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Enrico De Santis

25 agosto 1982, Gaeta
Segni particolari: Un buco nero nella testa
Mi descrivo così: Ingegnere, con la passione della matematica, scienza, filosofia e della Conoscenza in generale. Amo il disegno e la scrittura, curo un sito personale (www.sublimina.it) dove di tanto in tanto pubblico articoli riguardo le mie passioni.
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  • 18 maggio 2013 alle ore 12:05
    Caffè

    Caffè.

    Scusa per un appuntamento
    te ne stai lì immobile, per un momento.
    Ascolti mille parole, mille sogni,
    assecondi tanti amori, tanti bisogni.
    Scuro e pure trasparente
    trasformi in reale l'apparente.

    Caffè.

    Rispecchi due volti
    che si affaccian capovolti.
    Svanisci in fretta,
    qualcun altro ti aspetta.

    Caffè.

    Compagno di solitudine
    dolce o amaro ossequio all'abitudine.

     
  • 09 maggio 2013 alle ore 9:32
    Si annuvola senza indugio il cielo

    Si annuvola senza indugio il cielo
    di malinconia mi riempie l'intorno
    e la serenità mio malgrado congelo
    delineo del dolore il suo contorno.

    E di pioggia l'odore si aggiunge
    ricresce dell'umido fresco l'attesa
    di già la goccia sulla mano punge
    e godo la scena con mente protesa.

    Scrosci e folate diffondono nell'aria
    di un solo colpo s'imbruna la vallata
    a me solo par, pur tuttavia, bonaria.

    Già ti nascondi oh timido raggio di sole
    e lassù da dietro la nuvola fai capolino
    orbene, metter posso sulla carta le parole.

     
  • 07 maggio 2013 alle ore 13:29
    Dove nascono le Comete?

    Dove nascono le Comete?
    Dell'Universo profondo osservatrici
    ciclano in tondo, non hanno mete
    s'allontanano e ritornano, cacciatrici.

    Un po' di sé donano al passaggio
    tutti ad osservarle quando vicine
    indifferenti continuano il lungo viaggio
    ma un giorno sarà pure per loro la fine.

    Uguali un po' diverse salutano dall'alto
    tra le stelle fioche esse si stagliano
    mirarle dovresti per compiere il salto.

    Di meraviglia per sempre ci abbagliano
    con onirici sogni dal color cobalto
    che tutte le certezze, invero, scarmigliano.

     
  • 05 maggio 2013 alle ore 14:16
    Forse non sai amare

    Forse non sai amare
    son state le insonni notti
    e l'Io tutto accetta
    anche il germe del nostro amore.

     
  • 29 aprile 2013 alle ore 15:10
    Anamorfosi

    Numeri come lettere, parole come formole
    oscillazioni schizofreniche
    poesie come leggi della natura.
    Eternità nello stile.
    Strutture nei contenuti.
    Unità nella duplicità.
    Significati come forma.
    Anamorfosi, privilegio del punto di vista,
    Amore, privilegio di un cuore.
    Odio e rigetto come attrazione.
    Eternità nel cervello.
    Razionalità rifugio stanco della follia.
    Architetture sublimi e forme geometriche
    morbidi corpi che sospirano.
    L'indicibile si compie in ogni attimo divenente
    L'incommensurabile accompagna il divenire,
    memoria obliante come una linea retta piegata.
    Bellezza passeggera e virtù spezzata.

     
  • 29 aprile 2013 alle ore 13:53
    Galassia Amore

    Mentre una collisione interstellare è in divenire
    le nostre strade parallele si sono incontrate
    i cuori fusi assieme, non può finire
    esplosioni cosmiche e stelle ormai nate.

    Pulviscoli gassosi annebbiano i futuri
    che prima o poi si dirandan da soli
    confida in me, i tempi son maturi
    la primavera è tutta pronta con i suoi boccioli.

    Uno spiraglio squarcia l'Universo
    da cui tutto nasce e tutto more.
    Sembra, ma non è tutto perso
    fidati, quest'inquietudine chiamasi Amore.

