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in archivio dal 29 mar 2007

Enrico Sgarella

17 settembre 1949, Milano
Mi descrivo così: Un esploratore

elementi per pagina
  • 29 marzo 2007
    Valeria

    Come comincia: Stamattina mi è arrivata una lettera di E.
    Da molti giorni provavo a mettermi in contatto con lui, senza riuscirci. Stavo cominciando a temere il peggio ed avevo anche contattato qualche comune amico, per valutare se non fosse il caso di informare la polizia.
    E' vero che mi aveva informato che se ne sarebbe andato via per qualche – la sua telefonata, in quell'occasione, mi era sembrata concitata, come se avesse fretta di andarsene - ma ormai era passato già più di un mese e, da allora, non avevo più avuto sue notizie. Era rimasto particolarmente segnato da una tragedia che aveva colpito tutti noi. Valeria, nostra comune amica, era stata travolta ed uccisa (anzi “arrotata” come si leggeva nel verbale della P.S. che aveva proceduto ai rilievi) da un pirata della strada, proprio sulla soglia della casa di famiglia, al suo paese d'origine. Quante volte, ci eravamo chiesti, doveva aver attraversato quei pochi metri d'asfalto. Quando ancora bambina, dando la mano a mamma o papà. E poi tornando da scuola o uscendo con le amiche. Pochi metri d'asfalto che l'avevano vista crescere per poi lasciare il paese ed andare in città a studiare. E ancora più lontano, dall'altra parte del mondo, dopo aver conseguito la laurea in lingue ed aver imparato il cinese... - il cinese, pensa tu; quanti ce n'erano in Italia che sapessero il cinese in quegli anni?
    Quante volte, come quell'ultima volta, doveva aver parcheggiato l'auto a lato della strada, fiancheggiata da platani, per attraversare a passi veloci quell'asfalto amico, proprio in quel punto in cui la statale, dopo un breve rettifilo, a pochi metri dall'acqua plumbea, s'infilava fra le case basse, intonacate in colori mai accesi, come si conviene ad un placido paesino sulle rive di un lago subalpino. Amico, già. Perché mai dovrebbe tradirti quel pezzo di strada che conosci come le tue tasche, fin da quando eri così piccola che i tuoi ricordi più remoti te lo propongono esattamente così com'è ora, col sole o con la pioggia, con le foglie sui rami o con lo sfondo di un cielo grigio, invernale.
    Non quell'ultima volta, nel buio della sera piovosa, con la nebbia del lago ad avvolgere tutto in un sudario di goccioline impalpabili, a sfumare i contorni delle case, a nascondere ogni cosa, anche l'insidia di quel killer motorizzato, che, senza nessun rispetto dei limiti di velocità, incurante di ogni regola, e, soprattutto, incurante di te, si era infilato a cento chilometri all'ora fra le pacifiche case basse e ti aveva travolta; ti aveva distrutta e lasciata lì sull'asfalto, come un povero animale. Aveva annichilito tutto il tuo sapere, azzerato la tua storia, buttato nel secchio dell'immondizia tutti i tuoi anni di studi, tutte le tue speranze. Tutta la bellezza di quella bella persona che eri.
    E. mi aveva raccontato di come, proprio nell'estate precedente, era accaduto che si fossero trovati da soli in città, per le assenze, per vari motivi, dei rispettivi compagni e di come fosse loro capitato di vivere una breve, intensissima, storia d'amore. Era poi arrivata la fine dell'estate e chi doveva tornare era tornato. Quello che si erano ripromesso di fare, di chiudere i loro precedenti rapporti ormai consunti dal tempo, con gli addii, le spiegazioni e qualche recriminazione, non era poi accaduto. Non ci erano riusciti. Non per qualche motivo particolare. Non ne avevano avuto il coraggio e non se n'erano data nessuna reciproca colpa. E. si era però rammaricato di non aver agito lui, per primo. Era l'uomo, no? Spettava a lui. Si accusava di non aver capito nulla, di quanto gli stava capitando, dell'incredibile occasione che la vita gli regalava, se non molti mesi dopo, quando era già troppo tardi, quando la porta che si era improvvisamente aperta, durante l'estate, si era poi richiusa, con il sopraggiungere della cattiva stagione.
