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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 21 febbraio 2012 alle ore 13:30
    Cento 5

    Non so quanto peso, quanto poso, di quanta
    altezza è fatta la mia carne, di quanti anni
    il mio  stelo che oscilla a ricordare la direzione,
    ma mai al vento una curva che mi escluda dal fianco.
    Non so se dalla tua ronda verrò via con mano ardita,
    sfiorita, perduta,  se sono io il mormorio che non dice,
    se questa croce di cento giorni e una spanna ci
    affranca o ci affigge a neri roveti di versi, a galee arrembate.
    Non so se chiamare bella la mia anima quanto le tue dita
    che ne impalmano i ceppi vergini
    seminandoli  con l'accortezza del maglio.
    Io solo sento che quando mi tessi, dimentico
    di avere solo contorni.
    Così aspetto che tu  morda dal filo la mia acerba,
    inconsistente facciata, inventandomi piena.

  • 21 febbraio 2012 alle ore 12:10
    Centoquattro

    Scrivere  è il nostro amplesso,
    perfezione di carne su cera .
    Prenotiamo il letto  su cui ogni giorno
    si corica l'inchiostro e tu stai lì,
    meridiana di desiderio, accento ed accenno,
    più bravo, più nuovo, più vero.
    Hai per tendini le parole, le ossa sono cave
    a cui succhio piacere. Credevi forse che io
    ti amassi per come smette il tuo sorriso una volta,
    per come si piega il tuo sguardo alla neve, per
    le braccia che stese fanno orizzonte. Si, ti amo
    anche per questo: anche la mia pelle ha fame.
    Ma ti amo di più per ciò che non tocco
    se non sotto queste lenzuola
    che tutti sfogliano e che io macchio.

  • 21 febbraio 2012 alle ore 12:07
    Centotre

    La Costa si lava i venti: scirocco come unguento
    sulla tramontana estirpata. Ho visto già
    museruole appuntate ai muri a farli di primavera,
    le case scrollare l'inverno dai vetri, giardini inquieti
    a nuove pubescenze.  Non so se amarla così,
    imbellettata e civetta sul ramo dei mesi che vendono bene.
    Io la preferisco mamma imbolsita e carnosa dietro
    la stufa rossa di Ottobre quando tutto  è
    ancora promessa di sonno. Non amo vederla sui tacchi,
    sui rintocchi, sui cocchi di tre Cenerentole afose .
    Ma poi mi abituo, la invidio, la spio: lei disinvolta,
    felice e brilla di Ferragosto. Peccato che menta,
    che mentre si spoglia già tiene il cuore sotto coperta,
    che incuta alla messe più gialla
    uno spauracchio prematuro di bruma.

  • 20 febbraio 2012 alle ore 14:21
    Centodue

    Proprio ieri, pomeriggio ed un quarto,
    ho serrato le labbra, la rosa testuggine
    che ti ha sciupato solo di un bacio.
    Ho temuto che spuntando molle la
    testa di ogni parola dal primo cesareo,
    potesse farti padre di tutto il mio male.
    Così ho contato la forma della mia carne
    divaricata senza ragione e ho sentito
    la paura del nido quando il custode è fallace.
    Nessuno conosce davvero il mio lutto
    che non è di cosa morta, a cui va l'onore del pianto,
    ma di vita vigliacca per cui non si ha mai pena fino a che batte.

  • 20 febbraio 2012 alle ore 13:12
    Centouno

    Di Febbraio non portatemi più il nome,
    la voglia, il baiocco.  Mi terrò come
    reliquia il coriandolo morto sotto la suola,
    la stella sfilata, il desiderio pigiato
    alla vigna già sterile.  Di Febbraio non ditemi storie,
    lo vedo appaiato al mio affanno, al burbero
    groppo del cielo, all'infamia dei venti.
    Che poi ci sia nata anch'io sporgente, sopita,
    intirizzita, non credo sia un caso, perchè gli
    somiglio.  Sotto la scacchiera di Arlecchino
    che indosso, un morso di neve sta sempre in agguato.