    © Enrico De Santis

     
  • 15 novembre 2012 alle ore 12:49
    Fantasmatiche Rappresentazioni

    La fosca differenza tra reale e non reale,
    si reincarna eternamente in circostanze infinite,
    in amor prende sembianze d'un fatto sleale
    tanto da torcer l'anima e logorar le vite.

    Vi è un fantasma, se non più d' uno,
    che spunta di tanto in tanto e fa paura
    talvolta è bramato, talvolta inopportuno
    anch'esso sottoposto all'egida della censura.

    Il palco è pronto per ospitar gli attori,
    non meno di tre ne prevede il copione,
    bisogna recitar gli impossibili amori!
    Ma chi è il terzo che prende all'azione?

    La funesta messa in scena è iniziata
    con un triangolo perfetto pronto a danzare
    condotto dall'anima erma e mai espiata
    che, candida, è tutta intenta sull'altare.

    <<Ti voglio con tutta me stessa>>
    parte in prima la seconda attrice,
    <<decido io!>>, Ammonisce l'anima indefessa,
    <<sono qui e attendo o mia nutrice>>.

    <<Bene, hai capito chi qui comanda>>
    ribatte Lei con fare ardito
    verso quel fantasma che tutto asseconda
    e bieco attende lo spietato rito.

    <<Adesso potete iniziare la recitazione.
    Annettine la carne senza sconforto
    e, mi raccomando, fallo con determinazione
    affinché le venga il fiato corto>>

    <<Aspetta diabolica conduttrice
    non voglio partecipare più alla finzione
    cosa credi che sono una meretrice?>>
    fu subitanea la reazione.

    <<Mia dolce e ingenua fanciulla
    pensi che partecipi ad una farsa?
    Non voglio io che la tua psiche si trastulla
    lungi da me quest'accusa così scarsa>>.

    Le luci si affievoliscono come prescritto,
    tutt'intorno si silenzia e si ingrigisce
    mentre la storia continua per diritto
    tra amor vero e amor che ferisce.

    <<Continua così mio prode cavaliere
    custodisci la mia materia, difendimi con la spada!
    Afferra le mie criniere
    e non desistere finché il tutto accada!>>.

    Un tremendo bagliore all'improvviso
    come un sussulto che tutto inonda
    illumina la scena di chi ha deciso
    la lieta fine invereconda.

    <<Andate via! Intrepidi imbonitori
    che sia questa l'ultima rappresentazione
    prometto: non avrò altri amatori!
    che possa andar, la mia anima, alla dannazione>>.

    <<Vieni qui fantasma che ora sei in pericolo,
    abbandoniamo in fretta quest'arena
    siedi che adesso inizia il vero spettacolo!
    Assistiamo silenti alla vita che si inscena>>.

     
  • 18 settembre 2012 alle ore 9:10
    Momenti vuoti riempio leggendo

    Momenti vuoti riempio leggendo
    parole confuse dalla penombra,
    guardo l'orologio e non m'arrendo,
    l'anima vive, la mente si sgombra.

    quanto al cuor per quello attendo
    tempi migliori dal color dell'ambra,
    intanto sospeso vado tessendo
    ciò che è apparso, ma non più sembra.

    Di fondamentale v'è la struttura
    del resto è ugual e tutto muta
    solo scoprir bisogna l'andatura.

    E s'incalza il calar della sera
    desian i pensieri scrittura
    l'affollarsi altrimenti dispera.

     
  • 05 settembre 2012 alle ore 11:49
    Settembre

    Un lieve brivido come un sibilo percorre la schiena,
    sono alla finestra,
    vedo il riflesso smeraldo delle onde,
    odo lo sciabordio,
    avverto una goccia minuta sul dorso della mia mano.

    Le barche cozzano l'un l'altra,
    l'ultimo, timido, raggio cocente illumina il tuo volto.
    L'aria inonda le narici, una fresca fragranza riempie l' anima.
    Suona strana la ripartenza, in fondo è stimolante.

    Il vento ronza tra le funi degli ormeggi
    e il cielo si ricopre di nuvole cupe.
    Cosa rimarrà di questo sole rovente che s'allontana?
    L'anima,
    come riascolterà le sabbiose e salmastre storie che fuggono via?
    Come rivedrà l'azzurro tenue di quelle oziose giornate?
    Cosa rimarrà delle ritmiche sensazioni viscerali della musica che è andata?

