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in archivio dal 25 feb 2016

Fabio Filograna

22 settembre 1990, Lecce - Italia
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  • 25 febbraio 2016 alle ore 17:50
    Parole

    Taci meraviglia
    poiché quando taci io
    non resisto
    alla tua dolce natura.
    Taci dinanzi all’odio
    poiché i tuoi
    occhi
    dispensino gioie lontane.
    Taci se vuoi
    orgoglio della mia
    vita
    ma parlami d’amore,
    parlami.

     
  • 25 febbraio 2016 alle ore 17:47
    Silenzio

    Ho scelto volti senza nome
    a cui chiedere chi sono.
    Ho gridato ad una finestra chiusa
    la mia passione.
    È insolente questa necessità di risposte,
    è un sorriso saturo di rabbia
    è un’anima abbandonata ad un punto di penombra,
    è una metamorfosi.
    Vorrei appartenere ad un silenzio clandestino,
    inquilino dei tuoi pensieri.
    Vorrei uno scorcio di umanità
    nella mia terra.
    Vorrei essere il
    proprietario della tua serenità.
    Mi appartiene il tuo sguardo,
    come una sentenza.
    Ho urlato in un dirupo,
    il silenzio
    e d’un eco di ritorno
    non credevo che i sogni
    mi avvolgessero,
    prendendosi cura di me.

     
  • 25 febbraio 2016 alle ore 17:46
    I Pescatori

    Ho visto uomini discutere della raccolta. Il rumore delle onde di ritorno restituiva loro i pensieri evasi. La Grecia all’orizzonte. Una bottiglia di vetro dinanzi alla scogliera. Ho condiviso la rabbia, alcolica, con il vuoto del mare. Il silenzio che cura il silenzio. Spuma di ritorno, ornata di qualche guscio di vongola, ad esaltare la monotonia dei giorni trascorsi.

     
  • 25 febbraio 2016 alle ore 17:45
    Confini

    Come la goccia più densa di latte
    si lascia cadere nel tè e gli regala
    il colore ambrato delle emozioni
    cui non posso guardare attraverso.
    Come questi muri sono confini,
    e sono confini le punte dei polpastrelli,
    le mani che guardi
    la fatica spesa a guardarle,
    e la semplicità di chiudere gli occhi
    e sentirle.
    Ti costa più trasformarti che concederti.
    Quel meccanismo di matrioske
    che racchiude tante camaleontiche versioni
    di te
    e l'ultimo strato racconta il pensiero.

     
  • 25 febbraio 2016 alle ore 17:44
    Destino

    Sei il mio giro di routine,
    la moneta cascata in terra dal lato sbagliato,
    l'assenza dei giorni spesi a cercarti.
    Sei il pensiero che non trova pace
    la dialettica che mi cura,
    il silenzio.
    E gli occhi bestemmiano,
    la rabbia incontrollata
    di un'anima offesa,
    di un treno in corsa perenne
    che si ferma quando gli pare.
    Sono il destino,
    l'ombra che non ti da tregua.
    Ti ho visto,
    chinarti in segno di resa,
    osservare le tue mani nude
    sulle quali ho scritto tutto ciò che avrai.
    E non avrai più di quello che sei
    di un amore insano dato per conoscerti,
    di una ragione per vivere.

     
  • 25 febbraio 2016 alle ore 17:42
    Le scatole dei ricordi

    Le scatole dei ricordi sono tempeste che hanno conosciuto la quiete. Sono alberi scossi dal vento e ornati di foglie cadute. Sono uccelli volati su con i ricordi, dove la vista perde l’idea della terraferma. Le scatole dei ricordi sono pugnalate nei fianchi e corse liberatorie. Le scatole dei ricordi sono carillon che suonano quel che ci pare. Ci fanno ricordare di essere umani, di essere vivi, di essere soli, di essere anime in balie della fortuna, soggetti a qualche forza morale. Le scatole dei ricordi sono lì a soddisfare i nostri bisogni e ci sono ovunque andiamo e ovunque restiamo.

     
  • 25 febbraio 2016 alle ore 17:40
    Anoressia

    Rimane il riflesso
    di un corpo di porcellana.
    Sono il prezzo di un biglietto troppo costoso.
    Sono il senso della tua incuria,
    la scena di quel film muto
    che rifiutasti di vedere.
    Sono la lumaca ed il peso della sua abitazione.
    E poco importa
    se io pietra ,
    assottigliata dal tempo
    sono sempre uguale alle mie bugie.
    Tu sei complice del mio sguardo,
    di un’anima in fuga
    di una mano che copre il capo
    e lascia scoperti i piedi.