    Non si erano più risentiti e quando la notizia della sua tragica morte era arrivata, all'improvviso, come una folata di vento gelido prima del temporale, lui era scomparso. Non l'avevamo visto neppure al funerale. Ci sentivamo al telefono ma sembrava lontano, come preso da un'idea fissa, un ragionare sordo che gli impedisse di tornare alla sua vita di prima.
    *****
    “Caro amico, ti scrivo in fretta queste poche righe ma non, so, davvero, se mai ti arriverà questa mia lettera. Quando sono partito avrei voluto poterti parlare a lungo, raccontarti di quell'inspiegabile impulso che mi aveva spinto, nel mezzo della notte, a montare in macchina ed imboccare l'autostrada per il Nord. Ma che cosa avrei potuto dirti? Che inseguivo un sogno? Che volevo andare a verificare se era vero quello che, ogni notte, da un mese a quella parte, mi veniva proposto come possibile e plausibile, pur se contrario ad ogni senso comune, con la sicumera e la tranquilla fede nell'irrealtà di una allucinazione notturna? Mi avresti detto che ero un folle ed avresti tentato di convincermi a non partire. Ed avresti avuto ragione. Così me ne sono andato nel cuore della notte e ti ho chiamato solo quando, ormai, ero già ben lontano da casa.
    Ma ora... provo a raccontarti quello che è successo... te lo devo.”
    La busta è priva di mittente ma ho riconosciuto la sua scrittura. Ogni altra ordinaria indicazione appare come sbiadita, illeggibile. Come se la lettera fosse caduta in acqua e l'inchiostro fosse stato lavato via. Si nota un timbro postale ma né l'ufficio di spedizione né la data si riescono a leggere. I fogli che riempiono la busta sono stati strappati, senza molta cura, da un block notes. La scrittura che li riempie appare discontinua, come di chi abbia fretta e stia scrivendo sotto l'impulso di un'incontenibile ispirazione, esponendo all'impronta i propri pensieri, senza alcuna cura di correggere gli errori ed a volte senza neppure finire le parole.
    “Sai come ero rimasto colpito dalla morte di Valeria. Quasi offeso, da un destino che giudicavo, mai come in questo caso, ingiusto, per via di quella bella persona che lei era e per non avermi dato più l'opportunità di riparare ai miei errori. Quello che, infatti non sai, è che poco prima che succedesse la disgrazia avevo fatto l'ennesimo sbaglio, dei tanti che ho inanellato in questi ultimi anni, specie per quanto riguarda la mia relazione con lei. L'avevo rivista! Casualmente mi era capitato d'incontrarla, proprio poco prima di quel suo disgraziato ritorno a casa e.... Senti cosa è successo.
    Era una domenica di fine Giugno ed avevo portato due nuove amiche a Torre (...), al mare. La conosci e sai come sono affezionato a quella spiaggia. Quella pineta antica che scende fino quasi al mare; quelle dune mosse dal vento, l'arenile pulito e coperto di conchiglie; l'acqua, smeraldina, incredibilmente pulita, per essere così vicino alla città. Solo il fatto di essere una riserva naturale e, fino a poco tempo fa, poligono di tiro navale, unitamente alla circostanza che per arrivarci bisogna lasciare l'auto sulla strada e camminare per quasi un'ora, hanno consentito a quel luogo speciale di rimanere così incontaminato. Così, io stesso, prima di farlo conoscere a qualcuno, ci penso due volte. Quasi ne sono geloso. Con Valeria ci eravamo andati, l'estate precedente. Era stata la nostra prima gita e la sera, dopo una splendida giornata di mare, eravamo tornati a casa ed avevamo fatto l'amore, per la prima volta.