    Uno specchio distorcente, un fosco caleidoscopio.
    Sfumature di colore ambigue, 
    tonalità sonore stridenti,
    percezioni  contrastanti
    ingannano la sensazione di quel che è stato.
    Pare che non sia stato affatto, in verità.
    Musa ti prego, raccontamelo ancora, aiutami a cacciar l'oblio
    ridipingi la mia anima, sii cauta però, rispettane la fragilità.

    Il campanello alla porta suona, un tenue sussulto. Ecco, sta arrivando.

     
  • 29 febbraio 2012 alle ore 15:54
    Ladri dell'Io

    I peggiori ladri di questo mondo
    sono coloro che ti rubano l'identità
    poichè non hanno loro stessi.
    Si cibano come i vermi che succhiano
    la putrida linfa dei cadaveri
    stanno lì e aspettano
    si regolano di conseguenza
    poichè non hanno nessun io da soddisfare.
    Sono meri ladri dell' Io

     
  • 25 febbraio 2012 alle ore 12:38
    Bellezza

    O Bellezza,
    precisione infinita
    non conosco ebbrezza
    se la mia anima è appassita,

    non posso giudicarti
    dalla mia misera e infima posizione,
    non posso e non riesco ad amarti
    se non conosco passione.

    Perla vagante nell’ universo,
    agile cielo sereno e terso,
    nobile astrazione mai così tangibile,
    tenera gioia ineguagliabile;

    conosco i tuoi limpidi canoni
    ma se i giorni sono così monotoni
    non so se mai riuscirò a penetrarti
    e cadere nelle tue braccia per amarti.

     
  • 27 novembre 2010
    Mite Angoscia

    Mite angoscia, ti ergi solenne
    nel pacato tuo intimo agire,
    ogni anima penetri indenne
    giochi docile ad infierire;

     

    ci condanni come steli al vento
    o dolce e diabolica passione
    che regni sopra ogni sentimento
    diventato ormai ossessione;

     

    in preda a te ognï azione
    tramuta agilmente in gelosia,
    orrendo! Nulla può la ragione:

     

    valore alto che genera pazzia
    nessun’altra sofferta emozione
    fa di nostr' anima mercanzia.

     
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  • 03 giugno 2011 alle ore 22:05
    Una vita da sogno

