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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 12 febbraio 2012 alle ore 16:45
    Ottanta

    Chi ti ha messo dentro l'inverno non può farti più male:
    adesso il mio nome è guanto sul nervo che hanno scucito
    e veglia all'imbocco  degli orli che dicevano acerbi.
    Non sono neve,  non ho onde leggere fra il ventre e la gola
    ma posso amarti con i giorni tenuti da parte.
    Non serve un cuore da stiva per una bocca soltanto.

  • 10 febbraio 2012 alle ore 12:42
    Settantanove

    Ho corredo di tumulo, una spranga
    come chiave sul ventre.  Le mie ossa
    non combattono bene, la pelle le appoggia
    in una guerra da poco.  Mi mancano pochi
    decimi all'inferno,  una vena è turata da sangue
    incolto. Sono accostata, svuotata, truffata.
    Se volessero ancora rubarmi qualcosa,
    dovrebbero provare intorno alla croce,
    perchè sotto il mio sonno non crescerà  niente.

  • 10 febbraio 2012 alle ore 12:40
    Settantotto

    Che se fossi taglio, asciugheresti nel tempo che devi.
    Invece stai in agguato di lama  che spaventa la carne
    ma senza assaggiarla. Così mi ricordi che  anche la
    paura del sangue è di sangue. Ma non voglio guarirmi:
    io mi desidero in punta di ferita.  Non chiedermi un letto
    che non abbia almeno una piaga.

  • 10 febbraio 2012 alle ore 12:23
    Settantasette

    Dovevo nascere lì, lì a tal punto
    che il tuo sbadiglio confinasse con il mio pianto.
    Chi ha messo cancelli e nomi fra i nostri fianchi,
    sapeva già quanto fosse opportuno confonderci
    le bocche con assaggi incompiuti. Dovevo nascerti
    accanto così che solo aprendosi una porta alla vista
    del vento, tu potessi sentirmi frinire arroventata dall'afa.
    Dovevo nascere nella via più vicina ai tuoi passi,
    vedere già come si muoveva la vita sulla tua schiena
    ed addomesticarmi piano piano al tuo cuore forgiato
    per me da una fucina matrigna che tra due metà
    combacianti ha fuso degli anni.

  • 10 febbraio 2012 alle ore 12:20
    Settantasei

    Del mio amore posso subito dire il nome:
    è un respiro, un frullo di ali,  la cena che raffredda
    a Gennaio, una pausa di ciglia, lo schiaffo già
    incolpato di vento. Del mio amore conosco due giorni,
    una paura morta sul letto dove è caduto l'abbraccio.
    Io so che dieci è la nostra bambina tirata fuori una sera
    alle diciotto dal cielo a dire i miei ricci e la bocca in pianura del padre.

  • 09 febbraio 2012 alle ore 13:07
    Settantacinque

    Dovevo nascere lì, lì a tal punto che il tuo sbadiglio
    confinasse con il mio pianto.
    Chi ha messo cancelli e nomi fra i nostri fianchi,
    sapeva già quanto fosse opportuno confonderci le bocche
    con assaggi incompiuti.
    Dovevo nascerti accanto così che solo aprendosi una porta
    alla vista del vento, tu  potessi sentirmi frinire arroventata dall'afa.
    Dovevo nascere nella via più vicina ai tuoi passi,
    vedere già come si muoveva la vita sulla tua schiena
    ed addomesticarmi piano piano al tuo cuore forgiato per me da una fucina matrigna
    che tra due metà combacianti ha fuso degli anni.

  • 09 febbraio 2012 alle ore 12:07
    Settantaquattro

    Del mio amore posso dirne subito il nome:
    è un respiro, un frullo di ali, la cena che raffredda
    a Gennaio, una pausa di ciglia, uno schiaffo già
    incolpato di vento.  Del mio amore conosco due giorni,
    una paura che muore sul letto dove è caduto l'abbraccio.
    Io so che dieci è la nostra bambina tirata fuori una sera
    alle diciotto dal cielo a dire i miei ricci e la bocca in pianura del padre.

