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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 01 febbraio 2012 alle ore 12:59
    Cinquantasei

    Sono un concerto di porte che non si aprono mai,
    di quelle che hanno ripudiato la chiave, la mano
    che gli partorisce l'ospite, il passo che ne deflora
    lo zerbino.Sono tutto quello che potrebbe essere
    dentro se fosse sboccato e sbocciato, solare
    e accogliente.  Ma stando dietro, dietro una porta
    o un muro, arrotondo le mie trame, raccolgo
    i miei capelli perchè pure quelli potrebbero sorridere
    ad un colpo di vento. Così mi preferisco chiusa:
    ognuno immagini senza riuscire,
    la forma che hanno i miei divari.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 12:36
    Cinquantacinque

    Odio questo mentre che ci uccide, che conosce
    le nostre ossa come le avesse battezzate
    di tristezza, che ci vuole martiri senza affronto
    ed ingobbite farfalle dalle ali di cemento.
    Odio quello che nonci diciamo per paura
    che si scoperchi la follia buona di cui siamo capaci.
    Se non ci avessero fatti della stessa carne, direi
    che siamo due bocche che si piacciono della
    disperazione in cui si somigliano.
    Ma poichè ti appartengo, come fossi germinata
    dalla tua anca, spillata dal tuo inguine,
    non so capire come ancora sopporto il divario,
    questo sterno piantato fra il tuo letto e le mie mani
    a dire che il fuoco scotta e a mentire su quanto il freddo ammala

  • 30 gennaio 2012 alle ore 12:32
    Cinquantaquattro

    Sei aquilone, stoffa stesa su una croce,
    domenica di  ali, un arlecchino a pancia in giù.
    Mi piaci perchè ti guida sempre la voglia
    di un bambino e  dal cielo ti trattiene solo un filo,
    un cordone che ha una mano tenera per ombelico.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 12:31
    Cinquantatre

    Noh hai radici, ma passo di nube,
    slegato pedone sulle strisce d'azzurro.
    Eppure nessuno sa la forma della terra
    meglio di te che in un solo giorno
    la fai da sconosciuta sposa.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 12:29
    Cinquantadue

    La prima volta che ti ho visto
    eri steso sulla pagina  a prendere
    il vento di chi ti leggeva.  Ed erano
    tante camelie chiassose,  tutte assetate
    di a. Io mi sono coperta le labbra,
    non volevo mi vedessi urtare gli angoli
    della mia gelosia.  Te ne stavi con
    gli occhi puntati verso il cielo,  a pancia
    in su, come stanno i bambini  quando
    aspettano di essere presi per assaggiare
    il mondo. Allora mi sono guardata le braccia
    e ho pensato prima di girarti su un fianco,
    poi di farti venire verso di me, come ti stessi
    raccogliendo. Ma, intanto, ero io a fiorire.

  • 30 gennaio 2012 alle ore 12:26
    Cinquantuno

    Mi manchi e la carezza è un nervo.
    I versi non fanno le tue ossa
    e la pelle è  tappeto sotto il quale
    sta il nostro amore.  Lo conserviamo
    bene così che sembri al mondo
    leggera increspatura l'abrasione  da cui
    contiamo le vene. Io non voglio più
    coprirla, aiutami.  Voglio sentire il crepitio
    della scelta finirmi il sangue,  tenerti
    stretto con il nodo dell'albero alla terra.

  • 28 gennaio 2012 alle ore 12:42
    Cinquanta

    Tu l'apostrofo, io la virgola. Tagliamo, sospendiamo, siamo una glottide d'inchiostro in pausa fra un sorso ed il secondo. Ma tu sai come riempire la valigia alla lettera che deve andare, io solo metto una porta chiusa in mezzo ad un giardino. C'è chi ha destino di stella e chi di sasso. E tu stai lassù, uncino e capotreno, sai dove vanno i vagoni. Io resto piantata in basso, sono un passeggero che non vede oltre lo scomparto. Facciamo questo viaggio insieme, ma senza guardarci.

