata della tua pelle
    quando raggruma  dove ancora non è finita la notte,
    dove il freddo tira il morso che stacca.
    L'ultima poesia continua a scalciare con il dispetto
    del feto impaziente alla fame.
    Tu non sai di quanto ancora sarei capace su questa pagina
    se solo sentissi che non ho più un posto tra le mie dita
    da cui scivoli via, che non trovo indifferente un solo mio osso
    al desiderio che ti corre incontro.

  • 28 febbraio 2012 alle ore 13:33
    Cento 21

    Ho smesso presto la bambola rossa: aveva modi
    bistrati, un dritto sorriso di megera arruffata sotto l'abito puro.
    Io credo sia bloccata lì la coda della mia infanzia:
    una lucertola di borotalco imbavagliata che impazzisce sotto un bicchiere.
    Credo siano infilati nel nido ferroso di un portone randagio
    i miei occhi di cinque anni, sospesi e contenti,
    come a volte stanno tante sconsiderate pozioni.
    Forse per questo spesso non riesci a trovarmi:
    non viene ancora via la fuliggine del pomeriggio
    in cui bruciavo, la cui graticola è un permesso di fine e restate,
    una voce che pressa il mio nome e ci fa un trucco
    con cui vestire un'ala malata da festa.

  • 27 febbraio 2012 alle ore 13:30
    Cento 20

    Tra tutti i miei gusti, è vogliosa e  superstite solo
    la bruna parola a cui faccio acconciature superbe
    e levigo le ossa spezzata da  amori indigesti.
    Non vorrei camminassi disattento sui monconi
    che sbellicano la mia pelle con germogli improvvisi,
    con parti dalla sorpresa appuntita.
    Ecco perchè fra il tuo passo e la mia vita,
    ho infilato un guscio di molli certezze che a volte
    tu chiami attesa, a volte speranza.
    Ecco perchè mi copro di lettere come di laterizi:
    la mia gabbia è un carcere onesto a cui il tuo pensiero
    concede una ronda discreta.

  • 27 febbraio 2012 alle ore 13:27
    Cento 19

    La tua traccia di nord mi infiamma la lingua
    come fosse mosto di sud. Tu hai spostato i miei venti,
    dirottato il sole come una spina, oscillando l'ago
    di cui bramo la punta rovente, hai asciugato dai miei nervi
    il sale in eccesso, fuso un battaglio nel mio ventre ormai sordo.
    La tua traccia di nord mi sveglia ogni giorno con un girone
    d'inverno: non sento più lo scirocco dove muoio, ma solo
    il fumo, il freddo crepitio del desiderio con cui mi hai invasa.

  • 26 febbraio 2012 alle ore 13:57
    Cento 18

    Sei un Gesù senza croce su cui uccidere le spalle:
    piuttosto un'ombra di legno, di ali che fanno un passaggio
    a livello fra la pietra ed il cielo.
    Sei caduto ieri e cadrai oggi:
    io sono già il tonfo del tuo ginocchio inchiodato alla terra.
    Credo di averti asciugato soltanto un dolore,
    ho strizzato la carne dove è passato il tuo lutto,
    ma ancora mi piange nel ventre un sepolcro che non avrà pace.

  • 26 febbraio 2012 alle ore 13:31
    Cento 17

    Lasciati amare e non quando sorridi:
    è facile infilarti le labbra al mio cuore
    se stanno aperte e fanno la spola
    fra il mio respiro ed il tuo.
    Lasciati amare: non ho venduto bene
    una sola parola da quando mi tieni alla porta.
    Lo so che sei dentro, che ti spezzi i pensieri,
    so che vuoi mare dove la pianura
    non smette il suo turno di noia.
    So che sei come il nostro primo giorno,
    quando non ebbi fatica ad esserti accanto
    perchè mi credevi mischiata al vento
    che a novembre è bizzarro, un flaccido eunuco.
    Lasciati amare: fra tutte le cose disfatte,
    in questa cancrena ancora bollente di passato,
    ho trovato il tuo nome. E se mi prometti
    che mi lasci provare, ti indicherò il molo del nostro per sempre.