     
  • 25 febbraio 2016 alle ore 17:39
    Hanno spento le luci a Kobane

    Guardami mentre cado ai tuoi piedi.
    Riconosci il colore del mio sangue?
    Dimmi se è bianco o nero,
    dimmi se è olivastro o rosa pallido.
    Dimmi se riconosci la razza dall’odore della saliva.
    Dimmi se sa di ebreo, di arabo, se senti il cumino
    o la rosa europea.
    Io sento solo un profondo odore di ferro
    prima di spegnere la luce;
    è il sapore della tua rivoluzione.
    Hanno spezzato le punte delle matite
    perchè parlano troppo,
    hanno spezzato la mia spina dorsale
    perchè penso troppo,
    mi hanno coperto il volto perchè
    non mi guardassero.
    Hanno spento la luce a Kobane.
    Non volano più gli aquiloni di Charlie Brown,
    s’impigliano nei rami
    dei giardini di Parigi.
    Hanno smesso di coltivare le rose,
    sono finte nel tritacarne.
    Hanno spento la luce.

     
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  • 14 marzo 2016 alle ore 14:32
    Perdersi per poi ritrovarsi

    Come comincia: Non riesco a fare pace con me stesso. Non riesco a sorridere ai capelli bianchi che spuntano come funghi nella chioma di china. Non riesco a rinunciare alle panchine d’inverno, al silenzio del cielo stellato che mi consuma la vista. Poi scivolano lacrime di pioggia da questi neri di seppia e solcano il bordo delle narici, attraversano la barba fitta, il fumo della sigaretta e muoiono nel sapore di ruggine tra le labbra, dove riciclo i silenzi in parole. Mi misuro con il cambiamento, con questi confini che sembrano non appartenermi e non so neppure chi sono io, se mi conviene il tempo. Mi sono perso nel mondo, sul risciò che trasporta le vite diverse dal comune. Mi sono perso nei profumi della gente, nella tua voce, in tutti i colori caldi che caratterizzano lo spettro delle emozioni. Non riesco ad immaginarmi senza maschera, senza quella corazza che mi fa sorridere, arrabbiare e arrossire all’occorrenza. Sono nomade, come ogni anima in fondo è. Sono altrove, come tutte le volte che mi avreste voluto qui. Sono la dialettica da bar, quel senso di orrido e volgare che asciuga la voglia di sapori dolci. Sono il ricordo di ieri e la voglia d’amare di domani. E si sa come questo gioco di lembi contrapposti che s’allontanano reciprocamente si riassuma ad una trama che li tesse insieme, inseparabili. Come nel gioco dell’amore in cui a volte calpestiamo e a volte veniamo calpestati. Come nel gioco della vita, in cui amiamo perderci per poi ritrovarci.

     
  • 25 febbraio 2016 alle ore 18:19
    Anziani

    Come comincia: Gli anziani, la loro innocente maturità. Il silenzio che insegue al contrario il verso della matassa. Ti stringono mani tremanti che assomigliano a foglie d'autunno, l'appiglio incerto di un bambino, il paradosso di una cute vissuta che sembra corteccia. Gli anziani e i loro silenzi che non sappiamo ascoltare. E ci piace pensarli pari al loro vissuto, quasi ostili a capire che la vecchiaia annulla il passato e chiude quel cerchio in cui un uomo ritorna bambino.

     
  • 25 febbraio 2016 alle ore 18:11
    Invecchiare

    Come comincia: Verro a farti le carezze quando sarai vecchia. Ci sono molti modi per fermare la ruggine che prende il sopravvento sulle lamiere dei tuoi sentimenti. Sarò con te quando faremo il bilancio delle nostre scelte. Da una parte le rose, dall’altra le spine. Penso a quando saremo vecchi, alle tue mani di cartapesta che intrecciano le mie. Hai l’odore di stanze vissute, di ricordi. Oggi ho le narici sopraffatte dalla polvere della mia libreria. Hai sempre odiato la mia libreria, la occupavi con i tuoi dischi. In effetti non so cosa hai amato di me per tutto questo tempo. So solo che quando non c’eri mancavi tu, il tuo calore e la primavera intorno a me lasciava il posto all’inverno.