    Come comincia: Qualcuno, in questi giorni intensi, azzarda “ipotesi”: Ester non da indizi di coscienza, il suo cervello è cognitivamente morto. Se andiamo a vedere negli scaffali delle biblioteche, troviamo volumi freschi di stampa che cercano di indagare la natura della coscienza, in alcuni autori, anche molto noti, si da il caso che quest’ultima non esista, o quanto meno nella forma a noi nota, sia come un illusione: pensare di avere una coscienza, dicono, è come aprire la porta del frigorifero e vedere se la lampadina è accesa. Tutti invero, sono in accordo che una vera e propria definizione della coscienza è lontana un miglio, e come detto, forse non esiste. Nel caso di Ester, si ha fretta e le definizioni sono fatte per essere scritte sui libri: Ester non ha coscienza. Se è immobile e non risponde è cognitivamente morta. Visto che anche i medici sono costretti a lasciare un barlume di incertezza nelle loro prognosi, mi piacerebbe riempire questo vuoto con un’ultima possibilità. Se Ester stesse vivendo una vita “tutta mentale”? Se la sua attività cognitiva fosse rivolta “tutta” verso l’interno? Se l’esistenza della donna fosse legata al filo evanescente dei suoi, seppur flebili, pensieri? Questa sarebbe lo stesso vita?
    Il cervello umano spicca tra quello del regno animale per la sua plasticità e capacità di riconfigurare le proprie sinapsi. Non voglio andare oltre, lasciamo che Ester ci racconti la propria esperienza.
    Sto correndo, mano nella mano, con un uomo stupefacente, nella sua eterea bellezza, in un prato da sogno, fiorito. Danzano intorno a me margherite, viole, gelsomini e una miriade di altri fiori, bellissimi, che non saprei definire. Forse neanche voi sapreste definirli, credo che non potrete farlo mai. Il cielo è azzurro, un azzurro intenso, brillante, tutto intorno a me è luminoso, una luce che nell’altra vita, non avevo mai visto; sembra che stia vivendo una sempiterna primavera. Ma non è sempre stato così.
    Pare lontanissimo, tanto quanto l’inizio dei tempi, quel giorno che mi svegliai da un incubo indicibile. Non saprei definire il susseguirsi velocissimo degli eventi di quel tempo, forse non vi era nessuna logica dietro questi, nessun reciproco collegamento. Sembra solo che ho vissuto cose bruttissime, terrorizzanti,  bizzarre, che, con il cuore, non auguro a nessuno. Da quel poco che posso dire, ora, è che il colore dominante era scuro, nero, violaceo, ma in realtà, probabilmente, non era nessun colore ben definito. Sentivo di essere immobile, come se fossi inchiodata al pavimento, in uno stato di dolore stazionario, che credevo invincibile. Avevo la sensazione di emettere grida tanto stridenti quanto sorde. Grida di dolore miste ad una insolita solitudine. Il mio stato di allora, lo definirei, adesso, uno stato di costrizione infinita, come se qualcuno oltre a bloccare le mie membra stesse tentando di soffocarmi con un cuscino, facendo pressione sul mio volto. In definitiva, qualche elusivo elemento di quelle scene disordinate, senza alcun senso, mi dava la sensazione che qualcosa di me, forse, l’avrei perso per sempre. Al contempo, dalle mie viscere, proveniva una voce indicibile che di tanto in tanto mi dava la possibilità di provare speranza. Una leggera, ma costante sensazione che accompagnava l’incubo di quel tempo, era quella di scivolare, scivolare, sentivo di cadere nel  vuoto. Un vuoto senza punti di riferimento, ma estremamente colorato. Dapprima  era un vuoto buio, incolore, poi appariva sempre più colorito e man mano che la tinta  addolciva i miei incubi, questo vuoto appariva più chiaro, e più lo diventava, più avevo la sensazione di cadervi dentro ad una velocità impressionante, stavo per toccare il limite. Ad un certo punto, la velocità era diventata tale da abbagliare le mie sensazioni, di una luce bianchissima, accecante, la sentivo dal profondo delle mie viscere, come non mai.
    Un giorno che si perde indefinitamente all’indietro nel tempo, mi svegliai, in un luogo a me estraneo, con la sensazione di aver fatto un brutto, bruttissimo sogno. Un sogno molto confuso e talmente reale che offuscava inesorabilmente i miei ricordi pregressi. A dire la verità pare che non mi sia mai svegliata del tutto. Almeno rispetto ad adesso. Infatti, allora la mia vista era come annebbiata, sembrava che lo spazio intorno a me fosse ricolmo di fumo, i colori sbiaditi, quasi inesistenti. Rispetto a quel tempo, il fumo è svanito, vedo tutto, intorno a me: paesaggi variopinti, colori forti, oggetti ben definiti. Devo dire che da quando mi svegliai da quell’incubo, dalle mie viscere proveniva una profonda solitudine, ma man mano che il tempo passava da qualche parte al mio interno subivo iniezioni come di speranza. Così pian piano, iniziarono a comparire i colori, gli oggetti, le parole. Quest’ultime erano estremamente colorate, anzi ogni lettera aveva una tinta a se stante. Alcune parole le vedevo benissimo, altre erano più elusive, sbiadite difficili da afferrare. Ho passato, non so quanto tempo a prendere queste parole evanescenti e a sistemarle una a fianco all’altra, scambiarle di posto per ottenere un nuovo mix di colori. Ho imparato ad amare i colori. Quelli scuri ancora mi fanno paura, quelli chiari mi mettono calma e voglia di fare. Per molto tempo il mio lavoro, qui, è stato quello di sistemare parole, generando configurazioni di colori indescrivibili. Un giorno riuscii a vedere queste parole, da più lontano e a coglierne l’insieme. Era per me molto faticoso, riuscire a metterne a fuoco molte, tutte in fila e vederle come una sola parola. Diventai, però molto brava, la pratica fatta con l’inteso lavorio di sistemazione (a volte era come se per intere giornate stavo sulla stessa parola e ne coglievo sempre gli stessi colori) fece sì che imparai a osservarne molte assieme, tutte in una. Dopo questo risultato, mi sembrava incredibile, ma attorno a me iniziarono a comparire una serie di oggetti; avevo tutt’intorno uno spazio (non ci avevo mai fatto realmente caso) che potevo riempire a mio piacimento. Un etere inafferrabile dove, ormai, non potevo sistemare solo lunghe catene di parole colorate, ma anche mucchi di forme. Potevo prenderne una, spostarla, anche trasformarla. Inizialmente non riuscivo a farci granché e mentre nelle mie intenzioni volevo ottenere una cosa, in realtà ne ottenevo un’altra. Anche in questa mansione diventai brava, fin tanto che capii che potevo collegare le forme alle parole. Da questo ne traggo, ancora oggi, un estremo piacere. Come faccio? Semplicissimo, basta prendere un po’ del colore in prestito dalle parole e dare una passata su queste forme, a mio piacimento, e il gioco è fatto! Ora sembra una storia lontana, ma sento di aver passato un’eternità a svolgere questa attività ripetitiva, ma estremamente creativa. A volte mi chiedo da cosa sia composto questo prato in cui sono immersa, così variopinto. Probabilmente gli elementi fondamentali sono molte, molte catene attorcigliate di parole, di tutti i possibili colori. Non sembra possibile che l’abbia creato io, tutto da sola.
    E quest’uomo al mio fianco? Che dire, lo amo e sono felice, ora con lui, poi un giorno chissà, se non mi andrà più, lo dissolverò e ne immaginerò un altro ancora migliore, sempre con po’ pazienza, un po’ di esercizio e molta, molta creatività. Se tutto questo dovesse essere un altro sogno, vi prego, preferisco non essere svegliata.