      Capisci la mia sorpresa ed il piacere di rivederla, dopo che un po' per volta, ci eravamo persi di vista... Avanzava, dunque, camminando sul bagnasciuga, trasversalmente rispetto dove noi eravamo distesi sui nostri asciugamani, a non più di cinque metri dall'acqua. La mia mano si era già alzata per salutarla e poi, però, si era arrestata a metà strada e la voce non l'aveva seguita, per chiamare il suo nome. Questo perché lei, proprio in quel momento, si era girata a parlare verso una coppia che la seguiva, che io avevo immediatamente riconosciuto per un noioso suo compagno di lavoro e relativa consorte. Non l'avevo più chiamata. Non mi ero alzato per andare a salutarla. Mi era preso uno stupido risentimento, nei suoi confronti. Lo avevo sentito un po' come un tradimento, il fatto che avesse portato quei due alla “nostra” spiaggia. Poi mi ero detto: adesso si volterà lei verso di noi, mi vedrà, verrà lei a salutarmi. Ed invece lei aveva continuato a camminare guardando in avanti, non si era girata ed io l'aveva fatta scorrere davanti a me, come i fotogrammi di un film, senza più far nulla. La chiamerò domani, alla fine mi ero detto, per telefono, le dirò, sai, ti ho visto al mare... Poi... sai come sono fatto, spesso, troppo spesso, mi lascio andare passivamente al caso, alla futile fatalità delle cose...
    Questo fatto, o meglio questa omissione, mi era però rimasta dentro come un mugugno e, dopo che era arrivata la notizia della disgrazia, non mancava di tormentarmi, ogni giorno, il senso di colpa di quel mancato richiamo, di quel nome amato rimasto soffocato in gola. Mi rappresentavo cosa sarebbe potuto succedere, se io, quel giorno, mi fossi alzato e le fossi corso incontro. La mia immaginazione non mancava di creatività. Fantasticavo che, finalmente, fra di noi, sarebbe ripresa quella storia d'amore che non avevamo più avuto il coraggio di vivere, sacrificandola allo status quo di precedenti relazioni ormai spente (e questo poi, come sai, era avvenuto, che, in seguito, sia io che lei ci fossimo separati dai nostri rispettivi compagni). Ci saremmo rimessi insieme? Di questo mi dichiaravo quasi sicuro. E in quel momento, nel momento dell'incidente, ci sarei stato anch'io, accanto a lei, a prenderla per un braccio, a tirarla indietro quel tanto che bastava? Sarebbe bastato un breve “attenta”, secco, senza esagerare, perché non serve, come tante volte ci è capitato, nell'attraversare una strada. Quattro occhi sono meglio di due... E l'auto assassina sarebbe passata oltre, solo un brivido, una folata gelida nella nebbia.
    Se solo. Se la catena di avvenimenti legata a quella mia iniziale omissione si fosse messa in moto Valeria forse... Era un'ossessione. E il condizionale, l'ipotetico, con il passare dei giorni, con il crescere della mia febbre allucinatoria, diventava certezza. A volte basta un nulla ed il nostro appuntamento con il destino... Questo era il motivo del mio allontanamento, del non essere neppure riuscito a venire al funerale. Non dormivo più. Camminavo nella notte. Ripercorrevo le vie che ci avevano visti amanti, esterrefatti, sorpresi, per tanta fortuna. Come sempre ti sorprende l'amore.
    Poi alla fine ero crollato. Mi ero addormentato ed avevo sognato. Avevo sognato lei. La vedevo e la sentivo raccontarmi, come una volta aveva fatto, di dove era nata: “...solo chi è cresciuto sulle rive di un lago conosce il languore, la malia, di quelle lunghe giornate di fine estate, quando il sole sembra non voler tramontare mai ed una parte del cielo è già nera, con le prime stelle appese sullo stendardo della notte, mentre ancora, dall'altra parte, luminosissimi si attardano gli ultimi riverberi di luce, rosa, turchese, indaco.... L'acqua, allora, si calma in una superficie piatta, tesa, ed in essa tutto si riflette perfettamente, come in uno specchio. Non distingui più, quello che è sopra da quello che è sotto. Ti sembrano due mondi altrettanto veri, l'uno e l'altro, attaccati per la base; non sapresti più dire quale sia la matrice e quale il riflesso speculare. Ti vengono in mente, allora, le storie che i vecchi raccontano ai bambini; che li sotto, sotto la superficie a specchio dell'acqua, c'è un