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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 22 novembre 2011 alle ore 9:19
    Dopo ieri

    Quando vorrei dirti, le parole si annodano alla pagina
    e non sanno venire fuori dal bozzolo e farsi pupe e nere.
    Gobbute, storpiate, con un filo di inchiostro mi avvertono lente
    che non è questo il nostro tempo, che tu non sai la forma del mio autunno.
    Allora le pungolo, premo sul moncherino  e quelle si accasciano prima di farsi.
    Voglio continuino la fatica del verso che ti porta in grembo.
    Che quando ti culla oltre il bordo del pensiero, smette l'indugio
    per dirmi: questo è tutto ciò che  meritavi mentre vivevi altrove.

  • 21 novembre 2011 alle ore 18:07
    Passerà

    E poi avrei voluto dirti tutto questo: la pezzatura
    del sale sulla bocca delle case, la puntura degli oleandri
    alle vie,  il perenne frinire delle onde quando le lampare
    le ingravidano di giorno.
    Avrei voluto dirti che sono come queste finestre abbracciate
    in un solo padrenostro, che apro quando sento  arrivare l'alba,
    ma spesso non so chiudere se bussa la notte.

  • 21 novembre 2011 alle ore 17:23
    Di nessuno

    Se fossi di Costa sapresti che è ormai consumata l'esecuzione
    di ricci fra i tornanti,  che non un solo ago è più sotto la scure del vento,
    che i tini hanno spento la voce ed un paio di ali nere gracchiano
    una virata. Se fossi di Costa sapresti che tutto qui si spoglia davanti al cielo.
    Vorrei tutti vedessero come ci amiamo di un poco che è sempre,
    vorrei si allungassero le dita alle rocce per sfiorarti la schiena.
    Che si aizzasse lo sbuffo dell'onda ad intingerti il cuore in una vita di sud.

  • 20 novembre 2011 alle ore 13:47
    Foggy

    Non voglio più ciò che non ti conosce: una stanza senza la tua pelle,
    un pomeriggio disossato dalla tua voce,  corazzate di nubi arrugginite a manca
    a cui  non arriverà la carezza nera del tuo sguardo.  Non voglio più niente
    se è niente di te.  E vado cercando dettagli che ti facciano un pezzo alla volta:
    tu che sei mattina e nebbia, un gomitolo di freddo sul divano e ciglia
    mosse dal sonno inquieto. 
    Voglio essere in ciò che sei, essere  come mi farai indossare la tua carne.

  • 19 novembre 2011 alle ore 13:54
    Praiano

    Sabato: sei sotto le foglie , il merletto è giallo
    e sbava rosso dove l'autunno ha vinto.
    Le calpesto, sanno il tuo nome.  Non sei tu la colpa.
    Sono io.  Non so più come chiamarti e allora ti taccio.
    Il mio sterno bacia la schiena, sono un violino senza più anima,
    le due fasce accorciano la distanza che fa la cassa.
    Non so più dove ero prima di te, so che sono in te.
    Nella tua scocca di maliardo ingannatore. So che la mia settimana ha le tue braccia.
    Che dalla mia bocca parla il tuo sapore.

  • 18 novembre 2011 alle ore 11:47
    Capo d' Orso

    E pare sia già sera il baffo
    ramato  di nubi aggrappate elettriche al muso dei monti.
    Io ho nelle vene la masnada inviolabile dei sentieri,
    la ripida fune di lombrichi intagliati nel cuneo che chiamano Costa.
    Io sono questa terra:  che provoca il cielo e si confessa al mare,
    che indossa un giorno di ali mentre si vuole tuffata.
    Io aggiusto il volo per rimanere in porto:
    ho aculei di roccia fra le labbra ed un ventre di onde.

  • 17 novembre 2011 alle ore 14:43
    Giovedì

    Ho dita che sanguinano versi da giorni,
    le lettere non sanno coagulare e gemmano di facili ed insaziabili
    desideri agli angoli della tua bocca.  Chiedono in continuazione
    la forma della tua voglia.  Non so cicatrizzare la mattanza di parole,
    questo martirio schizzato sulla pagina.
    Questo folle svernare di dolore che hai bagnato di poesia.

