username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Racconti di Enrico De Santis

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Enrico De Santis

  • 03 giugno 2011 alle ore 22:05
    Una vita da sogno

    Come comincia: Qualcuno, in questi giorni intensi, azzarda “ipotesi”: Ester non da indizi di coscienza, il suo cervello è cognitivamente morto. Se andiamo a vedere negli scaffali delle biblioteche, troviamo volumi freschi di stampa che cercano di indagare la natura della coscienza, in alcuni autori, anche molto noti, si da il caso che quest’ultima non esista, o quanto meno nella forma a noi nota, sia come un illusione: pensare di avere una coscienza, dicono, è come aprire la porta del frigorifero e vedere se la lampadina è accesa. Tutti invero, sono in accordo che una vera e propria definizione della coscienza è lontana un miglio, e come detto, forse non esiste. Nel caso di Ester, si ha fretta e le definizioni sono fatte per essere scritte sui libri: Ester non ha coscienza. Se è immobile e non risponde è cognitivamente morta. Visto che anche i medici sono costretti a lasciare un barlume di incertezza nelle loro prognosi, mi piacerebbe riempire questo vuoto con un’ultima possibilità. Se Ester stesse vivendo una vita “tutta mentale”? Se la sua attività cognitiva fosse rivolta “tutta” verso l’interno? Se l’esistenza della donna fosse legata al filo evanescente dei suoi, seppur flebili, pensieri? Questa sarebbe lo stesso vita?
    Il cervello umano spicca tra quello del regno animale per la sua plasticità e capacità di riconfigurare le proprie sinapsi. Non voglio andare oltre, lasciamo che Ester ci racconti la propria esperienza.
    Sto correndo, mano nella mano, con un uomo stupefacente, nella sua eterea bellezza, in un prato da sogno, fiorito. Danzano intorno a me margherite, viole, gelsomini e una miriade di altri fiori, bellissimi, che non saprei definire. Forse neanche voi sapreste definirli, credo che non potrete farlo mai. Il cielo è azzurro, un azzurro intenso, brillante, tutto intorno a me è luminoso, una luce che nell’altra vita, non avevo mai visto; sembra che stia vivendo una sempiterna primavera. Ma non è sempre stato così.
    Pare lontanissimo, tanto quanto l’inizio dei tempi, quel giorno che mi svegliai da un incubo indicibile. Non saprei definire il susseguirsi velocissimo degli eventi di quel tempo, forse non vi era nessuna logica dietro questi, nessun reciproco collegamento. Sembra solo che ho vissuto cose bruttissime, terrorizzanti,  bizzarre, che, con il cuore, non auguro a nessuno. Da quel poco che posso dire, ora, è che il colore dominante era scuro, nero, violaceo, ma in realtà, probabilmente, non era nessun colore ben definito. Sentivo di essere immobile, come se fossi inchiodata al pavimento, in uno stato di dolore stazionario, che credevo invincibile. Avevo la sensazione di emettere grida tanto stridenti quanto sorde. Grida di dolore miste ad una insolita solitudine. Il mio stato di allora, lo definirei, adesso, uno stato di costrizione infinita, come se qualcuno oltre a bloccare le mie membra stesse tentando di soffocarmi con un cuscino, facendo pressione sul mio volto. In definitiva, qualche elusivo elemento di quelle scene disordinate, senza alcun senso, mi dava la sensazione che qualcosa di me, forse, l’avrei perso per sempre. Al contempo, dalle mie viscere, proveniva una voce indicibile che di tanto in tanto mi dava la possibilità di provare speranza. Una leggera, ma costante sensazione che accompagnava l’incubo di quel tempo, era quella di scivolare, scivolare, sentivo di cadere nel  vuoto. Un vuoto senza punti di riferimento, ma estremamente colorato. Dapprima  era un vuoto buio, incolore, poi appariva sempre più colorito e man mano che la tinta  addolciva i miei incubi, questo vuoto appariva più chiaro, e più lo diventava, più avevo la sensazione di cadervi dentro ad una velocità impressionante, stavo per toccare il limite. Ad un certo punto, la velocità era diventata tale da abbagliare le mie sensazioni, di una luce bianchissima, accecante, la sentivo dal profondo delle mie viscere, come non mai.