altro paese, proprio uguale al nostro, dove vive la stessa gente che vive sopra, solo che cammina a testa in giù, con le suole attaccate alle nostre e quando uno moriva non se ne rendeva conto, non lo sapeva, ed andava dall'altra parte, dove continuava la sua vita di sempre.... perché questa è la vita sul lago, è un morire di malinconia, ogni giorno che finisce... e di nostalgia per quegli altri, quelli che stanno dall'altra parte... perché così siamo fatti, noi gente di lago, metà di terra e metà d'acqua ... mai soddisfatti.... Certe volte, poi la nebbia è così fitta che non vedi più nulla.. non riesci neppure a vedere i tuoi piedi...; ti ci verrebbe voglia di camminarci sopra... o di nuotarci dentro; ti prende un'ansia, un'impressione di soffocamento; hai come l'impressione di non avere più una storia, un tuo ieri, oggi, domani; hai paura che tutto resti così per sempre e allora te ne torni a casa in fretta e furia per sederti davanti al camino a guardare la fiamma che danza, metti due castagne sul fuoco e ti fai un bel vin brulé... ”
    Come puoi immaginare, mi sono svegliato in lacrime e con una nostalgia di lei più forte che mai. Ma la notte successiva e tutte quelle a seguire, un altro sogno, ritornava puntuale. Era più o meno sempre lo stesso, ma ogni volta si arricchiva di nuovi particolari: arrivavo con il vaporetto, nel paese di Valeria e cominciavo ad aggirarmi in vicoli non più larghi di un metro, immersi nella nebbia, con la sensazione, pressante, di dovermi affrettare, per non fare tardi ad un appuntamento. Come ti dicevo il sogno era sempre diverso, differenti le stradine che mi trovavo a percorrere, i nomi sui portoncini, i negozi che sorpassavo, le svolte che facevo, ma il sogno andava a finire sempre allo stesso modo: sbucavo alla fine sulla strada principale, la strada statale che attraversava il paese, il viale con i platani di fianco, davanti alla casa di Valeria ed una lucina di servizio, sai come quando apri la portiera, si accendeva in un'auto poco lontano. Un'automobile che era identica alla sua. Ma non riuscivo a vedere chi fosse perché la nebbia, all'improvviso, avvolgeva tutte le cose.
    Era diventata un’ossessione. Aspettavo che venisse notte per cadere addormentato, stanco, perché durante il giorno non facevo altro che camminare - non volevo correre il rischio di rimanere insonne! - e aspettavo il mio sogno, perché speravo, alla fine, di riuscire ad incontrarla. Almeno lì. Dovevo, capisci, chiederle scusa per la mia stupidità; dovevo dirle che l'amavo... l'amavo davvero!
    La notte prima della mia partenza il solito sogno si era concluso in tutt'altro modo. La lucina si era accesa e lei, stavolta, era scesa dall'auto; mi aveva subito visto ed aveva alzato la mano verso di me, per salutarmi ed allo stesso tempo per invitarmi a raggiungerla. Sorrideva senza nessuna apparente espressione di sorpresa. Mi tendeva la mano e diceva, a voce piana, “vieni”; null'altro. Io ero immobile, incapace di muovermi e di parlare e tuttavia, pur avendo la piena coscienza che di un sogno si trattava - così come a volte capita di sognare e di esserne ben consci - notavo l'assoluto realismo di quello che mi stava capitando, sentivo ogni rumore, ogni odore di quella strada; vedevo lei, che indossava il maglioncino di cachemire che ben conoscevo, la sentivo con la sua vera voce. Nulla avrebbe potuto convincermi, in quel momento, che non era realtà, quella che stavo vivendo e poi... Poi ho allungato la mano verso la sua e l'ho ... presa, sì, prima che la nebbia nuovamente facesse sparire tutti i contorni, io per un attimo ho stretto la sua mano nella mia e quando mi sono svegliato, gridando, chiamando il suo nome, ancora la sensazione tattile della sua pelle, era imprigionata nel palmo della mia mano.
    Capisci, allora, che non ho potuto aspettare neppure un secondo, mi sono vestito in tutta fretta, sono salito in macchina e sono partito. Dovevo andare lì a cercarla. Con tutti i censori della ragionevolezza che dentro me si sgolavano, per dirmi che era impossibile, che stavo inseguendo un'allucinazione, che avrei solo sprecato tempo e benzina ma io, ora, non potevo fermarmi, dovevo andare a cercare Valeria.