  • 17 novembre 2011 alle ore 12:51
    Alaska

    Non ho vagiti tra le mie braccia: eppure mi dolgo
    del morso di labbra che verranno. 
    Forse sono una spina, arroventata allo scirocco  d'Aprile.
    Io schiero gli aghi quando  si arrende la carezza per cui mi ammalo.
    Dovrebbero soltanto venir via le cuspidi dei dolori più antichi:
    allora sarei mollica senza più guscio.

  • 17 novembre 2011 alle ore 9:26
    Cento

    E' venuta a cercarti una parola, si è messa in testa
    un accento per coprirsi dalla paura di amarti.
    E non sa, povera gobbetta nella pagina,
    che l'hai già vista fare due giri intorno al tuo cuore.
    E decidere dove dire.

  • 17 novembre 2011 alle ore 9:12
    Arik

    Non seguirmi, taglia al mio cuore la pancia
    infetta, poi vattene. Vedi quanti chiodi fanno i miei passi
    e quante lacerazioni vendono le mie mani.
    Tu sei bianco come certe soglie allagate di alba,
    il tuo sorriso arriva a mezzogiorno e vince.
    Vai via da me, dalla stiva in cui tengo pronte
    cento parole nere.  Tu sei gioia traboccata
    in una valle di catrame.
    Un respiro abbracciato ad una carcassa.

  • 16 novembre 2011 alle ore 13:41
    Spina di Maggio

    Non ditemi quante croci fanno il suo nome,
    ognuna mi ha inciso la pelle con fioriture bastarde.
    Ed  ho imparato a contarle mentre le sfilavo,
    credendo fosse l'ultima quella che invece preparava l'ingresso alla mia carne.

  • 16 novembre 2011 alle ore 12:43
    Nyc

    Dal giorno del tuo ultimo amore, vado raspando
    tra le macerie marcescenti un pezzo di cuore che ti somigli.
    Sono digiuna e mi sfamo di mille altre porzioni
    che inventano il tuo sapore per distrarmi dal gorgoglio dell'inedia.
    Ma io affondo le dita e sento che manca il tuo nervo,
    quella opalescente fitta che mi straziava quando sorridevi
    e sanava quando sfatavi il tuo possesso.
    Manca il tuo verso, quello che addolcivi per ingannarmi.
    Manca il rantolo tagliente  che mi sfioriva le labbra
    per un bacio che era sangue.

  • 16 novembre 2011 alle ore 8:50
    Libera

    La mia poesia è un vicolo di gatti marci,
    di pasti irranciditi alle intemperie e  sbocconcellati da occhi impauriti,
    di gialli bisogni che intimidiscono i muri.
    Ogni tanto qualcuno si ferma a portare una carezza,
    ma poi lava via dalle dita il pelo delle mie parole.
    E non sa che il graffio gli resta dentro.

  • 15 novembre 2011 alle ore 16:28
    Veleno

    Che poi l'amore è questo: dirsi mi ucciderà oggi
    per curarmi domani, perchè so dove tiene le bende e i medicamenti ancora intonsi.
    Ripetersi  mi abbandonerà per trovarmi dove mi ha lasciata:
    sa l'odore che fa la mia ombra.
    E invece ci salviamo in solitudine, incolpando il nostro coraggio
    e dando il  merito a chi dimentica.

  • 15 novembre 2011 alle ore 14:00
    E' sola

    Io domo parole: la mia gabbia è di denti ad amori in carestia.
    Le nere puerpere arrancano moleste dal mio petto fino all'ugola.
    Ma io non so dirle e quando stanno per artigliare la vena al respiro,
    le acceco contro la pagina. Il mio verso è la frusta.
    Ho ancora addosso cicatrici di cose spezzate.
    Per questo sanguino: per chi mi tace.

  • 15 novembre 2011 alle ore 9:10
    Selfish

    Ora le mie parole ti somigliano: sono uncini
    di catrame, cariatidi all'ingrasso del dolore,
    crateri voraci.  Ora le mie parole parlano la tua lingua acuta,
    dicono di amori che sfioriscono con la carne ancora rosea,
    di una rabbia vergine sotto la pelle incanutita dagli amplessi.
    Questo mi hai insegnato: che il buio ha un giorno più buio dove la luce invecchia.

