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Autore

Federico De Roberto

in archivio dal 13 dic 2011

16 gennaio 1861, Napoli - Italia

26 luglio 1927, Catania - Italia

segni particolari:
Fui introdotto da Verga nella cerchia degli Scapigliati. Il mio capolavoro fu I Vicerè, scritto nel mio sogiorno a Milano quando collaboravo con "Il corriere della sera".

mi descrivo così:
Sostenitore convinto della poetica naturalista e verista.

02 marzo 2012 alle ore 10:46

I vicerè

di Federico De Roberto

editore: Einaudi

pagine: 674

prezzo: 5,95 €

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Sontuoso e barocco, lussureggiante prosa per una storia coinvolgente che si fa leggere senza stanchezze, interessati dagli arcaismi utilizzati, affascinati dalla potenza costante del progetto che sorregge fino al termine del romanzo.
Non ha avuto molta fortuna, De Roberto, con questo suo meraviglioso "I Viceré", romanzo storico che abbraccia un periodo ben definito compreso fra gli anni 1855 e 1882, proprio nel periodo dell'unificazione italiana: Benedetto Croce fu il suo più aspro detrattore ed il suo giudizio segnò il destino di questo libro straordinario, trattato con sufficienza e distacco.
E' il racconto, possiamo quasi dire, la saga di una potente dinastia, l'antica famiglia catanese Uzeda di Francalanza - soprannominata i "Vicerè", a ricordo degli antenati che ebbero quella carica durante il dominio spagnolo - nobiltà di ascendenza spagnola, principi e usurai, ignoranti e perfidi tutti i maschi, orgogliosi del loro sangue nobile che tutto scusava e tutto permetteva: ingiustizie, falsità, intrighi, ladrerie.
Complici e vittime, le donne, alcune così somiglianti alle splendide donne bionde spagnole del ceppo originario della famiglia, altre imbastardite dagli incroci con nobili siciliani, cupe e sgradevoli, la parte meno pura del sangue antico.
Alla morte della dispotica vecchia principessa Teresa e all'apertura del suo testamento, si riattizzano le interminabili liti dei figli e dei parenti, in special modo tra il figlio maggiore, Giacomo, ed il minore, Raimondo, che la morta ha equiparato nell'eredità dei beni di famiglia, contravvenendo a tutte le tradizioni. Sarà proprio la costante dell'eredità che reggerà l'intero romanzo e si susseguirà per tutta la trama, eredità carpite con l'inganno, falsificate, perseguite con determinazione fredda e lucida, senza alcun ripensamento.
Straordinaria la figura di Giacomo, il principe erede e capofamiglia, avido e spregevole, che riuscirà con infiniti cavilli a spogliare dell'eredità i suoi fratelli, imbrogliando anche le sorelle pur di non concedere loro nulla di quanto indicato nel testamento.
Questo personaggio assomma tutti i difetti della famiglia Uzeda: imbroglione, avido, spietatamente avaro, incapace di alcun sentimento, forte solamente dei suoi privilegi, emblematico rappresentante di un'aristocrazia siciliana orgogliosa e assetata di denaro e potere, chiusa su sè stessa e sulle sue passioni.
Leggiamo anche in sottofondo l'amara certezza di De Roberto sull'impossibilità del cambiamento che doveva aver luogo in quel periodo di rinnovamento; ci viene ampiamente suggerito il sentimento del fallimento degli ideali risorgimentali di progresso e libertà, che verranno piegati dai vizi della politica e della società italiana che si stava allora formando, modellatasi tuttavia sui precedenti costumi tuttora imperanti.
Un romanzo superbo, ironico, a volte anche grottesco, profondamente severo nei giudizi ma profondamente umano nei sentimenti: il vero romanzo storico della Sicilia del secondo Ottocento.

recensione di Niva Ragazzi

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