  • 09 febbraio 2012 alle ore 12:05
    NOVEMBRE

    Credevo di aver sbagliato stagione,  binario, panchina,
    ingresso, biglietto. Mi  dicevo che un amore con la tua provincia,
    con le tue labbra sottili fra due boschi di neve, come alucce rosa
    nel tafferuglio caldo del nido, non potesse essere fatto anche di me.
    Io sono Costa, non alpeggio,  so di libeccio e guardo del mare
    appena una gamba, non conosco la pace di una linea orizzontale.
    Credevo di aver sbagliato mestiere,  che mai ti avrei affaticato
    con la mia gelosia da apprendista.  Ed invece eccomi  ad aspettarti
    sulla pagina, nel letto. A volte li  confondo: non dormo pensando
    di abbracciarti mentre ti sto solo scrivendo dove svegliarmi.

  • 08 febbraio 2012 alle ore 15:08
    Settantatre

    Abbiamo appuntamento accanto al mare: una tagliola,
    due ore per cacciare il muso alla gioia.
    Dicono passi di lì una volta soltanto:
    ha faccia fulva, a passi improvvisi
    va disinibita dalla tana alla fame.
    Mi piace come ci prepareremo alla battuta:
    io porto gli occhi, tu carica le mani.
    E quando ti chiederò la mira,
    non temere che scappi.
    Non voglio altra vita  di quella appoggiata alla gruccia
    di mercoledì: l'ho indossata  per un giorno e lei si è infilata dove era più freddo
    a stanarmi dal petto il bersaglio di morte.

  • 08 febbraio 2012 alle ore 15:01
    Settantadue

    Oggi mi chiedo come verrà Giugno,
    podalico e stanco, la mano fra le spighe,
    i piedi con  gli occhi a spruzzare il mondo di un battito.
    Me lo chiedo perchè fino a ieri, fino a Novembre,
    sapevo  come avrebbe sbadigliato quel ventre,
    sputandolo afoso, impolverato dall'ultimo fasciame di rose.
    Adesso che non ho sonno in cui non mi appari,  punto
    quella chiostra di trenta grani che fanno un rosario e
    se devo pensarmi in un mare, mi spero nel tuo.

  • 08 febbraio 2012 alle ore 14:59
    Settantuno

    Se torni da me, segui la morsa, la garza, il pantano,
    la foggia asciugata dei venti. Non ho messo molliche:
    il cuore ha un odore che scrive mappe più facili
    dei nostri nomi.  Se torni, porta giorni di tregua:
    sotto le tue mani stanno i miei nervi,  il sorriso
    è incagliato alla tua prua  e forza un ormeggio
    al passato che non ha più rotta.
    La distanza è utero di cesoie, averti incontrato la sua levatrice.
    Non c'è parto oltre il tuo sguardo in cui già dorme una testa
    di primavera  bagnata appena dove scioglie la carcassa all'inverno.

  • 08 febbraio 2012 alle ore 14:57
    Settanta

    Spero non andrai via prima di aver finito il lavoro:
    bendami bene, il cuore mi pulsa di un buco che sa di mercoledì,
    di un cappello di labbra.  La misura dell'inverno è sui campi,
    un righello di gelo dietro  i fienili, sotto il muso ingrugnito delle vie
    non passa Febbraio senza selciare.  Non andare via senza
    avermi dato quel tempo,  se anche gli  uccelli sanno quando
    è giorno di nido, le onde quando imbizzarrire il fianco allo sperone
    di scirocco, tu dammi una forma che lo specchio dica di madre.
    Non voglio più essere un bordo.

  • 08 febbraio 2012 alle ore 14:53
    Sessantanove

    Sono fiume che non avrà piena,
    in me non c'è un letto che venga
    disfatto dai pianti.  Sono cava,
    ma non basta una fame,  l'attenzione di settembre
    al tino inaridito, patrigno di vinacce che l'esilio non riconosce.
    Ieri mi hanno catramato il ventre, non cercare una bocca alla pioggia:
    la seminatura farà ressa di sale dove volevo sequenza alla mia carne.