    Un giorno che si perde indefinitamente all’indietro nel tempo, mi svegliai, in un luogo a me estraneo, con la sensazione di aver fatto un brutto, bruttissimo sogno. Un sogno molto confuso e talmente reale che offuscava inesorabilmente i miei ricordi pregressi. A dire la verità pare che non mi sia mai svegliata del tutto. Almeno rispetto ad adesso. Infatti, allora la mia vista era come annebbiata, sembrava che lo spazio intorno a me fosse ricolmo di fumo, i colori sbiaditi, quasi inesistenti. Rispetto a quel tempo, il fumo è svanito, vedo tutto, intorno a me: paesaggi variopinti, colori forti, oggetti ben definiti. Devo dire che da quando mi svegliai da quell’incubo, dalle mie viscere proveniva una profonda solitudine, ma man mano che il tempo passava da qualche parte al mio interno subivo iniezioni come di speranza. Così pian piano, iniziarono a comparire i colori, gli oggetti, le parole. Quest’ultime erano estremamente colorate, anzi ogni lettera aveva una tinta a se stante. Alcune parole le vedevo benissimo, altre erano più elusive, sbiadite difficili da afferrare. Ho passato, non so quanto tempo a prendere queste parole evanescenti e a sistemarle una a fianco all’altra, scambiarle di posto per ottenere un nuovo mix di colori. Ho imparato ad amare i colori. Quelli scuri ancora mi fanno paura, quelli chiari mi mettono calma e voglia di fare. Per molto tempo il mio lavoro, qui, è stato quello di sistemare parole, generando configurazioni di colori indescrivibili. Un giorno riuscii a vedere queste parole, da più lontano e a coglierne l’insieme. Era per me molto faticoso, riuscire a metterne a fuoco molte, tutte in fila e vederle come una sola parola. Diventai, però molto brava, la pratica fatta con l’inteso lavorio di sistemazione (a volte era come se per intere giornate stavo sulla stessa parola e ne coglievo sempre gli stessi colori) fece sì che imparai a osservarne molte assieme, tutte in una. Dopo questo risultato, mi sembrava incredibile, ma attorno a me iniziarono a comparire una serie di oggetti; avevo tutt’intorno uno spazio (non ci avevo mai fatto realmente caso) che potevo riempire a mio piacimento. Un etere inafferrabile dove, ormai, non potevo sistemare solo lunghe catene di parole colorate, ma anche mucchi di forme. Potevo prenderne una, spostarla, anche trasformarla. Inizialmente non riuscivo a farci granché e mentre nelle mie intenzioni volevo ottenere una cosa, in realtà ne ottenevo un’altra. Anche in questa mansione diventai brava, fin tanto che capii che potevo collegare le forme alle parole. Da questo ne traggo, ancora oggi, un estremo piacere. Come faccio? Semplicissimo, basta prendere un po’ del colore in prestito dalle parole e dare una passata su queste forme, a mio piacimento, e il gioco è fatto! Ora sembra una storia lontana, ma sento di aver passato un’eternità a svolgere questa attività ripetitiva, ma estremamente creativa. A volte mi chiedo da cosa sia composto questo prato in cui sono immersa, così variopinto. Probabilmente gli elementi fondamentali sono molte, molte catene attorcigliate di parole, di tutti i possibili colori. Non sembra possibile che l’abbia creato io, tutto da sola.
    E quest’uomo al mio fianco? Che dire, lo amo e sono felice, ora con lui, poi un giorno chissà, se non mi andrà più, lo dissolverò e ne immaginerò un altro ancora migliore, sempre con po’ pazienza, un po’ di esercizio e molta, molta creatività. Se tutto questo dovesse essere un altro sogno, vi prego, preferisco non essere svegliata.