  • 20 febbraio 2012 alle ore 12:11
    Cento

    E poi eccola la fine, abbigliata da scolara,
    la voce d'inchiostro, la lingua di gesso,
    tre ossa sotto il grembiule su cui sta ritto
    il fiocco con un numero di vento in poppa.
    Lei vuole imparare come si muore dove si
    interroga il punto: la lapide tonda su cui finiamo.
    Sai, non me l'aspettavo, non così giovane, così presuntuosa.
    Non credevo fosse oggi il nostro ultimo appello.
    Non che tu rispondessi per primo.

  • 20 febbraio 2012 alle ore 12:08
    Novantanove

    Ammetto di essere schiva, volubile appena,
    di fiutare in cagnesco la felicità quando abbaia.
    Ammetto dei rami il libero arbitrio se
    mandano al macero anche il verde che ha
    appena guaito: la colpa è nell'aggancio
    fasullo, talvolta il vento non soffia impegno.
    Ammetto di amarti, di aver frequentato malamente
    la nostra distanza: sono di passaggio su binari di ginestre
    che la lava corruga senza fiottare mentre tu sai  quanti
    nomi ha la nebbia. E questo mi piace del tuo volerti,
    che trovi sempre una strada in mezzo al mio male.

  • 20 febbraio 2012 alle ore 12:06
    Novantotto

    E se somigliasse a te la virgola allattata dalle nostre pagine,
    spero abbia il tuo  modo di portare la vita  come una scala
    sotto la quale curvarsi se la solitudine arroventa e raffredda
    la certezza. Che abbia il tuo sorriso di mezza altura,
    lo sguardo delle righe che non sanno agitarsi. 
    E se invecesomigliasse a me, non vorrei darle niente di più del mio amarti
    q uando ti assaggio con le dita per toccare l'ultimo letto
    in cui piantarti il cuore.

  • 18 febbraio 2012 alle ore 13:56
    Novantasette

    Dice di amarmi, che non credeva fosse
    così l'amore quando si veste. Eppure
    io non trovo in me una cosa non guasta:
    ho pensieri contusi, ho fatto incetta di pieghe
    al mercato perchè non fosse piana la mia
    versione dei fatti, dei fogli, dei frutti.
    Dice di amarmi, che fanno così solo
    gli amori più veri: contano spicchi dove
    stanno tre semi e sanno morte
    le radici che non vedono il buio.

  • 18 febbraio 2012 alle ore 13:22
    Novantasei

    Sono stata sparpagliata e stanca,
    gluma, fortezza, indecisione e sospetto.
    Sono stata in due posti senza prenderne
    il senso, del mio viaggiare che non si è mai
    mosso, forse mi manca la partenza che non
    fa bene l'arrivo. Ci sono rotte inquiete per
    mete distratte ed approdi che hanno costanza
    di onde. Poi ci sono io con le mie mani
    sui muri e l'attesa avvizzita di chi non comincia.

  • 18 febbraio 2012 alle ore 13:20
    Novantacinque

    Che sappiamo del dieci in cui scegliemmo?
    Che forse era di mercato, di mani sulle stagioni
    nelle ceste, che un feretro sarà sbocciato dal sagrato
    ed una culla riempita  da un corpo sull'altro,
    che era infilzato in mezzo ad altri nervi, mentre
    l'autunno versava in barella con la speranza fasciata.
    Che un tarlo veniva dalla pagina a fare mobilia,
    ad arredare futuri amplessi.
    Si uccide presto il giorno quando si alza la sera,
    la sera che è vento, battuta senza infrazioni dopo
    la bella, rossa frattura del pomeriggio.
    E quanto conta il pomeriggio?
    Forse poco: se è giuntura fra fermo e morte,
    non nasce niente.
    Ma del nostro pomeriggio dico è un anello:
    non voglio più il giorno, che aspetti pure la sera.