  • 26 febbraio 2012 alle ore 12:19
    Cento 16

    Perdonami se non riesco a dormire,
    se vado via dalla pagina adesso:
    il mio fianco ha inghiottito la testa
    della t con cui ci promettiamo.
    Perdonami se scosto le lettere prima
    che tu smetta il sonno, se farò colazione
    con un punto più lungo e laverò via le virgole.
    Perdonami per questo letto che ormai non basta:
    niente vale più della mano che raggiunge
    l'altra se improvvisamente la sveglia una parola molesta.

  • 26 febbraio 2012 alle ore 12:17
    Cento 15

    Così è la nostra guerra: di stracci,
    di vendite avare, di chiodi che fioriscono
    mentre piantiamo la croce. Abbiamo strane
    mostrine attaccate alla lingua, due vecchie ferite
     a cui mirano ancora, la certezza che la carne
    non abbia memoria.  Non ci hanno armati per bene:
    noi finiamo della lacerazione più facile, non stiamo
    in piedi abbastanza, la nostra frontiera è sbavata.
    Eppure ci amiamo del modo in cui ci affidiamo
    guardinghi alla vita: come fosse una culla che imbarca
    acqua da cui togliere i pesi che affondano prima.

  • 25 febbraio 2012 alle ore 14:30
    Cento 14

    C'è qualcosa in me che non si può aiutare:
    un annegato, una falla, un boato, una frattura,
    un'ustione, un permesso non accordato.
    Sta là da non so quanto tempo, mi somiglia e sbadiglia,
    farfuglia qualcosa fra il rapido e l'amaro che stava in bocca
    prima dei denti, che mi articolava prima delle ossa.
    Tutti provano a lanciare una moneta aspettando
    che si levi l'eco del tessuto colpito, dell'organo offeso.
    Ma non sale niente, se non altro buio.
    Forse non sanno di quale abisso è fatto un dolore.

  • 25 febbraio 2012 alle ore 12:44
    Cento 13

    Un'ombra di mimosa bagna di giallo la
    dentuta fila dei viali. Spengo il pomeriggio
    alla suola della fretta che non ho.
    Una volta una mimosa appassì sul dorso verde
    del mio banco a dirmi che ero donna sotto i
    riccioli curvi come la mia felicità.
    Che non viene mai a galla e d appiattisce
    sul fondale cercando non so quale chiave.
    Io continuo ad aspettarla sul bordo dei giorni
    sperando che d'un tratto ne divarichi finalmente
    la superficie ed affiori con gli  occhi dispettosi
    di un tuffo durato soltanto più a lungo.

  • 25 febbraio 2012 alle ore 12:41
    Cento 12

    E' doglia d'estate questa luce che ancora non spegne,
    non tace, che strepita agli occhi come fossero balie.
    Sta già arrivando, spiccando, muovendomi dai fondi
    d'inverno in penombra dove io stavo dentro con
    incastro di tana. Io vivo di nidi che non fanno fragore,
    di coperte che tirano ai sogni calci di lana.
    Io vivo così e tu mi scuoti, mi inviti a darti del
    mio ventre la via perchè possa trovarti a
    metà dell'innesto che ancora mancava.
    Ma io non devo darti più niente: se palpito,
    grido, se dalle labbra apro la serra dove sono seccata,
    viene fiorendo soltanto il tuo nome.
    Non ho altro se non la tua radice e scava uno spazio di madre
    che nessuno poteva vangare.

  • 23 febbraio 2012 alle ore 12:44
    Cento 11

    Con te sono sempre stata solo un puntointorno al quale
    non andavano piantati contorni. Non ho mai meritato
    un prosieguo sul rigo, una nuova stesura che desse
    al mio centro una culla e una carne, che mi dicesse
    tu non ti fermi, neanche finisci, tu solo cominci.
    Adesso però  imparo ad essere linea su cui
    vanno vagoni e mestieri, su cui stanno in piedi
    luci e cordogli. Non mi riconoscerai e non potrai
    più curvarmi in un nodo. Io non sono mai stata
    come te: tu aspetti e coaguli  ma il mio sangue vuole specchiarsi.