     
  • 25 febbraio 2016 alle ore 18:01
    Il giro di boa

    Come comincia: Il giro di boa arriva per tutti. Io vedo quella maledetta boa rossa, alla soglia dei miei venticinque anni, mi appare nella sua totale nullità. Eppure qualche anno fa era solo un puntino nel mare, un miraggio. Lo strano modo di scorrere del tempo. Dapprima scorre lentamente, sembra quasi dar tregua al futuro, permettendoti di crescere. Poi accelera, come se ritrovarsi adulti attivasse il timer del conto alla rovescia. Ed ogni secondo che passa sembra nutrirsi di sogni per dar spazio ai silenzi. Silenzi in cui ti siedi e fissi il vuoto con tale impegno che quasi assume la forma dei tuoi pensieri. Silenzi in cui la tua intera vita ti scorre dinanzi agli occhi, come una sequenza di negativi che sanno perfettamente chi sei. E non puoi sfuggire a tutto questo, ai ricordi, al silenzio, al tempo che scorre, a questo affievolirsi della follia. Perché la vita è un ciclo, un abito cucito su misura e prima o poi, per quanto tu lo possa rimandare, cresci. Riconosci esattamente quella circostanza, la sensazione che provoca sfiorare la tua ventiquattrore, vedere i capelli bianchi spuntare ai tuoi genitori, le interminabili nottate spese a chiederti “ora cosa faro? dove andrò?”. A volte vorrei che tutto questo si fermasse e per un giorno intero prendere in giro la vita con mio nonno, andare in giro per le strade di Torre dell’Orso attaccato alla bici di mio padre, vedere il mio cane piangere di gioia alla vista di mia madre. Vorrei tutti i concerti, gli amici e le persone che sono passate dinanzi ai miei occhi. Vorrei tutti i miei grandi amori concentrati in una pillola. Vorrei risentire l’odore dell’Andalucia, il cielo di Londra, il mare di Porto Selvaggio. A volte avrei bisogno di un’altra vita, ma molto più spesso capisco quanto sia bella la mia.

     
  • 25 febbraio 2016 alle ore 18:01
    Crescere

    Come comincia: Ad un certo punto si cresce. Crescere è quando il rumore di fondo è più tenue di quello interiore. E non contano i fatti, le giornate spese ad elencare i viaggi, le esperienze vissute, i drammi superati. Crescere non è nulla di tutto questo, è una circostanza, è la vita che ti fende l’anima. Crescere vuol dire invertire il paradigma dei genitori che si prendono cura di te. Crescere vuol dire “giustiziare” quell’unanimità con cui le forze del bene e del male collocano le tue amicizie su un piedistallo, da cui le vedi tutte uguali. Crescere vuol dire diversificare le persone e vederne i limiti. Crescere è riconoscere un’autonomia che prepotentemente ti toglie il respiro e ti senti come una nave che affronta la prima grande bufera. Crescere vuol dire subire il cambiamento quando nessuno ti spiega dove porta, quando sei un vuoto che intravede i confini del rendere. Ti accorgi che tutto ciò che ami non è quello che non eri, che non sei più dietro la quinte ma in platea come tutto il resto. Forse per questo molti si rifiutano di crescere, perché può essere una cosa difficile e non c’è più il tempo per le cose difficili.

     
  • 25 febbraio 2016 alle ore 18:00
    Facciamo il punto

    Come comincia: Molti parlano di destino, di Dio, di fortuna. Io ho preferito accettare le conseguenze delle mie scelte. È strano, ma alla fine di questo percorso mi sento come il guardiano di un faro alla fine del mondo, in grado di illuminare gli abissi oscuri dei navigatori ma non sufficientemente robusto da fare chiarezza sui percorsi sterrati della propria anima. Qualcuno mi disse una volta che quando concludi un percorso di studi così importante vieni pervaso da un senso di vuoto, come se tutte le nozioni che tenti di assorbire consumassero linfa vitale ai sogni. Forse quel qualcuno aveva ragione.

    Mi è capitato in questi giorni di riavvolgere il bandolo della matassa, a ritroso. Un rewind fatto di volti, di gesti incomprensibili, di uomini e donne, di famiglia, di mani tese e pronte a ricevere, di porte chiuse in segno di sconfitta. C’è un pezzo di ognuno di voi nelle mie scelte, nelle mie vittorie, nelle mie sconfitte e quanti altri sono stati solo comparse di questo appassionante spettacolo che è la vita. Ed ognuno è il protagonista della propria scena e così io della mia, aggrappato ai sogni di chi è incapace di arrendersi alla vista delle cose senza assorbirne la poesia che cela l’esteriorità.

    Ho avuto tutto quello che un uomo della mia età può desiderare e forse qualcosa di più. La sensibilità che mi ha permesso di capire tutte le ragioni che nascondono uno sguardo, la determinazione a superare le avversità e le sfide, ma più di tutto il senso di libertà. La libertà che ti fa sentire scomodo il peso di una matricola che ti viene affibbiata. La libertà che ti porta a non aver paura di lasciare tutto e di affrontare un viaggio in cui conoscere il mondo e riscoprirsi uomo. Ed è vero, cresci solo quando ti manca la terra sotto i piedi, quando prendi un aereo, quando decidi di restare, quando sei pronto ad assumerti delle responsabilità, quando esci da quell’involucro di terracotta che è l’adolescenza e ti ritrovi da qualche parte nella terra dei “grandi” a misurarti con l’idea che anche gli adulti hanno paura.