  • 05 febbraio 2012 alle ore 12:40
    Sessantotto

    Ho sempre paura di uno sguardo
    che quando succede, ha la voglia dell'ago:
    mi si infila negli occhi sperando il fondale.
    Quasi mai solletica il viso:
    che io abbia un ghigno, una cella,
    una stiva o un naufragio fra zigomo
    e tempia, non fa differenza.
    Non è un tuffo quello che non bagna la testa.
    Non conosco battesimi asciutti.
    Allora mi chiedo cosa mai cerchino
    se non sanno trovare.

  • 05 febbraio 2012 alle ore 12:36
    Sessantasette

    Non potevo venire via sanna dalle tue braccia: lo sapevo,
    eppure mi sono presentata all'appello.
    Sono stata puntuale  quel giorno,
    breve imbuto fra la colata del lunedì
    e la pancia della festa. Un istmo di poche ore.
    Una provincia. Una cerniera.
    Ho fatto le esequie al mio passato, io la
    prima della fila: nel feretro promesse,
    un soldato, otto carezze. 
    Ho strappato dai capelli il lutto,
    dalla pelle il cordoglio.
    Sarò nuova e senza pianto
    mentre il tuo nome mi veste di bianco.

  • 04 febbraio 2012 alle ore 12:39
    Sessantasei

    Hai detto di avermi sentita arrivare,  di
    aver trovato orme di pane davanti al tuo cancello,
    dove altre mani si sono affamate.
    Hai detto  che sotto la pancia dei pettirossi
    stava pure il mio sangue,  come li avessi
    infilzati con l'indice per sentirne il calore.
    Ma non li uccide l'inverno: ti girano intorno
    come fossi una cantina in cui il mosto
    è stanchezza di vena.
    Hai detto che siamo fatti per essere nostri,
    che tutto ciò che ci ha avuti, scoperti, ammalati
    e mai guariti ci ha preparati al tuo letto.
    Ti prego, non tenere più un solo cuscino,
    non punire le lenzuola che non ricordi.
    E' solo un gracchiare di rami prima dell'autunno
    questo tempo che non ha forma: due nuvole che litigano
    come spartirsi la burrasca.

  • 04 febbraio 2012 alle ore 12:06
    Sessantacinque

    Non mi manca niente per essere morta: ho carne
    che non da carne,  una scatola che ha abortito
    il peso.  Ho un ventre che sa di deserto,
    la marcescenza come primavera.
    Sulla mia lingua non ho allestito
    una stanza da culla,  ho braccia
    mai stanche e notti vergini dal pianto.
    No, non mi manca niente per essere morta.
    Eppure sto impiccata alla vita in forma
    di fine, sono altalena di uno sforzo rimandato.

  • 04 febbraio 2012 alle ore 12:03
    Sessantaquattro

    Se mai dovessero strapparmi a te,
    spero si intendano di tagli e che sia una lacerazione
    da maestro. Ne rimarginerei in un istante le sponde
    se fosse delineata d'incuria.  Ci sarà sempre una stanza
    del mio cuore a cui è familiare  il tuo sorriso,
    una porta sulla pelle da cui sei già passato
    e dove qualsiasi altra chiave
    incastra la testa da clandestina.

  • 04 febbraio 2012 alle ore 12:01
    Sessantatrè

    Dimmi: cosa ti devo portare?
    Il cuore? Quello lo hai già.
    Ricordi?
    E' arrivato per primo: scalciava
    che ancora non era cresciuta la sera,
    novembre appena cambiava la voce.
    E tu gli hai aperto, perchè non ti ammalasse
    il sonno quello sciocco ticchettio da adolescente inesploso.
    Ma non gli guarirai l'acne, la fame di abbracci:
    è insofferente alla cura, alla sella.
    Vuoi forse la mano?
    E' tua pure quella:  conosce meglio il tuo nome
    delle dita con cui si addormenta.
    Una vergine che schiva il piacere
    assaggiandolo appena e crede stia tutta
    là l'innocenza: nel piatto che ancora le avanza.