  • 23 febbraio 2012 alle ore 12:42
    Cento 10

    A volte non dovrei scrivere: perdo troppo sangue e la pagina esonda,
    e la pagina annega. E poi è quasi Marzo: non so cosa siano questi
    chicchi d'Inferno, di grandine nera con cui pretendo poesia.
    Meglio tacerli, torcerli di un solo silenzio. E poi è quasi Marzo:
    la notte si sfalda dai ceppi del giorno in ritardo, la gente si aduna
    dove arriva la brezza, così si accoglie la st agione dei frivoli orpelli,
    degli ultimi sbagli. A volte non dovrei scrivere se non posso darti
    del bene: piuttosto devo fermarmi a raccogliere la tua bellezza
    di campo. Ne farò una cesta, metterò in tavola il tuo sorriso,
    al centro del mezzodì, tutto intorno la fame che mente.
    Non serve un argano a sollevare la voce  al vento:
    ogni seme con te diventerà ala.

  • 22 febbraio 2012 alle ore 18:35
    Cento 9

    A volte non dovrei scrivere: perdo troppo sangue
    e la pagina esonda, la pagina annega.
    E poi è quasi Marzo: non so cosa siano
    questi chicchi d'inferno, di grandine nera
    con cui pretendo poesia.
    Meglio tacerli, torcerli di un solo silenzio.
    E poi è quasi Marzo: la notte si sfalda dai
    ceppi del giorno in ritardo, la gente si aduna
    dove arriva la brezza, così si accoglie la
    stagione dei frivoli orpelli, degli ultimi sbagli.
    A volte non dovrei scrivere se non posso
    darti del bene: piuttosto devo fermarmi
    a raccogliere la tua bellezza di campo.
    Ne farò una cesta,  metterò in tavola
    il tuo sorriso, al centro del mezzodì,
    tutto intorno la fame che mente.
    Non serve un argano a sollevare la voce al vento:
    ogni seme con te diverrà ala.

  • 22 febbraio 2012 alle ore 18:30
    Cento 8

    Questo è quanto ti amo: di rabbia, di forza, di
    insano, continuo, indecente tormento.
    E se tu solo volessi, mi inciprierei di fuga
    da questa stella che mi fa ignara del
    male bevuto, del bene sventrato.
    E se tu solo potessi, mi vedresti
    fissare la cruna dei giorni in cui non sei passato
    sperando che marciscano di una brutta caduta,
    che sfilino come bavassero.
    Questo è quanto ti amo: una foglia che non
    stacca la bocca dal seno del ramo, affannata
    e perdente. Che succhia fino all'ultimo istante
    di calma che avanza: pendente, fallace.
    Quando si sente arrivare la morte,
    l'aggancio si ostina, ma la salvezza
    scivola via dall'unica porta che resta svogliata.

  • 22 febbraio 2012 alle ore 13:11
    Cento 7

    Ho paura che non avrò contorni di bianche bordure,
    che la neve male indossi il mio cuore, che mai
    grugnirà del mio nome la grassa penombra dell'Appennino,
    che la sua dedizione di nebbia non mi inginocchi lo sguardo.
    Ho paura che non vedrò la fronte di Bologna e come tua madre
    ti sveste i pensieri quando le imbocchi il sonno, una mano sull'altra,
    una mano ormai leggera su quella che sforza. Ho paura di non
    assaggiare il pane che ti smollica la fame di primo mattino,
    quando scotta le dita su cui raffredda l'inutile appello di una sola moneta.
    Ho paura di non sapere quanto pende San Mamolo e quanti carri fanno una festa.
    Di saltare il tuo treno, la scocca del gelo,  il bavaglio, il litigio di nubi, le tregue d'azzurro.
    Ho paura perchè n iente riempirà di odore la mia culla se non chi, somigliandoti, porterà
    il tuo scomodo incastro alla vita, mio splendido  gabbiano d'altura,
    invitto rapace  in agguato sull'onda.

  • 21 febbraio 2012 alle ore 17:08
    Cento 6

    Voglio tre figli, tre fogli, una penna soltanto che basti
    alla prima stesura mentre il bucato esala al sole ed
    il giorno suda l'ultima corsa. Voglio la tua veranda
    di ombre pulite, la tua età di mestiere, le spalle
    che aggrotti  per nasconderti il cuore.
    E forse fai bene che quando palpita a vista
    la polpa con cui ci leghiamo, è più profonda,
    imbarbarita la punta che assale.
    Ma io ti amo ed il mio grido è tondo e corsivo:
    l'unica maiuscola ammessa è la tua porta
    da cui il mio tempo non sa più tornare.