     

    Nel leggere la lettera di E. mi era divenuto più comprensibile il suo strano comportamento degli ultimi tempi. Mi avevano riferito, infatti, di averlo incontrato in differenti punti della città, mentre camminava frettoloso, senza neppure guardare le persone che incontrava. C'era chi mi aveva detto di averlo salutato ma di non averne ricevuto, in cambio, neppure un cenno di riconoscimento. Adesso tutto era più chiaro.

    “Non ho risalito il lago percorrendo la strada statale. Sono arrivato, invece, dall'acqua; come nel sogno. Ho lasciato l'automobile al porto che si trova proprio sulla riva opposta, rispetto al paese di Valeria. Era quasi l'ora del tramonto ed alla partenza del piccolo traghetto una flottiglia di cigni e di anatre, con i loro pulcini, evidentemente abituati a rimediare cibo dai passeggeri, ci si era fatta incontro. Il brusio del motore, appena percettibile, accompagnava il scivolare dell'imbarcazione fra i campi di ninfee, vicino a riva. Il sole ancora per poco, avrebbe illuminato il lago, poi sarebbe tramontato dietro i monti sullo sfondo. In breve, con l'aria che si scuriva da un minuto all'altro, fummo al centro del lago. E' stato lì che mi è capitato di vedere un fenomeno atmosferico che mai avevo visto, prima d'allora. La parte del lago che ancora beneficiava degli ultimi raggi di sole ci appariva nitidamente, alle nostre spalle, con il porticciolo che avevamo appena lasciato, le case colorate del paese arrampicato sulla collina alle sue spalle e qualche deriva ad incrociare bordi, spinta dalla lieve brezza serale. Innanzi a noi, nel lato già in ombra, era sorto all'improvviso e ci era venuto incontro un vero e proprio muro di nebbia. Netto, preciso, quasi che, per disegno di un divino geometra, la superficie del lago fosse stata esattamente spartita a metà tra due ipotetici domini. Avevo appena fatto in tempo a chiedermi se chi era al comando fosse in grado di mantenere l'esatta rotta, che il traghetto s'era infilato senza nessun tentennamento in quel muro di bambagia. Era allora scomparso come d'incanto ogni rumore. Solo, all'improvviso, la sirena del vaporetto che faceva il tragitto contrario al nostro, era risuonata a poche decine di metri. Anche gli altri passeggeri, che pure avevo visto imbarcarsi insieme a me, sembravano scomparsi nel nulla. Scorgevo qualche ombra, qua e là, ma nessuno che mi arrivasse abbastanza vicino da poterlo vedere in faccia. Alla fine, sempre in quell'irreale silenzio, il vaporetto era attraccato al molo ed ero sceso a riva, accolto dall'immediata sorpresa di riconoscere tutto; io che in quel luogo non ci avevo mai messo piede, in tutta la mia vita, riconoscevo tutto: la passerella dello sbarco, le panchine, la fontanella dei giardini sul lungo lago. Poi mi ha preso quell'ansia, quella che già mi aveva accompagnato in tutti i miei sogni, di fare in fretta, per non mancare all'appuntamento, e mi sono gettato di corsa fra i vicoli del paese. Ed il bello è che la conoscevo, la strada da seguire; non avevo altro che da ricordare tutte le vie che avevo percorso nei sogni che avevano popolato le mie notti, nell'ultimo mese. Vedevo, alti e fiochi, i lampioni di ferro, là dove dovevano essere. E l'edicola. Riconoscevo i particolari dei palazzi, i nomi sulle porte. Solo i rari passanti che incrociavo, mi davano un senso di realtà diversa, rispetto ai miei sogni, perché in quest'ultimi, me lo ricordo, le strade erano sempre deserte. Allora, dopo questa riflessione, all'improvviso, è caduto anche lo schermo di silenzio che, fino ad allora, si era calato attorno a me, da quando eravamo entrati col traghetto nel muro di nebbia.
    Mi arrivano finalmente tutti i rumori della realtà: una serranda di un negozio che si chiude con fragore; due voci in lontananza che discutono concitatamente; il pianto di un bambino; l'audio di una televisione ad alto volume che scende dal balcone al primo piano.
    Alla fine arrivo al viale, costeggiato dai platani, come nei miei sogni.
