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Poesie di Federico Garcia Lorca

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  • 21 febbraio 2007
    Lucia Martìnez

    Lucìa Martìnez.
    Penombra di seta rossa.
    Le tue cosce, come la sera,
    vanno dalla luce all'ombra.

    Recondite ambre nere
    oscurano le tue magnolie.
    Eccomi qui, Lucìa Martìnez.
    Vengo a consumarti la bocca

    e a trascinarti per i capelli
    in un'aurora di conchiglie.
    Perché voglio, e perché posso.
    Penombra di seta rossa.

  • 21 febbraio 2007
    Madrigale

    Il mio bacio era una melagrana,
    profonda e aperta;
    la tua bocca era una rosa
    di carta.
    Lo sfondo un campo di neve.

    Le mie mani erano ferri
    buoni per le incudini;
    il tuo corpo era il tramonto
    di un rintocco di campana.
    Lo sfondo un campo di neve.

    Nello sforacchiato
    teschio blu
    fecero stalattiti
    i miei ti amo.
    Lo sfondo un campo di neve.

    Si riempirono di muffa
    i miei sogni infantili,
    il mio dolore tortile
    trapanò la luna.
    Lo sfondo un campo di neve.

    Adesso ammaestro grave
    l'alta scuola,
    il mio amore, i miei sogni
    (cavallucci senza occhi).
    E lo sfondo è un campo di neve.

    Ninnananna.
    Dormi.
    Non temere lo sguardo
    errante.
    Dormi.
    Né la farfalla
    né la parola
    né il raggio furtivo
    della serrature
    ti feriranno.
    Dormi.
    Come il mio cuore,
    così tu,
    specchio mio,
    giardino dove l'amore
    mi aspetta.
    Addormentati senza affanni,
    ma svegliati
    quando morirà l'ultimo
    bacio delle mie labbra.

  • 21 febbraio 2007
    Maria

    Maria,
    con la tua mantiglia di blonda
    dal culo basso e malinconica.
    Io possiedo la rosa
    per il bottone scuro dei tuoi seni.

    A che ora?
    La notte
    è troppo breve.
    Sì.
    Oh, Maria,
    dal culo basso e malinconica!

  • 21 febbraio 2007
    Meditazione sotto la pioggia

    La pioggia ha baciato il giardino provinciale
    con profonde cadenze sulle foglie.
    L'aroma sereno della terra bagnata
    inonda il cuore di tristezza remota.

    Si lacerano nubi grigie nel muto orizzonte.
    Sull'acqua addormentata della fonte, le gocce
    cadono sollevando chiare perle di spuma.
    Fuochi fatui che spegne il tremolio delle onde.

    La pena della sera raggela la mia pena.
    Il giardino si è riempito di monotona tenerezza.
    Devo perdere tutta la mia sofferenza. Mio Dio,
    come si perde il dolce suono delle fronde?

    Tutta l'eco di stelle che c'è nella mia anima
    mi aiuterà a lottare con la mia forma?
    E l'anima vera si sveglia nella morte?
    E ciò che ora pensiamo lo inghiottirà l'ombra?

    O com'è tranquillo il giardino sotto la pioggia!
    Il mio cuore è trasformato dal casto paesaggio,
    in un rumore di idee umili e tristi
    che dà nel mio petto un battito di colombe.

    Nasce il sole. Il giardino sanguina giallo.
    C'è intorno una pena che soffoca,
    sento la nostalgia della mia infanzia inquieta,
    il desiderio d'essere grande in amore, le ore
    passate come questa a contemplare la pioggia
    con tristezza.

    Capuccetto rosso andava per il sentiero...
    Addio mie favole, oggi medito, confuso,
    davanti alla fonte torbida che dall'amore mi nasce.

    Dovrò perdere tutte le mie sofferenze, mio Dio,
    come si perde il dolce rumore delle fronde?
    Riprende a piovere. Il vento riporta le ombre.