  • 17 febbraio 2012 alle ore 13:54
    Novantaquattro

    E' stato ieri il taglio: ho fatto baruffa,
    insana nevrotica baldoria con il tuo nome
    che mi ha riempito la bocca di miele.
    Non mi sono accorta di come lo delineavi,
    certe abrasioni sono lucertole calde,
    si sporgono appena esce fuori il dolore.
    Ci hai messo cura, io forse cadevo distratta.
    Ho solo sentito più freddo lì, si proprio lì
    dove ti avevo lasciato appoggiare, dove
    stava nascosta da un piatto la fame.
    E d'improvviso non ricordavo più niente:
    quanta pelle avevi, quante dita scordate
    sull'ultima corda. D'improvviso sono entrata
    in quell'angolo che tu visiti spesso.
    Ora so che la notte ha un'ora più buia.

  • 17 febbraio 2012 alle ore 12:17
    Novantatrè

    Abito nella bocca di Dio, questo  è il mio Parnaso:
    una gola arrossata dal bacillo fortuito del tramonto,
    spegnimenti di mare sull'alluce dei monti, eterna,
    forbita abluzione, battesimo acerbo.
    I giardini sono insistente peluria alla secca cervice
    dei gomiti che di questa terra fanno le sedute
    impossibili: non c'è dove aggrappare il respiro
    se si tenta l'altezza. Abito dove tutto sembra
    lieve nell'ora del fiorire, dove anche il dolore
    imbelletta le ossa. Tutti dovrebbero resistere
    negli inverni con la stessa devozione supina
    di maggio per vedere che chi ama resta,
    che il fuggiasto si annoia in tempo di prova.

  • 17 febbraio 2012 alle ore 12:14
    Novantadue

    Oggi scrivo di stenti: il verso è obitorio,
    la parola abortita dal giovedì decontratto.
    Tu non ci sei.
    Allora scrivo di gusci senza più mosto, di venute
    lacere, di labbra cariate e denti avvizziti.
    Voglio solo tu sappia che mentre ti volti,
    la penna non tocca  più il foglio.
    Che smette la frase.
    Che non avrò gigli.

  • 17 febbraio 2012 alle ore 12:12
    Novantuno

    Voglio all'infinito questa spossata felicità
    che sdrucciola ed ancheggia vendendosi
    il collo per una carezza, che quando provo
    a guarirla, scuote la cresta, giumenta impazzita,
    onda sbilenca.Voglio senza sosta il tuo adesso incerto:
    non mi dissetano il merletto perfettamente
    abbracciato al legno, la finestra sanata dal cigolio.
    Io voglio te ed il disordine che tiene il velo al vento.
    Non ci sono culle nella bonaccia.

  • 17 febbraio 2012 alle ore 12:09
    Novanta

    Mi stendo sui giorni in tua attesa: a volte
    il mercoledì punge più degli altri, allora
    cambio posizione  e cerco di accomodare
    il sonno al tuo arrivo. Quasi mai coincidono,
    però pensarti mi sfama dalla paura che il
    mio ventre sia soltanto una gabbia di
    monconi che non trovano impiego, di gesti
    senza sangue, una fila di bagagli disfatti
    senza aver mai annusato alcun posto.

  • 17 febbraio 2012 alle ore 12:07
    Ottantanove

    Solo sulla pagina mi vedo sana, eppure
    sta tutta là la mia croce:  quando cullano i versi,
    il pianto si stanca, il dolore si incipria, forse sono
    tutte pagliacce le lettere venute  a vedere la pia esecuzione.
    Spargo le virgole come strisce per attraversare il giorno,
    la mattanza è di punti se acceco la pausa, l'apostrofo
    il cappio a cui appendo il silenzio.  Ma tutti obbedienti
    fanno il tuo corpo: sono organi, pelle, sangue e tessuto.
    Prima o poi arriverà l'intenditore di suture  a fornire il mistero,
    a spiegare come tante parole dicendo rondine, sparo, sella o bargiglio,
    ti chiamavano sempre.

  • 15 febbraio 2012 alle ore 14:18
    Ottantotto

    Tu credi sia innamorata della domenica,
    del pane caldo, delle sedie passate di ospiti, 
    della pentola piena, del gorgoglio giallo  di festa.
    E invece no. Io amo la tua porta accostata,
    il tavolo leggero, la fame zoppa,  l'ombra
    che ti porti addosso come valigia, il tuo perenne lunedì.
    E' facile il coraggio quando il giorno è bianco:
    ma io amo te, le tue settmiane di inchiostro,
    questa perfetta felicità senza resistenza.