    Oggi mi fermo e guardo al futuro con tutta la passione di chi vuole divorare la vita, trovare la propria strada, la propria alternativa. In ogni professione esiste un’alternativa per non rimanere incastrati in quelle “gabbiette di piccione”, diceva qualcuno, che ti rendono schiavo della globalizzazione. Bisogna avere il coraggio di essere diversi, di essere se stessi e possedere l’umiltà di chi non smette mai di imparare. Bisogna avere il coraggio di amarsi.

     
  • 25 febbraio 2016 alle ore 17:59
    Sintesi

    Come comincia: Ci hanno spiegato che ogni cosa è necessaria a ricondurre l’equilibrio in questa vita. Lasciarsi piegare dal dolore è come non intuire la felicità. Esiste una condizione, in prossimità del traguardo, in cui un uomo è costretto a battibeccare con la propria coscienza. Un gioco di sottili simmetrie. Un eco che riconduce le persone ai propri sentieri; quei grandi uccelli notturni a dare le spalle alle colline innevate in cerca di nuove primavere dentro cui rifugiarsi. Il paradosso di questo ritorno, schiarita la nebbia, consiste nella passione con cui ci riappropriamo della nostra anima. Amarsi appartiene a quell’istante prima della fine.

     
  • 25 febbraio 2016 alle ore 17:58
    In verità ti dico

    Come comincia: Domani, quando mi sveglierò, non so neppure se sentirò questi profumi, se sfiorandoti la pelle con il ruvido dei polpastrelli possa farti attraversare la nuca da infinite scariche elettriche. Non so se correndo lungo la costa potrò sentire quell’odore misto di ruggine e aghi di pino, quando il sudore ti scivola sulla bocca e avverti il sapido sapore della pelle. Probabilmente domani mi sveglierò e prendendo la metro mi divertirò a giocare con gli sguardi della gente riflessi nel gioco di luci e ombre, prenderò il mio solito e poco eccitante caffè d’orzo e chiuderò gli occhi prima di entrare in ufficio, per dimenticare. Un uomo quando vive si lascia dietro di se solo il rumore dei passi. Di tutti i natali, le foto, le parole, gli sguardi, gli amori, non resta nulla. Basterebbe un’istantanea per racchiudere tutto. Un solo, maledetto fotogramma che racconta l’immagine che hai di te. Questo perché amiamo mentire prima a noi stessi, amiamo vedere i nostri limiti. Amiamo illuderci, guardandoci allo specchio, che possa esistere uomo o donna capace di amare le nostre debolezze quanto i nostri punti di forza. Nessuno è veramente libero da se perché nessuno è disposto a liberarsi di se.

     
  • 25 febbraio 2016 alle ore 17:57
    Silenzio

    Come comincia: Ci siamo immaginati diversi quando guardavamo il mare al tramonto. In quella bellezza del chiaroscuro che avvolge le onde ci siamo raccontati l’esistenza beata della nostra giovinezza. Così mentre il sole scendeva in quello specchio rosso dei tuoi capelli, il cielo dei tuoi occhi si spegneva. Ho imparato ad amare quel silenzio che ti avvolge tutte le sere. Quel silenzio che è solo una paralisi della parola ma non è vuoto. E tanto era brutale la nostra tranquillità che contavo i respiri dal rumore del fumo della tua sigaretta. Dimmi quanto conta tornare a camminare tra la gente. Raccontami degli sguardi indiscreti che eviti contando le fughe tra i sampietrini dove l’acqua scivola e lava i ricordi. Per questo sceglievi i silenzi alle parole, perché nella gente vedevi gli altri ed in me vedevi il senso delle parole nascoste. Ed io parlavo tutte le volte che mi allontanavi. Come due poli di un magnete, i tuoi silenzi e le mie parole. Ho immaginato prati verdi dove avremmo fatto correre il tuo cane ed il suo sguardo impertinente che ti fa sorridere. E quando sorridi ti riconosco, quella smorfia destra che muove l’angolo della bocca e fa respirare il sorriso bianco che mi rapisce. Io non ricordo perché ci siamo negati questa passeggiata che conduce alla scogliera e che contiene il ricordo di tutte le stanze che abbiamo vissuto. Quello che so è che da quando ho iniziato a tacere io, ascolto la musica ad alto volume, per camuffare il rumore dei miei pensieri.