  • 02 febbraio 2012 alle ore 11:54
    Sessantadue

    Seminatemi a Maggio: allora venne
    la sua pelle, la dolce scanalata
    merlatura di piaghe da cui una mattina, di trenta,
    si è alzato un ventre come avesse noia perfino
    del dolore stesso. Di quando lui è stato arato
    nel letto di un amore antico, adombrato da piazze
    come da trine, non so dire: ma so come  ha preso
    i miei occhi che erano spegnimento e resa.
    Seminatemi a Maggio: fate la gola avida
    abbastanza perchè là dentro non veda il profumo del cielo.
    Mi basterà un nodo di radici come cuscino, una pozza
    nera per altalena: dicono sia più facile somigliare ai bambini
    quando tutto intorno ci smette  l'inganno.

  • 02 febbraio 2012 alle ore 11:16
    Sessantuno

    Sono gramigna e santa.
    Se sto all'angolo vendo la spina
    come uno scettro. Il mio trono
    è la distanza.  Mi calzano i giorni guasti,
    la gioia non fa bene la mia forma. 
    Ci sarà sempre un orlo scucito
    dentro il mio sterno, e non va rammendato.
    Funziono meglio come taglio: io
    so dove mi hanno sfrondata.

  • 01 febbraio 2012 alle ore 13:12
    Sessanta

    La gioia finisce nel lampo: la mano
    sorride, il corpo è una bara che
    la terra non ingoia se pecca di morte.
    Ho visto fiori infilare la testa sotto
    la gonna dei campi, una lingua
    cercare rifugio fra i denti.
    La paura è pervinca dove stanno i bambini.
    Non so storcere la voce all'inverno,
    mutilargli la storpia gamba di Febbraio,
    come Cenerentola in bilico su un moncherino,
    zoppicherà presto un tacco di sole.

  • 01 febbraio 2012 alle ore 13:09
    Cinquantanove

    A volte è come mi dimentichi la macchia
    che non guarisce, il tarlo che non asciuga.
    Mi vedo adagiata sul tuo bordo con il pensiero
    in acqua  e le parole in ressa a cercare
    un pezzo di fame. Tengo bene in vista
    l'ultima tua ferita: sta tutto là dentro
    inginocchiato il dolore.  Venite a vedere il Santo!
    Si prega uno per volta, così si passa la notte.
    Io dico che il miracolo deve evitarmi, conserverei
    volentieri perfino la cancrena, fuggendo taglio e
    signora sutura, se sapessi quella
    la prescrizione per farci immortali.

  • 01 febbraio 2012 alle ore 13:06
    Cinquantotto

    Quando succede, volto la faccia: non credo
    la felicità mi voglia sua compagna,
    piuttosto mi aspetto uno schiaffo.
    Ma se poi mi guardi, e mi guardi
    da una sponda brinosa di terra
    su cui non ho ancora messo la mia ombra,
    allora d'improvviso smetto la paura, esco
    dalla fila dell'essere amata appena poco
    meno e vengo affamata a chiederti il labbro,
    il piede, la mano. Mi compongo di te: con le tue
    spalle mi faccio una casa e non dirò il mio
    indirizzo perchè non voglio più consegne.

  • 01 febbraio 2012 alle ore 13:01
    Cinquantasette

    Il tuo nome mi ha punta sul mare e ha sfornito
    il sangue dal mio sangue  con un sorso.
    Messo di traverso, breve spina appuntata sul fianco,
    coraggiosa mostrina della mia guerra.
    Io sento ancora il graffio delle lenzuola
    mentre scrivevi il tuo corpo sul  mio.
    Non ho sciolto il nodo del tuo petto, io
    ti ho visto sempre e solo gli occhi:
    ho cercato là dentro chi ero
    e per trovarmi è bastato un giorno.