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Racconti di Francesca Cammarota

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  • 13 ottobre 2006
    Il torto

    Come comincia: Lo sguardo, in cui nasce e germoglia la tenerezza, è quello che rivolgi ai tuoi figli. In un gesto di intima unicità con la tua compagna... spiare la bellezza che cresce, che privilegio! L'orgoglio della creazione.

     

    Precludo a me stessa ogni gioia... ma questo non  può guarire una giornata guasta.
    Intimità che non avrò... accessi che non porteranno il mio nome nei sorrisi dilatati... A cosa serve l'amore?
    Sanguino ogni giorno, stillo bene come una fontana dal flusso continuo...
    Questo tempo, imprigionato sulle mie orme. Costretto, come uno slip stretto, a mollare la presa nel suo elastico e ferirmi. Questo tempo, che lascia il suo segno in ogni istante, non mi darà l'agilità della comprensione...
    Io non lo domino. Lo sfioro, lo seguo, l'inseguo... e non lo domino.

    Il vuoto di questo cuore.
    Il suo volto sfinito, la sua superficie scivolosa e assorbente.
    Il nonsenso che delizia queste giornate prive d'intenzione.
    Cos'è questo affrettarsi?
    Ciò che dentro devasta e scuote le mie ragioni fino in fondo l'anima, fino all'ultimo filo legato al consueto comune... Questo dentro che è fardello immenso per comprensione e affanno dato così, senza istruzioni per l'uso... ad un cuore tanto piccolo. Incompreso. Ineluttabile. Intangibile.
    Mi lascia svanire.
    Non è abbandono, non è conforto, non è un semplice dondolarsi fra intelletto ed emozione.
    Non mi dondolo... solitamente mi inginocchio con un sol colpo e poi, m'accascio.

    Oggi che il mondo mi violenta semplicemente perchè esisto (o esiste?), che mi dileggia senza tregua e no, non mi fa sorridere. Oggi che la spensieratezza proprio non riesce a sfornare gioia perchè si riversa esanime in preda al delirio più grande... Oggi che nessun amore può alleviare la mia pena, ti guardo distante... come se tu fossi il mio peggior torto, e quasi sorrido, perchè t'invidio...

  • 16 febbraio 2006
    I giardini intrecciati

    Come comincia: … E lei se ne andò, portando con sé le parole di un uomo tanto amato ma non capito. Non si curò di coloro che pascolavano nella sua esistenza. Non si curò della sua vigliaccheria, del suo egoismo. Voltò le spalle al mondo e andò via in cima ai suoi pensieri, sotto l’arco dorato che custodiva i suoi amori. Lì riversò ciò che avrebbe dato a lui per liberarsi d’un fardello così grande, poi pianse e il vuoto della perdita e si riempì di collera. Soccorse i suoi interessi e respirò aria buona.

     

    Lui non la cercò per un po’… sapeva dei suoi umori, calcolava i suoi egoismi e pensava ad altro. Come ogni uomo aveva un senso innato d’autodifesa, non era il momento di tornare a lei, l’aveva disillusa senza cattiveria. L’incanto s’era dissolto e dunque lui doveva provvedere a crearsene di nuovi. Andò via per un po’, curandosi blandamente di chi pascolava nella sua esistenza, cominciò ad arare la terra del suo amore, buttando semini immaginari, semini a cui non credeva, speranze che sbocciavano virtualmente e che al tocco svanivano. Chiuse il silenzio in un pensiero e cominciò a suonare la musica del suo divenire.

     

    L’altra, nuda realtà dei suoi umori, urlava in un campo sterminato... urlava al vento il suo amore per un uomo lontano, un amore mai capito, mai cercato ma semplicemente nato. Non doveva stare immobile mentre il suo mondo le voltava le spalle, non poteva custodire il silenzio di un bene prezioso. Battè i pugni al cielo e i piedi in terra per ricevere ascolto, battè un colpo solo sul cuore per dimenticare l’amore. Salì sulla montagna dei suoi amori portando un gregge d’affetti con sé, incontrando la distruzione dei suoi tormenti e, oltre le spine, le paludi, i percorsi irti e pieni di trucchi c’era l’apice del suo amore. Lì diede tutta l’erba del suo cuore al pascolo, poi guardò in basso e fissò il ricordo di lui.

     

    Epilogo

    … Lui fu attraversato da tante donne che entravano e uscivano dal suo giardino, ognuna raccoglieva un fiore, ogni fiore sfioriva al tocco. Un uomo ha tanti amori quanti i suoi occhi posson guardare, quanto le sue mani contenere, quanto il suo cuore dominare. Amare un uomo significa saperlo proprio nel momento del tocco e lasciarlo andare perché un istante dopo svanisce. Poche donne raccogliendo un fiore credono al profumo del silenzio.

     

    Lei tornò a lui, dopo aver colmato il vuoto di sé, dopo aver recuperato un gregge allo sbaraglio, dopo aver perso qualche pecorella… Tornò da lui come torna una figlia dal padre, con la consapevolezza che nulla sarebbe cambiato ma che lui l’avrebbe abbracciata con lo stesso sguardo. Aprì i suoi occhi e camminò con lui, in un instante gli porse la mano e cominciò a cercare altrove. Pochi uomini si accorgono d’esser portati per mano, pochi uomini guardano nella stessa direzione delle loro donne.

     

    … L’altra scorse il tempo, aprì un’arancia e contò gli spicchi, poi i chicchi degli spicchi, poi li ruppe e bevve: agro. Lui era immaturo. Aveva una pianta l’altra, al centro del cuore, un arancio che sboccia in continuazione i cui frutti non hanno stagione, un uomo una volta attraversò le insidie del suo cuore e si sedette in terra aspettando il frutto. Si saziò d’amore e quasi distrusse l’albero quando la pianta non ne produsse più, tre anni dopo sbocciò.

     

    Non rinunciò mai a lui, continuò a battere i pugni e i piedi, a spostar fiumi e accorciar distanze, ma non quelle reali bensì quelle interiori. Non si fermò a raccoglier fiori, non voleva il suo amore ma solo amarlo. Sapeva di lui e della sua musica, sapeva di lei e del suo sguardo altrove, sapeva di sé e di un bene che si nutre del bene. Aspettò seduta in terra che l’arancia cadesse.