  • 14 novembre 2011 alle ore 12:49
    Abandon

    Sono stata in te per più di un giorno:
    c'era una cuccia fra labbra e sterno
    ancora senza nome.
    Mi sono accomodata  schivando i venti
    che chiamavano furiosi altri padroni.
    Mi dicevo: terrà me e mi vorrà al caldo.
    Lo dicevo mentre tu sfiorivi l'attenzione
    ammalando l'attesa di un letto intatto.

  • 14 novembre 2011 alle ore 9:06
    Tredici Novembre

    Le parole scuciono l'addio:  il  finimento nero
    rantola da bordo a bordo ed avvelena il verso.
    Addio mio scuro giorno di bene, addio alle tue spalle
    arroventate dal gelo,  al cuore indurito dalla facile mollezza
    di troppe lusinghe, alle piaghe sanate da forbici,
    alle dita che presero il posto delle labbra e alle labbra
    che baciarono rovi. Addio mia vela di piombo, petalo
    acuminato. Ti porterò nella carne, delicato cilicio
    che annodasti la carezza al morso.

  • 13 novembre 2011 alle ore 14:49
    Addio Victoria

    La mia poesia non conosce domeniche,  sta sempre in Quaresima
    a dire del giorno in cui le sversasti dalla bocca un fiotto di morte.
    La mia poesia non ha compleanni, non sa del rosso dei cieli in festa
    e sverna in una stalla di parole stantie.
    Lei dovrebbe solo smetterti, maledetto amabile inganno,
    dovrebbe guarire dal male di cui si è innamorata per farti sano.

  • 13 novembre 2011 alle ore 12:49
    Siamo dove siamo

    Vieni via mio cuore: strappa la radice che sentivi salda,
    scrolla le ali dalla buia mercè di fango.
    Torna al pigolio che conosci, al nido che ancora conserva
    intatta la forma della tua testa quando  dormivi inconsapevole
    del bene che avevi, quando credevi ve ne fosse di più oltre la sponda
    che ostruiva al dolore il tenero bocciolo della tua impazienza.

  • 13 novembre 2011 alle ore 12:21
    Ultimo giorno

    Le tue dita mi dicono fine: balbettano
    una cicatrice che slabbra la pagina illusa.
    Inginocchiate cercano perdono per ciò che più non sanno.
    Io leggo la bugia di chi non sa restare e tenta.
    Poi le parole mi sussurrano in una piana avanzata luttuosa come siamo morti.

  • 12 novembre 2011 alle ore 16:16
    Ambra

    Se un giorno vorrete il suo nome, infilzate la pagina:
    prima o poi cederà la bianca reliquia
    che raschiava tra i miei versi le sue ossa.
    Lei divaricherà la bocca in un solo punto:
    cercate lì, riportate in superficie l'annegato dal silenzio.
    Il mio tesoro non farà resistenza,
    galleggerà intatto e dopo secoli,
    ancora vi bagnerà le guance.

  • 12 novembre 2011 alle ore 15:41
    Viaggio

    Saluterò il pennacchio di nubi albine,
    la ramata gorgiera dei castagni,
    la cresta di schiuma fra costa e costa, la tenzone
    morbida dei venti che salgono umidi dal mare
    asciugando a nord. Saluterò la bandiera dei tetti
    accoccolati al giaciglio impervio delle rocce.
    Con te partorirò un domani allattato dai boschi:
    vagirà chiedendosi se è quello il sud, un neo ancora caldo annodato nella pelle.

  • 11 novembre 2011 alle ore 15:39
    Mi manchi

    Un giorno verrò a guardare il cielo dal tuo spigolo,
    a chiedermi come brunisce le vie la cesellatura grigia
    di nubi straniere e come  sulla tua casa si inverte la rotta dei dolori
    in una curva. Un giorno terrò la  mano da cui sussurrarono i miei versi
    e finalmente le parole si addormenteranno buie.

  • 10 novembre 2011 alle ore 15:34
    Vieni

    La mattina siede sui poggi canuti di Novembre
    e la morte marcia dorata sulle foglie ripudiate
    dai bulbi consunti dei tigli.
    Un liquore aranciato di vie scende nella gola dei monti verso il  mare,
    morbidi pioli inzaccherati di passi.
    So che vieni da una regione di dolore,
    che le tue spalle si alzano lacere dai roveti.
    Ora è tempo di ammansirti all'ombra leggera del sud,
    di uccidere il tuo viaggio al porto che ha digiunato a lungo
    di ormeggi per saziarsi del tuo arrivo.