     
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  • Mettiamo di essere giovani autori di un opera letteraria e di avere il nostro manoscritto pronto tra le mani. Sono finiti qui i nostri sforzi? Certamente no, anzi, sono appena iniziati. Ce lo spiega chiaramente Andrea Mucciolo in "Come pubblicare un libro", manuale semplice e coinciso sul mondo che ruota intorno alla creazione e alla  pubblicazione di un libro in qualsiasi formato esso sia (cartaceo o digitale).
    Il nuovo lavoro di Mucciolo, dopo "Come diventare scrittori oggi", si rivolge non solo agli scrittori emergenti, ma anche a coloro che hanno pubblicato, ma con scarsi risultati. Capita sempre più spesso che opere valide, rimangano accatastate in un umido e polveroso scantinato della casa editrice, o non riescano affatto a varcare la soglia di casa dell'autore. Questo perché il destino di un'opera dipende dall'attenzione che ha ricevuto nel proporla e nel pubblicizzarla, tramite recensioni, conferenze e tutto il corollario di azioni che ruotano attorno alla fortuna di un manoscritto. Oppure capita che invece di guadagnare qualche soldo, con l'ultima opera appena scritta, si è finiti con stamparla a proprie spese: in questo caso, bisognerebbe domandarsi se ci si è rivolti a una casa editrice, che dovrebbe "imprendere" sull'opera appena compiuta, oppure ad una semplice tipografia il cui raggio d'azione (e profitto) termina con la stampa dei manoscritti. Questi sono solo due della miriade di esempi che il manuale in questione tratta, suggerendo come aggirare gli ostacoli più disparati che allontanano un buon libro dalle mani dell'acquirente finale.
    Con quest'opera si ha una analisi a tutto tondo dell'oggetto "libro", analizzato anche dal punto di vista merceologico. Mucciolo lo fa conscio di possibili critiche, ma questo è un pericolo che, a sue parole, bisogna correre per gettare luce sul mondo talvolta torbido dell'editoria.
    Scritto con chiarezza e semplicità, senza comprometterne la completezza, ricco di esempi e  spunti, ma anche di riflessioni che l'autore intende presentare, per far sì che il lettore possa formarsi una propria opinione sull'argomento, oltre che trarne consigli utili e immediati.

    [... continua]