    Riconosco la sua casa e subito si accende, nel buio, a pochi passi da dove mi trovo, la fievole luce di servizio di un'automobile. Qualcuno ha aperto la portiera ed in controluce, perché un'auto ha imboccato il viale, là in fondo, e mi acceca coi suoi fari, distinguo una figura femminile. Ha chiuso lo sportello; si sta infilando nello spazio fra le due auto, per attraversare la strada. E mi è giunto il rumore rabbioso, che si avvicina, di un motore che sta alzando i suoi giri. La mia mano si è già mossa. Un ultimo dubbio, un'incertezza: si volterà e non sarà lei; sarà qualcuna che si girerà scocciata e mi affronterà: “cosa vuole!” e magari s'arrabbierà, chiamerà aiuto, addirittura, credendo di venire importunata da qualche malintenzionato; non sarebbe poi così strano, con la faccia stralunata che mi ritrovo e gli occhi arrossati da notti e notti dormite male.
    Ma è solo una breve oscillazione, perché per via della corsa ho le gambe molli ed ho perso per un attimo l'equilibrio. Non ho più dubbi adesso. Non ne avrò per una seconda volta, almeno, e quindi l'afferro per il braccio, perché non ho neppure il fiato per parlare e la tiro indietro, proprio mentre sta muovendo il suo primo passo verso il centro della strada ed è distratta perché sta frugando nella borsa; proprio un attimo prima che l'auto assassina, stranamente silenziosa, ora, passi scivolando nella nebbia, sfiorando questo lato della strada.
    Lei si gira sorpresa: “Ma che ci fai tu, qui!?”
    Ed è lei, è proprio lei, è proprio lei, è proprio lei!”

    “Mi sono fermato qui. Non oso avvicinarmi neppure all'imbarcadero. Tremo, quando la vedo uscire di casa e non posso andare con lei. Valeria non capisce queste mie paure ed il mio dormire un sonno insonne, per timore che tutto svanisca. Non mi chiede nulla di come sia arrivato e di come non voglia più andar via e, d'altra parte, è come se non avesse più nessuna memoria del mondo, fuori di qui. E' come se vivessimo in un eterno immemore presente ed ogni giorno che appare è unico: non ha avuto ieri, non avrà domani. Non so spiegare nulla di quanto mi sta capitando. Forse non è Valeria che è morta ma sono io che mi sto sognando tutto; anzi è una mia allucinazione perché ho battuto la testa ed il mio corpo giace da qualche parte sospeso in una vita artificiale, con medici ed amici che s'affannano tutt'attorno. Forse sono semplicemente scivolato nella parte che sta sotto la superficie del lago. Non m'importa. Non m'importa più nulla di tutto. Qualcosa era rimasto là sopra e quest'ultima lettera è il pegno che dovevo pagare a me stesso per cancellare definitivamente ogni residuo ricordo. Non so. Addio E.”.

    PUB di Luca Brusati
    Cinque ore per scegliere se cambiare totalmente vita, davanti la vetrina di un pub, bevento una pinta di birra… Interrogativi, promesse mancate, dubbi… E poi?
    L’idea o meglio l’interrogativo gli venne mentre scendeva le scale. E se fosse stato un giorno diverso? No, non poteva esserlo in realtà. Intendiamoci: sarebbe potuto esserlo se avesse voluto ma così, senza nessuno sconvolgimento da parte sua, poteva giusto immaginare e sognare. Sapeva già cosa lo attendeva: l’ufficio con le sue mille carte sulla scrivania e il telefono che non si sarebbe mai stancato di suonare. E se avesse cambiato percorso? Se avesse sbagliato strada solo per una mattina? Guardò il cielo azzurro dell’estate. All’orizzonte si intravedevano nuvole e per un attimo si sentì felice: poteva quasi ammirare l’orizzonte da quel punto, senza i soliti palazzi che ostruivano la sua vista e i suoi sogni. Un leggero vento soffiava da est. I rumori della città gli giungevano però distanti quasi come fossero aldilà di un vetro spesso.