  • 15 febbraio 2012 alle ore 12:46
    Ottantasette

    Avrei tante parole da dirti solo che  fanno fatica a vestirsi:
    poverine, montate da poco, il pezzo più
    grande malamente incastrato in quello più breve.
    Ecco qui spiegata del mio discorrere la somiglianza
    con un dipinto sciolto, con un rammendo che non sana
    la falla, con una culla capovolta.  Avrei forse dovuto dirtele
    ieri, farle penare all'imbocco del tuo cuore,
    spronarle come una mamma che fa facile il primo giorno di scuola.
    Se non ho coraggio con chi mi viene dal ventre, la bocca è un altro deserto.

  • 15 febbraio 2012 alle ore 12:16
    Ottantasei

    Non ho più niente, puoi continuare  a scavare.
    La lingua è finta, lo sguardo bugia.
    Il cane resta rappreso nell'ultima carezza del padrone.
    Non ho gioia, possesso, fiducia, merito o consiglio.
    Puoi anche provare a bussare, sporgere la mano
    al mio cuore per capire chi batte e di quale saggezza.
    Ma non ho più niente per cui valga la pena aspettare.
    Ti sembrerà folle il mio sangue in ritirata, guarnigione
    che ora caustica ignobilmente alle tue spalle.
    Ti sembrerà folle di questo amore la resa nel giorno dei frutti.

  • 15 febbraio 2012 alle ore 12:13
    Ottantacinque

    E' di  ieri che morirò: ho visto il cappio,
    la falce , il letto. Si sono addobbati
    per me e solo per me:la partecipazione
    è commovente, delirante l'attesa. Fanno
    le fusa e fanno la fila per accomodarmi per bene.
    E' di ieri che morirò: è di quel tuo spegnermi
     qualche ora indietro a  questa che mi ammalerò
    senza furbizia.Ma non riterrò un insulto questa
    faccenda irrisolta di vita che avrei voluto nelle tue
    mani e che adesso mi cede il posto fra un no e la fine.

  • 12 febbraio 2012 alle ore 16:56
    Ottantaquattro

    Sono nata domani, in mezzo al coriandolo,
    al carro, alla fune del gelo.
    Non ride nessuno quando cade Febbraio,
    ma sperano tutti che il nano rannicchi le gambe
    spaventato dalla guardia di Marzo.
    Sono nata domani: sotto le costole  tengo
    chiusa una gabbia di ali mai usate.
    Le tengo in riserva  se mai mi arrivasse la forza
    di un balzo. Ogni tanto le scrollo, svecchio dalle piume
    l'attesa. Io dico che un giorno mi verranno a chiamare.

  • 12 febbraio 2012 alle ore 16:53
    Ottantatre

    L'amore che amo non ha mai vinto, fa passi
    obliqui per schivare la vita,  nel letto tiene
    un ricordo che perde i denti. Ha più fiori che anni,
    una bocca per scrivere ciò che le mani non dicono più.
    L'amore che amo  mi ha asciugata in una stanza di mare
    e quando si è alzato dal giorno non ha avuto paura:
    l'onda che va è la stessa che torna.

  • 12 febbraio 2012 alle ore 16:51
    Ottantadue

    A volte sei casa,a volte stamberga.
    Mi sembra di conoscerti il petto, la forma del sonno.
    Poi d'improvviso arriva una bocca a togliermi
    il piatto in cui  ti ho versato gli occhi, la mano,
    la vita perchè la tua fame finisse sempre in mio nome.

  • 12 febbraio 2012 alle ore 16:48
    Ottantuno

    Non c'è giorno più bello del tuo cuore quando il mio male
    in te si addormenta e tutto si accomoda con l'incastro
    dell'osso nell'osso, della voglia di piuma del nido.
    Ho assaggiato del morso le fauci, del cedere di foglia
    la stanchezza del ramo. Sono stata promessa al rifiuto,
    giurata alla bugia. Ma adesso è tempo delle nostre braccia,
    di fioriture leggere, di dirci ancora insieme al nuovo annerire del cielo.