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Autore

Fabia Muscariello

in archivio dal 06 nov 2009

12 luglio 1981, Gaeta (LT) - Italia

mi descrivo così:
Io la vita me la godo... io la vita me la soffro....

11 agosto 2012 alle ore 17:00

Sono parole

Il racconto

E' successo che un giorno mentre gioco col bottone della giacca, mi accorgo di non avere carta per i miei pensieri. Per me diviene quasi un peccato non "potermi annotare", con la paura di dimenticare la definizione al mio umore, l'unica maniera possibile per non sentire più quella voce perpetua. Quelle parole inespresse mi fanno diventare rosse le guance, parole che se non scritte, mi allontaneranno. Perchè tanto ormai lo so che le parole per me non sono parole e basta, non mi sono utili alla comunicazione, è come se non fossero mie, è come se loro possedessero la mente, le mani. Le mie parole del cuore nero che non ho, del vento d'oro che non ho, della luna che, come una parolaccia, uso per affascinare il mio linguaggio, un pò troppo spesso. Le vedo passare e andar via così velocemente in fretta, che non posso dire se si tratti di follia, genio o "pucundria". Ci sono giorni che mi sfinisco per non pensare, per la paura di vedermele arrivare, come se tutto il tempo già vissuto poi non avesse senso, perchè in quel battito, mi fanno essere una persona diversa.  Allora per distrarmi gratto lo sporco a fondo, olio di gomito e a imbuto scivolo nella caraffa col ghiaccio, mi sento così frenetica che non riesco ad attendere tutto il programma della lavatrice, e allora leggo dietro le etichette dei detersivi per capire come siamo diventati schiavi del prelavaggio, e mi viene voglia di fare il bucato a mano, faccio il bucato a mano, e sento imprecare il vicino che mi consiglia qualche centrifuga in più, e di andare a quel paese. Sapete, con questo caldo è complicato fare tante cose, fare, strafare, rifare, ma per me stare ferma è pericoloso. E' così che ho iniziato a scivere. Nel silenzio e per noia, per ammazzare il tempo, il problema e che poi c'ho preso un sacco di gusto, una specie di fobia, una sorta di piacere a cui non so negarmi. Credo di averle sposate per un certo tempo ste stramaledette parole, poi l'abbandono fu un mistero, e il dolore provato divenne una liberazione. Ogni tanto ho un reminiscenza, un vago ricordo, ma cerco conforto nella razionalità. Ho smesso di farmi usare o possedere da loro, ho iniziato io a prendere il controllo. Io la voce, io la penna, io, come il fuoco più colorato di uno  spettacolo notturno, il giocoliere col suo numero speciale, il mio occhio in bilico tra sogno e realtà. 

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