  • 28 gennaio 2012 alle ore 12:40
    Quarantanove

    Non ho ancora molto tempo per dirti chi sono. Vedi quanto è agile l'inverno a scuoiare dai rami le foglie? Quanto durerà la mia stagione? Sarà un sorso di pioggia nel bicchiere di Marzo o una pozzanghera che asseconda il cielo prima di seccare?Io non credo più alle mie mani: non hanno detto abbastanza. E non hanno più tempo per concedere nuove carezze. Ho paura non avrò il tempo che voglio con te: quelle assurde, mielose macchinazioni che si fanno in un giorno qualunque, quando anche un filo d'erba più verde, sembra un piedino affacciato dalla culla ed un foulard appena caldo di sole, lo sguaiato sbadiglio d'Agosto.

  • 28 gennaio 2012 alle ore 12:36
    Quarantotto

    Dormi: le braccia arenate fra giorni di panni e pane. Hai il cuore capovolto e punti il fondo della cuccia con il battito di un bambino che sa di essere sgridato. La tua bocca vede anche quando non dice. A volte, mentre ti scrivo, dovrei indossare un ditale: le parole, infilandosi nella pagina, non cuciono la nostra distanza ed affiorano a rimediare appena con una toppa di rovi.

  • 27 gennaio 2012 alle ore 10:44
    Quarantasette

    Tu sei ala, ma abbracci una spina.
    Ti aggiusti su di me tacendo per amore
    la  mia puntura. E' come se , sapendomi ferma, 
    volessi imbeccarmi di cielo fino al boccone che mi solleverà.

  • 27 gennaio 2012 alle ore 10:42
    Quarantasei

    Avrei voluto un cuore spietato,  come un
    ariete in carica contro la carne, un mandriano
    dal governo instabile. Lo avrei voluto faro
    che torce la testa  per rabbuiare il rientro,
    tronfio baccello di semenze  all'addiaccio.
    E invece lo senti? E' una borraccia
    dalla bocca sempre piena a cui
    chi ha bevuto non ha mai detto grazie.

  • 27 gennaio 2012 alle ore 10:40
    Quarantacinque

    Non ho molto da darti. Del nido
    ho assaggiato il bordo quando più
    ne volevo il ventre.  Il vento mi ha comprata
    che la mia ala era ancora sfornita. Posso
    darti più del cuore il mio inverno.
    Se mi amerai schiva, punita, adombrata
     e non solo folle nelle tue carezze, allora
    mi amerai  del sempre con cui
    ci riconosceremo perfino nei baci canuti.

  • 27 gennaio 2012 alle ore 10:39
    Quarantaquattro

    Nei tuoi occhi ho germogli inesplosi,
    manciate di semenze che si dicevano
    arrese. Nella tua bocca sono sillaba,
    non lettera e quando mi pronunci sono casa.

  • 23 gennaio 2012 alle ore 12:12
    Quarantatre

    Si chiama risacca l'ora dell'onda
    verso casa, quando rientra a largo
    dopo aver battuto i denti a riva.
    E tu sei stato risacca contro
    il mio bacino aduso alla bonaccia
    su cui ora gioca un'orma che non asciuga.

  • 23 gennaio 2012 alle ore 12:11
    Quarantadue

    La tua carezza ancora mi assale,
    non ha pace la pelle su cui sei piovuto.
    Tengo il cuore al caldo come un seme imbronciato
    a cui hai scoperchiato la zolla e che ora ti spia
    sperando lo rannuvoli  nuovamente il tuo corpo.

  • 23 gennaio 2012 alle ore 12:09
    Quarantuno

    Il nostro Cupido è figlio di due inchiostri: uno parla
    scirocco, l'altro intende la nebbia.  Stava arpionato
    ad una pagina di novembre con la stessa sete
    che ha della carne l'artiglio. Io non so chi dei due
    abbia aperto prima il cuore, certo lo abbiamo richiuso
    insieme: ci siamo bussati ad eccolti
    come non avessimo mai ospitato amore.