    Camminava. Si rese conto della velocità dei suoi pensieri perché in realtà aveva fatto pochi metri da casa sua. Sembrava passata un’eternità. Un’eternità di sogni. Decise. Quello sarebbe stato il suo giorno; l’inizio di un nuovo futuro. Un futuro in cui non ci sarebbero più stati né ufficio né moglie né nulla. Il cuore gli batteva forte nel petto. La decisione era presa ma attuarla non sarebbe stato facile. Non ricordava quale poeta o scrittore avesse scritto un giorno “tra il primo pensiero di un’azione terribile e il suo compiersi l’intervallo è come un sogno notturno popolato di fantasmi e di paure”. Chiunque l’avesse detto era la sua frase, senza dubbio. Come avrebbe cominciato? Telefonare a sua moglie per dirle che non sarebbe più tornato era troppo difficile per lui. Non era umanamente possibile; si erano lasciati sulla soglia di casa da dieci minuti e tutto era stato come al solito. Terribilmente di routine. Abbandonare tutto ora sarebbe stato un azzardo e un gioco assurdo. Si chiese se ne sarebbe valsa la pena e si rispose di no. -“In fondo ho tutto ciò che voglio qui”- pensò. Ma cosa voleva davvero? Vivere una vita come aveva sempre fatto o cambiare verso il nulla, verso l’estraneo? Non riusciva più a camminare ora. Era come immobile anche spiritualmente. Se no prendeva una decisione in poco tempo sarebbe rimasto lì paralizzato, nel bel mezzo di un marciapiede. La gente che passava di fianco a lui sembrava non accorgersi di nulla. Sicuramente però lo stavano osservando. Fermo in mezzo al marciapiede con la bocca semiaperta e con espressione da idiota stampata sul viso. Gli sembrava di sentire i loro pensieri: -“Poverino, così giovane e già malato”- “Ubriaco”- “Non è che si sente male?”
    Un sussulto lo fece muovere. Ricominciò a camminare ma non sentiva più nulla nella mente. Era confuso e sentiva anche freddo ora. Sentiva solo che il vento aveva cominciato a soffiare sempre più forte e che il cielo andava via via oscurandosi.
     Un temporale. Un temporale d’estate. La voce del cielo che si faceva sentire o lo riportava all’ordine. O forse lo stava spronando. Ma ancora il tuono non si sentiva. La gente intorno a lui cominciò ad affrettare il passo; tra pochi minuti il cielo avrebbe lasciato cadere un oceano. Forte e violento. Terribile e distruttivo. Cosa stava pensando fino a cinque secondi prima non lo ricordava più. Aspettava solo un segno o un qualcosa che gli facesse tornare in mente qualcosa che aveva pensato di fare fino a poco prima. Non riusciva a capire, non riusciva più a respirare bene. Piangeva e non se ne accorgeva. La gente ora stava correndo come impaurita o trasportata di forza dal vento che ora soffiava impetuoso mentre un’enorme nuvola nera era sopra di lui. Ma il tuono dov’era? Dov’era?
    Erano ormai più di cinque ore che si era rinchiuso in quel pub. Aveva ordinato una pinta dopo l’altra, all’inizio quasi con timore e vergogna ma poi l’alcool gli aveva sciolto i movimenti e i pensieri. Non gli importava molto del fatto che non aveva mai bevuto di mattino. Lo stomaco comunque aveva retto. Almeno fino a quel momento. Sul viso aveva stampato un sorriso e nella bocca si sentiva la lingua come anestetizzata. Osservava dalla grande vetrata la gente che correva con gli ombrelli per strada. Sì, perché stava piovendo. Ma il tuono dov’era? Non poteva più sentirlo ormai. La musica del pub, le voci degli altri avventori e le porte chiuse non permettevano un collegamento con il mondo di fuori. Sembrava come il primo spettatore di un film muto. E poi all’improvviso si ricordò di tutto. Era ubriaco ma non per questo meno lucido. Doveva andare a casa e dirlo. Tutto doveva finire per cominciare qualcosa di nuovo.
    Ritornò a casa in un attimo e salì le scale di corsa. Non sapeva bene cosa le avrebbe detto per giustificarsi. Ma lo avrebbe detto di sicuro. Aprì la porta e vide il vuoto. Lo doveva capire, avrebbe dovuto capirlo. Solo una lettera con mille giustificazioni e mille lacrime. E fu allora che finalmente sentì il tuono.