  • 23 gennaio 2012 alle ore 12:07
    Quaranta

    Come sarà il mio velo?
    Io vorrei avesse la faccia del maglione
    che ti ombreggiava il cuore, un immobile
    carnevale di nodi quadrati in cui ho seminato
    lo sguardo arrossito.  Per altare vorrei le tue spalle,
    le  braccia come testimoni: non conosco
    promessa più vera della tua carne.

  • 23 gennaio 2012 alle ore 12:06
    Trentanove

    Il tuo profumo ha fatto le valigie ma sotto
    i miei capelli ancora in burrasca,  resta
    un chicco dei tuoi baci di lana che lentamente
    intiepidisce.  Ho ustioni sorridenti dalla scapola
    al ventre: mi si è posato addosso il sole e
    sarò blu  quando arriverà la sera con l'oblunga,
    fredda sembianza dell'età adulta.

  • 23 gennaio 2012 alle ore 12:04
    Trentotto

    Ho paura di gridare mare  se il mare
    oggi naufraga nel tuo nome.
    E sono due giorni che le onde vanno
    cercandoti, che la risacca è schiumosa
    moviola della tua voce.  Perfino il tramonto,
    dopo averti assaggiato,  ancora detta
    la tua carne alla terra che,  obbedendo,
    ti scrive dovunque.

  • 23 gennaio 2012 alle ore 12:03
    L'uomo che amo

    Sono un gabbiano dalla virata asciutta.
    Un mercoledì di inchiostro facile,
    mi sono intinta nel tuo cielo pigiato
    dall'Appennino adunco. Ma è durato
    troppo poco il mio tuffo per annegarmi
    il volo e già rabbuiava il fianco  al mare
    con lo spietato giovedì dei binari.
    Però al mio piumaggio hai innestato
    un turibolo, così ogni tanto sollevo
    l'ala e ancora vedo il profumo della tua spinta.

  • 20 gennaio 2012 alle ore 12:16
    Amore di mercoledì

    Tu hai destino di ulivo,
    l'inverno non mette in dubbio
    il verde chiacchiericcio di foglie
    come lingue a dire quale
    cappello indossare contro
    il pettine gelido di Gennaio.
    Io ho il destino di una porta socchiusa:
    uno spicchio di legno  che tenta
    la curiosità e non svela il gheriglio
    della stanza.  Mi solletica il bisbiglio
    della libertà ma tengo le mani
    sulle stipiti come briciole a ricordare
    il sentiero che riporta alla mia prigione.

  • 20 gennaio 2012 alle ore 11:54
    Ai leoni

    Ho l 'ombra del tuo peso sulla carne,
    conservo sotto lo sterno la bolla
    delle tue labbra, un ruvido, bianco
    sigillo. Ho ancora piantate nel cuore
    le tue iridi di tronco e quando un
    nuovo giorno prova a sfilarle,
    il tuo ricordo sanguina e
    mi pedina il battito fino a sera.

  • 20 gennaio 2012 alle ore 11:51
    Mercoledì fra le tue braccia

    E questo taglio asciutto e tenero
    da cui ieri  è entrato il mare,
    neanche cento suture
    potranno sanarlo. 
    Mi guairà nel ventre e se lo scostassi,
    sarebbe latrato di ossa in frantumi.
    Sta a suo agio come quattro arti
    freschi in una culla, a cui parlo
    la ninna nanna aspettando un'altra onda.

  • 20 gennaio 2012 alle ore 11:50
    Bar

    A questa stessa ora  un tavolo
    tremava fra le mie labbra e le tue,
    un muro con le gambe,
    un cavallo con in sella le nostre
    mani vuote per paura. Mi piacevano
    fra la gente i tuoi occhi di gabbiano
    rabdomante e come li hai posati
    sulla terra trovando ancora il mare.

  • 20 gennaio 2012 alle ore 11:48
    Diciotto Gennaio

    La tua bocca  è schiusa in riva al mare,
    una conchiglia venuta dal nord ad
    assaggiare la sabbia. Una donna appende
    la vecchiaia alla lenza e  dal cappotto fa un
    cencio per asciugare il mattino.
    La tua bocca è sotto la bandiera e io
    so  come raggiungerla quando
    arriva il momento di chiamare
    la felicità col suo nome.